Crack bancari e istituti di credito in difficoltà hanno sempre fatto notizia. L’icona della crisi del 2008 sono gli impiegati licenziati che uscivano con gli scatoloni dalla sede della banca d’affari americana Lehman Brothers. In Italia si sono scritti fiumi d’inchiostro sui buchi della Popolare di Vicenza o del Monte Paschi di Siena.
Poco più di un secolo fa, anche sul territorio astigiano si è abbattuto un fallimento bancario, ma la vicenda sembra essersi perduta nei meandri degli archivi. Il nome di questa banca è spuntato durante una ricerca sulle Società di Mutuo Soccorso. L’Unione Astigiana di Credito Agricolo compare nell’annuario delle banche italiane del 1907.
All’epoca esistevano numerose piccole banche di paese. Questa però aveva 22 filiali in Piemonte, qualcuna anche in Lombardia e un bilancio di oltre due milioni di lire. La curiosità è che una banca di queste dimensioni fosse stata fondata nel 1900 a Mombercelli, comune agricolo di qualche migliaio di abitanti.
Tutto ruota attorno alla figura del fondatore di questa banca: Celestino Mazzetti, figlio di un proprietario terriero di Mombercelli, fratello di una suora e di un sacerdote che era segretario del vescovo di Asti Giacinto Arcangeli, un bergamasco convinto assertore del ruolo sociale della Chiesa. Arrivò ad Asti nel 1899, nominato da papa Leone XIII e subito lanciò il giornale diocesano Gazzetta d’Asti e nel 1901 indisse la prima Adunanza diocesana astese per rafforzare la presenza dei cattolici nella vita sociale.
Una delle azioni dell’Unione Astigiana di Credito di federare le casse rurali, spesso collegate alle parrocchie. Queste casse raccoglievano i risparmi locali e avevano per clienti contadini e piccoli commercianti in difficoltà finanziarie. Applicavano bassi tassi di interesse ed erano nate in nome della solidarietà cristiana per combattere le mille avversità che rovinavano la vita nelle campagne: incendi nei fienili, grandine e fillossera, morìa di bestiame.
Ostacolavano il ricorso all’usura ed erano anche formidabili strumenti per portare consenso ai clericali che si stavano organizzando politicamente, in contrapposizione alle Leghe operaie di ispirazione socialista. Nacque così l’Unione Astigiana di Credito Agricolo. Il capitale iniziale era modesto (2.000 lire) e Mazzetti possedeva 5 azioni da 20 lire ciascuna. In poche parole, fondò una banca con 100 lire.
Tuttavia, grazie al suo attivismo e agli articoli molto favorevoli della Gazzetta d’Asti l’iniziativa crebbe rapidamente. La banca aprì una filiale anche ad Asti, non lontano dal vescovado, in via del Tribunale, oggi Monsignor Rossi. In questo solco si mosse Celestino Mazzetti con l’intenzione Celestino Mazzetti era già molto attivo nell’organizzazione cattolica diocesana a fine Ottocento e aveva già fondato nel paese una Società di mutuo soccorso, una Cantina sociale e una Cassa rurale.
Aveva anche dato luogo a una miriade di iniziative, come la Lega contro la bestemmia o quella per il riposo festivo, tutte di matrice cattolica. Grazie al suo impegno, Mombercelli fu al centro dell’attenzione del mondo cattolico piemontese.

Il ruolo di Celestino Mazzetti “padrone” di Mombercelli molto legato alla Curia vescovile
Vi si tennero numerosi raduni di Società di mutuo soccorso con bandiere e bande musicali e lo stesso Vescovo di Asti talvolta partecipò a questi incontri molto pubblicizzati sui giornali clericali. Celestino Mazzetti agli inizi del Novecento arrivò a essere contemporaneamente direttore della banca, presidente della cassa rurale, della cantina sociale, della società di mutuo soccorso e sindaco del paese. Ma il castello di potere crollò repentinamente nel 1912 quando l’Unione Astigiana di Credito Agricolo fu dichiarata fallita e in rapida successione a Mombercelli fallirono anche la cassa rurale e la cantina sociale.
L’impero di Mazzetti si dissolse in un amen e su di lui in paese calò il silenzio. La diocesi di Asti dal 1909 aveva un nuovo vescovo, mons. Luigi Spandre, che si ritrovò con la patata bollente tra le mani.
La sentenza di fallimento nel 1912 per mancanza di liquidità
Il crack dell’Unione fu un fulmine a ciel sereno. La sentenza del tribunale civile di Asti del 26 ottobre 1912 di quel mese ne riassume la vicenda. «Il Tribunale civile di Asti […] Ritenuto che fino dal sei presente ottobre Biglia Giuseppe fu Battista ricorreva al Pretore di Mombercelli lamentando di non poter ritirare un deposito da lui fatto alla locale Unione Astigiana di Credito, che in detto giorno il Biglia dichiarava, come risulta da analogo verbale, che nell’aprile delmillenovecentoundici aveva fatto un deposito, vincolato per un anno di lire settemila, e giunta la scadenza, sebbene avesse preavvisato il Direttore della Banca, non era riuscito ad avere il fatto suo e solo dopo molti e reiterati viaggi era riuscito ad avere a tutto il detto giorno poco più di cinquemila lire. Che il Pretore di Mombercelli aggiungeva correr voce che la Banca non fosse in floride condizioni […]
Che parecchi sono i depositanti di detta banca che non riescono a ritirare il loro avere per mancanza di fondi. Che queste circostanze sono state ammesse di fatto dallo stesso direttore della banca e che quindi si ha la dimostrazione ch’essa si trova in stato di fallimento perché ha cessato di fare i pagamenti per le obbligazioni commerciali assunte. Che non si tratta di mancati pagamenti per cause transitorie e giustificate, ma bensì di pagamenti ineseguiti per assoluta mancanza di fondi che si dicono esistenti ma non realizzabili […]
Che inoltre risultano in odio della Banca fatti diversi protesti. per questi motivi […] dichiara il fallimento della Società Anonima Cooperativa a capitale illimitato- Unione Astigiana di Credito con sede in Mombercelli.»
Colpisce la rapidità dell’intervento dell’autorità giudiziaria: dalla prima denuncia alla sentenza passarono solo venti giorni. Colpisce anche la modesta entità dell’ammanco che diede inizio al crollo, meno di duemila lire. Dalle motivazioni della sentenza, però, si può supporre che il pretore di Mombercelli fosse già da tempo al corrente delle difficoltà che la banca attraversava e che non aspettasse altro che una denuncia per intervenire.
Con la stessa sentenza venne nominato curatore fallimentare l’avvocato Luigi Borello di Asti, che si trovò ad affrontare un lavoro difficile e delicato che descrive in una dichiarazione sul settimanale liberale Il Cittadino: «La banca aveva ventidue succursali. La contabilità era tenuta in uno spaventoso disordine; ebbene in otto mesi […] ho riordinato a giorno la contabilità, ho esperito 1.500 e più chiamate di creditori, si sono esaminati ben 5.000 nominativi e si è formato un bilancio accurato e preciso.
Aggiungo a ciò circa 1.080 domande di credito verificate, nonché la rinnovazione del 80% del portafoglio…»
L’avvocato Borello portò a termine il suo lavoro in meno di un anno, tempo veramente rapido per un fallimento così complesso. L’impressione è che tutti volessero chiudere il caso al più presto e dimenticare una vicenda imbarazzante per molti e non solo per i cattolici. In particolare, il mondo bancario non voleva allarmare i risparmiatori. Pochi anni prima, nel 1902, quando ancora si coglievano gli echi dello scandalo della Banca romana del 1894, anche ad Asti c’era stato un clamoroso ammanco per circa 800 mila lire alla Cassa di Risparmio.
Ci fu una preoccupante “corsa agli sportelli” e molti depositi furono ritirati ma la banca, fondata nel 1842, riuscì, con le sue riserve, a far fronte alle richieste di rimborso fino a quando il panico rientrò. Torniamo a Mombercelli. Il ventisette settembre 1913 si tenne l’ultima assemblea dell’Unione che approvò il concordato con i creditori e sciolse la società. In quell’occasione il protagonista assoluto di questa vicenda.
Nel tracollo coinvolti centinaia di piccoli risparmiatori

Celestino Mazzetti, e gli altri amministratori, ottennero dall’avvocato Borello la revoca dell’azione di responsabilità nei loro confronti versando una sanatoria di trentamila lire. La somma era ingente, ma consentì ai responsabili del disastro finanziario di evitare la galera. Andò peggio agli azionisti che persero tutto quanto avevano investito, circa 145.000 lire. Circa mille depositanti ci rimisero il 60% dei depositi. Il danno complessivo fu quindi di quasi un milione di lire.
Per dare un’idea dell’entità possiamo ricordare che la costruzione ad Asti del santuario della Madonna del Portone, completato proprio nel 1912, costò all’incirca 100.000 lire e che la paga giornaliera di un lavoratore manuale adulto oscillava tra 1,30 e 3,50 lire. Ci sono rimaste, conservate in un faldone polveroso all’Archivio di Stato di Asti, circa seicento domande di rimborso. Si va da cifre ingenti, fino a 5.000 o 10.000 lire, rivendicate da nobildonne, possidenti, ricchi proprietari e anche sacerdoti, a somme molto più modeste. Tra queste colpisce la domanda della direttrice di un orfanotrofio che presenta un elenco di libretti, ciascuno con importi di poche decine di lire, a nome di alcune bambine. I risparmi di piccole orfanelle…
Il fallimento dell’Unione comparve su Il Cittadino del 30 ottobre 1912. Un trafiletto in terza pagina senza nessun risalto e senza nessun commento, dove si riferisce che sono stati messi i sigilli anche alla filiale di Asti della banca. Il periodico liberale di Asti aveva scelto di non infierire.
La Gazzetta d’Asti, il giornale della diocesi, era invece sulla difensiva. Commentò il fatto con un trafiletto in terza pagina il primo novembre 1912: «In seguito alla dichiarazione di fallimento della Unione Astigiana di Credito alcuni giornali stamparono che detta Banca era retta da prelati e che figurava tra le Associazioni Cattoliche Diocesane; da notizie assunte direttamente siamo in grado di poter smentire detta notizia, e di affermare che l’Unione Astigiana non faceva parte in alcun modo delle Associazioni Cattoliche organizzate e che nessun prelato faceva parte del Consiglio di Amministrazione.»
Affermando una verità – in effetti non c’erano rappresentanti diretti del clero nel Consiglio di Amministrazione – la Gazzetta d’Asti negava l’evidenza: che l’Unione fosse fortemente voluta e appoggiata dall’alta gerarchia cattolica astigiana era noto a tutti. Dalla breve nota traspare tutto l’imbarazzo della Curia e il desiderio di dimenticare al più presto l’intera vicenda. Celestino Mazzetti venne scaricato. Nei suoi confronti vi fu una vera e propria damnatio memoriae. Il suo nome non sarà più citato dalla Gazzetta d’Asti. Dal fronte opposto Il Galletto, il giornale del futuro primo sindaco socialista di Asti, Annibale Vigna, diede ampio risalto al fatto in un articolo del 2 novembre 1912.
La feroce polemica sui giornali locali Scontro tra cattolici, socialisti e radicali


Sotto l’eloquente titolo Lo sfacelo del clericalismo nell’Astigiano, si scrive: «A Mombercelli, piccola vandea bergamasca nell’astigiano, tira vento di fronda per il clericalume: anche a Callianetto si maledice e si piange. Ben 96 mila lire hanno versato i buoni, ma degeneri figli di Gianduja. E dappertutto sotto i portici in Asti, in Corso Alfieri, nei paesi dei dintorni si impreca e si domanda ansiosamente a quanto ammonta il deficit.»
L’attacco più violento, che oggi porterebbe alla querela, fu sferrato da Il Pensiero, periodico dei radicali astigiani: «Negare, infatti, la marca di organizzazione cattolica, diocesana o no, ad un’istituzione diretta da un Celestino Mazzetti, significa non soltanto avere la menzogna per norma abitudinaria di vita, ma scambiare le genti di Asti per citrulli.
Cotesto Mazzetti, che fu già sindaco di Mombercelli, all’epoca in cui un tale capoccione clericale insozzava colle sue turpi voglie la infantile purezza di non poche tenere e graziose fanciulle del paese, cotesto Mazzetti, diciamo, che l’organo delle sagrestie astigiane vorrebbe gettare a mare come zavorra ingombrante e pericolosa, ebbe in altri tempi tutte le carezze del foglio dal quale è ora considerato come inesistente nei ranghi della cosiddetta azione cattolica. […] la banca fallita non solo era retta da clericali, ma ha avuto dal suo sorgere sino all’inonorata morte lo scopo preciso di servire da strumento economico alle mire di conquista politica dei caporioni del clericalismo regionale».
La polemica andò avanti per alcune settimane. Infine, il periodico della Curia concluse lo scontro con un articolo dall’esplicito titolo E ora basta del 22 novembre. L’oblio e le vicende storiche hanno ottenuto il risultato di far dimenticare questa curiosa pagina di storia astigiana. È rimasto un sonetto, una sorta di pasquinata scritta in piemontese intitolata El faliment dla Banca Mazzetti ad Mombersè che racconta la vicenda.
Come poté accadere un disastro del genere? Innanzi tutto, il capitale sociale era troppo esiguo e il rapidissimo sviluppo aveva creato una banca molto fragile e difficile da gestire. Possiamo immaginare i pasticci combinati da personale non idoneo, spesso senza nozioni di tecnica bancaria, sparso in sedi situate in paesi lontani, difficili da controllare a livello centrale.
Inoltre, l’Unione era nata con una ambiguità di fondo: da un lato si presentava come una cassa rurale, dall’altro agiva come una banca. In questo modo però negava quella che era l’essenza stessa di una cassa rurale: un istituto di microcredito, adatto a una realtà parrocchiale. La garanzia per i depositanti era data dal fatto che tutti conoscevano tutti. I prestiti erano concessi solo ai soci ed era difficile che venissero fatti a coloro che non erano in grado di restituirli. Agendo da banca, invece, l’Unione concesse prestiti anche a rischio a soggetti inaffidabili.
Celestino Mazzetti creò la banca, la portò al successo ma anche al fallimento. Dalle poche notizie su di lui appare un personaggio esuberante, desideroso di apparire. E invece la storia lo ha dimenticato.








































