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1950

I giochi dei bambini di un tempo

"Tre civette sul comò", un libro per tornare a divertirsi
Dimmi come giocavi e ti dirò chi sei. Sfogliando le pagine di “Tre civette sul comò”, il libro strenna edito da Astigiani che raccoglie il lavoro di ricerca di Pippo Sacco, arricchito dalle illustrazioni di Paolo Fresu, si può riscoprire quali sono stati i passatempi dei bambini del dopoguerra, ben diversi dai giochi elettronici e spesso in solitudine di tanti bimbi e ragazzi dei giorni nostri. Questi giochi e passatempi sono sempre validi e possono essere nuovamente messi in pratica. Tra i tanti giochi da riscoprire, acqua-fuoco-fuocherello, barchette di carta, battaglia navale, l’asino vola, paradiso-inferno e telefono senza fili, ma anche i giochi all’aperto come alto e basso, angelo bell’angelo, le biglie, le bolle di sapone, la cavallina, guardia e ladri, i quattro cantoni. E non dimenticate l’alfabeto muto! Giochiamo insieme?

Mercoledì 5 dicembre è stato presentato il libro “Tre civette sul comò. Come si divertivano i ragazzi di un tempo” edito da Astigiani. Scritto da Pippo Sacco e corredato dalle illustrazioni di Paolo Fresu, illustra i vecchi giochi tradizionali con l’obiettivo di non farli cadere definitivamente nell’oblio.

Sono presi in esame i giochi degli Anni ’50 e ’60, periodo dell’immediato dopoguerra, in cui c’era ancora povertà e in cui non si immaginava che un giorno sarebbero arrivati videogiochi, consolle e smartphone.

A sinistra l’autore del libro, Pippo Sacco, con l’artista Paolo Fresu

 

“Ogni luogo, cortile o marciapiede era buono per giocare, per inventare qualche modo nuovo di divertirsi, magari con l’aiuto e la complicità dei ragazzi con qualche anno in più e con esperienze più collaudate. Penso che sia tutto finito, tutto cambiato, alla fine degli Anni ’50. Nelle famiglie c’era già ormai qualche soldo in più per i giocattoli e per i primi giochi da tavolo che iniziavano a comparire nei negozi” si legge nella prefazione dell’autore che è partito dai suoi ricordi personali per scrivere la raccolta dei giochi di un tempo.

Questo, invece, un estratto della presentazione dell’antropologo Piercarlo Grimaldi, presidente dell’associazione Astigiani: Un lavoro di ricerca nell’intricata matassa dei ricordi e di vissute testimonianze di terreno che sono il frutto di una lunga e generosa vita dedicata al recupero, alla conservazione e alla disseminazione dei saperi orali e gestuali della tradizione. Un lavoro serio e rigoroso che nulla concede al torcicollo della nostalgia. Una ricerca che attiene al primo periodo della vita umana quando il gioco è momento formativo indispensabile per la maggiore età. Il gioco quindi può e deve essere letto come parte essenziale di un rito di passaggio che aiuta a traghettare il bambino verso nuovi momenti della sua esistenza, un mezzo per superare uno status sociale ed approdare ad altri. I proventi derivanti dalla vendita del volume, in vendita in edicola e libreria a 15 Euro, saranno interamente devoluti all’Anfass. Ecco alcuni dei giochi raccontati nel libro. 

Shanghai

 

Il gioco dello Shanghai, molto semplice nelle sue regole, richiedeva un’altissima dose di pazienza, attenzione e delicatezza nei movimenti.

Il numero consigliato di giocatori variava dai tre ai cinque, per non creare confusione. Si usavano 41 bastoncini di legno, alle cui estremità erano dipinte strisce di vario colore per determinarne il valore di punteggio, ma esisteva anche una versione che adottava dei bastoncini di plastica di diverso colore (gialli, rossi, verdi) per indicare il valore di ogni bastoncino. Per iniziare, un giocatore estratto a sorte mischiava i vari bastoncini, li riuniva a mazzo con le punte a contatto con il tavolo e li lasciava cadere in modo casuale. Il primo giocatore doveva riuscire ad appropriarsi del numero maggiore di bastoncini sfilandoli dal mucchio sul tavolo.

Però doveva fare molta attenzione a non muovere i bastoncini vicini a quello scelto, altrimenti era costretto a rinunciarvi e a cedere la mano al giocatore successivo. I bastoncini andavano raccolti con le mani ma era anche possibile aiutarsi con uno o più Shanghai per prendere quelli sul tavolo, sollevandoli, facendoli rotolare o saltare in aria. Il gioco finiva quando tutti gli Shanghai erano stati raccolti dal tavolo.

Quindi, per stabilire il vincitore, si dovevano contare i punti di ciascun giocatore, sommando il valore di ogni bastoncino, in base al valore che era stato dato a ciascun colore all’inizio della partita.

Meccano 

 

Il Meccano era un gioco per realizzare modellini, costituito da barrette metalliche perforate, ruote, ingranaggi, viti, dadi e bulloni, chiavi e cacciaviti, che permetteva la costruzione di modellini funzionanti e di apparecchi meccanici. Lo inventò nel 1901 Frank Hornby e fu prodotto dal 1908 al 1980 dalla Meccano Ltd di Liverpool. Attualmente è ancora in commercio, anche con una versione basata su componentistica di plastica, destinata a bambini in età prescolare.

Il Meccano nel corso del Novecento ebbe così tanto successo che tra il 1916 e il 1963 venne pubblicata la rivista Meccano Magazine Negli Anni ’50 suscitava molto interesse questo gioco. Si costruivano gru, carrettini, burattini, ed anche teleferiche con cui – per mezzo di un argano e di un filo ben teso – si trasportavano gli oggetti più svariati (una volta trasportammo persino un gatto!) tra punti distanti anche molti metri.

Costruzioni in legno

 

Quando non c’era ancora il Lego per i bambini tra i sette ed i dieci anni, o anche per quelli più grandicelli, c’erano le costruzioni.

Erano scatole in legno, con un sottile coperchio scorrevole, contenenti i pezzi di diverse forme che si potevano utilizzare, sovrapponendoli in equilibrio, per costruire facciate di case, monumenti, o per realizzare creazioni architettoniche.

C’erano colonnine tornite, elementi ad arco, pilastri, travi, finestre, porte, tutto in legno grezzo, non verniciato.

C’era anche un librettino di istruzioni di poche pagine che suggeriva figure da realizzare, ma dopo averlo seguito per un po’, ci si stufava di costruire sempre le stesse cose e si era così obbligati a dare libero sfogo alla fantasia.

L’ALFABETO MUTO

 

Quando non c’erano ancora i telefoni cellulari e gli sms, ci si aggiustava lo stesso. C’era l’alfabeto muto!

Con quei segni, tramandati per generazioni dai ragazzi a quelli più giovani, ci si parlava a scuola da un banco all’altro, dal balcone di casa agli amici che in strada aspettavano per iniziare a giocare. Con quel sistema ci si intendeva, tenendo all’oscuro i grandi delle cose tra ragazzi. L’alfabeto muto è qui interpretato dalla bimba astigiana Anna Massano.

LA MAPPA DEI NEGOZI DI GIOCATTOLI CHE HANNO FATTO SOGNARE GLI ASTIGIANI

Lo stupore dei bambini davanti a quelle vetrine colorate

di Simone Bregni

Mi viene in mente ogni volta che attraverso il ponte sul Tanaro. Anche se lavoro in America da venticinque anni, quando torno nella mia città riaffiorano i ricordi. Per me bambino, per molti bambini di Asti tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’80, la Casa del Giocattolo Nebiolo era il negozio di giocattoli più bello del mondo. Era dall’altra parte del ponte, dove oggi c’è l’Artigiana Materassi.

Avevo sette anni quando i miei si trasferirono da Torino ad Asti, poco prima che io iniziassi la seconda elementare alla Vittorio Veneto. Asti subito non mi era piaciuta. Avevo lasciato i miei amici di prima elementare e poi, quasi sotto casa a Torino, c’era Fantasilandia, un bel negozio di giocattoli con le ultime novità sempre in vetrina. Finché, un sabato di fine ottobre del 1970 quando su Asti era già calata una fitta nebbia, papà mi ha invitato a seguirlo: «Vieni, andiamo a vedere i regali per Natale». L’emozione davanti a quelle vetrine enormi e pienissime di giocattoli… Solo a sbirciare dentro, mentre parcheggiavamo, ero rimasto a bocca aperta. Altro che Fantasilandia, Nebiolo era grande tre, cinque, anche dieci volte tanto! E se Fantasilandia aveva due o tre Lego grandi, e una o due piste Bruciapista (oggi Hot Wheels, e festeggiano il 50° anniversario), qui invece c’erano proprio tutti!

Tornato a casa, annunciai a mamma che ad Asti c’era il negozio di giocattoli più bello del mondo. «Del mondo?» Aveva riso lei. Sì, spiegai serio, perché era molto meglio di quelli di Novara dov’ero nato, di quelli di Torino, ma anche di quelli di Roma, dove stavano i nonni e che era la città più grande; e quindi era il negozio più bello del mondo. Da quel momento ho amato Asti.

 

Alla Casa del Giocattolo in corso Savona tra Dolceforno e Polistil

 

Non era solo l’entusiasmo di un bambino. Nebiolo rappresentava davvero l’eccellenza nel suo settore. Era uno dei migliori esempi a livello nazionale di “boutique” dove trovare il meglio del giocattolo italiano e mondiale.

Soltanto la scorsa estate ho scoperto che il cavalier Adriano Nebiolo, storico titolare del negozio, è scomparso a 88 anni nel maggio del 2017. Proprio nel giorno del suo compleanno, poche settimane dopo aver festeggiato l’anniversario di nozze con la moglie Annamaria, sposata nella chiesa di Borgo Tanaro, sessant’anni prima. Leggendo la notizia è tornata alla mente una valanga di ricordi, tutti dolci, tutti belli: di Natali dei primi anni ’70 fatti di roulotte di Big Jim, piste Polistil e proiettori Festacolor; di compleanni a scartare pacchetti azzurri con lettere d’oro che avrebbero svelato trottole Wiz-z-zer, Supereroi Mego e scatole di Costruttore Meccanico (quello vero costava troppo; ma per noi era vero anche quello italiano); di onomastici di regalini più piccoli, macchinine a strappo SSP della Harbert, bamboline Fiammiferino o Monciccì o scatoline di soldatini Atlantic, che costavano poco ed erano bellissimi (c’erano anche i Morti e i Feriti con gli infermieri, per i bambini pacifisti come me); e di missioni di esplorazione con le amichette in vista del loro compleanno, e l’ostentare indifferenza davanti al Dolceforno Harbert, che invece lo sapevo che era un mito; e la bambola Danzerina che ballava davvero se le tenevi la coroncina, o Bella Belinda, come nella canzone di Morandi, che ballava e cantava.

Gli altri regni del giocattolo ormai scomparsi

I modellini di Salvi, Plastic Casa e Primi Sogni


E poi i righelli con il marchio Nebiolo da portare orgogliosi a scuola, e che io invidiavo tanto. Mai avuto uno, mi sembrava un talismano magico che nelle ore di scuola noiose avesse il potere di trasportarti in quel magico regno dei giocattoli dall’altra parte del fiume. E, soprattutto, quella carta da pacchi azzurrina con il marchio dorato; e l’entusiasmo, la gioia, la sorpresa nello scartare. E il signor Adriano, sempre gentile e paziente con noi bambini, come suo figlio Daniele, espertissimo di trenini e automodellismo.

Il Cavaliere, che era fabbro, quel paradiso dei giocattoli lo aveva aperto nel 1967. L’alluvione dell’anno successivo, mi ha raccontato recentemente Annamaria tramite la nipote Luana e la nuora Graziella, non danneggiò il negozio. E il bimbo di sette anni del 1970 che è in me ha tirato un grosso sospiro di sollievo.

Perché quegli scaffali, tantissimi, erano ricolmi di ogni giocattolo disponibile in catalogo, per i maschietti e per le femminucce, per tutte le età. C’erano anche le piste Scalextric grandissime a quattro corsie; i Subbuteo con le tribune e i riflettori come si vedevano solo su Topolino, e solo lì in riva al Tanaro; i calciobalilla e i flipper quasi come al bar, e tutto per i plastici dei trenini; ovvero tutto ciò che i grandi avrebbero regalato a noi solo come scusa per poterci giocare. E poi i rinomati giochi da giardino in ferro creati dal signor Adriano, più belli di quelli del parco davanti all’ufficio di papà, che lavorava all’INPS. L’Istituto, ma anche molte altre ditte e uffici astigiani, erano convenzionati con Nebiolo, e tanti astigiani che in quegli anni erano bambini associano ancora oggi il Natale con quei pacchetti azzurri. Di onori Nebiolo ne aveva ricevuti tanti.

Il premio nazionale Vittoria della qualità e cortesia nel 1971, il premio simpatia nel 1981, la nomina a Cavaliere della Repubblica dal Presidente Pertini nel 1982, il titolo di Cavaliere delle Terre di Asti e del Monferrato.

Ma gli onori riflettevano anche le dimensioni e soprattutto la qualità di Nebiolo: era uno dei pochissimi Centro Giochi Mattel in Italia. La neonata Mattel Italia, aperta nel 1969 a Oleggio Castello, in provincia di Novara, concedeva a un limitatissimo numero di negozi l’onore di ricevere l’intero catalogo. E così altre ditte importanti del tempo, come Subbuteo, Editrice Giochi, Atlantic, Harbert. Ecco perché noi bambini di quegli anni ricordiamo di aver visto da Nebiolo, e solo lì, cose che non abbiamo mai visto altrove.

Casa del Giocattolo è stata ceduta a fine estate del 1990; era giunto il momento di ritirarsi, per seguire l’altra attività di famiglia, la Nebiolo Fiere. Brevemente è subentrata la catena Centrogiochi; ma dal 1992 i giocattoli non hanno più avuto casa lì.

Gli scaffali della Casa del Giocattolo intorno al 1977. A fianco le vetrine del negozio in corso Savona
Gli scaffali della Casa del Giocattolo intorno al 1977. A fianco le vetrine del negozio in corso Savona

Il ricordo del merlo indiano Jerry che salutava tutti e la meraviglia del grande plastico ferroviario con stazione e galleria

 

Altri magici regni del giocattolo astigiano ci hanno lasciato da allora. Alcuni erano già chiusi quando ero bambino, come il negozio di Giovanni Gerbi, il campione

di ciclismo Diavolo Rosso. Era in via Cavour, all’angolo con via Brofferio, dove oggi c’è un pezzetto di portici. Insieme alla moglie Pinota ha venduto biciclette, ma anche giocattoli, fino ai primissimi Anni Sessanta.

In piazza Roma, all’angolo con via Balbo dove ora ci sono gli uffici del Comune, c’era invece il negozio delle sorelle Musso, strapieno di roba: casalinghi, ma anche giochi, burattini e le “birille” di terracotta, che costavano mezza lira l’una ancora verso metà Anni ‘50. Chiuse poco prima del 1960. Molti altri li ho visti aperti e chissà quante volte vi sono entrato. Sono Primi Sogni, in via Massimo d’Azeglio 10, dove oggi c’è un negozio di arredamento, fornitissimo di Lego, bambole, Star Wars (ma allora era Guerre Stellari) e giochi elettronici; Plastic-Casa, in via Cavour, dove oggi c’è Original Marines, che vendeva casalinghi al piano terra e giocattoli al piano superiore, con il merlo indiano Jerry che sapeva dire “ciaaaooo”.

Quando quel simpatico uccello è morto hanno pianto tutti i bambini di Asti, e molti adulti, non solo la commessa, che era sempre gentilissima e pazientissima con noi bambini. Quando nell’estate del ’77 la trasmissione Odeon aveva lanciato il freesbee (allora dicevamo “frisbi”) in Italia, noi ragazzini di Asti per due settimane avevamo fatto la fila per comprarne uno, quando la felicità costava solo 500 lire. Anche in corso Alfieri, davanti alla Popolare di Novara, c’erano le vetrine di Salvi specializzate in modellismo auto e ferroviario e affascinava il plastico con stazione binari e gallerie.

E poi il terzo piano dell’Upim, in cui si andava a vedere dal vivo i giocattoli già imparati a memoria dai cataloghi di Topolino. Resta aperto ancora il negozio di giocattoli più antico di Asti, Tagini, sotto i portici di piazza Statuto. La storica titolare Nanda è scomparsa nel 2014, insieme al marito Luigi aveva lavorato per sessant’anni tra quelle mura. C’è ancora il Babbo Natale meccanico che raccoglie le letterine imbucate dai bambini. I bambini di oggi che desiderano un regalo si fanno accompagnare anche da Paniate, in corso Don Minzoni, e da Toys al centro commerciale Il Borgo.

Chi è nato tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Ottanta, ha vissuto un periodo d’oro in cui i giocattoli erano di altissima qualità e straordinariamente innovativi. Ma le vetrine, gli scaffali e i corridoi, forse perché anticipavano tutta quella meraviglia, sono entrati essi stessi nel patrimonio dei ricordi. Nell’epoca di Amazon e degli acquisti online, auguro a tutti i bambini di poter vivere l’emozione che provavamo noi quando entravamo in quei regni fatati che erano i negozi di giocattoli per guardare, sognare e scegliere i regali di Natale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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