martedì 5 Maggio, 2026
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1981
Tesori nascosti

Il Chiossetto, un nido dimenticato di storia e letteratura

“I giorni del mondo” uscì 40 anni fa
Quarant’anni fa, nel 1981, usciva nelle librerie “I giorni del mondo”. Nell’avvincente romanzo storico di Guido Artom l’Asti napoleonica e risorgimentale fa da palcoscenico agli eventi che portarono all’unità d’Italia. La villa del chiossetto, poco fuori città, non distante dalla strada che portava ad Alba, era l’antica dimora estiva degli Artom. Questa casa con il suo parco, oggi abbandonata e in attesa di restauri, è il fulcro intorno a cui il romanzo ruota. Curiosità inedite su come l’autore maturò l’idea del libro, che doveva avere un titolo diverso e si piazzò secondo al premio Strega, superato solo da Umberto Eco con “Il nome della rosa”. Uno scrittore che amava Asti e che asti dovrebbe riconoscere e ricordare tra i grandi che l’hanno saputa raccontare.

 

Il romanzo di Guido Artom secondo al premio Strega del 1981 battuto solo da Il nome della rosa di Umberto Eco

 

È il romanzo storico più intrigante e avvincente mai ambientato ad Asti. I giorni del mondo, l’opera di Guido Artom apparsa nel 1981 e che quindi quest’anno compie quarant’anni, sfiorò la vittoria al Premio Strega di quell’anno.

Si piazzò al secondo posto solo perché ebbe la ventura di duellare con un autore e un testo praticamente invincibili: Umberto Eco e Il nome della rosa, che quell’anno si aggiudicarono il prestigioso premio letterario.

Edito da Longanesi, I giorni del mondo è stato successivamente ristampato, nel 1992, da Morcelliana, con un’interessante prefazione e una breve appendice di Paolo De Benedetti: nella prima il libro viene analizzato con l’occhio dello storiografo ebraico, nell’appendice De Benedetti racconta invece l’antico ghetto di Asti come lo descrisse al cugino Artom in previsione della stesura del romanzo.

Il libro – cui Astigiani ha dedicato un ampio servizio a cura di Aldo Gamba sul n. 7 del marzo 2014 – narra del clima politico e culturale che portò all’Unità d’Italia, dall’epoca napoleonica al Regno sabaudo; lo fa attraverso le vicende ottocentesche della comunità ebraica astigiana, che ebbe negli ascendenti di Artom i suoi più illustri e intraprendenti protagonisti e raggiunse i vertici del nuovo Stato unitario con Isacco Artom, prozio di Guido, tra i più stretti collaboratori di Cavour, poi divenuto ambasciatore, segretario generale del Ministero degli Esteri e primo senatore del Regno d’Italia di religione ebraica.

Una delle stanze della villa del Chiossetto come appare oggi

Un testo che andrebbe adottato nelle scuole superiori, perlomeno in quelle piemontesi, perché unisce al rigore del racconto storico la piacevolezza della narrazione della vita quotidiana astigiana e subalpina a opera del grande romanziere, capace di districarsi da par suo tra passioni (politiche e amorose), amicizie, affari, vicende familiari, grandi gesta e piccole miserie.

Un esempio: se la storia ci racconta di Isacco Artom e Costantino Nigra che al fianco di Cavour tessono giorno dopo giorno la tela risorgimentale nei rispettivi ruoli (Artom più studioso, Nigra più votato alle pubbliche relazioni), il libro ci presenta i due giovanissimi amici, poco più che ventenni, che per la Pasqua del 1850 giungono in diligenza ad Asti da Torino, scendono in contrada Maestra (corso Alfieri) e si dirigono in contrada degli Israeliti (via Aliberti), dove la famiglia Artom soddisferà un grande desiderio del cattolico Costantino: prendere parte al Séder, la cena pasquale ebraica.

 

Il Risorgimento vissuto attraverso le vicende della comunità ebraica di Asti

 

La villa del Chiossetto residenza estiva di generazioni di Artom è al centro della trama

 

 

Sarà una bella festa; l’ospite resterà incantato da quella calda ospitalità in casa dell’amico e da quelle antichissime usanze in cui scorgerà tante affinità con i riti cattolici; i padroni di casa, dal canto loro, rimarranno attratti dalle belle maniere e dalla forte personalità di quell’elegante e aitante giovanotto, alto e biondo con gli occhi azzurri, figlio di un semplice “cavasangue” canavesano ma con tutta evidenza destinato a grandi cose.

Se Asti è indubbiamente l’epicentro dove tutto si svolge e intorno a cui tutto
ruota, c’è un luogo in cui il libro affonda le radici e in cui batte il cuore dell’autore: il Chiossetto, l’antica e grandiosa villa di campagna a Vallarone, sulla collina adiacente corso Alba, in cui svariate generazioni di Artom hanno trascorso le belle stagioni, occupandosi con i mezzadri dell’azienda agricola.

Artom nel romanzo ne descrive il giardino, animato dai giochi dei bambini, il viale di ippocastani, il panorama che si apre oltre il Tanaro verso le colline di San Marzanotto e Mongardino. Fu Raffaele Artom, bisnonno di Guido e protagonista del libro insieme al consuocero Zaccaria Ottolenghi, banchiere come lui, ad acquistare il Chiossetto a metà Ottocento, quando lo Statuto Albertino consentì finalmente agli ebrei di avere proprietà fuori dal ghetto.

Ma già il padre di Raffaele, Israele, l’aveva preso in affitto circa cinquant’anni
prima e da allora la famiglia non l’aveva più lasciato; si era anzi preoccupata di ingrandire la dimora, abbellirla, curarla, prendendosi cura delle coltivazioni
nei vasti appezzamenti circostanti che degradavano lungo la piana del Tanaro.

Il romanzo inizia lì, in quel parco, dove l’autore immagina di cadere in trance una sera al crepuscolo, dopo avere visionato vecchie carte di famiglia inviategli dal cugino Eugenio, già senatore liberale di Firenze e presidente di un’importante compagnia assicurativa.

 

L’ispirazione letteraria nasce e si sviluppa nell’antica casa di campagna oggi abbandonata

 

 

La pagina de Il Cittadino dell’estate 1979 con il racconto dell’incontro al Chiossetto tra Guido Artom e l’autore di questo articolo e la dedica autografa di Artom a Gigi Florio su una copia de I giorni del mondo appena uscito nelle librerie
La pagina de Il Cittadino dell’estate 1979 con il racconto dell’incontro al Chiossetto tra Guido Artom e l’autore di questo articolo e la dedica autografa di Artom a Gigi Florio su una copia de I giorni del mondo appena uscito nelle librerie

E termina lì, sempre in quel parco, dopo una notte in cui lo scrittore rivive le strabilianti vicende che narra, quando a risvegliarlo sarà una carezza della moglie Cristina, compagna di una vita: «Non udivo più la voce di Raffaele
ma il suo passo invisibile e silenzioso sembrava guidarmi verso il sentiero che conduce al boschetto, ormai vicino al mio piede. Ma dita si posarono leggere sulle mie palpebre, dita sottili, riconoscibili tra mille, in cui sapevo scoprire insieme carezze e parole, per tutta la vita strette alle mie, nel bene e nel male, nel riso e nelle lacrime. Gli occhi si aprirono al tocco di quelle mani e la luce del giorno mi investì».

Il libro è stato scritto prevalentemente lì, nell’antica casa di famiglia, e l’autore ha tenuto a sottolinearlo scrivendo ben chiaro, in chiusura del romanzo, Il Chiossetto (Asti), 1978-1980. Non “Asti, Il Chiossetto”, ma il contrario, perché per Guido Artom quella tenuta e quella casa rappresentavano molto più di un buen retiro, elegante e accogliente, in cui
trascorrere i periodi di riposo e respirare le stesse atmosfere delle generazioni andate.

Nel Chiossetto egli scorgeva il simbolo stesso del riscatto dell’ebraismo italiano, del suo agognato approdo all’emancipazione dopo secoli di discriminazioni, della compiuta integrazione della sua gente all’interno della
più vasta comunità nazionale: nata dalle lotte risorgimentali anche grazie all’impegno degli ebrei italiani e della sua stessa famiglia.

Ho avuto il privilegio di vivere un’immersione tra i personaggi e gli ambienti del romanzo quando questo era ancora in gestazione. Anch’io, nel mio piccolo, per qualche ora sono caduto in trance, sprofondato in quel piccolo
mondo antico, astigiano e piemontese, protagonista del libro.

È accaduto nel luglio del 1979, quando, venticinquenne, fui invitato un pomeriggio da Guido Artom al Chiossetto. Devo premettere che circa un anno prima mi era arrivata alla redazione de Il Cittadino – lo storico settimanale astigiano al cui rilancio ero impegnato con un gruppo di giovani amici – una lettera di Artom, che non conoscevo personalmente.

 

Quell’incontro con Artom che anticipa la nascita del romanzo

 

Da Milano, lo scrittore e giornalista, da sempre abbonato al giornale, si complimentava per il nuovo corso impresso all’antica testata e rivelava il secolare legame della sua famiglia con Il Cittadino.

Ne nacquero dapprima uno scambio epistolare, poi contatti telefonici, infine
la conoscenza diretta in alcuni incontri a Milano poi sfociata in amicizia. In uno di questi incontri – se ben ricordo nella sede de Il Giornale, dove conobbi
Indro Montanelli – Artom mi preannunciò un invito al Chiossetto.

L’occasione venne, appunto, nel luglio 1979. Arrivai alla villa verso le quattro di un pomeriggio afoso, reso però sopportabile dall’ombra generosa dei grandi alberi del parco. Il mio anfitrione – già autore di romanzi storici di successo quali Napoleone è morto in Russia, Cinque bombe per l’imperatore e I giudici scomparsi – non tardò a mettermi al corrente del progetto cui stava lavorando da qualche tempo, fino ad allora noto solo a pochi intimi: «Nella vita di uno scrittore – mi disse – ci dev’essere almeno un volume scritto per
sé. È quello che sto facendo ora con il libro che sto mettendo giù, legato a filo doppio alla memoria di tempi che non ho vissuto, ma che mi porto dentro nel sangue e questo Chiossetto resuscita».

Poi proseguì: «Sento che devo condurre a termine questo lavoro senza minimamente pensare al giudizio dei lettori. Se poi all’editore la cosa piacerà, si potrà anche pubblicare».

Stavamo chiacchierando in giardino, sotto il secolare cedro del Libano, albero
simbolico più volte citato nella Bibbia posto – se ben ricordo – davanti alla
casa. «Passeggiare tra i vecchi alberi di questo vecchissimo giardino – aggiunse – equivale per me a ciò che per lo storico di professione può essere la visita a un archivio o a una biblioteca».

 

La figura del prozio Isacco, il fidato segretario di Cavour

 

Il prozio e il padre dello scrittore. A sinistra Isacco Artom che ebbe un ruolo di primo piano nel Risorgimento come segretario di Cavour, poi diplomatico e primo senatore del Regno di origine ebraica. A destra Alessandro Artom, scienziato inventore del radiogoniometro. Asti gli ha dedicato l’Istituto tecnico industriale per periti
Il prozio e il padre dello scrittore. A sinistra Isacco Artom che ebbe un ruolo di primo piano nel Risorgimento come segretario di Cavour, poi diplomatico e primo senatore del Regno di origine ebraica. A destra Alessandro Artom, scienziato inventore del radiogoniometro. Asti gli ha dedicato l’Istituto tecnico industriale per periti

Trasferitici all’interno della villa, nelle stanze elegantemente affrescate a ogni piano, Artom attuò su di me la sua magìa, facendo sì che in quegli ambienti impregnati di storia e di storie si materializzassero, suo tramite, i personaggi che più di cent’anni prima proprio tra quelle mura avevano pensato in grande,
progettando l’Italia del futuro oltre che lo sviluppo della nostra Asti.

Iniziò parlandomi del prozio Isacco e del suo legame con il giornale per cui scrivevo. Poco dopo la sua nascita, a metà Ottocento, Il Cittadino ebbe infatti per “corrispondente dalla capitale”, cioè da Torino, il giovane Isacco Artom, all’epoca venticinquenne, il quale incominciava a far parlare di sé per la crescente considerazione in cui era tenuto dal presidente del Consiglio, il conte di Cavour.

«Il suo rapporto con Cavour – mi disse Artom – fu così intenso che sembra quasi di scorgervi la consapevolezza della brevità che lo avrebbe caratterizzato», a causa della prematura morte dello statista, a soli cinquant’anni.

L’Isacco che già vedevo muoversi in quelle stanze e abbracciare – ad ogni rientro dalla “capitale” – il padre Raffaele e la madre Benedetta, nato nel ghetto astigiano e costretto a fare gli studi superiori tra Milano e Pisa, perché in quegli anni il Regno sabaudo negava il liceo e l’università agli ebrei, è lo stesso che nel 1870 – come mi ricordò il bisnipote – trattò nientemeno che
con l’imperatore Francesco Giuseppe il non intervento dell’Austria in occasione della breccia di Porta Pia e che anni prima Cavour volle con sé persino la notte, quando il conte riposava per poche ore dietro un paravento,
così da trovare le sue inappuntabili note diplomatiche già pronte al risveglio.

Quanto il giovane astigiano fosse ascoltato da Cavour lo rivela un biglietto dell’allora primo ministro, mostratomi da Guido Artom che lo aveva a sua volta trovato in un testo dell’avvocato astigiano Luigi Baudoin: «Caro Artom, sono anch’io del suo parere. Fanti andrà al Ministero della Guerra e Cialdini
prenderà il comando dell’esercito in Emilia». Allora ad Asti si faceva la storia, e la storia passava dal Chiossetto.

«Questa casa – mi rivelò Guido Artom – specialmente in autunno, ospitava riunioni politiche della Destra storica cavouriana. Tra gli ospiti abituali c’era Emilio Visconti Venosta, coetaneo di Isacco, ex mazziniano passato al campo moderato, che sposò la nipote prediletta di Cavour e fu più volte ministro degli Esteri».

 

Quel gradino mandato al sindaco che non credeva alla nascita del Teatro Alfieri

La copertina della prima edizione de “I giorni del mondo” edita da Longanesi nel 1981

Quel giorno il mio ospite parlò soprattutto dei suoi antenati Artom e delle loro gesta: di Israele, il trisnonno, che aveva parlato agli astigiani davanti all’albero della libertà, in piazza San Secondo, al tempo dei giacobini; di Raffaele, il bisnonno, che mezzo secolo dopo, sempre nella piazza del Santo, aveva festeggiato con tanti concittadini la libertà arrivata con lo Statuto Albertino, riuscendo a malapena a sussurrare “viva l’Italia!”; di Isacco, figlio
di Raffaele, e dei suoi fratelli Israele, Alessandro e Dolce.

Quasi non fece cenno in quel nostro incontro all’altro protagonista del libro, Zaccaria Ottolenghi, pure lui suo trisnonno, che tanta parte ebbe nella costruzione del nostro Teatro Alfieri, tra il 1858 e il 1860, e ha legato il suo nome a uno dei più importanti palazzi della città, palazzo Ottolenghi.

Al punto che mi sono spesso chiesto se la storia della scommessa di Zaccaria col sindaco di Asti, il quale non credeva alla capacità del gruppo di borghesi messi insieme dal banchiere ebreo di costruire un nuovo sfavillante teatro e si disse pronto a mangiarne il primo scalino se ce l’avessero fatta, fosse vera o romanzata.

Scommessa che il sindaco – racconta il libro – perse, vedendosi recapitare da
Zaccaria, il giorno dell’inaugurazione, una lastra di pietra identica al primo scalino del teatro, con l’augurio di buon appetito.

Lasciai il Chiossetto che era ormai sera, consapevole del privilegio avuto:
conoscere quei luoghi della nostra storia con un cicerone di quel calibro.
Pochi giorni dopo sul Cittadino, in terza pagina, feci uscire a sei colonne il
resoconto del nostro colloquio. Titolo: Se quel Chiossetto potesse parlare….

 

Il cambio di titolo per “colpa” di Fruttero e Lucentini

 

Il 24 maggio 1981 l’anteprima in biblioteca “Un bagno di astigianità”

 

Zaccaria Ottolenghi, trisnonno di Artom. Banchiere e tra i promotori della costruzione del teatro Alfieri

Il pezzo piacque a Guido, che nel frattempo mi aveva chiesto di dargli del tu e mi dimostrò la sua soddisfazione riservandomi una confidenza speciale: il
suo libro si sarebbe intitolato A che punto è la notte.

Giuro che non lo rivelai a nessuno. Fatto sta che pochi mesi dopo, nell’autunno 1979, uscì il nuovo giallo di Fruttero e Lucentini intitolato proprio così: A che punto è la notte.

Guido allora dovette pensare a un altro titolo, e fu I giorni del mondo, tratto da un passo dell’Ecclesiastico, il libro dell’Antico Testamento scritto da un tal Gesù, figlio di Sirach, nel secondo secolo avanti Cristo: I giorni del mondo chi potrà contarli?.

Quando il volume uscì, nella primavera dell’81, Artom volle che l’anteprima
nazionale della presentazione (presentazione che l’editore organizzò a
Milano) avvenisse ad Asti, in Biblioteca, allora all’interno di Palazzo Alfieri; la
serata si tenne il 24 maggio, in un salone gremitissimo. Al termine lui era raggiante, davvero soddisfatto, e altrettanto felice del bagno di astigianità era la bella e solare Cristina, Tinì per gli amici, sua moglie, nobile di lignaggio e d’animo, intelligente e affabile, l’altra metà di quella coppia affiatatissima ed evergreen.

Un mese prima Guido mi aveva omaggiato una copia del romanzo fresca di stampa, con una dedica che non dimentico: “Il Chiossetto ha parlato…!”; si
era ricordato del mio articolo di due anni prima, quasi a volermi confermare che gli era davvero piaciuto.

Il libro ebbe grande successo editoriale e di critica e – come ho detto – il secondo posto allo “Strega”, subito dietro a Umberto Eco e prima di altri grandi nomi della letteratura italiana.

 

Montanelli venne ad Asti nel 1983 per ricordare l’amico Guido Artom

 

Guido Artom e la moglie incontrano Eduardo De Filippo

Purtroppo, Guido Artom se ne andò pochi mesi dopo, il 6 marzo dell’82.
A ricordarlo, l’anno seguente, venne ad Asti, in Biblioteca, Indro Montanelli,
tra i più grandi giornalisti italiani del Novecento, che condivise con lui una lunga amicizia: «Avevamo molto in comune Guido ed io – disse quel pomeriggio – le stesse opinioni e gli stessi interessi, soprattutto per la storia; Guido sapeva trattare la storia da par suo, senza cedimenti ideologici, da esperto ricercatore qual era».

Non mancò il riferimento al Chiossetto: «Me ne parlava spesso e mi ci aveva pure invitato; ho il rammarico di non averci trascorso qualche giorno a discutere con lui, che è stato uno dei punti di riferimento della mia vita».

 

Visto su Astigiani

Guido Artom trasformò Asti in luogo letterario, di Aldo Gamba n. 7 del marzo 2014

Cesare e Camillo gli amici che costruirono l’Italia, di Gino Anchisi, n 8 giugno 2014

Era astigiana la spasimante segreta di Cavour, di Rita Barbieri n. 8 giugno 2014

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Luigi Florio

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