Astigiani 35 – giugno 2021

Perchè la parola ripartenza non sia solo aria ai denti
di Piercarlo Grimaldi
Ripartenza: il vocabolo più usato con cui oggi molti danno aria ai denti sembra essere la magica, sintetica formula che risolverà questa crisi umana e d’umanità. Essa risuona spesso come il suono di una campana stonata dal fulmine.
La natura indifferente al tempo umano della pandemia ritorna a offrirci il grande spettacolo della rinascita avviandosi a rappresentare in tutta la sua luce il giorno solstiziale estivo, al maturar del grano, alimento indispensabile a ogni comunione d’uomo.
A guardarla dalle finestre, che sono oramai il nostro scorciato sguardo sul mondo, sembra ogni giorno farsi più bella e generosa. Se la natura sempre più maltrattata da noi umani ci restituisce la voglia di vivere e di cercare con lei un nuovo patto di pace e di ripartenza, non riusciamo a vedere un nuovo immaginario collettivo frutto di un creativo e originale percorso di futuro, un rapporto di comunità su cui cercare un destino comune che ci porti oltre questo male di vivere che sta diventando anche male di esistere. «Dov’è l’Asti Repubblicana – cantata dal Carducci – che donava il carme novo d’Alfieri» a cui abbracciarci con solidale fratellanza e comunità d’intenti in questo ancora difficile momento di
senso?
Noi di Astigiani continuiamo a credere in questa città e nei paesi e nelle colline che sono tra le cose più belle del mondo. Un patrimonio materiale e immateriale di cultura, economia e società, in cui la memoria del passato riesce a coniugarsi con il presente e a esprimere una traiettoria di futuro. La tradizione, la preziosa eredità lasciataci dai nostri antenati, è il solido contrappeso alle innovazioni non riuscite che il presente privo di avvenuto ci propina in abbondanza. In voi soci lettori che finanziate e nutrite la rivista anche con le vostre esperienze e la vostra spontanea e generosa partecipazione, confidiamo per continuare questo sentiero di speranza, umile quanto prezioso stimolo per comprendere che siamo noi, nella nostra aggreggiata individualità, a determinare i piccoli e i grandi accadimenti che sono il sale democratico della terra.
Il Recovery Plan farà risvegliare i brutti addormentati?
di Sergio Miravalle
Negli anni scorsi Astigiani ha pubblicato per qualche numero una rubrica intitolata Verba volant dedicata alla storia delle opere pubbliche incompiute e abbandonate che punteggiano il nostro territorio. Un tormentato percorso fatto di rimbalzi di proprietà, promesse non mantenute, annunci mirabolanti e colpevoli ritardi. Tanti soldi pubblici spesi e spesso sprecati. Ora c’è il Recovery plan che tutti dicono sarà la grande occasione di rilancio post pandemia. I responsabili astigiani, dopo verbose consultazioni, hanno redatto e mandato i loro “desiderata” in Regione, che a sua volta ha spedito al governo le richieste piemontesi e Roma ha “fatto sintesi” e inviato a Bruxelles un piano di interventi italiano per oltre 200 miliardi di euro.
Quanti di questi denari arriveranno davvero nell’Astigiano?
E, soprattutto, si avrà la capacità di spenderli?
Anche grazie a questi investimenti c’è da sperare che ripartano finalmente i cantieri (con relative idee di utilizzo) per ridare vita ad alcuni dei più tristi e imbarazzanti contenitori vuoti della città. Astigiani da pagina 16 si occupa del più dimenticato dei grandi edifici pubblici ormai cadenti: il quadrilatero del Casermone che dal 1945 aspetta di trovare un utilizzo. Nel frattempo, altri pezzi di quel complesso sono
stati trasformati: è nato il nuovo Palazzo di Giustizia, ma il vecchio Casermone ancora “minaccia rovina”. E vogliamo indicare ai lettori un altro grande luogo dimenticato: la villa del Chiossetto, culla di memorie esistenziali e letterarie che diedero vita al romanzo storico I giorni del mondo di Guido Artom, uscito 40 anni fa. Un’agenzia immobiliare cerca clienti, con il rischio che edifico storico e parco che non risultano
vincolati, vengano lottizzati.
Astigiani pubblica in questa pagina a mo’ di promemoria una clessidra che segnala gli anni di attesa dei principali edifici pubblici vuoti.































































