Convento carmelitano fondato nel Trecento, poi caserma “Carlo Alberto”
“Il fabbricato è pericolante e minaccia rovina”. Astigiani pubblicava la foto di
questo stesso cartello sul numero 8 del giugno 2014 dove si parlava del
Casermone e dei bersaglieri ospitati per decenni in quel grande complesso edilizio. State tenendo tra le mani il numero 35.
Sono passati sette anni e il segnale di pericolo è ancora al suo posto. Solo la
patina di ruggine è avanzata. Quel pezzo di Casermone continua a “minacciare rovina” con il tetto sfondato e l’edera che ricopre i muri e non riesce a mascherare il degrado. Un bubbone che sorprende i tanti che arrivano da fuori per frequentare il Palazzo di Giustizia, ma anche gli astigiani che si interrogano da decenni: perché non si è ancora finito il recupero di quell’edificio nel cuore del centro storico?
Più si approfondisce la storia recente di questo enorme caseggiato, più diventa evidente che qui, dal 1948 in poi, si sono susseguiti una serie di gesti simbolici, bandierine piantate in gran pompa in mezzo a un deserto di mancate decisioni e occasioni sfumate.
Andiamo con ordine. Oltre settant’anni dopo la chiusura definitiva della Caserma Carlo Alberto – era il 1945 – oggi il quadrilatero resta un problema risolto solo per il lato su piazza Umberto Cagni che ospita l’Istituto Monti.
Le altre tre maniche sono fantasmi. Si intravedono l’ossatura del tetto, qui
e là rattoppato da pannelli che a ogni temporale sbattono sui coppi e fanno
domandare: stavolta si staccheranno? Sulle mura, dove l’intonaco si è sgretolato, i mattoni rossi sono esposti alle intemperie. E attraverso i buchi che un tempo erano finestre, si indovina l’intrico delle stanze interne.
Qualche segno di vita c’è. Una vegetazione spontanea nasconde in parte i graffiti realizzati sulle pareti esterne. Lo raccontano i residenti della zona, o
quelli che portano il cane a passeggiare: troppo spesso capita di vedere qualcuno che ignora i divieti e varca la recinzione, a rischio di finire vittima di una caduta di calcinacci.
Questo pezzo di Casermone è il relitto di un’altra epoca, di un’altra Italia.
Ma perché è rimasto un relitto? Da decenni, “Casermone” è un termine
che ad Asti viene associato al quadrilatero compreso tra via Scarampi, piazza Cagni, via del Carmine.
Da un punto di vista storico, corrisponde all’antico convento dei carmelitani edificato nel XIV secolo e da allora rimasto sostanzialmente nelle forme
originarie. Eppure, sfogliando i giornali d’epoca, è chiaro che il soprannome era attribuito a tutti i fatiscenti caseggiati del centro storico, abitati dagli strati più poveri della popolazione.
La memoria di un presidio militare era ancora fresca, gli ultimi fanti e prima i
bersaglieri avevano ammainato il Tricolore alla fine della guerra. Ma già a partire dal 1944, numerosi sfollati a causa dei bombardamenti avevano trovato rifugio nel complesso. E quando l’alluvione del settembre 1948 colpì il borgo San Rocco, molti abitanti rimasti senza casa trovarono rifugio ai piani superiori della ex caserma del quartiere.
Fecero lo stesso gli immigrati dal Polesine nel 1951 e molti dei meridionali scesi in massa dai Treni del Sole tra gli Anni Cinquanta e Sessanta.
Nel dibattito pubblico il Casermone e la popolazione che lo abitava all’inizio divenne un caso di emergenza sociale e sanitaria.
1979, colpo di piccone per dare via ai lavori. Ma rimase solo una cerimonia
Arrivò a ospitare contemporaneamente oltre 500 persone negli Anni Sessanta. «Arrivavano, magari in piena notte; avevano con sé poche cose e tanti bambini che piangevano», il racconto dello storico custode Luigi Aceto, raccolto a fine anni Settanta su La Stampa. Poi con il completamento dei nuovi quartieri popolari (soprattutto Praia) molte famiglie trovarono una sistemazione più decorosa.
C’era però chi non riusciva a trovare di meglio. Quando nel 1979 il Comune annunciò l’avvio dei lavori per il risanamento e recupero del complesso, restavano qui ancora 26 famiglie. L’Amministrazione di Gian Piero Vigna prevedeva il loro sgombero e il trasferimento verso alloggi più salubri.
A occupare quegli spazi, una volta terminati i lavori, sarebbero stati alcuni uffici di competenza regionale che all’epoca erano sparsi per la città. L’intervento avrebbe consentito anche l’allargamento delle scuole magistrali,
in piazza Cagni già dal 1969. Il 6 luglio, alla presenza dell’amministrazione,
fu anche calato un colpo di piccone, cerimonia per dimostrare che «dopo anni
di attesa, finalmente qualcosa di concreto sta avvenendo per quanto riguarda
l’eliminazione del ghetto».
Quel colpo di piccone produsse soltanto un’eco nel vuoto. In Consiglio comunale fu sollevato il tema a più riprese: perché i lavori non iniziavano? Scriveva Domenico Quirico nel 1981 su La Stampa: «La pratica del passaggio del Casermone alla Regione che si era impegnata a provvedere ai restauri per collocarvi i suoi uffici, è sparita nei meandri della burocrazia e si attende ancora il nulla osta dell’Intendenza di Finanza, nonostante le sollecitazioni del
Comune.
A ricordare la cerimonia del 6 luglio del ‘79, a cui parteciparono sindaco e
giunta, è rimasta solo una scritta scolorita: “No ai ghetti”, che qualcuno ha tracciato sul muro di recinzione».
L’iniziativa di Vigna si era scontrata con la burocrazia: la ex caserma, in quanto tale, era di proprietà del Demanio. Venendo meno lo slancio iniziale della Regione, il Comune manifestò l’interesse all’acquisto per poter destinare a nuovo utilizzo gli edifici del complesso.
Ma occorrevano accordi tra enti, passaggi di consegne, valutazioni e ovviamente un’asta pubblica. Il caso fu persino presentato all’allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini, quando nel febbraio 1985 raggiunse Asti per discutere il futuro della caserma Colli di Felizzano e un suo eventuale decentramento.
Dal calendario si staccavano i mesi e il Casermone restava dello Stato, e restava pure abitato. Nonostante gli sgomberi, nonostante gli accessi sbarrati, almeno fino al 1986 quelle stanze furono il rifugio di un’umanità sfuggente e fragile. Il loro numero però era sempre più ridotto, capitava infatti che qualcuno trovasse un alloggio in altre parti della città.
1986: sotto la neve i residenti trasferiti anche nelle palestre
All’asta nel 1988, il Comune si aggiudica 30 mila metri:
«Si faranno hotel e negozi»
Gli alloggi popolari da destinare agli ultimi residenti del Casermone furono trovati soltanto nel 1986. Il 19 febbraio avvenne lo sgombero, le famiglie scesero nel cortile portando con sé valigie e borsoni.
Nevicava e il freddo era pungente. Il personale del Comune organizzava il
trasloco: qualcuno era stato assegnato ai condomini di Praia. Altri, in attesa di una destinazione definitiva, si dovettero accontentare degli spogliatoi delle
palestre comunali.
Vittorio Marchisio, sempre su La Stampa: «Gli occupanti del Casermone sono stati condotti alle 21 in un ristorante per consumare un pasto caldo, mentre operai del Comune allestivano gli “alloggi” trasportando nelle palestre brandine e materassi. Qualcuno ha preferito all’ultimo momento farsi ricoverare in ospedale, manifestando un improvviso malessere.
Prima di lasciare il Casermone gli abusivi hanno chiesto e ottenuto che i loro “alloggi” venissero nella notte sorvegliati dalla polizia per timore che qualcuno ne approfittasse per rubare le masserizie rimaste».
La svolta avrebbe dovuto arrivare con l’asta pubblica del 1988. A maggio, il
Comune fu l’unico partecipante con un’offerta di tre miliardi e un milione di lire. Asti si era aggiudicata 30mila metri quadrati di edifici, il sindaco Giorgio Galvagno annunciò che per la ristrutturazione sarebbero serviti «non meno di 150 miliardi».
Dal 2002 il trasloco dell’Archivio di Stato e dal 2006 del Tribunale. Spunta l’idea di un autosilo
All’epoca era già stato deciso che il Tribunale si sarebbe trasferito nell’area, operazione finanziata dallo Stato, tramite il Ministero di Grazia e Giustizia, così come il recupero del caseggiato adiacente alla ex chiesa di Sant’Anna, vincolato dalla Soprintendenza alle Belle Arti e destinato all’Archivio di
Stato che si trasferirà finalmente nel 2002.
Su tutto il resto del complesso la vicenda era ben lontana dall’essere risolta e
si aprì invece una nuova stagione di annunci, ipotesi, voli pindarici. Emblematici i titoli che comparivano periodicamente in quel periodo: «Città
degli affari al Casermone». «Hotel e negozi al Casermone». «Il Casermone di
via Scarampi interessa anche le società private».
Qualcosa si muoveva all’estremo nord del casermone. I lavori per il restauro
dell’ala prospicente piazza Cagni erano stati avviati in tempi tutto sommato rapidi e l’intervento si concluse a fine 1991 dando spazio all’Istituto Magistrale Monti che aveva già iniziato a insediarsi nell’ex palazzina ufficiali della caserma.
Il salone ufficiali venne invece usato fino al 1965 come sala da ballo invernale del circolo Dopolavoro ferroviario con il nome di dancing “La Perla”.
Sempre in piazza Cagni c’era anche la mensa comunale che andò poi in corso
Genova.
All’orizzonte non si intravedevano gli hotel e nemmeno i negozi vagheggiati,
e mentre prendeva forma il progetto del nuovo Tribunale, il Casermone era
tornato a rappresentare un rifugio. Con la differenza che questa volta i residenti erano nordafricani, spesso piccoli spacciatori.
La cronaca nera di gran parte degli Anni Novanta è un susseguirsi di retate contro il traffico di eroina. A marzo 1997, in un blitz coordinato tra questura, carabinieri, finanza e vigili urbani, furono arrestate 11 persone. Gli agenti perlustrarono il caos di giacigli sporchi e maleodoranti. Insieme alle dosi
di stupefacenti sequestrate, un poliziotto aveva trovato persino una molotov
artigianale.
Appena un mese prima, due volanti erano state inviate dal 113 per una maxirissa al Casermone. Gli agenti raccontarono di essersi trovati di fronte
a «scene di guerriglia urbana», con venti persone ad affrontarsi armate di bastoni e spranghe.
Finì sui giornali anche la triste fuga d’amore di due ventenni tossicodipendenti, rintracciati nelle fatiscenti stanze del caseggiato dopo
l’allarme lanciato dalla famiglia di lei.
Le nuove aule del “Monti” pensate su via del Carmine e trovate alla ex Gatti
Al volgere del millennio, le amministrazioni comunali inserirono l’area dell’ex caserma Carlo Alberto nell’ambito di progetti strategici dai nomi suggestivi: Galvagno a fine anni Novanta parlava di “Asti del Duemila”, la giunta Voglino nel 2004 presentava il progetto “Asti 2010: la città del futuro”, in seguito diventato “Asti città strategica”.
Era anche circolata l’ipotesi di un parcheggio sotterraneo da realizzare
nell’area. Il progetto era stato abbozzato sotto la giunta Bianchino, per poi venire presentato nel 2001 dalla giunta Florio. Previsti 450 posti destinati ai fruitori del futuro tribunale.
Non era l’unico autosilo di cui si parlava all’epoca: la sempreverde idea di scavare in piazza Alfieri teneva banco anche allora. Come noto, entrambi
i progetti sono rimasti sulla carta.
Con gli anni Duemila, il borgo San Rocco era destinato a vedere finalmente ultimati i lavori di recupero di una porzione significativa del Casermone. Nel 2002 l’Archivio di Stato si trasferì nelle sale che un tempo erano parte del monastero di Sant’Anna e di Santo Spirito.
A pochi passi, i magazzini di via Govone ospitarono alcuni mezzi della Protezione Civile a partire dal settembre 2005. Un trasloco reso necessario per via dei lavori in corso nella vecchia sede della Colli di Felizzano, dove si stava realizzando il polo universitario.
Nel dicembre dello stesso anno il Tribunale poté traslocare nella nuova sede, con i primi processi celebrati a gennaio 2006. Il cantiere era stato aperto nel 1998 e aveva restituito alla città un’enorme porzione del complesso. Restavano come si è detto nel degrado le tre ali dell’ex convento del Carmine.
Asti sperava che sullo slancio degli interventi di recupero già conclusi, anche
quei fatiscenti caseggiati trovassero finalmente una nuova dignità. Nulla invece è accaduto, nonostante da quindici anni siano stati messi sul piatto sei milioni di euro.
Tutto è iniziato nel 2006, quando Provincia di Asti – che ha la titolarità dell’edilizia scolastica – e la Regione Piemonte sottoscrissero un’intesa istituzionale per una serie di interventi, tra cui anche il risanamento del Casermone. Il progetto definitivo arrivò nel 2013 e suonò come un richiamo a limitare le ambizioni: solo l’ala su via Scarampi era effettivamente recuperabile.
Ma l’intervento avrebbe consentito l’allargamento dell’Istituto Monti, che in questo modo avrebbe potuto contare su una dozzina di aule in più. Costo: 5,9 milioni di euro, 3,9 dei quali finanziati da fondi regionali e 2 a carico del bilancio della Provincia di Asti. Fondi che però a tutt’oggi risultano inutilizzati.
Le esigenze di spazio del Monti sono state parzialmente risolte con l’apertura
di una succursale alla vicina ex scuola media Gatti, dalla parte opposta di via
Scarampi. Insegnanti e studenti ebbero appena il tempo di prendere confidenza con le nuove aule, quando i locali furono dichiarati inagibili e si rese necessario trovare una “succursale della succursale”.
E così a settembre 2017 la nuova sede distaccata trovò posto in via del Varrone. Da allora l’affitto da pagare ai privati è di circa 120 mila euro all’anno.
Nel frattempo, alla Gatti sono stati avviati i lavori di adeguamento sismico, conclusi solo negli ultimi mesi. La ex scuola media però ora avrà bisogno di ulteriori interventi ai servizi luce e riscaldamento, prima di poter tornare effettivamente agibile.
Chiesti 20 milioni per il Casermone nel Recovery Fund
Per questo, Provincia e Comune sembrano orientati a chiedere l’impiego di quei fondi mai utilizzati. Con buona pace del Casermone, che dovrà attendere una nuova occasione, sperando che le crepe non diventino troppo grosse per essere ricucite.
Almeno nell’immediato, nulla di fatto per la tanto sospirata palestra di cui
avrebbero necessità gli studenti del Monti. Una struttura che più e più volte è stata annunciata come la “prossima grande novità” del quartiere, magari da realizzare in sotterraneo, ma per la quale i fondi non sono mai stati trovati.
Eppure, c’è chi è riuscito a offrire contributi per immaginare un assetto differente a questo angolo sud est di città. Spazi verdi avrebbero dovuto collegare il teatro della ex chiesa di San Giuseppe con lo spazio che sarebbe diventato “Fuoriluogo”. Era uno dei progetti a basso costo, ma ad alto impatto, dell’iniziativa “Architetture sottili” presentati al festival di architettura
Asti Fest nel 2016.
Quello di San Rocco, insieme a un omologo a Praia, era stato selezionato e messo in programma dalla giunta Brignolo. Al momento l’idea sembra accantonata, l’unico elemento a collegare i due edifici sono le strisce blu del
parcheggio di piazza San Giuseppe.
A marzo 2017, l’inaugurazione di “Fuoriluogo” ha recuperato ciò che rimaneva della palestra Muti, regalando al quartiere un nuovo spazio di cultura e aggregazione frequentatissimo dai più giovani. La novità ha spostato definitivamente il dibattito dal recupero del fatiscente caseggiato a un’area cui ci si riferisce oggi come “distretto della cultura”.
Un’iperbole, forse, ma cartina alla mano è evidente che in poche centinaia
di metri si concentrano il teatro Spazio Kor (ex Giraudi) con il suo piccolo Museo della Scenografia, una scuola di danza e una d’arte drammatica, “Fuoriluogo” con i suoi incontri letterari e i concerti, i tesori dell’Archivio di Stato e la stupenda, ma dimenticata chiesa di Sant’Anna.
Poco più a nord il Circolo del Diavolo Rosso in piazza San Martino. Separati
dall’asfalto, avrebbero bisogno di essere riavvicinati attraverso un intervento di ricucitura urbana che ridisegni quel caos di parcheggi e marciapiedi che si è
sviluppato sulle vie Scarampi, Ramelli e Govone.
Un po’ a sorpresa, il Casermone è tornato nel dibattito della città che si risolleva dalla pandemia. Tra le carte del Recovery Plan che il Comune ha presentato questa primavera alla Regione Piemonte, c’è infatti anche un intervento di “recupero del Casermone da destinare a servizi per la cittadinanza”. Fondi richiesti: 20 milioni di euro.
«L’idea – spiega il sindaco Maurizio Rasero – è di recuperare l’immobile e
offrire al suo interno servizi per giovani e anziani. Dati gli spazi molto generosi, abbiamo immaginato dormitori, ambulatori, centri di ascolto, ma anche sale musica e laboratori teatrali, per restare coerenti con la vocazione culturale che ha assunto il quartiere.»
Impossibile prevedere se Roma accoglierà la richiesta. Le uniche certezze sono la ruggine che si allarga su quel cartello e il suo messaggio sinistro: il fabbricato è pericolante e minaccia rovina.
Visto su Astigiani
• Come scorreva la vita dentro e fuori il Casermone, Astigiani 8, giugno 2014, pagine 9-11












































