sabato 3 Dicembre, 2022
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SE CI PENSO

Mio nonno un pioniere delle due ruote

Velocipedi a motore e biciclette create dall’astigiano Florio. A Genova anche taxi e navi. Morì a soli 34 anni nel 1918

Ho un nonno pioniere del motociclismo che purtroppo non ho potuto conoscere. Ne porto il nome con orgoglio e mi piace rievocarne la vicenda imprenditoriale e umana che da Asti lo portò in Liguria. Ciò che ha realizzato in pochi anni di vita (morì a soli 34 anni nel 1918) è talmente straordinario da fare sì che la sua figura sia stata avvertita in famiglia come particolarmente vitale e, a suo modo, presente. Mio nonno era nato ad Asti l’11 febbraio 1884 da famiglia piemontese di tradizioni contadine. Suo padre, Lorenzo Florio, classe 1854, era stato il primo della famiglia a lasciare la terra per un lavoro del tutto nuovo a quell’epoca: faceva infatti il “guardiano delle Regie Ferrovie” cioè il casellante: nel 1880 il mio bisnonno Lorenzo, con la bisnonna Domenica, operava nella piccola stazione ferroviaria di Varigotti. Immagino la giovane coppia in quello stupendo borgo di marinai ancora non contaminato da cementificazione e sovraffollamento turistico.

Carta intestata della “Premiata Ditta di cicli e motocicli Luigi Florio”

Mio nonno Luigi crebbe pertanto a stretto contatto con quella rivoluzionaria macchina chiamata locomotiva a vapore. Dovette restarne alquanto affascinato se poco più che adolescente, complice una innata passione per la meccanica, riuscì a realizzarne un modellino perfettamente funzionate. Ricordo che da bambino – avrò avuto 6 o 7 anni – mio padre mi portò a fare visita a un anziano signore che in gioventù era stato amico del nonno e all’epoca gestiva con la famiglia un negozio di fiori ad Asti all’inizio di viale al cimitero (l’attuale viale Don Bianco). Fu quel signore a raccontarmi la storia del trenino in miniatura, della cui realizzazione era stato testimone. Il nonno aveva ad Asti un caro amico: si chiamava Giuseppe Connone (i suoi discendenti hanno perso una “n” nel cognome e si chiamano Conone), era figlio di un rinomato bottaio e fece anch’egli per circa 40 anni il bottaio in corso Alessandria. Fu quell’amico a presentare a mio nonno una sua bella cuginetta, Amelia, figlia di quell’Alberto Ercole che avrebbe dato il nome alle omonime Ferriere. Credo che tra i due sia scoccata subito la fatale scintilla. Sta di fatto che Luigi a 15 anni – non so dire se più per amore o per necessità – andò a lavorare alle “Officine Ercole”, allora in via Garibaldi, al piano terreno della casa a tre piani (l’attuale n. 15) in cui la famiglia Ercole viveva; l’anno prima, nel 1898, era prematuramente scomparso, a soli 50 anni, Alberto Ercole, e c’era bisogno di gente per aiutare la moglie Caterina e i quattro giovanissimi figli a mandare avanti l’attività.

Luigi Florio e Amelia Ercole in viaggio di nozze a Venezia nel 1913

Arrivò il servizio militare, che all’epoca durava circa due anni e portò il nonno prima ad Alessandria, nel 2° Reggimento di Artiglieria da Fortezza, dove venne premiato per avere inventato una speciale serratura di sicurezza ribattezzata “Sistema Florio Luigi”; quindi, nel 1903, a Sampierdarena, allora Comune autonomo dall’attigua Genova. Qui, in quella che era chiamata la “Manchester d’Italia”, il nonno venne a contatto con una realtà estremamente dinamica, nuove idee, sistemi produttivi innovativi, intensi traffici commerciali favoriti dalla presenza di un porto tra i più importanti d’Europa. Nonno Luigi capì che quello era il suo posto e decise che sarebbe rimasto a Sampierdarena anche dopo la naja per cercare di mettere a frutto le tante idee che gli frullavano in testa. Lo disse ad Amelia, che non la prese bene, ma seguì una promessa: se la sorte gli avesse arriso loro si sarebbero sposati e lei lo avrebbe raggiunto nella casa vicino al porto. Dovettero passare nove anni, ma alla fine il loro sogno si compì. Tra il 1904 e il 1913 il nonno diede vita a un incredibile turbine di iniziative che lo portarono dapprima a diventare concessionario per la Liguria della Casa francese Alcyon, produttrice di biciclette e “velocipedi a motore”, poi anche della Moto-Reve Italiana, quindi a impiantare egli stesso a Sampierdarena, nella centralissima via Cristoforo Colombo, una fabbrica di biciclette e motociclette marca “Florio”. L’impresa ebbe successo e aprì un ufficio anche nel centro di Genova, in piazza del Seminario. Fu tra i promotori nel capoluogo ligure di uno dei primi servizi taxi e divenne anche armatore di una nave mercantile. A testimonianza di questi memorabili anni conservo una grande medaglia con effigie del re Vittorio Emanuele III con cui il nonno nel 1908, a soli 24 anni, fu premiato quale vincitore del “Grand Prix” all’Esposizione Internazionale delle Industrie che si tenne in quell’anno a Genova. Vi aveva preso parte con i suoi “velocipedi”. Alcuni di questi mezzi erano venduti nell’Astigiano. Dal libro di Remo Gianuzzi Castagnole Lanze dai Romani ai giorni nostri, edito nel 1977, ho appreso, non senza commozione, che nella locale frazione di San Bartolomeo «la bicicletta “vera” sarebbe arrivata esattamente il lunedì di Pasqua del 1909: ne arrivarono contemporaneamente ben sette esemplari da Genova-Sampierdarena ed erano marca Florio» (opera citata, pag. 402). Insomma, nel giro di pochi anni il nonno aveva fatto fortuna. Il sogno d’amore poteva dunque realizzarsi: Luigi e Amelia si sposarono ad Asti, in San Secondo, il 18 settembre 1913. Giuseppe Connone fu un loro testimone di nozze. Dopo il banchetto partirono per il viaggio di nozze a Venezia. Da quel giorno smisero di darsi del lei (come allora si usava tra fidanzati) e “misero in cantiere” mio padre Enzo, il loro unico figlio, nato a Sampierdarena undici mesi dopo. Mio padre a tre anni si portava nel letto, insieme all’orsacchiotto, anche la pompa della bicicletta che il babbo gli aveva fabbricato; pare che la mamma non gradisse ma papà Luigi, al contrario, ne fosse fiero. Arrivò la Grande Guerra e il nonno Luigi fu esentato dall’arruolarsi: la sua fabbrica serviva alle produzioni belliche. Di quel terribile conflitto egli non vide la fine, stroncato il 7 luglio 1918 dalla spagnola, la micidiale epidemia che tra il 1918 e il 1920 fece nel mondo oltre 50 milioni di vittime. Mia nonna Amelia aveva chiamato a consulto i principali luminari dell’epoca tra i quali, da Bologna, il celebre prof. Augusto Murri, medico personale del re. Non servì a nulla. Rimasta vedova, poco più che trentenne, con un figlio che ancora non aveva compiuto 4 anni, nonna Amelia decise di liquidare le attività genovesi e di fare ritorno ad Asti, dove tornò a vivere nella casa di via Garibaldi e a occuparsi per alcuni anni delle Ferriere insieme a sua madre e ai suoi tre fratelli Michele, Marte e Ida.

La medaglia “Grand Prix” vinto da Florio nel 1908 all’Esposizione Internazionale delle industrie di Genova

Spesso mi sono chiesto quante cose mi avrebbe potuto raccontare e insegnare mio nonno se lo avessi conosciuto, e quali traguardi egli avrebbe potuto raggiungere: forse il marchio Florio sarebbe diventato famoso come quello di altre Case motociclistiche come Guzzi, Gilera o Ducati… Di lui mi è rimasta la passione per le due ruote che rivedo già nei suoi bisnipoti Lorenzo ed Enea, i miei due figli di 9 e 7 anni.

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