Nell’agosto del 1949 lascio la mia Quarto e parto per l’avventura nella terra dei canguri
Luciano Villata, nostro abbonato da Sidney, ci ha mandato, tramite i cugini Graziano e i suoi amici astigiani, un plico di lettere e fotografie sulla sua lunga vita e l’intensa esperienza di emigrante. Pubblichiamo ampi stralci sotto forma di lettera aperta lasciandone il più possibile lo stile di scrittura vivace e diretto, con notazioni in piemontese, italiano e inglese.


A gennaio di questo 2021 ho compiuto 90 anni. Sono nato ad Asti il 21 gennaio del 1931. Nell’agosto del 1949, quando avevo 18 anni, sono emigrato in Australia che è diventata la mia seconda patria. Non ho però mai dimenticato le mie origini. Asti mi è rimasta nel cuore.
E da Sidney dove abito ho deciso di scrivere questa lettera ad Astigiani. Un sommario della mia vita in Australia e in Italia che mi permette di esplorare
momenti spesso dimenticati.
Benché io abbia trascorso qui a Sydney ben 72 anni dei miei 90, sono e resto astigiano. Sì, mi ricordo. Mi ricordo quando portavo al pascolo le mucche di mio nonno Poncini nei prati di Quarto. Mi ricordo, la guerra e quel lontano 1949 quando ho lasciato i miei familiari a casa e sono partito come emigrante. Mi ricordo, avevo una valigetta con pochi indumenti personali e la stoffa per farmi fare un vestito che mia mamma Eva aveva risparmiato e lo incluse nella valigia.
Avevo 18 anni e 7 mesi. Alla stazione trovo tutto il gruppo dei miei amici. Saranno stati circa venti. Tra questi ricordo i nomi solo di qualcuno: Pastrone Muni, Rampone Ezio, Prasso Giulio, Basso Gianni, Marletto Guido, Aldo e Mario Carosso ecc. Con questo gruppo eravamo sempre insieme: affiatati a divertirsi senza spendere una lira.
Il Don Bosco era la nostra seconda casa. Avevamo cominciato ad andare a ballare. Si andava al Sufa’, alla Gimbarda ecc. La stagione balneare andavamo alla Versa o al Tanaro mica ad Alassio.
Mi ricordo l’ansioso salutare dei miei zii, e dei cugini Rosanna e Laura con Domenico da Torino al porto di Genova. Prima di salire sulla motonave “Sebastiano Caboto”. Partiti il 7 luglio 1949, siamo arrivati a Sydney l’11 agosto, più di un mese di viaggio. Mio padre Mario aveva già fatto l’emigrante per 12 anni tornando poi alla fonderia Ercole come fabbro. Mia mamma e mia sorella Rita decisero di occuparsi di un negozio di chincaglieria in corso Alfieri, un’idea brillante per… morire di fame. Vendevano con sconto sempre richiesto dai clienti, aghi, bottoni, lana, filo per cucire ecc.
Immaginate voi quanto guadagnavano. Io invece di andare alla Vaia Saut (sic) o in altre fabbriche ho voluto fare qualche altro impiego: apprendista argentiere, cesellatore, da Foglino, il laboratorio situato a San Pietro. Guadagnavo come mia madre a vendere bottoni. C’era sempre la fame o quasi. Stufo di dover tirare la cinghia e cercando una sistemazione migliore,
sotto il suggerimento di mio padre, che lui era stato in Australia, io e Piero, suo zio, abbiamo deciso di lasciare Asti e venire a Sydney.
Abbiamo dovuto fare la dovuta documentazione molto complicata. A quei tempi occorrevano le seguenti carte da portare al consolato australiano di Torino: atto di richiamo fatto dall’Australia, in questo caso fatto da mio zio che garantiva lavoro e alloggio, la somma per pagarti il viaggio, il certificato dal dottore che non eri moribondo con la dovuta radiografia ed il nullaosta dei
carabinieri per poter lasciare l’Italia.
Dato la mia età, avrei dovuto tornare dopo un anno per fare la visita medica
e fare il militare.
In nave 40 giorni in cameroni da 80 persone
Siamo partiti da Asti il 6 Luglio 1949 per salire sulla nave il giorno dopo da Genova. Ci avevano detto che avremmo viaggiato in una cabina da 6 persone. Praticamente una crociera. Ci hanno ficcati in un camerone di 80 persone con letti uno sopra l’altro. Niente oblò.
Il mangiare era servito su una tavola lunghissima e il cameriere serviva i piatti a striscio. Li buttava dalla cima della tavola al fondo e te aggrapparvi il piatto che ti passava davanti. Altro che crociera.
Dopo aver navigato, superando anche molte burrasche, arriviamo a Sydney come ho già detto, l’11 agosto. Entrando nella baia è stata una veduta stupenda con spiagge sabbiose e recintate per tenere a bada gli squali. Al nord c’è lo zoo visitato in seguito – molto bello. Al centro ed in piena vista, il famoso ponte fatto in Inghilterra ed assemblato sul posto. Mio padre passò
sotto il ponte mentre stavano ancora costruendolo nel 1935.
Al molo dove ora c’è il famoso complesso dell’Opera house, erano ad attenderci i miei zii, la cugina Lucy ed un gruppo di piemontesi venuti a
darci il benvenuto. Subito andammo ad abitare da loro e io rimasi a lavorare in cucina nel loro ristorante, lavando i piatti e pelando le patate.
Dopo poco tempo, gli zii e Lucy hanno venduto il ristorante e sono andati
in Italia. Io ho trovato un letto alla pensione conosciuta come Palmina di Quarto (costo $3.50 sterline alla settimana completo alloggio, vitto, panini per mezzogiorno).
Primo lavoro in tipografia e il rito del pub
Con le prime sterline mi compro una Vespa in società


Era in Commonwealth street vicino alla stazione. Dopo aver capito il senso della città, ho cominciato a camminare per i parchi, visitare il ponte della baia, le vie e negozi di ogni tipo. C’erano magazzini con le scale mobili mai viste prima.
Alla tipografia W.C. Penfold (il figlio di Penfold ha poi sposato mia figlia Ingrid)
ho preso lavoro. La paga era di 8 sterline alla settimana. Stando attenti, si poteva risparmiare 2 sterline alla settimana, dopo aver pagato la pensione.
Avevo 19 anni, non sapevo l’inglese. In tipografia c’erano 60 persone e io non avevo mai visto questo tipo di lavoro, però mi è piaciuto subito anche perché erano premurosi verso di me. Mi insegnavano la lingua e cosa fare sul lavoro. Da manovale, sono poi progredito a fare funzionare una macchina per dare la lacca. Posso solo essere grato a tutti coloro che mi hanno aiutato sul lavoro.
Mi hanno anche insegnato a bere la birra. Si andava al “pub” in sei, tutti compravano un turno quindi meno di 6 bicchieri non si bevevano. Una sera sono diventato ciuc. Potete capire perché i miei nipoti mi chiamano “dio baco”.
Dopo il lavoro in tipografia, alla sera ed al weekend andavo al ristorante Princess a lavare piatti, pentole, per guadagnare qualche soldo in più. Il ristorante era gestito da un signore Bonfante di Asti.
Arrivarono ad abitare nella pensione altri piemontesi: Aldo Carosso, Baldo
Balladore, frequentatore del bar Cocchi. Balladore mi raccontava che aveva un suo tavolino al Cocchi, sotto i portici di piazza Alfieri. Era considerato un cliente dei più stimati. Si faceva portare un caffè, un giornale anche del giorno prima e controllava chi andava e veniva dando un’occhiata ai sederi e alle tette dondolanti delle belle astigiane.
Nel 1952 iniziano i lavori del capannone per la falegnameria
In Australia con i primi soldi guadagnati, Balladore comprò una Vespa allora io ho pensato perché mi no? Andavamo in giro a Sydney ed era una novità per tutti. La Vespa, ci ha dato la possibilità di vedere praticamente tutta Sydney ed esplorare le sue magnifiche spiagge: ci sono 73 km di costa, sono 40 spiagge in totale.
Balladore poi tornò in Italia e Carosso comprò la Vespa da lui. Così eravamo sempre in due sulla Vespa a gironzolare. La maggioranza degli australiani ci stimava. In principio eravamo visti come avessimo solo l’abilità di aprire negozi di frutta e verdura, i greci avevano il fish and chips e milkbar e noi fruttivendoli e ristoratori. Poi col tempo ci hanno apprezzati per quello che
veramente l’italiano sa fare…
In questo periodo, arrivarono a Sydney mia sorella con Domenico Sburlati appena sposati. Entrambi entusiasti. Dopo arrivarono mio padre e mia mamma, lui contentissimo e lei non tanto. Trovato alloggio per tutta la famiglia con un negozio di frutta e verdura condotto da Rita, Domenico e mio padre. Ci siamo rimboccati le maniche per pulire, lavare, riparare e renderlo un po’ più abitabile.
Mamma disse mi avete portato in un bel posto, io torno ad Asti domani. Con l’arrivo di mia sorella, è arrivata sulla stessa nave anche la giovane sposa Luigina Forno venuta a raggiungere il marito Adriano, il mio miglior amico.
Trovandoci nei fine settimana tra gli emigranti, abbiamo fatto tante amicizie – Petrini, Ferrero, Cotti, Spartaco, Saracco e molti altri da diventare forti amici. Venduto il negozio, comprato una casa per vivere assieme, Villata e Sburlati e in seguito ho demolito la casa e costruito otto alloggi. Qui ci abitò in seguito anche Roberto Forno, figlio di Adriano, con mio padre.
Lasciato l’avventura negozio, mio padre mi convince di andare a lavorare con lui in una falegnameria che faceva mobili e camere da letto. In questo periodo 1952-53 ho conosciuto Aldo Breda, lui falegname puro. Ci siamo messi in società e abbiamo deciso di lavorare in proprio con discreto successo. Per progredire nel nostro desiderio di farci un futuro più sicuro.
Abbiamo comprato terreno e poi costruito un capannone dove abbiamo introdotto i macchinari necessari alla falegnameria. Distava 25 chilometri
dal centro di Sydney. Sboscato il terreno e bruciato le piante che non servivano, con pala e picco abbiamo incominciato per la fondazione della piccola fabbrica. Per costruire il capannone ci hanno aiutato diversi amici: il primo di tutti è stato Adriano Forno, come sempre il mio amico più fedele, sia in Australia che in Italia.

Con gli anni abbiamo aumentato il nostro lavoro non solo in falegnameria, ma anche cominciato a riattare case, alloggi e negozi. Tra questi lavori di costruzione abbiamo fatto anche una chiesa, una sinagoga di piccole dimensioni e riparato una chiesa greca.
La ditta, chiamata Villata e Breda Constructions, durò per circa 15 anni. Come mezzo di trasporto comprammo un camion di seconda mano, sgangherato. Poi abbiamo comprato un camion nuovo. Già lavorando in tipografia avevo il bernoccolo di lavorare col legno. Usando quel poco che avevo imparato da mio padre facevo riparazioni e aiutavo falegnami a fare arredamenti nei negozi o bar.
Questo al weekend e di sera, mettevo gli attrezzi in un sacco sistemato sulla Vespa. Ho conosciuto un costruttore australiano Mr Stanley Catts, un vero businessman. Si vede che gli sono andato a genio. Aveva bisogno di lavoratori il weekend e di sera quando i negozi erano chiusi, per me è stato l’ideale.
Avendo conosciuto Mr Catts è stato un colpo di fortuna. Come prima accennato a Sydney ci sono 40 e più spiagge tutte alla portata di mano. La più famosa è Bondi Beach. Tutte hanno servizi e spogliatoi per uomini e donne separati e i bagnini che sono di vedetta per gli squali. Se li avvistano suonano le campane d’allarme e tutti escono dall’acqua.
In questo periodo sono successe cose importanti nella mia vita. Mi sono sposato con una inglese che era bella ed è ancora bella.
Conosco June ci sposiamo e abbiamo tre figli
Nel 1964 un primo ritorno in Italia, tre anni dopo rientriamo con l’idea di restare. Ma nel 1968 torniamo a Sidney con un figlio in più
Benché anche lei abbia passato le 84 primavere (Parla nen cume al vola is
temp). June mia moglie è sempre stata molto entusiasta del mare, delle spiagge (lei viveva a Westcliff in Inghilterra dove il mare era sempre grigio e freddo). Qui si è trovata in paradiso come mare, come clima. Ha sempre portato i bambini in spiaggia. Sono diventati tutti esperti nuotatori.
Nel 1964 sono tornato in Italia per la prima volta per vedere amici e parenti. Naturalmente vidi i signori Cotti sistemati a Milano con un bar, “L’Inter bar”. Adriano e Luigina avevano un negozio in corso Savona ed erano ben sistemati. Entrambi ex australiani.
Tutti loro e tanti altri mi dissero “Perchè non torni? Vedrai che potrai sistemarti anche tu.” Incontrato loro e tutti i parenti con grande gioia, tutti
mi dicevano la stessa cosa: torna in Italia. Tornai a Sydney convinsi i miei
familiari, mia moglie e miei bambini, di fare questo grande passo…Vendetti la
mia parte della ditta ad Aldo Breda che continuò con successo sempre usando
lo stesso nome. Lo cambiò in seguito.
Mia moglie June era entusiasta e riprese a studiare l’italiano. Adesso lo parla quasi come un nativo di Asti. E così io, June e i tre “selvatici australiani”, come diceva zio Felice dei miei figli, arriviamo a Genova nel gennaio 1967.
Ad aspettarci, c’erano zii, cugini astigiani e cugini di Torino. Era inverno.

Adriano Forno ci ha offerto l’alloggio a Spotorno. Siamo rimasti 18 mesi.
Abbiamo incominciato a vedere l’Italia dalla Liguria, la bellezza di paesini,
spiagge, basta dire Spotorno, Sanremo, Genova, Portofino, La Spezia per
poi proseguire in Toscana. Siamo venuti naturalmente anche ad Asti. Avevo preso una Fiat 1500, eravamo comodi, così decidemmo di andare in Inghilterra, passando dalla Valle D’Aosta, Svizzera e Francia. Trovando
i parenti di June in Inghilterra, due fratelli Sonny and Bill. Bill con tre figli,
l’altro Sonny con quattro figli.
Facciamo i turisti. Ritornati dal viaggio i miei figli Luca ed Ingrid sono andati
per un po’ a scuola a Spotorno. Io continuavo a cercare una sistemazione
di lavoro valida per restare. June rimane incinta per la quarta volta e così nacque Adam con i capelli rossi all’ospedale di Savona. Pensammo di sistemarci a Milano, ma dopo un po’ abbiamo deciso di rifare i bagagli e
siamo ripartiti da Genova per Sydney su una bella nave “Galileo Galilei” in
prima classe (non si scherza). Siamo arrivati nel maggio 1968.
Incomincia un altro periodo della vita. Eravamo partiti per l’Italia in cinque,
tornati in sei. Bene, qualcosa avevamo fatto. Mi sono dato fare in vari settori
con alterni risultati: ho cercato di vendere sci valdostani, vino piemontese e
mobili italiani.
Provo a vendere sci, vino e mobili
Poi riprendo a fare l’impresario edile
Poi ho ripreso con qualche cambiamento a costruire case e fare arredamenti per negozi (una cinquantina in tante città dell’Australia). Non ho mai mollato. Volli sempre volli. Viva il nostro Vittorio.
L’impresa è cresciuta: ho riattato e ricostruito due ospedali da 50 letti. Ci siamo anche trasferiti in una casa più grande a Vaucluse con veduta della baia e un orto.
I miei bambini sono cresciuti e si sono laureati e la sanno più lunga di me. Tutti parlano l’italiano merito anche di June che ha insegnato loro da piccoli e li ha mandati a scuola. Anche i miei nipoti parlano l’italiano. I miei quattro figli si sono sistemati uno alla volta e sono tutti qui vicino a noi con le loro famiglie: Ingrid con Andrew, Luca con Pernille, Simon con Irene, Adam con
Janet.
Ho lasciato Asti nel 1949 con l’intenzione di lavorare, guadagnare e risparmiare e poi tornare in Italia, comprare un camion e fare trasporti. Invece guarda un po’, dopo 70 anni ho una moglie, 4 figli, 7 nipotini, 3 cani e niente camion.
Beh pazienza, tutto sommato considerando il prezzo della benzina non sarebbe un buon affare. Meglio fare il costruttore edile anche in piccolo ma in proprio. (Vanta mai mulè anche se as va pian: non bisogna mai mollare, anche se vai adagio).
La mia casa è sempre stata aperta agli amici. In questi decenni ne sono passati tanti. La lista è lunghissima. E non voglio dimenticare l’Associazione
della Famiglia Piemontese (Famija Piemonteisa) di Sydney fondata il 6 ottobre 1976 da un gruppo di piemontesi volenterosi di essere assieme.
Abbiamo fondato la Famija Piemonteisa
Quanta bagna cauda!

Tra questi c’ero pure io e con me i Cappelletto, Petrini, Lumello, Mazzeri, Moiso, Cinelli, Catana, Ferraris, Caucino e tantissimi altri.
Nel primo anno abbiamo raggiunto 180 soci e tutto procedeva a gonfie vele; gite in pullman, in montagna, sulla neve, tanti barbecue fatti nei vari giardini. Felici di trovarsi insieme, due balli all’anno, questo ha funzionato per molto tempo. Purtroppo, tutto ha una fine o quasi. Cause di vecchiaia e che i giovani prendono altre strade anche se è triste per noi bugia nen.
Da quando il presidente Giorgio Moiso ha deciso di arrendersi 5 anni fa, io e la signora Morso Angela facciamo gli organizzatori di pranzi piemontesi al
ristorante Bianco. I partecipanti non sono tutti piemontesi ma arriviamo sui 70 partecipanti. La bagna cauda è sempre il nostro piatto preferito e ce la mangiamo con tanta voglia e piacere.
Il problema è che tra un pranzo e l’altro, c’è sempre qualcuno che vuole andare in paradiso.
La festa dell’80° all’Hasta hotel e i soggiorni a Vallarone
Casa mia è diventata anche un casinò. Giochiamo a scopa una volta alla
settimana facendo uno spuntino a mezzogiorno con pizze, spaghettate, un buon vino Barbera che non ci manca mai. Poi i giovanotti vanno a casa tranquilli.
Sono Peter Cinelli, Tito Ventura, Peter Crook, Ernesto e Sara, tutti al di sopra agli 80 anni. Io sono il vecchio. Ho sofferto per la perdita di mamma nel 1972, papà nel 1980, mia sorella Rita nel 2006 e mio cognato Domenico nel
2012.
Con il passare degli anni, le amicizie, i parenti, forse uno le ricorda con più
affetto e con tanti piccoli dettagli. Ci siamo incontrati tante volte in Australia
e in Italia. Sono ricordi bellissimi, li ho tutti nel cuore.
Ricordo il mio ottantesimo compleanno festeggiato il 22 gennaio 2011 al
ristorante Hasta di Valle Benedetta con la presenza di 60 fra amici e parenti
venuti da Torino, Genova, Milano, Trieste e dall’Australia. Per i 90 anni vorrei tornare a fare un’altra festa di compleanno, coronavirus permettendo.
Arrivato alla sera della vita, devo dire che sono stato fortunato ad avere una
vita e la famiglia che ho. Ho avuto una vita felice senza rimpianti, vissuta alla mia maniera. Vorrei ringraziare tutti quelli che ho avuto il piacere di conoscere ad Asti, in Italia ed Australia, parenti ed amici, qui menzionati e non. Grazie.
Un saluto da un australiano che continua ad essere astigiano












































