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l'ultimo brichet

Intervista a un ragazzo del 2020

31 dicembre 2099. L’inviato di una televisione interstellare intervista uno degli ultimi “ragazzi del Covid”, nati all’inizio del secolo.

Negli archivi ci sono vecchi video, ma sono rimasti pochi i testimoni diretti.

Che cosa ricorda di quegli anni?

 

Le prime notizie del virus arrivarono dalla Cina e ricordo che, come prima reazione, ci fu un crollo del consumo di riso alla cantonese e pollo con le mandorle. Ma nessuno era preoccupato.

Però ben presto il virus cominciò a mietere vittime in tutto il mondo Si cantava dai balconi perché per evitare i contagi c’era l’obbligo di stare chiusi in casa. Noi studenti eravamo contenti di non dover andare a scuola.

 

Andare a scuola che significa?

 

In quegli anni noi giovani dovevamo trovarci in stanze chiamate aule con umani più anziani, i professori, che spiegavano cose strane e spesso noiose. Fu allora che si sviluppò la Dad, detta anche “didattica in pigiama”.

Crescevamo alternando lezioni di matematica e video clip dei rapper, pensieri filosofici in pillole e – lo confesso – collegamenti a Youporn. Per evitare la nostra ignoranza i neonati vennero poi dotati di neuro-microchip collegati a Wikipedia.

 

Ci racconta che cosa fu la quarantena?

 

Si passava il tempo a guardare serie televisive al computer e mettere foto di torte, gattini e fiori appena sbocciati su Facebook. Qualcuno leggeva anche qualche libro, oggi rarissimo. Chi aveva un cane lo portava fuori a far pipì anche otto volte al giorno, se si aveva l’autocertificazione. Le più estrose le hanno esposte nei musei.

 

Ci spiega il fenomeno delle mascherine?

 

C’era quelle di comunità, le chirurgiche, le FFp2. Venivano appese agli specchietti retrovisori della auto. C’era chi le portava sotto il naso, altri sotto il mento. Le migliori avevano il buco per la cannuccia dello spritz. Chi aveva gli occhiali invece brancolava nella nebbia.

 

Abbiamo trovato file crittografati pieni di numeri.

 

Saranno quelli dei tamponi: la tv tutte le sere informava la popolazione sui tamponi fatti, su quelli positivi e negativi. Il termine positivo cambiò di significato: era negativo essere positivo. C’erano quelli rapidi, molecolari i test sierologici. C’è chi si è laureato in medicina studiando sulle dispense televisive dei virologi, in quel periodo più famosi degli allenatori di calcio.

 

E dopo il primo lockdowm?

 

Quella parola ci invase: tutti la pronunciavano a modo loro. Comunque con l’estate del 2020 molti andarono in vacanza. Noi andammo in Sardegna i miei a Roccaverano e ci dicevamo “Hai visto che è andato tutto bene”.

 

E invece?

 

E invece con l’autunno tutto tornò come prima, anzi peggio, ma intanto c’era l’attesa per i vaccini. Uno sperava di essere “grande e vaccinato”. I russi fecero affari con lo Sputnik, le multinazionali farmaceutiche con tutti gli altri.

 

Come finì?

 

In un giorno di primavera il contagio si fermò, forse per l’immunità di gregge. Il mondo si risvegliò da un brutto sogno. Ci dicevamo “mai più come prima”. E avete visto com’è andata.

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Pippo Bessone
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