giovedì 14 Maggio, 2026
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A Frinco la zecca che faceva concorrenza al Doge di Venezia

Si ritrova nelle monete l’attività di falsari dei Mazzetti

Le monete “parlano”, basta saperle ascoltare. Raccontano storie straordinarie, spesso dimenticate nel tempo. La numismatica è passione e conoscenza storica che ogni moneta ci porta ad approfondire.

Si ascoltano così storie come questa.

 

Il caso del raro “Tallero dei leoni” copiato agli olandesi

 

Ho avuto modo di avere tra le mani una rarissima moneta di Frinco, che dista qualche chilometro dal mio paese natale.

Trattassi di un clamoroso falso, ma non per questo meno prezioso e affascinante: è la contraffazione fatta dai conti Mazzetti, tra il 1581 e il 1601, del Lowenthaler (Tallero dei leoni) tipo Groninga (stemma con aquila bicipite con nel petto lo scudo di Austria).

La moneta è in argento di buona lega, pesa circa gr. 27,01, e ha un diametro 42,5-43 millimetri. Tra gli appassionati di numismatica era già stata segnalata da Eugène Demole in Monnaies inédites d’ltalie dans le livre d’essai de Zurich, pag 17, Tav. X n° 6, Bruxelles 1888.

Ma in quell’occasione, vista l’epoca, era stato pubblicato solo il disegno. Ne veniva indicato il peso, gr. 27,49 e tutti gli autori che, da allora fino a oggi, hanno catalogato quel tallero hanno riprodotto lo stesso disegno* .

La moneta in questione è l’unico tipo di contraffazione del tallero olandese coniata nel castello di Frinco su cui non possono sussistere dubbi di attribuzione, perché nello stemma d’Austria l’aquila bicipite porta sul petto, ben evidenti a chi le sa scovare, le tre mazzette, peculiari dei conti Mazzetti di Frinco. Una sorta di marchio di fabbrica.

Va detto che i Mazzetti non erano solo degli abili falsari. Erano mercanti e prestatori di denaro. La loro famiglia era arrivata ad Asti nel XV secolo proveniente da Chieri; acquisirono il feudo di Frinco con castello dalla famiglia Turco, dalla quale nel 1442 acquistarono anche delle terre e forse il palazzo nel cuore di Asti.

La loro potenza economica era in crescita e nel 1487 ottennero, per concessione imperiale, il diritto di battere moneta. Tale diritto venne ribadito, un secolo dopo, nel febbraio del 1585, da Carlo Emanuele I di Savoia; lo stesso duca concesse nel 1587 il benestare alla circolazione e transito nei suoi territori alla monetazione frinchese, a patto che fosse di buon titolo, peso e portasse le insegne dei Mazzetti e non quelle di altri principi o stati.

Già nel 1581, lo stesso duca di Savoia aveva infatti proibito il corso e il transito per il Piemonte delle contraffazioni frinchesi, proibizione ribadita nel 1583, includendo anche le monete di Casale, Castiglione delle Stiviere, Desana, Guastalla, Messerano, Passerano e Pomponesco. Tutte queste zecche avevano coniato imitazioni o contraffazioni delle monete savoiarde, pratica allora piuttosto comune.

Uno dei sesini veneziani contraffatti dai Mazzetti che imprimevano sul leone alato di San Marco una mazzetta come loro segno distintivo.
Uno dei sesini veneziani contraffatti dai Mazzetti che imprimevano sul leone alato di San Marco una mazzetta come loro segno distintivo.

I Mazzetti fecero orecchio da mercante e continuarono la loro attività fraudolenta riproducendo monete di mezza Europa, naturalmente con titolo
e peso nettamente più bassi delle originali per ricavarci un sostanzioso quadagno.

Il caso più eclatante fu la contraffazione del Sesino o doppio quattrino della Repubblica di Venezia, una moneta molto diffusa sui mercati e quindi di facile diffusione. La terraferma veneziana venne invasa da milioni di Sesini quasi sempre in rame, a volte sbiancato, tanto che la Serenissima fu obbligata nel 1603 a sospenderne definitivamente la coniazione per non dare spazio ai falsari.

I collezionisti hanno ritrovato tali monete con impressi gli stessi disegni del Sesino veneto originale in ben quindici varianti. In alcune il leone alato di Venezia tiene uno scudo o il Vangelo di San Marco, sul quale sono impresse una o tre mazzette che richiamano lo stemma araldico della famiglia astigiana.

 

I Mazzetti e i loro zecchieri condannati a morte in contumacia a Venezia

 

La cosa ebbe anche un’eco giudiziaria. Il 18 dicembre 1603 il tribunale di Venezia emise una condanna a morte in contumacia per Ercole e Giulio Cesare Mazzetti e i loro due zecchieri, nativi di Moncalvo.

La sentenza riporta i loro nomi: Geronimo e Giacomino Spada. La condanna doveva eseguirsi tramite decapitazione sul patibolo eretto in piazza San Marco. I corpi dei condannati, come soleva allora, dovevano poi essere inceneriti e le loro ceneri disperse in mare.

Vista la contumacia, il Doge Marino Grimani dispose una taglia di ben diecimila ducati, una cifra enorme per quei tempi e anche per oggi, visto che
corrispondevano a circa 4,5 chili di oro fino.

La taglia sarebbe stata versata a chi avesse catturato i condannati e consegnati all’autorità veneziana o li avesse comunque uccisi portandone la
prova alla Serenissima. In sostanza a Venezia volevano i Mazzetti, vivi o morti.

Ma Frinco dista oltre 350 chilometri da Venezia e i monferrini riuscirono a star
lontani dalle mire della potente polizia segreta della Serenissima.

I frinchesi avrebbero potuto fare la fine di quel Gian Antonio Rivarola, zecchiere fraudolento, attivo a Correggio e Mirandola, che, condannato a morte dalla Repubblica nel 1623, sparì alcuni anni dopo assieme al suo assistente, senza che ne fossero ritrovati i resti.

il ritratto del Doge Marino Grimani che dispose una taglia e la condanna a morte sui falsari monferrini

I Mazzetti continuarono invece a coniare senza preoccuparsi troppo della condanna veneziana, ma nel 1609 furono convocati davanti il tribunale imperiale con l’accusa di falsificazione di monete circolanti nell’Impero.

Le loro contraffazioni avevano interessato monete francesi, svizzere, olandesi, tedesche e naturalmente quelle degli stati italiani. Tentarono di difendersi ma le prove li inchiodarono e nel 1611 l’imperatore d’Austria Rodolfo II confiscò loro il feudo, privandoli pertanto del diritto di battere moneta.

Lo stemma araldico dei Mazzetti che si sono estinti nel 1829

Il feudo di Frinco, come accadeva allora, fu quindi assegnato a un dignitario di corte – Ernesto Molart barone di Reinerk – il quale monetizzò il privilegio cedendolo al duca di Savoia.

Nel 1641, Carlo Emanuele I riconsegnò il feudo di Frinco ai Mazzetti privandoli però del privilegio di battere moneta. Nel frattempo – come ricorda il De Canis nella sua Corografia del 1814 – il castello e i locali della zecca erano stati devastati da una mina francese collocata durante un breve assedio nella guerra per la successione di Mantova tra i Savoia e i Gonzaga.

Un secolo dopo nel 1733 i Mazzetti ottennero il titolo di Marchesi la famiglia nobiliare si estinse nel 1829, lasciando il palazzo che ancora oggi porta il loro nome. Il grande edificio con giardino in corso Alfieri è stato acquisito nel 1937 dalla Cassa di Risparmio di Asti e adibito a sede della pinacoteca civica.

Dal 2001 è di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio e ha riaperto dal 2011, dopo l’ampia ristrutturazione, come sede di mostre e rassegne.

 

Si battevano monete anche a Incisa, Moncalvo, Passerano, Cisterna

 

Torniamo al Tallero dei leoni. Quella moneta, unica nel suo genere, è comparsa in un’asta internazionale in Svizzera e acquisita da un collezionista
astigiano. È poi entrata a far parte del patrimonio storico artistico della Fondazione e della Cassa di Risparmio di Asti, che dispone di una vasta collezione di monete di Asti e di piccole zecche del territorio astigiano: oggi è
esposta con altre nella sua sede di piazza Roma.

Può essere interessante ricordare in ordine cronologico quali zecche, oltre a quella di Frinco, furono attive nell’Astigiano, escludendo quella di Asti che merita una trattazione a parte.

Le monete ritrovate hanno ricondotto, dove è stato possibile, alle zecche
di provenienza.

A Incisa, tra il 1305 e il 1310, si batterono imitazioni del Grosso Matapan di Venezia, moneta usata nei commerci internazionali.

Vennero contraffatte anche due monete imperiali: il Tirolino e l’Imperiale
piccolo, finché il 7 novembre del 1310 l’imperatore Enrico VII mise al bando
tutte le monete coniate a Incisa e di fatto venne chiusa la zecca.

Si batteva moneta anche a Moncalvo.

Manfredo IV marchese di Saluzzo e pretendente al Marchesato del Monferrato, fece coniare denari tra il 1306 e il 1307.

La zecca moncalvese nei secoli successivi coniò monete di basso valore per i marchesi Paleologi dal 1338 fino al 1536, quando il Marchesato era già passato ai Gonzaga.

Molto attiva la zecca di Passerano, dove i conti Radicati (Francesco, Giacomo, Ercole e Percivalle) tra il 1581 e il 1594 coniarono svariate contraffazioni di monete di stati europei “specializzandosi” in monete savoiarde.

Le memorie più vive dal punto di vista storico-numismatico ci arrivano
da Cisterna, che conserva ancora il castello trasformato in museo, dove
Giacomo dal Pozzo ottenne il privilegio di battere moneta con “breve” papale
di Clemente X il 28 marzo 1673.

In quegli anni, tra il 1675 e il 1677, furono coniate monere in oro e in argento con nome ed effige. Ma anche in questo caso non mancò la contraffazione,
rappresentata dal soldino milanese di Carlo II di Spagna.

 

* CNI voI. I pag. 276 n° 2 e Tav. XLVII (II), Roma 1910

– C. Gamberini di Scarfea, Le imitazioni e le contraffazioni monetarie nel
Mondo, pag. 210 n° 638, Bologna 1958

– Bobba-Vergano, Antiche Zecche della provincia di Asti, pag. 78, Asti 1971

– A. Varesi M.I.R. pag. 119 n° 607, Pavia 1995

– E. Biaggi, Dalla Dracma Gallo-Celtica al Marengo Napoleonico, Vol. III
pag. 916 n° 1440, Monaco 2004

 

Visto su Astigiani

 

• La storia della zecca di Asti è contenuta nella ristampa anastatica dell’inserto Le cento città d’Italia del 1891, allegato al numero 30 del
dicembre 2019 di Astigiani

• Frinco: un paese un castello, Astigiani n. 8 giugno 2014

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Francesco Pastrone
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