martedì 23 Luglio, 2024
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1938

Leggi razziali tra odio, indifferenza e solidarietà

Ottant'anni fa anche nell'astigiano le norme antisemite
Gli episodi di razzismo che tornano a verificarsi nella nostra società rendono di estrema attualità il ricordo delle leggi razziali emanate dal fascismo nell’autunno del 1938. Come visse la piccola comunità ebraica astigiana quei provvedimenti restrittivi e come reagì il resto della popolazione? Lo studio dei giornali dell’epoca dimostra che, contro gli israeliti, ci furono penne intinte nell’odio e nel disprezzo. Molti si rifugiarono nell’indifferenza, tanti invece non accettarono quelle norme infami e furono concretamente vicini agli ebrei astigiani. Con lo scoppio della guerra e dopo l’8 settembre 1943, la situazione precipitò. La repubblica sociale, a imitazione del nazismo, arrestò e fece deportare gli ebrei. Ci sono storie di eroismo e di crudele opportunismo. Tra tutte, quella del prefetto di Asti Renato Celio che chiese e ottenne una taglia dalla comunità ebraica in cambio della promessa libertà. Finì, come a Roma, con le deportazioni e lo sterminio.

Nelle sinagoghe di Asti, Fossano e Moncalvo si pregava con il rito Appam

 

Autunno 1938. Come accolse Asti le leggi razziali varate ottant’anni fa dal regime fascista contro gli ebrei? La comunità ebraica astigiana, composta all’epoca da circa un centinaio di persone (in passato era stata assai più numerosa), era non solo perfettamente integrata con il resto della popolazione, ma aveva dato un contributo rilevantissimo alla causa risorgimentale e allo sviluppo economico e culturale del territorio. Basti ricordare i nomi di Isacco Artom, Leonetto Ottolenghi, Alessandro Artom.

Il primo fu il più stretto collaboratore di Cavour e ricoprì successivamente i ruoli di ministro plenipotenziario, segretario generale del Ministero degli Esteri, senatore del Regno; il secondo, banchiere e mecenate, fece realizzare a proprie spese molte opere pubbliche, tra le quali piazza Roma e piazza Fratelli Cairoli (con i relativi monumenti), e allestì a Palazzo Alfieri, da lui appositamente acquistato, il primo museo cittadino; il terzo, scienziato allievo di Galileo Ferraris, inventò il radiogognometro e donò l’invenzione all’Italia, contribuendo così ai successi della marina militare nella prima guerra mondiale.

Al banchiere Zaccaria Ottolenghi, padre di Leonetto, si deve invece la nascita del nuovo Teatro Alfieri nel 1860.

Insomma tra gli astigiani di fede ebraica e gli astigiani di religione cristiana non si avvertivano differenze sostanziali, se non limitate ai rispettivi culti. Era rimasta memoria del vecchio ghetto, abolito dallo Statuto Albertino del 1848, e gli ebrei osservanti frequentavano la sinagoga di via Ottolenghi, già contrada di San Bernardino, ristrutturata nel 1889 su progetto dell’architetto Carlo Benzi. Vi si pregava seguendo l’antico rito “Appam”, dalle iniziali delle comunità di Asti, Fossano (in ebraico la f si indica con la p) e Moncalvo, dove c’era una piccola sinagoga che si apriva sulla piazza principale.

 

Al giornale “La Provincia” il compito di diffondere il disprezzo contro gli ebrei

 

Alcuni ritagli degli articoli antisemiti pubblicati sulla Provincia di Asti, il giornale della federazione fascista che aveva inglobato il liberale “Il cittadino”

 

Il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio firmò il manifesto per la difesa della razza

 

Dalla seconda metà degli Anni Trenta il regime aveva tuttavia affidato agli organi di informazione nazionali e locali, tutti ormai allineati alle direttive della propaganda fascista, il compito di seminare avversione nei confronti degli ebrei, enfatizzandone le diversità rispetto al resto della popolazione ed evidenziandone le caratteristiche in termini dispregiativi. In crescente sintonia con la Germania nazista, l’Italia fascista trovava utile scaricare su soggetti terzi – la comunità ebraica in questo caso – le colpe di tutto ciò che non filava per il verso giusto.

Il manifesto della razza sottoscritto anche da Pietro Badoglio

 

Bisognava preparare il terreno alle persecuzioni. Gli ebrei dovevano essere additati come i propugnatori/responsabili di tutto ciò che il fascismo avversava, dall’internazionalismo al multiculturalismo, dal capitalismo alla massoneria, dalle democrazie occidentali al bolscevismo sovietico.

La Provincia di Asti, il diffuso settimanale locale che nel 1935 aveva abbandonato l’originaria testata Il Cittadino per celebrare la nascita della nuova provincia, non si sottrasse a tale compito, dopo che nell’estate del 1938 era stato diffuso il Manifesto sulla purezza della Razza, reso pubblico il 14 luglio di quell’anno e sottoscritto anche dal più illustre astigiano dell’epoca, il generale e Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, legatosi a filo doppio al fascismo dopo i fasti della conquista di Addis Abeba.

Il primo articolo antiebraico apparve sulla prima pagina della Provincia il 10 agosto 1938. Si intitolava Demografia e razzismo ed era firmato “i.t.”, sigla riferibile al direttore Termistocle Jacobbi, un ex socialista convertitosi al fascismo sulla scia di Mussolini, già in stretti rapporti con intellettuali progressisti del calibro di Edmondo De Amicis e Ada Negri.

L’articolo inizia con un distinguo non troppo convincente: «Io non ce l’ho con gli ebrei. E specialmente non ce l’ho con gli italiani ebrei». Poi così prosegue: «Ce l’ho invece con l’ebraismo. L’ebraismo è fenomeno internazionale, meglio: l’internazionalismo ebraico che inquina altre razze e scompagina – o tenta di scompaginare – unità etniche nazionali: ecco il nemico».

Dopo una lunga dissertazione tesa a distinguere tra ebrei buoni (quelli aderenti al fascismo) ed ebrei cattivi (gli altri) e dopo avere fatto professione di fede cattolica e di apertura verso gli israeliti («Io ho molti amici ebrei»), l’articolista si abbandona a pesanti invettive, attingendo ai più triti luoghi comuni. Eccone alcuni passaggi: «L’ebreo internazionale guadagna sempre: la guerra in una Nazione è pace per l’altra, e l’ebreo con la sua organizzazione economica internazionale guadagna, specula contemporaneamente sul disastro di una Nazione e sulla prosperità dell’altra […].

L’ebraismo più che essere religione è congrega di interessi. Cristo cacciò dal Tempio i sacerdoti ebrei, a Gerusalemme, e questi si sono sparsi nel mondo portando le fila degli interessi che essi ordivano nel Tempio».

Il finale non è proprio da amico degli ebrei, quali i.t. si era professato: «Gli ebrei da 44.000 (in Italia, n.d.r.) debbono scendere a quantità trascurabile. Quando si muterà il vezzo che l’ebreo è ricco, che l’ebreo è intelligente, che l’ebreo è ai primi posti nella cultura, nella banca e così via, gli ebrei scemeranno, state tranquilli che scemeranno!».

Due settimane dopo, nell’edizione di mercoledì 24 agosto 1938, sotto la notizia della visita del Federale fascista alla colonia astigiana di Andora, ecco un altro corsivo al vetriolo, questa volta non firmato.

Con il titolo Gli ebrei l’anonimo articolista scrive: «Il problema non è nuovo per il Fascismo. Solamente è nuovo il modo di porlo. Per noi non è stato solamente problema di difesa dagli israeliti in quanto razzisti della più pura marca […]. Il problema per noi è di integrità della razza italiana che non desidera inquinamenti remoti o prossimi […]. Cominciamo dagli stranieri: agli ebrei che hanno valicato le Alpi sia dato il bando dalla vita professionale, economica, artistica ecc. Agli ebrei italiani di nascita e di sentimenti sia consentita la vita nel nostro Paese nei rapporti in cui il loro numero sta a quello della popolazione». Quindi l’articolista prende in considerazione il caso astigiano: «Ad Asti il censimento vecchio ci dà da 105 a 115 ebrei: un po’ meno del 3 per mille. Un buon rapporto da tenere presente».

Come dire: se gli ebrei ad Asti sono il 3 per mille della popolazione, anche nelle singole attività (pubblici dipendenti, professionisti, imprenditori ecc.) non devono superare tale percentuale. Da notare inoltre come l’autore, per rendere più efficace la predicazione razzista, accusi proprio di razzismo i suoi avversari. Come dire: c’è un razzismo buono, il nostro, e uno cattivo, il loro.

Il 7 settembre, dopo i primi provvedimenti sulla razza adottati dal Consiglio dei Ministri, che vietavano ai docenti ebrei di insegnare nelle scuole pubbliche e agli studenti ebrei di frequentarle, il giornale torna alla carica con un articolo in prima pagina firmato da “i.t.”. Si intitola Razza italiana.

Il direttore parte dall’Unità d’Italia, ne esalta il valore, non cita ovviamente il contributo a essa dato da moltissimi ebrei, quindi arriva al dunque: «Fondato l’Impero, il problema della Razza si è imposto […].

L’ebraismo internazionalista, che acuisce la lotta di classe per farsene ragione di polarizzazione della ricchezza, non poteva più avere ospitalità nell’Italia rinnovata dal Fascismo e basata sulla collaborazione di classe. Lo spirito di realizzazione totalitario, creatore di una Era Nuova, valorizzatrice della produzione spirituale della Religione di Cristo, non poteva tardare a sradicare tutte le male erbe dal nostro grande campo d’azione. Fra queste male erbe, la più velenosa forse, quella dell’israelismo».

Manifesti antisemiti diffusi in quegli anni

 

La rivista “La difesa della razza” edita per dare una “sponda scientifica” alle teorie razziste

 

Qui il linguaggio è sottilmente ambiguo perché nel riferimento alla “lotta di classe” e alla “polarizzazione della ricchezza” c’è la volontà di condannare l’ebraismo sia quale sponsor del comunismo sovietico, sia quale sostenitore delle democrazie liberali, quale fautore, cioè, di due sistemi tra loro opposti e inconciliabili. Nel richiamo alla “Religione di Cristo” c’è inoltre l’evidente volontà del fascismo, nato su posizioni anticlericali, di assecondare la fede della stragrande maggioranza degli italiani e di blandire le gerarchie cattoliche il cui supporto era ritenuto essenziale e strategico, dopo la firma di Mussolini dei Patti Lateranensi del 1929 con il Vaticano. L’edizione del 12 ottobre 1938 de La Provincia di Asti titola a tutta pagina Le decisioni del Gran Consiglio e ne riferisce dettagliatamente con il sottotitolo Difesa della razza.

Spicca innanzitutto il divieto per gli ebrei stranieri di entrare in Italia, con conseguente espulsione per chi l’avesse violato.

Per gli ebrei italiani invece – fa sapere il giornale – «nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti degli ebrei – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i quali appartengano a: 1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola; 2) famiglie dei volontari nelle medesime guerre; 3) famiglie di combattenti nelle medesime guerre; 4) famiglie di Caduti per la Causa Fascista; 5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa Fascista; 6) famiglie di fascisti iscritti al partito negli anni ’19-’20-’21-’22 e nel secondo semestre del ’24 e famiglie di legionari fiumani; 7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione».

Nell’Astigiano gli ebrei erano il 3 per mille della popolazione

Può apparire curioso il riferimento, quali benemeriti, ai fascisti iscrittisi al partito nel “secondo semestre del ’24”, con l’esclusione di quelli iscrittisi nel 1923 o nel primo semestre del 1924; la spiegazione sta nel fatto che il 10 giugno 1924 avvenne l’assassinio di Giacomo Matteotti, il deputato socialista che in Parlamento aveva accusato Mussolini di brogli elettorali e di corruzione; il Duce fu accusato dalla stampa antifascista (che di lì a poco sarebbe stata definitivamente zittita) di esserne il mandante e rischiò di doversi dimettere; chi si era iscritto al partito fascista proprio in quel periodo, il secondo semestre del 1924 appunto, aveva pertanto dato dimostrazione di assoluta fedeltà al regime in un momento di crisi.

Per gli ebrei non rientranti nelle indicate categorie di “benemeriti” il destino – come evidenziato dal giornale astigiano – era segnato: non potevano più essere proprietari o dirigenti di aziende con oltre 100 dipendenti, non potevano più possedere oltre 50 ettari di terreno, non potevano più essere nei ruoli delle forze armate e prestare servizio militare, non potevano più iscriversi al partito fascista (divieto quest’ultimo che può sembrare ironico, ma è bene ricordare che senza iscrizione al Pnf erano interdette quasi tutte le attività, a iniziare da quelle nella con la pubblica amministrazione).

Gazzetta d’Asti, giornale della Curia

 


Il vescovo Monsignor Umberto Rossi che non sostenne la campagna antigiudaica

La Gazzetta d’Asti esalta il Regime ma non pubblica articoli antisemiti

Proprio in quei giorni aveva assunto il ruolo di vicedirettore de La Provincia di Asti un giovane intellettuale emiliano, allora ventisettenne, che in seguito avrebbe fatto parlare di sé: Fidia Gambetti. Poeta e giornalista, appartenente all’ala più “movimentista” del fascismo, fu mandato ad Asti dal Partito per meglio fascistizzare il principale giornale locale dopo aver dato buona prova di sé quale giornalista e animatore dei Gruppi Universitari Fascisti a Forlì (la provincia di nascita di Mussolini), Ravenna, Rimini e Brescia.

Caduto prigioniero dei russi nel 1942, Gambetti tornerà dall’Urss da convinto comunista e nell’Italia repubblicana sarà uno dei più brillanti intellettuali del Pci, di cui interpreterà l’anima più leninista.

Con l’arrivo di Gambetti il foglio astigiano inizia ad affiancare agli articoli per la difesa della razza frequenti corsivi in odio alla borghesia e ai suoi costumi. Nel primo di questi, La camicia nera e il frack, apparso il 9 novembre 1938, si legge: «La divisa (fascista, n.d.r.) dà fastidio ai borghesi, vale a dire a coloro che hanno una incorreggibile mentalità borghese e quindi incorreggibili abitudini borghesi». Dopo avere precisato che la divisa fascista, pur essendo una sola, poteva subire marginali variazioni così da poter essere indossata «sempre, in ogni momento della vita del fascista», l’articolista (che non si firma, ma è sicuramente Gambetti) soavemente conclude: «Coloro che vorrebbero spolverare il frack e il tight, possono tenerli tranquillamente in guardaroba, o, meglio, venderli a qualche giudeo trafficante in abiti usati». Come dire: il borghese e l’ebreo sono entrambi “trafficanti” della peggior specie ma il secondo, pur di fare soldi, è disposto a fare commerci a cui il primo non si abbasserebbe.

Con l’arrivo di Fidia Gambetti la prima pagina della Provincia smette di riportare notizie locali, relegate all’interno, e diventa solo grancassa propagandista del regime. L’attacco agli ebrei diventa più “scientifico”, quasi sempre fondato sull’analisi – in chiave diffamatoria – di testi e pensatori ebraici, e l’attacco alla borghesia e alle sue abitudini contestuale.

Così sulla prima pagina dell’edizione del 30 novembre 1938, accanto all’articolo (non firmato) Conoscere l’ebreo, finalizzato a mettere in risalto come gli israeliti abbiano «l’ambizione titanica di asservire il mondo al proprio dominio», compare un corsivo a firma del direttore dal titolo Scorie sociali che esordisce con queste parole: «Il giornale Il Tevere di Roma lamenta certo pietismo borghese verso i giudei che non hanno terra che li ospiti […]. Gente, questa, che discende da Giuda, che ha sempre vissuto bene tradendo tutto e tutti».

E l’edizione successiva dedica l’articolo di fondo, dall’eloquente titolo Antiborghese, a velenosi attacchi alla borghesia e agli ebrei racchiusi in un florilegio di aforismi come questo: «Borghese è chi non sa abituarsi al voi e non comprende il passo romano, la divisa dei funzionari dello Stato, la decisa differenziazione dell’ebreo dall’ariano».

Sempre più spesso inoltre i “nemici” vengono indicati non solo negli ebrei e nei borghesi, ma anche negli Stati Uniti, nella Francia e nella Gran Bretagna, nazioni accusate di essere terra di elezione delle “decadenti democrazie liberal-giudaico- massoniche”, contrapposte alla giovane e vigorosa “rivoluzione fascista”. Il fatto che in quelle tre nazioni la stragrande maggioranza della popolazione fosse – come in Italia – di tradizione e di religione cristiana veniva ovviamente tralasciato; la guerra era alle porte e quei Paesi, prevedibili nemici di domani, andavano descritti ed esposti al pubblico disprezzo come covo dei “mercanti” ebrei e dei “rammolliti” borghesi.

Va evidenziato come l’altra testata locale allora – e tuttora – esistente, La Gazzetta d’Asti, edita dalla Curia e diffusa prevalentemente attraverso la rete parrocchiale, pur fascistizzata anch’essa e impegnata ad esaltare le gesta del regime, non abbia ospitato, a differenza della Provincia, scritti antiebraici. La diretta dipendenza della testata dalle gerarchie cattoliche le garantiva un minimo di autonomia, sia pure all’interno di una logica propagandistica che le fece titolare a tutta pagina, in occasione della visita di Mussolini ad Asti nel maggio del 1939, «Asti à accolto e acclamato il Duce in un immenso tripudio di vessilli, di canti e di cuori».

L’atteggiamento di non ostilità nei confronti degli ebrei è sicuramente da ascriversi a merito dell’allora vescovo di Asti mons. Umberto Rossi, il quale decise di non assecondare la campagna antigiudaica pur vista di buon occhio da ampia parte del mondo cattolico; basti dire che tra i firmatari del “Manifesto sulla purezza della Razza” figuravano anche Amintore Fanfani, futuro leader DC e presidente del Consiglio nell’Italia repubblicana, padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica di Milano, don Romolo Murri, ispiratore del cristianesimo sociale in Italia, Giovanni Papini, lo scrittore e filosofo convertitosi negli Anni Venti al cattolicesimo tradizionalista e divenuto successivamente terziario francescano.

Enrica Jona è stata per tutta la vita testimone del dramma delle deportazioni. Qui al termine di un incontro in una scuola astigiana negli Anni Novanta

 

Enrica Jona perde il lavoro di insegnante Donato non diventa avvocato

Come fu l’impatto delle leggi razziali sui circa cento astigiani di origine ebraica? Oggettivamente terribile. 

In molti si ritrovarono disoccupati, per avere perso il lavoro nella pubblica amministrazione, o comunque in gravi difficoltà economiche, perché era diventato sconveniente ricorrere a un professionista o a un commerciante ebreo, anche se le loro attività ancora non erano state vietate (lo saranno dopo lo scoppio della guerra).

Gli studenti ebrei dovettero rinunciare alle scuole pubbliche, potendo iscriversi solo più a quelle private, salvo che dovessero soltanto terminare i corsi già iniziati.

Paradigmatico il caso della famiglia di Leopoldo e Olga Jona che abitava ad Asti in un bell’alloggio di piazza Medici, nel palazzo ottocentesco all’angolo con via Massimo D’Azeglio; era composta da padre, madre e cinque figli (in ordine di nascita Enrica, Elda, Donato, Lino e Laura).

Al padre, già imprenditore, gli affari erano andati male e ora faceva il rappresentante, ma i guadagni erano modesti. Per fortuna la prima figlia, Enrica, aveva da poco trovato lavoro come insegnante al ginnasio statale “Alfieri” e il terzo figlio, Donato, stava per diventare procuratore legale.

La speranza di una situazione economica più florida tuttavia durò poco: con le nuove norme Enrica perde il lavoro ed è costretta a trasferirsi a Venezia per insegnare alla scuola ebraica; Elda, che sperava di diventare anch’essa insegnante nella scuola pubblica, deve rassegnarsi a restare disoccupata; Donato vede svanire il suo futuro da avvocato e i due figli minori, ancora studenti, temono di non poter finire l’università. Ce la faranno a laurearsi, ma senza più prospettive. Lino, dotato di una straordinaria intelligenza e votato alla causa sionista, morirà ventiquattrenne nel 1942, fiaccato nel morale e nella salute, dopo essersi prodigato per assistere internati ebrei provenienti da varie province italiane e dalla Croazia.

Iniziavano sette anni di autentico calvario che sarebbero culminati con la deportazione ad Auschwitz dei due genitori e di Enrica. Olga e Leopoldo Jona, cui Asti ha dedicato l’omonima scuola media, non faranno più ritorno, mentre Enrica riuscirà, dopo inumane sofferenze, a sopravvivere al campo di sterminio. Rientrata ad Asti sarà tra i primi sopravvissuti alla Shoah ad avere il coraggio di raccontare quell’inferno; lo farà fin dall’autunno del 1945 sulle pagine del risorto Cittadino, tornato nel dopoguerra al suo storico orientamento liberale.

I cinque figli di Leopoldo Jona: Enrica, Elda, Donato, Lino e Laura

 

Quei giorni del 1938 sono stati descritti da Lino Jona nella lettera a un ex compagno di Università con queste parole: «Ora ti dirò ancora, per ben comprendere quanto dolorosa sia la nuova situazione in cui è stata gettata la mia famiglia, che il prossimo era il primo anno […] che si presentasse finalmente sereno e tranquillo per noi, dopo una dozzina di altri incredibilmente burrascosi. Da un paio di mesi siamo scesi dal terzo al primo piano della stessa casa, in un alloggio più comodo e confortevole: pensavamo che valesse ben la pena di scendere una scala per salirne un’altra, invece anche da quest’ultima ci hanno fatto ruzzolare» (da Una voce inascoltata- Lino Jona tra sionismo e leggi razziali, di Rosanna Odone Ceragioli, Ed. Franco Angeli).

Sempre Lino Jona, nella medesima lettera all’amico, ci informa anche dell’atteggiamento degli astigiani nei confronti dei concittadini ebrei così duramente colpiti: «Dal giorno in cui sono stati pubblicati i decreti antisemiti, moltissime sono state le persone amiche o anche semplicemente conoscenti che, a voce o per lettera, hanno espresso ai miei famigliari e a me la loro viva simpatia nei nostri riguardi e il vivo dolore risentito per la calamità toccataci…» (Rosanna Odone Ceragioli, op. cit.).

Dunque molti astigiani seppero superare il comodo muro dell’indifferenza nei confronti delle persecuzioni, anche se non tutti ebbero il coraggio della solidarietà e non mancarono episodi di viltà o di autentico sciacallaggio. Ci fu chi si propose alle autorità per rimpiazzare gli ebrei espulsi dalle pubbliche amministrazioni e chi comprò a prezzi stracciati le loro proprietà.

Ma furono anche in molti a disubbidire a quelle leggi infami. Quando, scoppiata la guerra, prese corpo la “soluzione finale” voluta da Hitler e assecondata dal regime, furono numerosi gli astigiani che non esitarono a rischiare la vita per salvare ebrei.

Molti tra loro sono stati successivamente dichiarati dallo Stato di Israele “Giusti tra le Nazioni”, il più alto riconoscimento dello Stato ebraico destinato a chi abbia salvato ebrei dalle persecuzioni nazifasciste.

Sopra e sotto: Elio Arleri, farmacista astigiano, che ha ottenuto dallo Stato di Israele il titolo di “Giusto tra le nazioni”, per aver salvato ebrei dalle persecuzioni nazifasciste

 

 

Furono in molti a superare il muro dell’indifferenza. “I Giusti tra le nazioni”

È il caso di Elio Arleri, il farmacista astigiano che con padre e madre nascose per oltre un anno nella propria casa di via XX Settembre una coppia di ebrei di Zagabria; ma anche delle famiglie Ambrostolo Brandone di Cessole e della famiglia Caglio di Calosso, che diedero ospitalità alle famiglie Luzzati e Tedeschi di Genova, rifugiatesi tra Langhe e Monferrato; di Gino Gilardi di Castelnuovo Don Bosco e dell’intera sua famiglia, i quali salvarono dalla deportazione la famiglia Segre di Torino (padre, madre e figlio); dell’intero Comune di Piea, insignito collettivamente del riconoscimento nell’anno 2007 per il contributo che svariati suoi cittadini (don Ambrogio Isidoro, Giuseppe e Laurina De Giorgis, Felicino e Irma Pescarmona, Toni Corio, Giuseppina Ferrante, Luigia e Attilio Castelli) diedero tra il 1943 e il 1945 al salvataggio della famiglia De Leon di Torino e di altre decine di ebrei in fuga dall’odio razziale; di don Martino Michelone, il parroco di Morasengo che tra il ’43 e il ’45 diede ospitalità alla famiglia Segre di Casale Monferrato e per meglio nasconderne le origini portava con sé il loro figlio, vestito da chierichetto, a benedire le case.

Anche Rita Levi Montalcini è stata perseguitata dalle leggi razziali. Si rifugiò ad Asti nel 1942 e fuggì poi in America, dove ha ottenuto il Nobel per la Medicina

 

All’attenzione dell’apposita commissione che assegna il riconoscimento e ha sede a Gerusalemme presso lo Yad Vashem, l’Istituto per la Memoria della Shoah, è stato recentemente segnalato anche il nome di Aldo Pronzato, l’imprenditore astigiano che nel 1938 assunse nella sua ditta (la Ucic di Valmanera) Donato Jona, cui era ormai preclusa la professione forense, e nel 1944 salvò rocambolescamente dalla cattura da parte della polizia fascista Sara Treves, storica e apprezzatissima insegnante di lettere al liceo classico “Alfieri”; ed è stata pure segnalata la famiglia Rossi di Moncalvo, che tra il 1944 e il 1945 nascose e protesse nella propria casa Elda e Laura Jona, scappate a piedi da Asti dopo la cattura e la deportazione ad Auschwitz dei genitori e della sorella Enrica.

Nel dopoguerra fece scalpore il processo Villata: una storia di gioielli sottratti

Non mancarono, come si è detto, atti di vigliaccheria o di autentico sciacallaggio. Tra questi il più noto è sicuramente quello che vide per protagonista un’agiatissima famiglia astigiana, i Villata, proprietari all’epoca dell’omonima clinica, poi divenuta Casa di cura San Giuseppe, all’angolo tra via Morelli e via al Castello. Ai Villata si era rivolto l’avvocato Remo Jona, torinese di origine astigiana, al suo ritorno dalla prigionia ad Auschwitz, dove aveva perso l’intera famiglia (madre, moglie e i due figli piccoli). Una cugina gli aveva riferito che la madre, Emilia Segre vedova Jona, la quale abitava ad Asti in Piazza Dante, prima di essere deportata aveva affidato i suoi numerosi preziosissimi gioielli ai Villata. Questi ultimi (il chirurgo dott. Andrea, la moglie Emerenziana Nosengo e la figlia Ines) negarono dicendo di avere ricevuto solo un paio di pellicce, una cassa di libri, e un baule di vestiti, che consegnarono all’avvocato.  

Remo Jona – confortato dalle rivelazioni della cugina – sporse denuncia; i tre Villata furono fermati e la figlia, interrogata dalla polizia, ammise l’esistenza in casa loro dei costosissimi gioielli della signora Segre, valutati svariati milioni di lire (pari oggi a qualche milione di euro); la polizia quindi li ritrovò e li consegnò al legittimo proprietario. I tre Villata vennero arrestati, processati e condannati dal Tribunale di Asti e pene severe: 5 anni e 6 mesi la madre, 4 anni ciascuno il padre e la figlia; pene successivamente ridotte in appello. Un altro processo emblematico fu quello a carico di Renato Celio, il prefetto di origine alessandrina nominato capo della Provincia di Asti nell’ottobre 1943, protagonista di un odioso ricatto ai danni della comunità israelitica.

Storie indecenti all’interno di un’immane tragedia che vide soltanto tre ebrei astigiani, dei trenta che finirono nei lager, sopravvivere alla Shoah.

Oggi Asti non ha più alcun cittadino ebreo, anche se vi vivono diversi discendenti, non più ebrei, di famiglie già appartenute alla comunità ebraica. La sinagoga, non più utilizzata per funzioni religiose, è visitabile su richiesta insieme all’annesso Museo Ebraico. E va inoltre ricordato che nel 1987 il Comune di Asti ha conferito la cittadinanza onoraria a Rita Levi Montalcini che nel 1942, a causa delle leggi razziali, da Torino si rifugiò con la famiglia proprio ad Asti in una cascina di Valle San Pietro e lì proseguì gli esperimenti sugli embrioni delle uova di gallina che la portarono al premio Nobel per la Medicina nel 1986 (Vedi Astigiani,3, marzo 2013). Rita Levi Montalcini ha rievocato in più occasioni il suo periodo astigiano e le estati passate da ragazzina nella casa dello zio Emanuele, che era stato sindaco di Ferrere.

 

IL PREFETTO CHE INGANNÒ GLI EBREI

NEL 1943 RENATO CELIO PRETESE UNA TAGLIA DALLA COMUNITÀ ISRAELITA ASTIGIANA

La richiesta iniziale è di un milione di lire. Si accontenterà di 220 mila


di Francesco Migliore

 

Anche la comunità ebraica astigiana ha vissuto sulla sua pelle il ricatto dell’oro e del denaro in cambio della promessa di salvare i suoi componenti dalle deportazioni naziste.

La storiografica nazionale ricorda la data del 26 settembre 1943 quando Ugo Foà, presidente della comunità israelitica di Roma e Dante Almasi, presidente delle comunità israelitiche italiane, furono convocati nell’ufficio del tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, comandante della Gestapo, la polizia tedesca di Roma.

Ai due capi israeliti fu richiesta una considerevole somma di oro in cambio della possibilità di salvezza per la comunità ebraica romana. Kappler fu categorico: “Non abbiamo bisogno delle vostre vite, né di quelle dei vostri figli, abbiamo bisogno del vostro oro. Entro trentasei ore voi dovete versare cinquanta chilogrammi di oro altrimenti duecento ebrei saranno presi e deportati in Germania”. L’oro che doveva salvare gli ebrei romani venne raccolto e ci fu anche una disponibilità del Vaticano ad intervenire, ma si sa come andò a finire. Il 16 ottobre scattò il rastrellamento del ghetto di Roma su ordine di Berlino e 1023 ebrei furono mandati al campo di sterminio di Auschwitz. Tornarono solo in sedici.

Anche ad Asti in quel periodo, si verificò una situazione analoga.

Come risulta dalle ricerche condotte e pubblicate dall’Istituto per la Storia della Resistenza e nella Società Contemporanea in Provincia di Asti, questa volta non è un gelido ufficiale nazista a proporre il ricatto, ma un prefetto in carica della Repubblica sociale italiana: Renato Celio.

La foto di Renato Celio scattata al momento dell’arresto nel 1945

 

Era un funzionario piemontese, grigio e ambizioso, nato a Borghetto Borbera, in provincia di Alessandria nel 1904.

Fascista per fede e opportunismo, era cresciuto nell’ambito sindacale delle corporazioni a Milano e divenuto anche deputato della Camera dei Fasci nella Legislatura XXX del Regno in carica dal marzo 1939 all’agosto 1943.

Fedelissimo del ministro dell’Interno Buffarini Guidi, aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana e venne inviato come prefetto di prima nomina e capo delle Provincia ad Asti dal 1° ottobre 1943. Vi resterà fino al giugno 1944.

Pochi giorni dopo l’insediamento, il 4 ottobre, nei locali della Prefettura che aveva sede a Palazzo Ottolenghi, in corso Alfieri, Celio convocò il capo della comunità israelitica astigiana, Alessandro Segre. Il motivo è simile alla proposta ricatto di Kappler a Roma. Ma la comunità astigiana e più piccola, poco meno di cento componenti e il prefetto si accontenta.

Ecco chi pagò il riscatto mai restituito

Celio spaventa Segre e gli comunica che il comando tedesco pretende un milione di lire, una cifra che rapportata al valore d’acquisto di oggi è pari a circa mezzo milione di euro, ma vanno considerati il particolare periodo storico e le ristrettezze dell’economia di guerra.

Per quella somma Celio garantisce, a nome dei tedeschi, libertà per tutti gli ebrei astigiani che devono però raccogliere il denaro entro tre giorni.

L’interno della Sinagoga di Asti, dove fu raccolto il denaro del riscatto

 

La ricostruzione dettagliata dell’episodio è giunta a noi grazie all’avv. Riccardo Momigliano, responsabile della sezione di Asti della Comunità ebraica di Alessandria, che fu chiamato a testimoniare al processo contro Celio celebrato nell’estate 1947. Informato da Segre della richiesta di denaro, Momigliano, si rivolge al Questore di Asti, Bonnet, che dichiara di essere informato dei fatti e invita gli ebrei a “accontentare quei delinquenti – i tedeschi – perché capacissimi di qualunque azione”. È probabile che siano state consultate invano anche altre autorità.

Isolati dalle istituzioni e con una vera propria taglia sulla testa delle propria comunità, Segre e Momigliano, decidono di consegnare una parte del denaro richiesto e avviano una trattativa, direttamente con Celio, senza il coinvolgimento diretto del comando tedesco.

La somma del riscatto viene ridotta inizialmente dal milione alle 500 mila lire e infine a trecentomila.

Sono momenti febbrili. La guerra incombe, ci sono i bombardamenti. Agli ebrei arrivano le notizie di deportazioni da altre comunità israelitiche. Chi può fugge, gli altri sperano con il denaro di fermare la macchina repressiva.

Nell’arco di ventiquattro ore vengono raccolte 190 mila lire, grazie all’aiuto di Vittorio Segre, Camillo Luzzati e Riccardo Segre, con l’aggiunta di trentamila lire il giorno successivo per un totale di 220 mila lire.

La lista dei “contribuenti” forzosi è incompleta perché la nota originale è stata sequestrata nel periodo delle requisizioni dei beni degli ebrei, con i mobili della casa di Riccardo Momigliano. I nomi a noi pervenuti sono quelli di: Maria Artom, Aurelio e Camillo De Benedetti, Israel De Benedetti, Camillo Foa, Oreste Foa, Guido Levi, Camillo Luzzati, i fratelli Luzzati fu Aroldo, i fratelli Montalcini fu Tobia, Eugenio Montalcini, Mario e Aldo Momigliano, Riccardo Momigliano, Rosa Sacerdote, Vittorio Sgre, Sara Treves.

La Prefettura di Asti aveva sede nel Palazzo Ottolenghi

La somma in contanti fu consegnata in prefettura e registrata come beneficienza

Il prefetto Celio insiste per avere il totale di 300 mila lire, ma intanto incassa: la somma raccolta viene consegnata al ragioniere capo della Prefettura Vincenzo Cannata e registrata come “offerta degli ebrei di Asti per beneficenza”. Tragica e grottesca ironia involontaria della burocrazia.

Di quel denaro si sono perse le tracce. Sarà finito nelle casse pubbliche o nelle tasche di Celio e dei suoi zelanti complici? Il prefetto ha sempre negato ogni interesse personale, celandosi dietro “la formazione di fondi a cui attinse per beneficiare le persone meno abbienti e più bisognose”.

La comunità ebraica astigiana, già profondamente turbata, forse crede di aver scampato il pericolo, ma dopo poche settimane, il primo dicembre 1943 scattano gli arresti dei primi 18 ebrei astigiani in seguito all’ordine di polizia, diramato dall’agenzia Stefani e destinato a tutte le prefetture il 30 novembre. Il giornale della Curia “La Gazzetta d’Asti” riferisce del provvedimento il 10 dicembre sottolineando, nel titolo, solo l’aspetto materiale del sequestro dei beni e non quello persecutorio.

È importante una precisazione per far comprendere il potere di Celio e la situazione nella Provincia di Asti: il territorio astigiano è considerato dall’amministrazione tedesca parte integrante della Provincia di Alessandria dove ha sede il comando militare germanico. Di fatto questa suddivisione tedesca delinea un contesto in cui sono presenti due Provincie e due prefetture della Repubblica sociale, teoricamente autonome, ma nella realtà una dipendente dall’altra. Con la mancanza in Asti di un vero comando tedesco (è presente un presidio di pochi uomini dal 10 settembre in Piazza Vittorio Veneto, che diventeranno 250 dal 13 Ottobre) tutto l’apparato burocratico-amministrativo viene gestito dalle autorità locali. 

Previsto a Baldichieri un campo di internamento da mille posti

È quindi ipotizzabile che il prefetto abbia piena libertà di azione e che la richiesta di denaro alla comunità ebraica sia stata una decisione maturata e attuata nei locali della prefettura.

Torniamo al dicembre 1943. Il progetto persecutorio nei confronti degli ebrei viene attuato su più fronti: gli arresti, i sequestri di beni, l’internamento e la deportazione, nella velocità di esecuzione, sono la dimostrazione plausibile di un accordo precedentemente siglato fra il governo tedesco e quello della Rsi.

Celio, nella figura di capo della Provincia, riceve il 21 novembre una nota del Ministero dell’Interno, in cui viene richiesta l’organizzazione nell’Astigiano di “locali da adibire a campo di concentramento per la sistemazione di mille internati”. Va ricordato che dopo l’occupazione militare della Jugolsavia nella primavera del 1941, erano giunti dal settembre di quell’anno quasi cinquecento ebrei provenienti dalla Croazia, Dalmazia e Slovenia; che sono smistati in alcuni paesi dell’Astigiano con la definizione di “internati civili di guerra”. Molti di loro saranno poi deportati.

Viene scelto l’Astigiano perché ritenuto di scarsa importanza militare e facilmente raggiungibile dai grandi centri come Torino, Milano e Genova. Inizialmente viene individuato un luogo nei pressi di Baldichieri poi l’esigenza si ridimensiona e la scelta ricade su locali del Seminario vescovile in piazza Catena, gestito fino al 3 aprile 1944 dall’autorità prefettizia.

I beni mobili degli ebrei vengono sequestrati e venduti in uno “spaccio” in piazza San Secondo

Parallelamente agli arresti vengono emanati da Celio gli ordini di confisca dei beni in possesso degli ebrei astigiani, come “sequestratario” è nominato Francesco Gandini e come amministratore Augusto Tavella, vice federale del Partito fascista repubblicano di Asti. La gestione dei beni sequestrati non è limpida a causa di un “amministrazione largamente personale” dell’amministratore Tavella che favorisce il suo tornaconto personale.

Su ordine di Celio viene anche organizzato uno “spaccio sociale” in piazza S. Secondo, nei locali di un magazzino di stoffe per la vendita dei beni mobili sequestrati: a dirigere questo specie di banco dei pegni è nominato Vincenzo Gallardo e come amministratore Antonio Bertani.

Per dare l’idea del giro di affari legati alla vendita dei beni confiscati è necessario spostarsi nei giorni successivi alla Liberazione: il ragionier Vittorio Marchia, nominato Commissario per la liquidazione dello Spaccio, si trovò a gestire 1.600.000 lire depositati presso la Cassa di Risparmio e 3 milioni di lire di capitale, frutto dell’acquisto di mobili e altro da parte di chi approfittava della confisca a danno degli ebrei.

È impossibile quantificare il valore complessivo dei beni sequestrati trattandosi di mobili, quadri, oggetti di arredamento e preziosi; eccezion fatta per i beni immobiliari che furono debitamente annotati e suddivisi in 48 immobili urbani e 86 rustici.

Nel 1944 Celio viene promosso e mandato a Como

Seguiamo le sorti del prefetto Celio anche dopo la sua partenza da Asti nel giugno 1944. Il funzionario fa carriera: il 18 Aprile 1944 il Consiglio dei Ministri di Salò destinò Celio prima alla prefettura di Cuneo poi alla più importante sede di Como. Per lui è una promozione. Como è una città strategica, il suo territorio confina con la Svizzera che molti in quei tempi tentano di raggiungere. E’ terra di traffici e di esportazione e importazione di valute e Celio in questo campo appare molto attivo.

Celio, mantiene il suo comportamento ambiguo e corrotto (capillarmente diffuso in un sistema burocratico molto complesso come quello della Rsi). Il suo modus operandi fino alla Liberazione si basa nel mantenere ottimi rapporti con chiunque gli possa garantire l’accrescimento del suo potere personale: opera con i tedeschi in tutto il periodo della Rsi e dal marzo 1945 prende i contatti con il Cln comasco per garantirsi la salvezza.

Benito Mussolini fotografato il 25 aprile 1945 a Milano mentre lascia la Prefettura: è la sua ultima immagine da vivo. Due giorni dopo sarà catturato a Dongo, sul lago di Como, mentre tenta la fuga con l’amante Claretta Petacci e un gruppo di fedelissimi

Aprile ’45. Il Duce in fuga cerca il Prefetto ma lui non si fa trovare

Nei giorni che precedono la Liberazione cerca di trattare il passaggio di consegne con i rappresentanti del Cln locale in cambio della propria impunità. A conferma del fatto che Celio non è un semplice funzionario amministrativo, c’è un episodio in cui il rappresentante del console americano di Lugano lo incarica di persuadere Mussolini a consegnarsi agli Alleati.

Quando il Duce e il suo seguito di gerarchi passa da Como per tentare la fuga che finirà tragicamente a Dongo, Celio, che ha fiutato l’aria, non si fa trovare al suo posto in prefettura e Mussolini lo considera “un traditore”. Altre fonti riferiscono invece di un incontro tra Celio e il Duce con il prefetto che tenta di convincere Mussolini a consegnarsi agli americani. Arriva piazzale Loreto. La guerra finisce. Le gerarchie del regime si dileguano. Sono giorni convulsi di sospetti e vendette.

Il primo giugno 1945 Celio è tratto in arresto a Como, dietro ordine di cattura emesso dalla Procura di Asti, e rinchiuso nell’ex carcere San Donnino a Como assieme ad altri esponenti dell’ultimo fascismo repubblicano.

Dal periodo della prigionia giungono due testimonianze interessanti sull’ex capo della Provincia: la prima è un ritratto che ci restituisce il personaggio con le sue manie, la seconda un giudizio sul suo operato. Sono entrambe di Alfredo Degasperi, giornalista e irredentista trentino, capo dei servizi politici del fascio repubblicano di Como e anch’egli incarcerato, le testimonianze provengono dal Fondo Degasperi conservato presso il Museo Storico di Trento:

“Al vertice del fascismo repubblicano della provincia di Como c’era questo piccolissimo uomo di quarant’anni, con i capelli neri, lisci, pettinati all’indietro e due vispi occhi scuri, strumenti perfetti di simulazione e dissimulazione. Si direbbe che in vita sua, Renato Celio, non abbia saputo fare altro che fumare e dedicarsi alla politica. Originario della provincia piemontese, durante il Ventennio era stato sindacalista. Prefetto di Asti nei primi mesi della Rsi, successivamente era stato trasferito nella provincia confinaria. Ora il dottor Celio, anzi Sua Eccellenza, è finito anch’egli ingloriosamente nella cella 31. Malgrado riceva molti pacchi da casa, mangia e beve poco, ma in modo ricercato.

Giugno ’45. Arrestato a Como, finisce in carcere

L’ordine di cattura, emesso dalla Procura di Asti nel maggio 1945 a carico di Renato Celio e altri coimputati

 

In compenso fuma ininterrottamente e fa poco movimento.

Dipende in tutto dall’attendente segretario che deve preparargli il materasso la sera prima di coricarsi, rifargli il letto alla mattina, disporgli la roba davanti all’ora dei pasti, bollirgli l’uovo da bere e preparargli il caffè Nestlè. L’impressione è che faticherebbe ad usare la penna”.

Nel luglio 1947 va sotto processo con gravi imputazioni

Ancora dalle parole di Degasperi: “C’è un gruppo che si rivolge ancora a lui chiamandolo Eccellenza, altri lo chiamano capo, facendo probabilmente rivoltare nella tomba il fascistissimo federale Porta, fucilato a Dongo, qualcuno dottore, e altri infine gli parlano con circonlocuzioni che evitano ogni titolo. I fascisti intransigenti certo non hanno mai amato questo personaggio, considerato un traditore e un maneggione, incline a scendere a patti con gli antifascisti imbastendo trame poco limpide e onorevoli. Invischiato, insieme a tutto il suo entourage, in vicende di contrabbando e traffico di orologi, l’uomo era inviso ai “duri e puri”.

Quando Mussolini giunse in Prefettura a Como, la sera del 25 aprile, Celio non rimase neanche nel palazzo ad accoglierlo. Eppure il Duce era ancora il Capo del governo, sebbene braccato e in fuga. No, in quel momento il dottor Celio stava trattando con i vertici del Cln locale il passaggio di poteri. Non deve meravigliare, perciò, che la sua presenza in cella divida i presenti. I suoi compagni di prigionia, in fondo, non hanno tutti i torti nel definirlo un traditore”. Il 29 luglio 1947 si apre il processo contro Celio e altre personalità del fascismo repubblicano astigiano. 

Condannato a 13 anni, poi amnistiato nel 1948, ma non ci fu concussione

Originariamente il processo viene aperto presso la Corte d’Assise straordinaria di Asti poi spostato presso quella di Torino per legittima suspicione. Oltre all’ex prefetto sono giudicati: Ruben Arnao, comandante della Gnr, Italo Boccolini, ufficiale della Gnr e Giacinto Malaspina, Questore di Asti dal Marzo al Giugno 1944.

A Renato Celio viene addebitata l’imposizione alla comunità ebraica astigiana “con minacce di provvedimenti razziali e lusinghe di protezione” del versamento della “somma di duecentoventimila lire”. Tra i capi di accusa anche le responsabilità nella fucilazioni dei partigiani Giuseppe Penna e Remo Dovano, per l’incendio per rappresaglia della casa del comandante partigiano Omero Saracco e più in generale di collaborazionismo con i tedeschi e attività antipartigiana. Emerge anche un’operazione di contrabbando avvenuta a Como “di dodici milioni di franchi francesi”.

Il processo è breve e il dibattimento risente del mutato clima politico che tende a non esasperare vicende che si vorrebbe far dimenticare. Il 22 settembre 1947 la sentenza stabilisce che la richiesta di denaro estorta alla comunità ebraica astigiana “non contiene gli elementi di reato; è una forma di procedura che , si deve ammettere, appare odiosa nella forma e nella sostanza, basata sulle considerazioni di una bestiale politica razziale che resterà una delle nostre maggiori vergogne del secolo, ma che non può essere tuttavia essere addebitata al Celio”.

In sostanza la concussione avvenne, ma la responsabilità non è stata del singolo.

Celio è invece condannato a 13 anni di carcere per tutti gli altri capi d’imputazione, di cui 5 condonati. Resta in carcere ma il 18 giugno 1948, la Corte di Cassazione accoglie il suo ricorso e dichiara “estinti i reati per intervenuta amnistia”. Il riferimento è al D.P.R. 22 Giugno 1946, la cosiddetta amnistia Togliatti, dal nome del capo comunista che fu il guardasigilli dei primi governi dopo la Liberazione. L’Alta Corte annullò “senza rinvio la sentenza” e diede l’ ordine di scarcerazione.

Dopo il processo Renato Celio visse a Roma. Non risulta sia più tornato ad Asti. Morì il 19 agosto 1964, a 61 anni. La sorte di quegli ebrei che Celio aveva detto di voler salvare fu tragica. Da Asti ne furono deportati 45. Solo in tre fecero ritorno.

 

Bibliografia

Nicoletta Fasano, Mario Renosio, Un’altra storia, Asti, Israt,

N. Fasano, La comunità ebraica tra storia e memoria, in tra sviluppo e marginalità, Asti, Israt, 2006.

N. Fasano, Il rifugio precario: Gli ebrei stranieri internati ad Asti (1941-1945), in Asti Contemporanea numero 12, Asti, Israt, 2009.

Fondo I Fascisti Repubblicani della provincia di Asti, Fondo Questura, faldone 41 fascicolo 9, Archivio di Stato di Asti.

La sentenza è in copia nell’ Archivio Israt, Fondo Corte d’Assise di Torino 1947.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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