LA PACIFICA RIVOLUZIONE DELLA MAESTRA LINA

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Nel 1911 arriva a dirigere l’asilo Ferrer Lina Borgo insegnante alessandrina, vedova con sei figli

 

Asti, aprile 1911. Nel nuovo quartiere operaio di corso Felice Cavallotti, dove è attiva dal 1906 la Vetreria Operaia Federale, viene inaugurato l’asilo laico intitolato all’anarchico Francisco Ferrer, pedagogista fondatore dell’Escuela Moderna fucilato dal governo spagnolo nel 1909. L’iniziativa è partita dai maestri vetrai che si sono autotassati per creare un asilo sul modello di quello nato poco prima a Livorno. Un asilo a frequenza gratuita dove sia garantito “il rispetto assoluto di tutte le religioni e di tutte le idee”. Le altre strutture a quel tempo funzionanti in città – l’asilo Arri, l’Anfossi, il Regina Margherita – sono tutte affidate a suore cattoliche, il Clava è della comunità ebraica. Oltre alla Vetreria, che fornisce un sostegno mensile, la struttura ottiene il supporto del Municipio guidato dal sindaco e deputato socialista Annibale Vigna. Grazie al contributo di alcune famiglie ebree benestanti della città – Foa, Sacerdote e Artom – è stata acquistata la stoffa per i grembiulini, gli asciugamani, le tovagliette. La sede è in tre stanze in via Lamarmora. Le richieste sono 250 ma c’è posto solo per 40 bimbi, tutti figli di operai. A guidare l’Asilo Ferrer è chiamata Lina Guenna Borgo, già direttrice del Convitto laico femminile di Alessandria. Vedova da pochi mesi, si è trasferita ad Asti in una piccola casa a pochi passi dall’asilo, con i sei figli: Ruggero Valentino, Luigi, Enzo, Renata, Italia e la neonata Enrica. Con lei  vive anche la suocera Elisabetta che l’aiuta ad accudire i nipoti. In poco tempo Lina dà prova delle innate doti organizzative, della capacità di relazione con le famiglie e con le istituzioni cittadine, della tenacia nell’affermare metodo e principi educativi. A luglio il consiglio d’amministrazione la elogia per “l’entusiasmo da apostolo”; le viene affidata anche la direzione del Ricreatorio laico “Vittorio Alfieri”, aperto ad entrambi i sessi, con attività sportive, musicali e una sezione filo-drammatica. Lina Guenna nasce nel 1869 a Palazzo Spinola, nel cuore di Novi Ligure. La famiglia di estrazione benestante ha frequentazioni con il mondo imprenditoriale (il nonno paterno commercia cereali all’ingrosso) con il mondo della cultura, della politica e della Massoneria laica e riformista. L’unificazione d’Italia è stata dichiarata da soli otto anni. Il padre, Giuseppe, compositore, direttore d’orchestra e musicista. vive la stagione risorgimentale e si circonda di amici intellettuali che incidono sulla formazione della piccola Lina. 

 

Nel 1895 sposa Enrico Borgo e scrive di emancipazione femminile sul periodico alessandrino “Il fuoco”

 

La serenità dell’infanzia è tuttavia destinata a sparire in breve tempo. Con la morte del nonno, gli affari di famiglia cominciano a soffrire e la situazione tracolla con la prematura scomparsa di Giuseppe Guenna, che ha appena 50 anni. È quello il momento in cui Lina si avvicina per la prima volta al mondo dell’educazione. A soli 13 anni inizia a prestare la sua opera all’asilo infantile fondato nel 1851 dalla Società Operaia di Novi  per “procurare assistenza, educazione e istruzione ai fanciulli d’ambo i sessi, appartenenti alle classi meno agiate della cittadinanza”.  Mentre lavora, Lina studia privatamente e consegue la patente per l’insegnamento nella Scuola Normale. A 23 anni, è già vicedirettrice dell’Asilo “Garibaldi” di Novi. Delusa dall’ambiente borghese, che si è allontanato dalla famiglia Guenna dopo il tracollo finanziario, Lina si avvicina alle realtà operaie sostenitrici dell’Asilo Garibaldi e all’avvocato Giacomo Basso, tra i fondatori del partito socialista a Novi, amico di Filippo Turati. Con Basso e con altri giovani intellettuali, Lina condivide le battaglie per la difesa dei più deboli, per l’istruzione e l’emancipazione femminile. Nel 1895 sposa Enrico Borgo, contabile all’ospedale civile di Alessandria, giornalista e fondatore del periodico socialista “Il Fuoco”, nonché segretario dell’Università Popolare di Alessandria, dove anche Lina sarà chiamata a tenere lezioni e conferenze. Più giovane di cinque anni, Enrico irrompe nel “cuore di pietra” di Lina.  Le lettere che accompagnano il fidanzamento vibrano di passione amorosa e intellettuale. Scrive Lina al suo innamorato. “Amami tanto, Enrico, ripetimelo spesso spesso, dimmi che vivo nei tuoi sogni, scalpito nelle tue veglie, che ti sono accanto di giorno e di notte, che mi desideri, mi vuoi tutta per te, che nessuna donna avrà il potere di farti dimenticare la tua Lina”Per Enrico, quella donna è roccia e insieme musa “moralmente e intellettualmente perfetta”. “Nella donna amata – scrive lui – ho bisogno dell’intelligenza elevata, di un cuore che oltre all’amore sia ispirato ad altri affetti, ad altri entusiasmi, che possano comprendere i miei ed aiutarne le ispirazioni”. Con Enrico, Lina collabora alla rivista “Il Fuoco”. Alla sua penna raffinata si devono, quasi certamente, gli articoli siglati “Fiamma” nei quali la cultura e il diritto all’istruzione vengono descritti come passaggio indispensabile all’emancipazione femminile.

 

Una donna innamorata che si batte per l’uguaglianza dei diritti

 

Ecco tre esempi di quei testi. 

“Lo strano aforisma che una scelta istruzione toglie alla donna le grazie del suo sesso è ormai riconosciuto come pregiudizio di mente volgare che ha costata l’infelicità della donna condannando la sua povera esistenza all’ignoranza e alla schiavitù. […] Ormai popoli e legislatori riconoscono che la civiltà delle nazioni dipendono in gran parte dalla cultura della donna (Fiamma, L’Istruzione della donna, in “Il Fuoco” 16, 1901).

“[…] la donna dovrebbe avere sempre un’istruzione simile all’uomo, ecco perché le spettano gli stessi diritti di fronte alla società che vorrebbe tenerla soggiogata e schiava” (Fiamma, Emancipazione della donna in “Il Fuoco”, 21, 1901).

Quanto più una persona è educata e istruita, tanto più è disposta a considerare la donna come l’eguale dell’uomo, quantunque di qualità diverse. […]Teoricamente le fanciulle hanno diritto all’educazione quanto i figli maschi di una medesima famiglia, ed i parenti dovrebbero spendere tanto denaro per l’educazione delle une quanto per quella degli altri, e metterli tutti, indistintamente, maschi e femmine, in grado di guadagnarsi il vitto[…]. In quante famiglie questa equa distribuzione trovasi effettuata? […]. I diritti politici della donna non tarderanno molto ad essere riconosciuti, ma ci vorranno anni ed anni per rimediare al male fatto alla donna nella famiglia. I sessi saranno riconosciuti eguali davanti alla legge, molto tempo prima che l’opinione pubblica arrivi a farli considerare eguali agli occhi dei padri (Fiamma, Fratelli e sorelle, in “Il Fuoco”, 27, 1901).

 

 

Convinta pacifista collabora con Ernesto Teodoro Moneta

 

Negli stessi anni, Lina si schiera pubblicamente a favore degli ideali pacifisti. Nel 1904 è tra le poche donne invitate ai lavori del Convegno nazionale delle società per la pace a Torino di cui è animatore il patriota e garibaldino Ernesto Teodoro Moneta (1838-1918), futuro e dimenticato Premio Nobel per la Pace, assegnatogli nel 1907. Con lui lavora all’allestimento del Padiglione della Pace realizzato a Milano, in occasione dell’Esposizione Internazionale del 1906. 

 

Scrive anche un testo teatrale europeista Ramo d’olivo rappresentato all’Alfieri nel 1913

 

A Milano Lina terrà anche un discorso sulla pace e sull’auspicata unione europea. La tensione pacifista torna nella pièce teatrale Ramo d’olivo,  scritta da Lina nei primi anni della sua attività astigiana, e rappresentata nel gennaio 1913 al teatro Alfieri. Diciannove allieve del Ricreatorio Laico “Vittorio Alfieri”, vestite di bianco con i capelli sciolti inghirlandati di fiori, rappresentano le nazioni europee, portando ciascuna sul petto i colori nazionali. È assente dallo spettacolo la potenza della Turchia, in conflitto con la Serbia e reduce dalla sconfitta con l’Italia nella guerra di Libia del 1911. Proprio l’Italia è rappresentata nello spettacolo come la nazione più convinta del messaggio di pace e dell’unità delle nazioni europee. È netto il contrasto con le altre potenze, prima fra tutte Germania e Austria, sarcastiche verso l’utopia della pace e paladine della prevaricazione del più forte sul più debole. Il messaggio che Lina affida all’Italia, suona ancora oggi di straordinaria attualità. «Pensate che la terra sembrava immensa ieri, ed oggi ci appare un atomo. Grande ci appariva l’Europa; oggi ci appare madre unica, stendente su tutte noi la grande ala protettrice…Come possiamo dunque indugiare ad avviarci unite per un’unica via, quella del lavoro benefico, pacifico, abbattendo e per sempre «i foschi e selvaggi termini a cui l’umana onda si spezza?»[…] Il tramonto della violenza si delinea all’orizzonte. Arrendiamoci, o sorelle, all’amore, prima che una forza fatale ci costringa ad accettar più dure condizioni. Ricordate che accanto alla fosca vita dei campi di battaglia, ferve alacre ed attiva, la giornata umile dei magli e delle vanghe e delle piccozze e si agita e freme e si sviluppa una possente energia vitale: la coscienza umana. Essa sarà la trionfatrice. Essa che vuol cancellare l’onta della emigrazione, dell’analfabetismo […] essa che invoca soltanto: pane e pace». Pace, uguaglianza e riscatto sociale delle classi povere attraverso l’istruzione sono i pilastri della battaglia civile di questa donna tenace, decisa e concreta, che trova la proficua alleanza non solo del sindaco socialista Vigna, ma anche e soprattutto del geometra perito agrimensore Giovanni Penna (1855-1941). Impresario impegnato in grandi opere pubbliche in Italia e all’estero, Penna che è anche consigliere comunale e assessore dal 1890 al 1914 è nominato presidente dell’Asilo nel 1913, e ne diventerà il principale benefattore. È suo il primo fondo patrimoniale di 5000 lire che dà l’avvio alla richiesta di erezione dell’Asilo a ente morale con i conseguenti riconoscimenti ministeriali e la possibilità di accesso alle sovvenzioni statali. Convinto sostenitore del metodo pedagogico della direttrice, Penna l’aiuterà a costruire un’ampia rete di sostegno trovando alleanze anche nella borghesia astigiana. Nel 1915 l’attività viene trasferita nella sede definitiva in corso Industria, oggi via Annibale Vigna, in un immobile di proprietà delle Vetrerie e della Società Alleanza Cooperativa; sulla facciata compare la dicitura “Educatorio Infantile”, tuttora visibile. L’impegno di Lina Borgo diventa ancora più intenso. All’asilo si affianca un orfanotrofio e un doposcuola, supporto concreto per le madri chiamate in fabbrica a sostituire gli uomini sotto le armi in guerra. Nel 1917, dopo la ritirata di Caporetto, ai bambini astigiani si aggiungono profughi friulani e veneti. Con l’istituzione del nuovo Orfanotrofio maschile “Vittorio Alfieri”, anch’esso affidato a Lina Borgo, gli iscritti sono oltre 1200 e l’assistenza alle famiglie viene prolungata fino notte.

 

L’Educatorio infantile accoglie anche i profughi

 

La figlia Enrica ricorda: «Mia madre usciva dalla nostra casa di viale Felice Cavallotti alle otto del mattino e tornava a casa la sera non mai prima delle 22, per non dire anche talvolta a mezzanotte! Io per vederla andavo all’Educatorio, facendo talvolta delle code davanti alla sua sala di udienza per poterle parlare!». Nonostante la precarietà delle condizioni, con l’aiuto delle preziose e infaticabili collaboratrici, Lina Borgo riesce a far fronte a tutte le necessità, senza rinunciare al programma educativo. Non la ferma nemmeno l’epidemia di influenza spagnola.  Tra il 21 ottobre e il 4 novembre del 1918, quando il Prefetto ordina la chiusura delle scuole, l’Educatorio continua a funzionare senza interruzione. Lina scrive: «I malati, tutti debolissimi vanno rimettendosi. Tutti guariti. Domandano polenta e fagioli».

 

Il suo metodo educativo rielabora le teorie della Montessori

 

Attenta al pensiero didattico-pedagogico dell’epoca (segnato da figure come il torinese Ferrante Aporti  e lo svizzero Federico Froebel, ideatore dei “giardini dell’infanzia”), Lina Borgo giudica eccessivo l’impianto teorico-scientifico della coetanea Maria Montessori. Del metodo Montessori adotta il pallottoliere e la lavagnetta. Il resto lo reinventa con ciò che ha a disposizione: materiale povero e di recupero. Come testimonia il fondo documentale e fotografico conservato presso l’Archivio storico comunale, tutto per Lina è spazio educativo. Il pavimento è un grande foglio su cui i bimbi disegnano in libertà con i gessetti. Castagne, mele, monetine sono strumenti per “fare di calcolo”. Dai falegnami della città arrivano i legnetti che servono per realizzare modellini di edifici o ricostruire in piccolo gli spazi della città, come piazza Alfieri. Non esiste la cattedra e i banchetti, per lo più sistemati in semicerchio, cambiano spesso posizione per non costringere i bambini a posizioni rigide e statiche. Lina è convinta che la musica, la recitazione e il disegno libero siano gli strumenti eletti per educare i piccoli allievi al gusto del bello. Con tastiere a dimensione di bambini, gli allievi accompagnano le maestre al pianoforte. Per loro Lina compone finemente poesie, canti e testi teatrali. Il metodo didattico si alimenta con la pratica quotidiana e con la continua sperimentazione. I bambini, ad esempio, vengono aiutati all’uso corretto della parola e della lingua italiana attraverso semplici azioni stimolate da cartoncini colorati: 

 

Stringi fortemente la mano ad un bambino;

Stringi leggermente la mano ad un bambino;

Vai di corsa fuori dalla sala di lavoro;

Vai di passo fuori dalla sala di lavoro…

 

La preparazione all’ingresso nella scuola elementare utilizza piccoli quadernetti, dove la matita lascia spazio al pennino per comporre linee, e via via forme più complesse, numeri, musica. Il cortile-giardino dell’Educatorio, oasi verde confinante con i rumorosi forni della Vetreria e le sue imponenti ciminiere, permette ai bambini di manipolare la terra e di mettere a dimora piccoli semi che fioriranno nell’orto. All’ombra delle piante si fanno grandi girotondi e si osserva la natura. Nel 1921 Lina Borgo riceve la medaglia d’argento del Ministero della Pubblica Istruzione e l’anno successivo le viene affidata la direzione della neonata scuola professionale collegata all’Orfanotrofio.  È tale l’autorevolezza e la stima della Colta Signora in città che durante il Fascismo non si registrano sostanziali interferenze sul metodo educativo. Lina Borgo e il presidente dell’Asilo, Giovanni Penna, riescono a mantenersi autonomi dal pensiero mussoliniano, pur accettando le nuove disposizioni amministrative e le ritualità imposte dal regime. Giovanni Penna divenuto industriale di primo piano a livello nazionale sarà nominato anche senatore del Regno nel 1939 su proposta di Pietro Badoglio. Alla sua figura è dedicato l’Istituto agrario astigiano da lui fondato.    

 

Nel 1929 diventa direttrice  dell’asilo Onmi e collabora  con il pediatra Currado

 

Nel 1929 Lina Borgo ottiene la direzione dell’Asilo Nido aperto dall’Opera Nazionale maternità e infanzia nella palazzina di fronte all’Educatorio, con la consulenza medica del giovane pediatra Carlo Currado, pioniere della neonatologia e promotore dei primi consultori pediatrici in Piemonte.  Consumata dall’impegno umano e professionale, Lina muore nel gennaio del 1932, a 62 anni, dopo un intervento chirurgico allo stomaco. Sentendo prossima la fine, aveva scritto ai figli: «Voglio i funerali silenziosissimi e austeri. Non un fiore, non un discorso, nessunissima pompa. La croce di Cristo, le bandiere del nido, dell’Educatorio, dell’Orfanotrofio, della Croce Rossa, del Dopolavoro, del Ricreatorio V. Alfieri, della Vetreria, della Way Assauto, di Ercole: tutta la sostanza della mia vita. Da casa alla stazione vorrei essere portata dagli orfani di guerra. Desidero che tutti i figli residenti in Italia assistano alla mia deposizione nella tomba. Di là sentiranno la mia benedizione che non si disgiungerà mai dalla loro vita se non si vergogneranno mai di essere poveri, di essere onesti, di amare le grandi realtà della vita: Iddio, la famiglia, la patria, la Umanità. Io continuerò a lottare per esse e morrò in pace. La Mamma Lina Borgo Guenna».

 

Una pioniera dell’educazione che ha lasciato un segno

 

Nel giorno dei funerali, il 13 gennaio, le fabbriche riducono l’orario di lavoro per consentire ai lavoratori di partecipare al folto corteo, accompagnato da pubbliche testimonianze di stima per la madre amorosa e l’educatrice di superiore intelletto.  La figlia Renata Borgo, che aveva a lungo lavorato nell’Educatorio, prenderà il posto della madre alla direzione dell’Educatorio e dell’Orfanotrofio. La scuola dell’infanzia statale “Lina Borgo” (Istituto Comprensivo 1) occupa tuttora la storica sede, al civico 26 di via Annibale Vigna. Undici sono le insegnanti e 108 gli allievi divisi in 4 sezioni: verde, giallo rosso e blu. In occasione del centenario (2011) il corpo docente ha ideato un progetto che ha guidato i bambini in un viaggio a ritroso nel tempo, alla scoperta della “Maestra Lina” e del suo metodo educativo. Nel salone, nelle aule, nel corridoio sono riapparse le costruzioni con i legnetti, le lavagnette, i quadernetti. Le piastrelle esagonali del corridoio vetrato, conservato nella sua versione originale come gran parte dell’immobile, sono diventate nuovamente lavagna per gessetti. La gioia, la sorpresa e la soddisfazione dei bambini sono state raccolte dall’insegnante Marilena Galante nella tesi di laurea in Scienze Pedagogiche che ha dedicato alla figura di Lina Borgo. «Che strano vedere la fotografia di bambini che disegnano per terra. La mamma e le maestre ci han sempre detto che è vietato disegnare per terra! Poi un giorno le maestre ci han dato il permesso. Una spiegazione c’era…Ci hanno raccontato che, la maestra Lina aveva scoperto che i bambini più piccoli disegnavano meglio se avevano a disposizione uno spazio grande come il pavimento.». (Sofia, 5 anni) «La centralità del bambino; l’autonomia e competenza; l’esperienza attiva e semplice; il ruolo dell’educatore: i quattro elementi che hanno caratterizzato l’azione della Maestra Lina sono ancora oggi, e sicuramente lo saranno anche nel futuro, punti saldi sui quali poggia la pedagogia della scuola dell’infanzia», conclude l’insegnante Marilena Galante. Remo Fornaca, professore emerito di Pedagogia dell’Università di Torino scomparso nel 2015 scriveva di Lina Borgo: «Colpiscono le sue motivazioni, i legami con le famiglie, i bambini, gli operai della Vetreria e della Way Assauto, con l’infanzia abbandonata, “derelitta”, con gli orfani, la messa a punto di interventi e metodi realistici (ma attenti al ruolo della scrittura, della narrazione, del teatro, della musica) per dare voce a tutti, dignità, libertà, competenze; colpisce altrettanto la sua capacità di confrontarsi e di proporre linee guida agli amministratori locali (il Sindaco Annibale Vigna), agli industriali, agli imprenditori (Giovanni Penna), cercando sempre di evitare (tramite un’educazione fondata sulla libertà di insegnamento e di pensiero, sulla non violenza, sulla pace) la strumentalizzazione pietistica ed assistenziale. La formazione di un’infanzia e di un’adolescenza sane, serene, impegnate, responsabili, attive, competenti, autonome, collaboranti stava al sommo delle sue preoccupazioni»Nell’attesa che il metodo didattico di Lina Borgo venga ufficialmente riconosciuto, le maestre della Lina Borgo non mancano di testimoniare il valore e l’attualità di quell’esperienza. Nel mese di aprile l’Asilo ha organizzato una giornata di studio sulla fondatrice, con l’intervento di illustri pedagogisti, docenti universitari, ex insegnanti.  L’evento è stato realizzato con il sostegno dell’avvocato milanese Guido Carlo Alleva e della figlia Giulia, titolari di Tenuta Santa Caterina a Grazzano Badoglio. Giulia ha dedicato alla trisnonna la Barbera d’Asti “Vignalina”, ottenuta da uve selezionate; parte del ricavato della vendita sarà devoluto a iniziative didattiche per la scuola dell’infanzia. Nel 2019 si festeggerà il 150° compleanno di Lina. La Scuola dell’infanzia sta valutando la possibilità di rimettere in scena al Teatro Alfieri il “Ramo d’Olivo”, Asti potrebbe cogliere l’occasione per riscoprire e valorizzare la Colta Signora, che si concedeva un solo vezzo, vestire camiciette linde, ornate di piccoli ricami.  

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