domenica 26 Giugno, 2022
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CONFESSO CHE HO VISSUTO

PIERO BAVA LA FORZA TRANQUILLA DEL MONFERRATO

1931
UN RAGIONIERE DAL NASO FINO CHE HA ATTRAVERSATO UNA LUNGA STAGIONE DI CAMBIAMENTI NEL MONDO DEL VINO. DALL’UVAGGIO ALLA BARBERA FINE, DALLE BOTTI, ALLE DAMIGIANE, FINO ALLA CONQUISTA DEI MERCATI INTERNAZIONALI CON LE BOTTIGLIE DELLE PRINCIPALI DOC PIEMONTESI. GLI È STATA ACCANTO NELLA VITA BEPPINA, LA MOGLIE CHE HA CONOSCIUTO IN UNA CANONICA OFFRENDOLE UN BICCHIERE D’ACQUA. HANNO AVUTO TRE FIGLI CHE SI SONO DIVISI I COMPITI IN AZIENDA. PIERO BAVA È STATO ANCHE GIOVANE SINDACO DI COCCONATO E HA SPERIMENTATO IL MARKETING TERRITORIALE. TESTIMONE E PROTAGONISTA PER UN DECENNIO ALLA CAMERA DI COMMERCIO, QUANDO NACQUERO LA DOUJA D’OR E IL FESTIVAL DELLE SAGRE.

C’era una volta nel Monferrato una nuova linea ferroviaria: la Asti-Chivasso. Percorreva le valli, bucava le colline, superava i torrenti. Per realizzarla servivano migliaia di braccia e, come nel Far West, il grande cantiere ferroviario fece nascere molte attività. Giuseppe Bava detto “Pinolu” non era un tipo da saloon, ma intuì che a Cocconato, dove il tracciato della ferrovia passava nella valle, ai piedi della frazione Tuffo, sarebbe servito un forno del pane per sfamare gli operai del cantiere e anche quelli delle vicine cave di gesso. E poteva starci anche un “ristoro” alla nuova stazione per rifocillare i viaggiatori. Siamo nel 1911 e Pietro detto “Pierot”, figlio di “Pinolu” con la moglie Marietta e i giovani figli, scendono dalla cascina di Ca’ Traversa alla stazione di Cocconato diventando fornai con bottega e ristoratori. Il primogenito Giulio e la giovane sposa Tina vengono mandati dalla famiglia a gestire la cascina materna a Pozzengo di Mombello Monferrato e qui nasce Pietro “Piero”, l’infanzia la trascorre a Cocconato, le scuole saranno a Tuffo, in una pluriclasse dove si seguono i dettami del regime: sussidiari che inneggiano all’Impero, moschetto di legno per le esercitazioni del sabato fascista.

 

Il giovane Piero a quei tempi era un Balilla? «Come tutti i bambini delle scuole. Ma in famiglia erano molto distaccati dal regime. Pensavano a lavorare. Oltre al forno e al ristorante avevano cominciato a commerciare vino. Prima di tutto quello delle nostre vigne e poi ce lo cercavamo nelle cascine della zona.  Ricordo che quando venne il Duce ad Asti costrinsero mio zio a mettersi la camicia nera per portare la gente da Cocconato in città sul camioncino che usavamo per le botti e le damigiane».

 

Poi venne la guerra… «Avevamo il negozio e arrivarono le tessere annonarie. Dovevamo fare il pane con la farina dell’ammasso che era pessima. I miei ne aggiungevano un po’ della loro che era più buona. Poi vennero gli sfollati e con alcuni di loro studiammo privatamente negli anni delle Medie dalle suore di Sant’Anna a Cocconato paese. L’esame ci portarono a farlo ad Asti. Di quel periodo ho un ricordo angosciante: i militi repubblichini durante un rastrellamento presero mia madre in ostaggio, volevano farsi dire dov’erano i partigiani».

 

 

Come andò a finire? «Per fortuna intervenne Giuseppe Bausola, un veterinario che era iscritto al partito fascista e garantì per mia madre. I partigiani passavano sovente da noi nel negozio. Una volta arrivarono i fascisti con un’autoblindo. Avvisammo due partigiani, che stavano dormendo in una stanza sopra il ristorante: fuggirono lasciando nel nostro cortile sul retro una macchina che avevano requisito. Se i repubblichini l’avessero trovata per noi sarebbero stati guai seri. Ricordo che la nascondemmo in un anfratto tra i rovi e mio nonno con una scopa passò a togliere le tracce dei pneumatici dalla polvere della strada».

 

Poi finalmente la guerra finì, la vita riprese. «I miei, nei tempi più bui, tra rastrellamenti e paure avevano chiuso il ristorante e lo diedero poi in gestione dopo il 1945, concentrandosi sul commercio del vino che stava crescendo. Arrivavano i mediatori a portare i campioni dalle varie zone: Moncalvo, il Casalese, ma anche Agliano, Montegrosso. Era soprattutto vino barbera, ma c’erano anche uve di dolcetto, grignolino, freisa e quello che chiamavano “tensin” che dava il colore. Allora si vendeva quasi tutto come uvaggio: c’era quello da pasto da 11 gradi e la barbera fine che i ristoratori mettevano poi in bottiglia con le loro etichette. L’abilità stava nel saper far bene l’assemblaggio».

 

Entra così giovanissimo in azienda. «Prima però mi mandarono per due anni in collegio dai Marianisti a Brusasco. Mi piacevano il latino e il greco. Loro cercano giovani da avviare al sacerdozio, ma dopo il ginnasio il mio destino mi portò ad Asti dove mi iscrissero al Giobert, corso per ragionieri. A casa avevano bisogno di qualcuno che tenesse la contabilità. Fino ad allora mio padre aveva un quadernetto nero fitto di cifre con i nomi dei clienti».   

Dunque studia da ragioniere «Devo dire che le nozioni di ragioneria che ci insegnava il prof. Cavanenghi mi sono state utili per tutta la vita. Ricordo bene quegli anni. L’istituto Giobert era dove adesso c’è la media Goltieri: una quindicina di classi tra geometri e ragionieri. Il preside Bruera, Celestino Casalone di diritto, il bidello Carluccio, la professoressa Zanni di francese che mi tempestava di tre e quattro e quando presi cinque fu una festa. Però poi il francese l’ho imparato. Mi diplomai nel 1951. Il mio tema all’esame di maturità fu giudicato sintetico e veritiero. Avevo scritto una paginetta e mezza. Sono fatto così, sono di poche parole e se non so sto zitto».

 

 

Però non restò solo in ufficio a fare i conti. «Fu in quel periodo che mi sono scoperto con un buon naso e un ottimo palato. Sapevo distinguere la provenienze dei vini: se era dalle vigne di Moncalvo, ma verso Grazzano o se di Agliano alta o verso Nizza. Cominciai a girare le cascine e i mercati per concludere gli acquisti dei vini selezionati con i mediatori. Nel 1955 un nostro vino vinse coppa e primo premio a una selezione della Camera di commercio. Ci premiò il presidente Pronzato che avrebbe creato l’Onav, l’Ordine degli assaggiatori di vino. Ho poi fatto anch’io il corso nel 1968».

 

Torniamo al Piero Bava giovane ragioniere di belle speranze. «Mi giudicarono scarso di torace e saltai la leva. Dicono che l’unico in famiglia con piglio militare sia mia moglie Beppina che infatti è diventata anche capitano della Croce Rossa. Ma andiamo con ordine. Ero magrolino, ma alle ragazze non dispiacevo. Io non ero un tipo esuberante, mi piaceva molto ballare. Avevo le mie amicizie e soprattutto potevo usare la macchina di famiglia, una Fiat 1100 “musetto” grigia per andare con gli amici da un paese all’altro. Però a pensarci oggi, più che le facili avventure cercavo una brava moglie».

 

Come l’ha trovata. Ce lo racconta? «C’entra un prete, nel senso che venne mandato alla parrocchia di Tuffo dal vescovo di Casale un sacerdote di Cuccaro, don Pogliano. Arrivò e gli organizzammo un rinfresco in canonica. Lo accompagnavano alcuni suoi parrocchiani di Cuccaro. Tra questi una signorina che a un certo punto si avvicinò chiedendomi se poteva avere un bicchier d’acqua. Noi sul tavolo avevamo messo solo vino».

 

Un commerciante di vino conquistato da colei che gli chiede acqua? «Calma calma, non sono un tipo impulsivo. Venni a sapere che la signorina in questione, Beppina Rota, era maestra e dopo un anno mi capitò di ritrovarla alla Fiera di Milano. Lei lavorava come impiegata al Corriere della Sera. Io e mio zio, dopo aver girato il padiglione delle macchine enologiche andammo a curiosare in quello dei mobili. La rividi. Ci scrivemmo qualche volta e come si diceva allora cominciammo a filare. Nel 1959 ci sposammo a Cuccaro e il pranzo di nozze lo abbiano fatto al ristorante di Robella. Abbiamo un filmino dove si vede il corteo delle auto salire in paese. Noi giovanissimi e soprattutto tutt’attorno vigne, solo vigne. Oggi sono tutti boschi».

 

 

Sposato a 28 anni. La famiglia non tarda a crescere. «Andammo ad abitare in azienda. I miei avevano fatto allargare la casa per ricavarne un alloggio in più. Diciamo che gli anni Sessanta sono stati prolifici: Roberto è nato nel 1960, Giulio nel ‘62 e Paolo nel 1966. Però trovai il tempo di occuparmi non solo della famiglia. A Cocconato mi elessero sindaco nel 1960, ero tra i più giovani d’Italia. Già alle elezioni del 1956 ero stato il più votato con 744 preferenze, nella stessa lista della Democrazia Cristiana che portava a sindaco quel Giuseppe Bausola, il veterinario che aveva salvato mia madre dai repubblichini. Feci il suo vice e poi divenni io sindaco. Fui rieletto nel 1966 e poi ancora nel 1970. Sono stato in Comune per vent’anni. Un’esperienza bellissima e impegnativa che oggi probabilmente mi avrebbe fatto finire nei guai».

In che senso? «Un piccolo comune di 1600 anime deve essere amministrato come una famiglia in coesione e amicizia anche con le opposizioni. Abbiamo fatto asfaltare le strade, sistemato le scuole, a volte forzando anche le norme. Con operai presi dai cantieri di lavoro finimmo l’edificio scolastico di frazione Cocconito. Lo scuolabus per portare studenti in paese e non perdere le Medie ce lo siamo fatto finanziare da un industriale del gesso. Sono diventato bravo in diplomazia e ho invitato a cena tante volte e a mie spese funzionari del Genio civile che dovevano sbloccare l’iter delle pratiche».

  

In quegli anni sperimentò anche le prime azioni di marketing territoriale. «Cocconato aveva fama di paese dall’aria buona, clima mite e ottima cucina. Il Balcone del Monferrato lo chiamavano. Il giornalista della Rai Gigi Marsico che era venuto a seguire una partita della nostra squadra di tamburello in serie A ci dedicò una serie di servizi che fecero girare il nome del paese. Alla fine degli anni Sessanta finanziammo anche per un po’ di anni un premio “Città di Cocconato” all’ippodromo di Vinovo. Si conosceva gente nuova che poi arrivava in paese. Divenni anche presidente della Pro loco».

È di quegli anni l’incontro con Giovanni Borello, che era presidente della Camera di Commercio.  «Fu Romolo Bruno dell’omonima banca a propormi di rifondare l’Associazione agricoltori. Allora il mondo agricolo era diviso tra la Coldiretti di ispirazione democristiana e l’Alleanza contadini che faceva riferimento al Pci e al Psi. In rappresentanza dell’associazione entrai nella giunta della Camera di commercio e fondammo l’Evva, Ente valorizzazione vini astigiani. Erano gli anni delle prime Douja d’or che si tenevano ai giardini. Recuperammo anche un’ala del castello di Costigliole per farci la Douja. Poi arrivò il festival della Sagre. Ricordo che Borello, che era un vulcano di idee, prese ispirazione da una festa in piazza vista a Bolzano. La prima volta erano cinque o sei Pro loco sistemate sotto i portici Pogliani di piazza Alfieri. Furono anni di grande entusiasmo e creatività. Le decisioni si prendevano rapidamente. Creammo anche il centro estero, utilissimo alle aziende più piccole che si stavano affacciando sui mercati internazionali e ottenemmo anche l’apertura di una sede della Dogana ad Asti. In quel periodo alla Camera di commercio stava emergendo un giovane laureato, Giovanni Goria, che Borello mise a capo del centro studi e gli commissionò una ricerca sulle cantine sociali per capire dove stava andando il mondo del vino». 

 

 

 

Quel mondo lei l’ha vissuto da protagonista per tanti anni. L’ha visto crescere e cambiare profondamente. «L’azienda Bava è stata un punto di riferimento per tanti vignaioli che ci portavano il vino. Noi selezionavamo e vendevamo in fusti da 14 brente, cioè 700 litri, ai ristoranti e soprattutto alle bottiglierie. Avevamo clienti in tutto il Nord Piemonte. Poi si sviluppò anche il mercato dei privati con le damigiane e le bottiglie. Allora si vendeva con il vuoto a rendere. C’era ancora il dazio. Il vino valeva 70-80 lire al litro».

 

C’era stato anche il crac del consorzio delle cantine Sociali “Asti Nord” che tanto ha contribuito all’abbandono delle campagne di una vasta zona della provincia a Nord del Tanaro. «L’idea del consorzio non era sbagliata, ma è finita in un gigantismo inutile e costoso che favoriva pochi e ha fatto pagare il fallimento ai contadini. A Gallareto arrivava troppo vino da fuori e i costi non erano sotto controllo. Noi alla Bava abbiano sempre fatto un passo per volta, avanzando con prudenza. Ricordo la fila di carri carichi di uva davanti alle nostre cantine. I contadini si fidavano di noi».

 

Da sindaco è stato anche un esponente della Dc provinciale. «Per carattere andavo d’accordo con tutti, da Borello alla signora Ottaviano. Non mi intendevo di correnti. Mi hanno anche candidato al Consiglio provinciale ma non sono stato eletto per una manciata di voti. Invece arrivò la nomina nel consiglio della Cassa di risparmio di Asti dove ebbi modo di apprezzare le doti da presidente di Giovanni Boano che poi divenne senatore. Fu una stagione intensa. Riunioni fino a notte tarda e grande rigore: amministrare il credito non è facile».

 

Quell’incarico lo portò anche a finire nella querelle Cassa-Rapisarda, con la banca coinvolta nelle vicende del discusso finanziere siciliano. Fu tra i dieci amministratori per i quali il giudice milanese Della Lucia dispose gli arresti domiciliari. «Me lo ricordo bene quel 6 marzo del 1991. Era un mercoledì. Alle sei del mattino suonarono alla porta. Erano le Fiamme Gialle. Pensai a un controllo in cantina e invece mi notificarono gli arresti domiciliari. Il giudice voleva impedire l’approvazione del bilancio della Cassa. Ma avevano preso l’elenco degli amministratori da una vecchia agenda e io non facevo più parte del Consiglio dal 1988. L’avvocato Mirate, che era il difensore della Cassa, si adoperò per far annullare il provvedimento. I miei arresti durarono tre giorni e ho avuto anche il risarcimento dallo Stato per ingiusta detenzione. Sono contento che alla fine tutta quell’intricata vicenda si sia risolta a favore della Cassa che era vittima e non complice del Rapisarda. Penso che sullo sfondo ci fosse anche l’obiettivo di colpire Goria che era stato tra i sindaci della banca prima di diventare Ministro del Tesoro e Presidente del Consiglio». 

 

 

Torniamo all’enologia. I figli crescono e prima Roberto (studi in amministrazione aziendale) e poi Giulio e Paolo, entrambi enologi, entrano a lavorare in azienda. «Ho avuto con mia moglie, che è una donna meravigliosa, la grande fortuna di veder crescere i miei figli e le loro famiglie in armonia. Si sono man mano inseriti in azienda in maniera direi naturale. Io mi ero già mosso sul mercato imbottigliando e trovando sbocchi all’estero. Una nostra partita di Barolo finì in vendita ai famosi magazzini Gum di Mosca già nel 1961.Con il Malvasia rosé trovammo spazi anche sul mercato francese. La legge delle doc stava cambiando il mercato e provammo anche a diversificare gli investimenti. Nel 1975 con l’amico produttore Vincenzo Ronco di Moncalvo e Francesco Cima, enologo e re dei mediatori, acquistammo la storica azienda Cocchi che aveva lo stabilimento ad Asti in via Malta».

 

Entrò così nel mondo dei vermouth e degli aperitivi. «Il marchio Cocchi era molto prestigioso, ma aveva bisogno di un rilancio. Dopo qualche tempo ho acquisito anche le quote dei miei soci e vent’anni dopo trasferito lo stabilimento da Asti a Cocconato. Direi che considerando come sono andate le cose, anche e soprattutto grazie al lavoro dei miei figli siamo riusciti a dare nuovo smalto al marchio Cocchi. Siamo anche comproprietari dello storico bar all’angolo di piazza Alfieri. Oggi il vermouth è tornato di gran moda e Roberto si è impegnato per il riconoscimento della denominazione storica Vermouth di Torino». 

 

Parliamo della sua altra grande passione: la cucina «Sono come si dice una buona forchetta, ma non esagero in quantità. Il direttore dell’Ente del Turismo Francesco Argirò mi fece conoscere nel 1993 l’Accademia italiana della cucina. Mi è piaciuto l’ambiente rigoroso dove si incontrano grandi cultori dell’enogastronomia. Ho seguito le orme dell’avvocato Giovanni Goria, un vero maestro, e nel 2004 sono diventato il delegato per Asti e ora sono nella consulta nazionale che rappresenta settemila soci».

 

 

Il suo piatto preferito?  «La finanziera. Non è facile da trovare, ma quando è giusta è una sintesi straordinaria della nostra cucina».

 

E il vino? «Una barbera giovane leggermente vivace, come quelle di una volta, che i miei servivano al ristorante della stazione di Cocconato». 

 

Le Schede

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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