giovedì 25 Aprile, 2024
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I proverbi anticipano le previsioni del tempo

Si dice che i proverbi siano la sintesi della saggezza dei popoli. Studiarne l’origine, la forma e i significati anche più reconditi è affascinante. Così come scoprire che il mondo contadino, molto prima dell’affermarsi delle previsioni meteo, oggi sempre più precise e scientifiche, si affidava ai proverbi per conoscere in anticipo e prevedere l’andamento del clima. La vita del mondo dei campi e non solo quella si dipanava anno dopo anno molto più di adesso seguendo i calendari liturgici, quelli solare e lunare. Secoli di esperienze racchiuse in una frase a ben guardare valida ancora oggi. Ecco un viaggio nelle tradizioni e nei modi di dire del Monferrato legati al meteo.

L’attesa della primavera nel folclore meteorologico monferrino¹

 

«Smenmi d’ Mars, smenmi d’Avrì, fin c’al fassa caod peus nen avn컲: Seminami di marzo, seminami di aprile, fino a che non faccia caldo non posso venire, cioè crescere. Così recitava la civiltà contadina monferrina attingendo a una conoscenza maturata nel millenario contatto con la terra coltivata e con le alterne vicissitudini del tempo. Il proverbio ha un chiaro intento didascalico. È inutile voler anticipare a tutti i costi una semina, una coltura. Quel che seminiamo o piantiamo troppo presto sarà poi raggiunto e superato da semine e trapianti fatti nel momento giusto, e cioè ad aprile, quando di solito arriva il caldo più duraturo. Solo chi ha responsabilità e fortuna di convivere con un pezzetto d’orto o di giardino, sa di quante trepidazioni e delusioni sia fatta l’attesa che il tempo si stabilisca al bello.

Chi già tra febbraio e marzo è solito cercare un accenno di tepore sulla terra non ancora ben assolata, sa quanto incerti e frustranti siano i primi tentativi di zappa e rastrello fatti nell’orto. È nelle settimane che precedono l’equinozio di primavera che terra e cielo vengono sottoposti di giorno in giorno ad una attenta verifica dei primi, anche minimi, accenni del cambio stagionale. Da questi ambigui segni del cielo poteva dipendere la sopravvivenza del “Tetto” e della famiglia che lo abitava e non soltanto un raccolto più o meno riuscito di qualche primizia ortolana. Allora, questa specie di ermeneutica meteorologica, questa vicenda di ripetuti e continui tentativi di pronosticare il “tempo che farà”, iniziava molto presto, fin da febbraio addirittura.

Mese poco o nulla amato, febbraio era paragonato per la ferocia del suo freddo ai “Turchi” e cioè ai pirati barbareschi che nei secoli avevano devastato e rapinato le coste liguri e l’entroterra piemontese: «Farvà curt, peg d’in turc»³ (Febbraio corto, peggio di un turco). Mese breve, ma gelido e dal sole infingardo, tanto che la maligna arguzia contadina consigliava di approfittarne, nel caso, per liberarsi di una moglie forse venuta a noia: «Chi veul fè meurje la môjè, ca la meña al sôl ‘d fervè» (Chi vuole far morire la moglie, la porti al sole di febbraio, nota 4).

 

Combattimento tra il Carnevale e Quaresima (particolare) di Pieter Bruegel

Il sole di febbraio ammazza le mogli

 

Alla Candelòra dall’inverno siamo “fòra”

 

Sole pericoloso, oscurato sovente da nevicate abbondanti, ritenute tuttavia più che giovevoli alla campagna: «Fioca d’Fervà, mez aliamà» (nota 5). Una neve, quella di febbraio, che vale un mezzo letamaio perché concima, rende fertili i campi. Insomma, febbraio sembrerebbe del tutto ancora calato nell’inverno, confinato rigidamente nella brutta stagione. Ma non era del tutto così. Una prima, primissima porta di possibile uscita dai ghiacci e dalle nevi cadeva già nel secondo giorno del mese, la Candelora, come indicano numerosi detti e proverbi diffusi in tutta Italia. L’esempio più noto è una sorta di vulgata nazionale, con una sua versione piemontese che recita, più o meno: «A la Candelora da l’invèrn sôma fora (Alla Candelora siamo fuori dall’inverno)». In realtà l’antica civiltà contadina non era così generica, specie quando parlava di una scadenza tanto delicata, carica di ascendenze e significati remoti. Il detto monferrino era più sfumato, contraddittorio e complesso.

Sempre rivelando il timore per il prosieguo dell’inverno, specificava: «S’al fa brut a la Madona dla Siriola, da l’invern nô soma fora»(nota 6): Se fa brutto, soltanto se fa brutto, alla Madonna della Candelora dall’inverno saremo fuori. Dove viene espresso un vero e proprio paradosso semantico che si regge sulla logica dei contrari, un modo di celiare e di stupire molto amato e praticato nei giochi linguistici popolani: se alla Candelora fa brutto… farà bello e saremo fuori dall’inverno. La Siriola, la purificazione di Maria quaranta giorni dopo Natale, diventava così la prima porta calendariale per questa uscita-entrata da una stagione all’altra. Il detto monferrino non si fermava qui. Agostino Della Sala Spada, in coda al proverbio, aggiungeva una chiosa che troviamo anche in altre raccolte piemontesi (nota 7): «…da pieuvi, o da fà bel temp, par quaranta dì nô soma a den» (nota 8). Alla fine poco importa se farà bello o se farà brutto nel giorno in cui si preparano le candele di san Biagio. Per quaranta giorni — più o meno fino all’equinozio di primavera — saremo comunque ancora dentro l’inverno (nota 9). In questi proverbi c’è da cogliere un gusto per il paradosso e per la contraddizione tipico della società contadina. Vi erano riproposti non-sense, azzardi logici, sentenze contraddittorie che rinviavano in realtà a una sperimentata saggezza critica, costruita generazione dopo generazione da una società tanto radicata da diventare antica.

Con l’ironia sarcastica di chi ormai ne ha viste tante, abbastanza da evitare di cadere nell’inganno infantile di credere che il bianco sia solo bianco, o che “A” sia solo “A”, e non anche la sua negazione. Era un gusto per il paradosso che, almeno nel calendario lunare, aveva un fondamento preciso. Pensiamo alla scansione numerica della “quarantina” che viene scelta — non solo in questo proverbio — come unità di misura. Nel nostro caso, misura del ritardo o dell’anticipo della fine dell’inverno: «…par quaranta dì nô soma a den» (per quaranta giorni ci restiamo dentro). “Quaranta” è infatti un numero critico, cabalistico, che ritroviamo ovunque, nella tradizione biblica come nei modi di dire della tradizione, disseminato qua e là con cadenze regolari anche nei detti della meteorologia popolare.

 

La regola lunare del numero 40

 

Era “40” la cifra canonica del calendario contadino (nota 10), l’unità di misura preferita in una società che sceglieva la Luna come referente dei tempi agricoli e dei ritmi della fertilità. Un criterio per scandire il tempo che aveva la contraddizione come regola: dopo quaranta giorni, con il variare delle sue fasi, la Luna diventa l’opposto di se stessa: da “piena” diventa “nuova”, o viceversa da “nuova” ritorna “piena” (nota 11). Solo con questo rovesciarsi della fase nel proprio opposto anche il “tempo che fa” potrà a sua volta capovolgersi e, nel caso della porta della Candelora, passare dal brutto al bello, dal freddo al caldo, dall’umido al secco, dall’inverno alla primavera.

 

L’orso bastiàn côntrari tra carnevali e Quaresima

 

Un altro proverbio riferito alla Candelora (diffuso in tutto il Piemonte, così come in Francia) introduce anche sulla scena monferrina un protagonista di questa delicata fase stagionale in cui si attende l’arrivo della nuova stagione: «Se l’ors a la Siriola la paia al fa soà, ant’ l’invern tornoma antrà» (nota 12) (Se l’orso alla Candelora fa asciugare al sole il suo giaciglio di paglia, nell’inverno torniamo ad entrare).

Non a caso l’orso della Candelora era (ed è nuovamente tornato ad essere) la maschera di molti nostri carnevali, alpini, di collina e di pianura (nota 13). L’uscita del mitico plantigrado da un letargo invernale iniziato a San Martino (nota 14) era ritenuto da sempre il più sicuro segnale del prossimo arrivo della bella stagione e dei riti, delle feste popolari che la celebravano. Come troviamo in altri analoghi proverbi piemontesi, l’orso al momento del suo risveglio dal letargo prende una decisione opposta a quella che ci saremmo aspettati.

Di fronte al sole che splende in cielo il plantigrado pronostica la continuazione dell’inverno e rientra nella sua scura tana per 40 giorni ancora. Il “chiaro” che predice lo “scuro”, il “bel tempo” che comanda il “cattivo tempo”, il “nuovo” caldo che riporta il “vecchio” freddo: una logica degli opposti, un pensare e un agire da bastiàn côntrari usuali in quella società e qui applicati alla previsione del tempo. Notiamo che, secondo questo proverbio monferrino, l’orso formulerebbe il suo pronostico in base alla presenza dei caldi raggi del Sole. Altre versioni, diffuse in tutta Europa, sembrerebbero invece far dipendere questa sua facoltà dalla presenza o meno, sopra l’orizzonte, del chiarore della Luna. Sono queste versioni “lunari” del proverbio ad essere probabilmente all’origine del mito dell’orso della Candelora. Perché contengono non solo la generica contraddizione che abbiamo già rilevato nelle scelte dell’orso “solare”, ma soprattutto la spiegazione e quindi la giustificazione del suo strambo comportamento.

Infatti la presenza nel cielo della Candelora di una Luna “nera” indicherebbe la vicinanza della Pasqua, e quindi della primavera, mentre al contrario con una Luna “piena” si sposterebbe l’inizio dell’una e dell’altra a 40 giorni più in là. Il “chiaro” lunare pronosticherebbe quindi la continuazione del buio invernale; lo “scuro”, al contrario, ne indicherebbe la fine (nota 15). L’orso della Candelora diventa così l’animale mitico che sa leggere nel cielo degli inizi di febbraio le scansioni del mutevole corso lunare.

 

Tre contadini che discutono in un’acquaforte di Albrecht Dürer

Luna di Pasqua e Tèmpure lunari

 

Queste versioni originarie del mito dell’orso introducono un altro, decisivo protagonista. La Luna è l’attrice principale di questa antica, remota, ma sempre ossessivamente ripetuta rappresentazione della fine dell’inverno e dell’inizio della primavera. Quando comincia a diventare “nera” nei primi giorni del mese è (o prelude) la “nuova” di febbraio, che è quella del martedì grasso («Passa nen carvà, sensa luna d’farvà» (nota 16), del mercoledì delle ceneri («mercô scuròt») e dell’inizio della Quaresima. Ma se questa è la fase lunare che appare in cielo attorno alla Candelora (nota 17), allora la prossima “piena”, che apparirà in cielo 40 giorni dopo, sarà già quella dell’equinozio primaverile, la Luna di Pasqua.

 

Si cercavano sul calendario i giorni della Tempora

 

Di modo che sarebbe la data di Pasqua il vero e più sicuro indicatore contadino dell’ arrivo dei calori favorevoli all’agricoltura e dell’ormai inarrestabile ripresa vegetativa, icasticamente sentenziati da quest’altro detto monferrino: «Chit voia, chin te voia Posqua cun ia foia» (Che tu voglia, che tu non voglia, a Pasqua la nuova foglia, nota 18). Proprio in questo senso annotava Gustavo Strafforello: «…Poiché sembrano le stagioni osservare certa legge che ha ragione composta nell’anno lunare e nel solare, non è forse tanto vano quell’oroscopo de’ contadini i quali vogliono per esempio dire: Quest’anno il marzo sarà freddo perchè la Pasqua è alta, cioè viene tardi in aprile; ovvero sperano la primavera sia precoce, perché la Pasqua è bassa» (nota 19).

Qui il folklorista di Porto Maurizio coglieva quella che è l’essenza del tempo contadino d’antan, incernierato sul far quadrare il calendario solare con quello lunare, sull’ armonizzare la misura del tempo della civiltà vincitrice, solare ed “illuminata”, con quella “notturna” e lunare dell’ormai vinta civiltà pagana. A Vesime, nella Langa astigiana, si ricorda indirettamente questa latente, ma vigile presenza della Luna nel calendario in un detto che è una vera e propria previsione meteorologica basata sul tempo che fa durante le cosiddette “Tempora”: «Quandi ch’ui piöv la smàina del Tèmpure, per trèi mèis u s’n’a» (nota 20) (Quando piove nella settimana delle Tempora, ne avremo per tre mesi).

Le “Tempora” erano un blocco di tre giorni (mercoledì, giovedì e sabato) collocati dalla Chiesa ognuno nelle quattro settimane dell’anno identificate con le “svolte” stagionali. Erano un triduo di preghiera e di digiuno che cadeva, rispettivamente: dopo la prima domenica di Quaresima, dopo Pentecoste, dopo l’Esaltazione della santa Croce e dopo Santa Lucia. Come si può dedurre, le ultime due “Tempora” erano scandite dal calendario solare in quanto ancorate a due date fisse: il 14 settembre dell’Esaltazione della Santa Croce e il 13 dicembre di Santa Lucia. Le prime due Tempora invece, erano scadenze “lunari”: Quaresima e Pentecoste dipendono dalla Pasqua che, prima domenica dopo il plenilunio che segue l’equinozio di primavera, cambia data di anno in anno.

Le “rogazioni”, uno dei riti religiosi più diffusi nelle campagne per invocare buoni raccolti

Aprile piovoso mentre a marzo e maggio non devono pisciar nemmeno topi e gatti

 

Le “Tempore” di Quaresima evocate dal detto vesimese erano ritenute dalla civiltà contadina le più affidabili per pronosticare, in base al tempo che fa, il clima dei tre mesi successivi: dell’ultimo mese d’inverno, e dei primi due di primavera. Un primo nodo critico, uno tra i più delicati momenti della strategia agricola del contadino.

Mars e Mag sicc. Avrì tuc i dì ‘n barì.

 

In questo tentativo di mettere insieme i pronostici del calendario solare con quelli del calendario lunare, l’attesa per l’arrivo della bella stagione poteva essere turbata da molti altri momenti difficili, periodi in cui la cabala lunare poteva congiurare insieme alla variabilità climatica nel minacciare i primi lavori in campagna o nel prefigurare guai per i futuri raccolti. Per sperare che tutto andasse per il meglio bisognava anzitutto poter godere di un marzo bello e, soprattutto, asciutto: «Mars sicc. Gran par ticc» (nota 21) (Marzo secco, grano per tutti).

Questo, del marzo che dev’essere senza nemmeno una goccia d’acqua, è un refrain che ritroviamo in tutte le raccolte di proverbi contadini piemontesi. Il più arguto di questi detti che reclamano siccità per il primo mese di primavera viene applicato a volte anche al mese di maggio, cui si richiedeva evidentemente la stessa aridità che si doveva pretendere da marzo.

Un’aridità meteorologica che troviamo riferita a marzo nel proverbio piemontese «A mars ventarìa c’a pisèissou gnanca i ràt» (A marzo non dovrebbero fare pipì neanche i topi), e invece a maggio nel proverbio monferrino: «A Mag antreia c’ai pisseissa gnanca i gat» (nota 22) (A maggio non dovrebbero pisciare neanche gatti). Dove, insieme ai mesi, cambiano anche gli animali cui viene fatto divieto assoluto di… innaffiare i campi. Non solo le ratine di marzo, ma anche i gatti campagnoli di maggio. Aprile, al contrario, doveva essere essere piovoso: «Avrì tuc i dì ‘n barì» (nota 23) (Aprile ogni giorno un barile). Addirittura fino all’eccesso: «Avrì n’a tranta, s’a piovissa ben trantuñ, fa mal a nuñ» (nota 24) (Aprile ne ha trenta, se piovesse trentuno farebbe male a nessuno).

Quanto più piove nel secondo mese di primavera, tanto più sarebbe il beneficio futuro. Anche perché nella vigna non c’è nessuna fretta che si aprano anticipatamente le gemme, anzi: «Bota d’avrì, l’ampis nen la barì» (nota 25) (Gemma d’aprile non riempie il barile). Dove barì non è il barile che raccoglie lo scolo dell’acqua dal tetto, ma la botte che aspetta il vino della futura vendemmia. L’umido e il secco, il bagnato e l’asciutto, erano (e continuano tutto sommato ad essere) i fattori primigeni, gli classici e contadini, che decidono il carattere della primavera insieme ai destini dell’estate e dell’ancora lontano autunno.

Un ultimo appuntamento critico, ancora una volta scandito dalle fasi della Luna, aspettava al varco il Tetto contadino, sospeso ogni anno tra penuria e abbondanza. Un rendez-vous annuale, atteso come la prova decisiva, la cifra che avrebbe ad un tempo sancito l’ormai definitivo cambio stagionale e anticipato le promesse dei futuri raccolti. La Pasqua, che finora sembrava essere lo spartiacque ideale fissato dal superiore corso lunare per separare buio e luce, umido e secco, freddo e caldo, non poteva invece bastare alla proverbiale prudenza contadina.

 

Incisione da un libro di lettura per l’infanzia del 1914

 

Pasqua alta o bassa segna la fine dell’inverno

 

Se il proverbio originario assicurava che: «Da esi àuta a ési bâsa, l’Invèrni u dura ‘nfin a Pâsqua» (nota 26) (Che sia alta o che sia alta l’inverno dura fino a Pasqua), la cautela piemontese non si fermava qui e aggiungeva: «…e, a l’envirôn, fin-a l’Asensiôn» (…e, all’incirca, fino all’Ascensione). Non si sa mai. L’inverno non è detto che finisca a Pasqua.

Potrebbe durare “all’incirca” fino all’Ascensione. Una prudenza, un detto proverbiale di cui non si potrebbero comprendere filosofia e significato senza tener conto che l’Ascensione è anch’essa festa mobile, che cade proprio 40 giorni dopo la Pasqua. Se ancora una volta è la quarantina che ci appare in trasparenza come un’esile, ma a tratti ancora ben percepibile, filigrana del calendario contadino, sono però la sua ascendenza lunare e la ricaduta agricola che ancora una volta ci interessano.

 

La luna di maggio porta l’Ascensione

 

L’ Ascensione, 40 giorni dopo Pasqua, è l’occasione di una Luna “nuova”. Come ricordava Strafforello: «L’Ascensione cade sempre al principiare di quel corso della luna che suol chiamarsi luna di maggio». La “Luna di maggio” (nota 27), il novilunio dell’Ascensione, diventava così un ulteriore decisivo nodo critico dell’anno agricolo.

Un’altra porta variabile di uscita- entrata stagionale. Non più quella tra inverno e primavera celebrata tra Carnevale e Quaresima, bensì la decisiva transizione tra primavera ed estate che si festeggiava nei riti di maggio e per cui si pregava nelle Rugasiùn, le processioni che percorrevano le campagne, giovani in testa, ad invocare i favori divini per fienagioni, messi e abbondante vendemmia.

 

1 Dedico questa mia riflessione sulla meteorologia popolare del Monferrato a mia madre, Ernestina Spertino. Originaria di Vinchio d’Asti non ancava di citarmi a memoria qualche detto del suo paese, di cui ricordava con nostalgia le case, le colline, le vigne e le amiche di gioventù.

2 Agostino Della Sala Spada, I proverbi monferrini, Torino, 1901, p. 44.

3 Agostino Barolo, Folklore monferrino,Torino, 1931, p. 22 (riedizione a cura di Piercarlo Grimaldi, Omega, Torino, 1998 )

4 A. Della Sala Spada, cit., p. 31

5 Ivi, p. 32

6 Ivi, p. 41

7 Ad esempio, l’analogo proverbio biellese raccolto da Alfonso Sella così recita: “La Candlòra da l’invèrn i suma fora; ma sa pieuv o tira vènt, ‘nt l’invèrn i suma dènt” (A. Sella, Proverbi e detti popolari biellesi, Biella 1970, p. 38)

8 A. Della Sala Spada, cit., p. 41

9 “Più o meno”, poiché è probabile che il proverbio sia nato nel XIV secolo quando, secondo il calendario giuliano allora in vigore, la Candelora e l’equinozio erano separati soltanto da una quarantina di giorni, anziché dalla cinquantina attuale.

10 Ci appare indispensabile rinviare alle ricerche di Claude Gaignebet, e in particolare al suo straordinario Le Carnaval (C. Gaignebet-Marie-Claude Florentin, Paris 1974), così come al fondamentale Calendario rituale contadino di Piercarlo Grimaldi (Franco Angeli, Milano, 1995)

11 È l’interpretazione della “quarantina” data da Claude Gaignebet in Le Carnaval.

12 A. Della Sala Spada, cit. p. 43

13 Si vedano al proposito i saggi di Piercarlo Grimaldi, promotore di questo recupero della tradizione dell’orso del Carnevale. In particolare, oltre al già citato Calendario rituale contadino, ricordo qui Tempi grassi, tempi magri. Percorsi etmografici, Omega, Torino, 1996; Bestie, santi, divinità. Maschere animali dell’Europa tradizionale, Torino, 2003. Una bibliografia completa sull’argomento e l’elenco dei carnevali con l’orso si trova in P. Grimaldi e L. Nattino, Dei selvatici. Orsi, lupi e uomini selvatici nei carnevali del Piemonte, Regione Piemonte- Museo di Scienze naturali, Torino, 2007.

14 Sul rapporto Orso-Martino-Carnevale segnalo: F. Romano, Il protocarnevale di san Martino, tra calendario lunare e meteorologia popolare, in P. Grimaldi, L. Nattino (a cura di) Il Teatro della vita. Le feste tradizionali del Piemonte, Omega, Torino, 2009, pp. 167-173.

15 Le suggestioni ed implicanze, anche psicoanalitiche, che circondano questa fase dell’anno sono descritte da Gloria Tarditi, La Baìo e l’uscita dal grande buio, in Un certo sguardo. Elementi di ricerca sul campo: il caso della Baìo di Sampeyre, a cura di P. Grimaldi, Slow Food editore, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Bra, 2012, pp. 121-125.

16 A. Della Sala Spada, cit., p. 37

17 Per far tornare questo calcolo si tenga conto che al tempo del formarsi di questi detti popolari vigeva il calendario giuliano, che spostava la data

della Candelora di una decina di giorni in avanti rispetto al nostro attuale calendario gregoriano.

18 Storia e folklore nel Monferrato di Giuseppe Ferraro, carpenetese. Atti del convegno a cura di Lucia Barba e Edilio Riccardini, Carpeneto 2007, p. 188.

19 Gustavo Strafforello, La sapienza del mondo ovvero dizionario universale dei proverbi di tutti i popoli, raccolti, tradotti, comparati e commentati da Gustavo Strafforello, con l’aggiunta di aneddoti, racconti, fatterelli e di illustrazioni storiche, morali, scientifiche, filologiche, ecc., 3 volumi, Editore Augusto Federico Negro, Torino, 1883. Citato in Storia e folklore nel Monferrato di Giuseppe Ferraro, carpenetese. Atti del convegno a cura di Lucia Barba e Edilio Riccardini, Carpeneto, 2007, p. 189.

20 R. Brondolo, La Bibbia dei poveri. Scienza, coscienza e riso nei detti e proverbi vesimesi, Acqui 2000, p.133

21 G. Ferraro, Nuova raccolta di proverbi o detti popolari monferrini, in Archivio per le Tradizioni Popolari, Palermo, 1885, vol. V, pp. 413-438

22 A. Della Sala Spada, cit., p. 26

23 Ivi, p. 29

24 Ivi

25 Ivi

26 R. Brondolo, op.cit. p. 33

27 In Storia e folklore nel Monferrato di Giuseppe Ferraro, carpenetese, Atti del Convegno, 2007, a cura di Lucia Barba, p. 189

 

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