mercoledì 24 Aprile, 2024
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1941
Confesso che ho vissuto

Vigne, savana e foresta amazzonica. Il triangolo di Giovanni Onore tra fede e scienza

Dalle vigne di Costigliole d’Asti alla foresta amazzonica dell’Ecuador, passando per l’Africa. il percorso di vita di Giovanni Onore disegna un grande triangolo. Al centro c’è l’interesse di quest’uomo che condivide fede e scienza, non ha mai dato nulla di scontato, ha fatto scelte spesso difficili e avventurose. il suo nome è molto conosciuto in campo scientifico dove si è distinto come entomologo. Lascia alle future generazioni lo straordinario progetto Otonga che ha consentito di salvare migliaia di ettari di foresta amazzonica in Ecuador, trasformandoli in un centro di ricerca scientifica sulla fauna e sulla flora. Un religioso che ha studiato la natura e con l’esempio chiede agli uomini di rispettarla.

La famiglia contadina a Costigliole, quel topolino portato in classe e la scelta dell’educazione nel collegio dei Marianisti

Viaggia leggero con un trolley per i vestiti e un paio di scarpe di ricambio e un’altra con libri, pubblicazioni scientifiche e piccoli animali intagliati nell’avorio vegetale della sua foresta amazzonica che regala ai ragazzi durante le numerose conferenze. A vederlo non lo si direbbe un frate. È lo straordinario propagandista di un sogno ecologico divenuto realtà.

Giovanni Onore, barba bianca e viso allegro, lo racconta volentieri.

 

Giovanni Onore in Congo nella missione agricola negli anni Settanta

Partiamo da Costigliole.

«Sono nato in una cascina il 20 giugno 1941. C’era la guerra. Avevo un fratello gemello, Luigi, ma non è sopravvissuto. Mio padre Oreste, contadino e mediatore di vini, e mia mamma Cesarina Risso avevano già una bambina, Mariangela di 4 anni. Poi, due anni dopo, sarebbe arrivato anche mio fratello Innocenzo. Sono stato un bambino felice e curioso.

D’inverno dormivamo nella stalla e tutto l’anno mi piaceva andare per i boschi in cerca di nidi e di farfalle.

Mi affascinavano i bruchi con i loro colori, ma capii che non tutti avevano le mie passioni. La mia prima maestra si spaventò perché un giorno portai in classe un topolino che tenevo nel taschino».

 

Non un grande inizio per un futuro scienziato…

«In quarta, quinta e sesta il maestro Bianco che era un reduce dalla Russia invece non si spaventava, anzi ci parlava dei lupi e del freddo. Noi andavamo a scuola a piedi e certi discorsi ci impressionavano un po’. Lui era inflessibile: chi arrivava dopo la campanella restava fuori dalla classe. Mi piaceva studiare e il parroco di Mongovone parlò ai miei della congregazione francese dei Marianisti che avevano un bel collegio a Brusasco, vicino a Crescentino. Avevano precisi metodi educativi per stimolare l’autostima negli allievi e mi trovai molto bene.

C’erano anche i figli di emigrati dal Veneto, ragazzoni di origine contadina come me. Le medie e poi il ginnasio li ho frequentati a Pallanza sul Lago Maggiore. Ricordo ancora i nomi dei miei professori e sono andato anni dopo a pregare sulla loro tomba, per ringraziarli di quanto e come avevano saputo insegnarmi».

 

Quando decise di restare con i Marianisti?

«Fu una scelta o meglio una vocazione direi spontanea e naturale. Tornai a Brusasco per il noviziato. Quando il rettore mi chiamò per chiedermi quale facoltà intendevo seguire lo sorpresi dicendo che volevo fare Agraria. A quei tempi anche tra i Marianisti ci si laureava normalmente in filosofia, teologia, lettere. Nessuno si occupava di agricoltura. Nella biblioteca del collegio c’era solo un vecchio manuale di scienze naturali che avevo praticamente imparato a memoria. Ma soprattutto mi piacevano gli animali e la loro osservazione dal vivo».

 

E così si ritrovò studente universitario a Torino.

«Di giorno frequentavo e la sera noi studenti marianisti ci ritrovavamo in una casa comune. C’erano le prime scintille del ’68. Mi laureai nel 1971 con una tesi su certi scarabei dannosi alle api».

L’illustrazione di Guido Chaves, tratta dal volume sulla vita di Giovanni Onore edito nel 2008 in Ecuador, racconta il periodo di missione in Congo a contatto con l’ideologia marxista e la guerriglia

 

Intanto aveva già cominciato a insegnare.

«La congregazione mi mandò in Liguria, a Diano Marina, dove c’era un riformatorio, un istituto correzionale per ragazzi difficili.

Proseguii i miei studi sulla potosia opaca, un insetto che faceva danni alle arnie della Riviera, e intanto portavo i ragazzi a esplorare l’entroterra. Ho incontrato, anni dopo, uno dei miei allievi: si era sposato e faceva il vigile. Non ha dimenticato quelle uscite tra gli uliveti dicendomi che ricordava la mia passione per gli insetti che mi faceva vibrare. Ha detto proprio così: vibrare”

I Marianisti, da giovane laureato la mandano a insegnare a Roma.

«La nostra congregazione aveva un bel collegio aperto anche a studenti esterni. Diventai er professò di Scienze per decine di ragazzi delle Medie e del Liceo. Facevo lezioni che oggi definirebbero interattive: portavo in classe piccoli animali e piante. Una volta anche un serpentello che ci sgusciò e andò a rifugiarsi dietro un termosifone. Al professore di Latino che veniva a far lezione l’ora dopo i ragazzi dissero, per prenderlo in giro, che c’era una vipera in classe. Chiamò il preside. Ne venne fuori un putiferio che si placò solo con la mia cattura dell’innocuo rettile».

 

Nella sua vita arriva la prima svolta importante.

«Vengo a sapere che si cercavano fratelli marianisti per le nostre missioni. Vado dal superiore generale e mi propongo. Dopo qualche mese, alla fine del 1972, mi mandano nel Congo ex francese che aveva per capitale Brazaville. Fu un impatto non facile. Il paese era in piena fase rivoluzionaria. C’era un governo filo cinese. Mi mandarono in una piccola che mi chiamarono nella capitale per insegnare entomologia all’Università».

Il frate missionario dimostra di non aver paura dei serpenti


La sua passione diventa professione.

«Era un posto stimolante. Tra gli studenti molti avevano frequentato l’università Lumumba a Mosca ed erano convinti comunisti. Sarebbero diventati la futura classe dirigente del paese anche dal punto di vista scientifico. Discutevamo di tutto e non solo di insetti. Alcuni di loro li ho però visti morire per l’Aids. Io a causa delle esplorazioni nella foresta e lungo i fiumi mi sono preso la malaria. Posso dire di aver vissuto l’Africa vera missione nella savana vicino alla frontiera con lo Zaire. Il villaggio non aveva nulla. Lo stregone vedeva noi missionari come concorrenti al suo potere. Per altri eravamo gli occidentali neo colonialisti. Le mie origini contadine mi hanno aiutato.

Ho dato alla missione un taglio agricolo, organizzando gli orti familiari e l’allevamento di maiali e conigli. Misi su anche un piccolo alveare.

Parlavo francese ma ho imparato a esprimermi anche nella lingua locale. Furono anni impegnativi, ma ero in un posto straordinario per la biodiversità.

Entrai in contatto con molti musei nel mondo a cui spedivo i bellissimi e rari insetti di quelle terre. Fu così con tutte le sue contraddizioni. Ho visto anche rinascere il tribalismo e dilagare la corruzione».

 

Istantanee della vita in foresta. Su un ponte tibetano a Otonga, e in groppa a un cavallino ecuadoregno

Poi arriva una nuova svolta nella sua vita.

«Nel 1979 i Marianisti aprono la loro prima missione in Ecuador. Cercano fratelli con una certa esperienza. In Africa sentivo di aver dato e cercavo nuovi stimoli e poi debbo confessare che l’idea di poter esplorare la foresta amazzonica mi affascinava. Nel 1980 rientro. Le mie valigie si perdono tra un aeroporto e l’altro e arrivo a Roma in gennaio in maniche di camicia.

Dell’Africa non mi rimane più nulla di materiale. Mi dispero, prego ma poi capisco che la Madonna mi ha voluto spogliare di tutto per farmi rinascere. Noi Marianisti facciamo voto di povertà e non dobbiamo avere beni materiali propri. Fu una lezione di vita».


A questo punto la ritroviamo in Sud America.

«Arrivo sulle Ande diretto alla nuova missione. Il vecchio autobus si ferma. Era un viaggio avventuroso. Mi chiedono di pagare il biglietto, ma io obietto che pagherò solo all’arrivo e mi fanno scendere. Passa una macchina e faccio l’autostop. Chi mi carica è in contatto con l’Università cattolica di Quito dove cercano professori. È un segno della volontà divina. Eccomi dopo poco a insegnare zoologia degli invertebrati. L’università è gestita dai Gesuiti ed è tra le migliori del Sud America. Questa volta ho studenti che hanno già studiato alcuni anni all’estero, soprattutto negli Usa. Sanno che il loro paese dal punto di vista scientifico è uno scrigno in gran parte ancora inesplorato. Comincio le missioni nella foresta, scopriamo decine di insetti non ancora catalogati.

Creo il QCAZ, acronimo di Quito-Cattolica-Zoologia, un museo che man mano cresce e dialogo che tutte le istituzioni scientifiche del mondo».

La copertina del libro edito in Ecuador che racconta la vita di Giovanni Onore, definito “L’eroe mai cantato”

 

Siamo nel pieno dell’avventura amazzonica.

«In quegli anni vengo poco in Italia.

Debbo esplorare e ricercare. Porto gli studenti nella foresta. Ricordo che una volta avevo un gruppo di quaranta allievi tra ragazzi e ragazze. Si doveva anche dormire fuori e la promiscuità tra i sessi a quei tempi in Sud America in una università cattolica non era ben vista. Chiesi consiglio al rettore. Dovevo sorvegliarli di notte? Da buon Gesuita mi rispose che avrei dovuto intervenire solo se dalle tende fossero arrivati grida di allarme o di soccorso. Quella notte, e anche le successive, passarono silenziose».

 

Ma lei non si accontenta di insegnare.

«I campesinos incitati dalle compagnie internazionali abbattevano la foresta per far posto alle piantagioni. Ho visto tagliare alberi straordinari e distruggere l’habitat di milioni di animali, piccoli e grandi. Un amico scienziato, Massimo Carpinteri, fu tra i primi a spingermi ad acquistare pezzi di foresta per preservarla. Stava crescendo la coscienza ambientalista internazionale e una volta che ero in Italia per una conferenza sull’Amazzonia incontrai un industriale del settore cucine, un concreto utopista che mi finanziò l’acquisto di altri spicchi di foresta per salvare quella biodiversità. Poi arrivò il premio Gambrinus, c’era anche Reinhold Messner e la cosa iniziò a diffondersi».

Il Progetto Otonga sta salvando centinaia di ettari di Foresta Amazzonica, anche fiumi e valli portano nomi di benefattori

Il logo della riserva di Otonga

 

Nasce così il progetto Otonga.

«Siamo partiti con i primi 50 ettari in una zona ai piedi delle Ande. Il nome Otonga l’ho scelto io. Gli indigeni così chiamano un lungo lombrico, umile e laborioso che scava instancabile la terra e la restituisce fertile. Un tipo che lavora sodo e non si fa troppo vedere».

Capita l’allusione, ma per far decollare il progetto Otonga lei ha dovuto farsi vedere spendersi molto in conferenze e incontri con le scuole. Ha messo a frutto la sua capacità didattica e di oratore.

«Ne è valsa la pena. Oggi la fondazione Onlus Otonga possiede quasi duemila ettari di foresta. È stata creata una struttura di accoglienza dei tanti studiosi e visitatori che ci raggiungono. C’è un orto botanico e abbiamo oltre duecento adozioni a distanza attive per i bambini dei villaggi che così possono andare a scuola. Vogliamo educare per insegnare a conservare la natura che è la grande ricchezza di tutti noi».

 

A Otonga anche i fiumi e le valli portano i nomi dei benefattori.

«È un modi per ricordare che si è impegnato. Con Mariangela Cotto quando era assessore regionale  abbiamo dato nomi piemontesi. Anche la mia compaesana costigliolese Mariuccia Borio con l’associazione Donne del vino è stata un’importante sostenitrice del progetto. Abbiamo stretto alleanza anche con l’Ente parchi astigiani».

 

Sono in molti in questi anni a essere venuti a trovarla quasi in pellegrinaggio.

«Otonga è un luogo dell’anima oltre che un sito scientifico. Ci ha fatto la tesi l’astigiano Oscar Maioglio che ora conduce corsi a Villa Paolina (Vedi Astigiani n 21 settembre 2017). Sono venuti a trovarmi anche don Cherio da San Damiano e poi Giorgio Baldizzone del Wwf, il professore di antropologia Renato Grimaldi e tanti altri. Papa Francesco ha detto aprite le missioni, condividete e fate capire le vostre scelte».

A proposto di papa Francesco la sua enciclica Laudato sì sulla cura della casa comune che è il mondo la trova perfettamente in linea come uomo e come religioso.

«Dimostra che avevo ragione quando tanti anni fa scelsi Agraria, ma soprattutto sottolinea che l’uomo non è il re del creato, come si diceva un tempo, ma un essere intelligente nel grande cerchio della natura dove tutto e tutti gli esseri viventi hanno un loro ruolo, a volte umile e silenzioso ma utile come il lombrico Otonga. Noi dobbiamo rispettare questo ordine naturale e continuare a studiarlo e meravigliarci della sua armoniosa complessità».

 

 

 

 

 

 


 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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