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Guido Artom trasformò Asti in luogo letterario

Ne I giorni del mondo raccontò l’epopea del Risorgimento attraverso le vicende della sua famiglia e della comunità ebraica Autore: Aldo Gamba

Quando, nell’estate del 1981, a Villa Giulia a Roma si tenne la cerimonia di consegna del Premio Strega, i pronostici furono pienamente rispettati: c’erano ben pochi dubbi che il prestigioso riconoscimento sarebbe andato all’alessandrino Umberto Eco, per il suo romanzo Il nome della rosa.

E infatti andò così, ma la sorpresa venne dal secondo posto. Un po’ insospettatamente per chi non lo conosceva, si piazzò il romanzo di un altro scrittore piemontese, non molto noto al pubblico. L’autore era Guido Artom, il libro si intitolava I giorni del mondo ed era stato pubblicato da Longanesi: una storia ambientata ad Asti.

La città entrava così di diritto nel novero dei luoghi letterari moderni, come Ferrara grazie ai romanzi di Giorgio Bassani, Volterra a quelli di Carlo Cassola, Firenze per Pratolini.

Artom non era astigiano di nascita (era nato a Torino, nel 1906), ma apparteneva a una famiglia da sempre astigiana, una famiglia di spicco nella comunità ebraica locale. E ad Asti Artom tornava spesso, di ritorno dai suoi viaggi per il mondo, in quella villa del Chiossetto, alle porte della città, in fondo a corso Alba, in direzione di Antignano, acquistata dalla sua famiglia alla metà dell’Ottocento, subito dopo che Carlo Alberto aveva posto fine alla discriminazione nei confronti degli ebrei.

Una famiglia, la sua, che aveva dato i natali anche a Isacco Artom (1829-1900), che fu segretario di Cavour e poi diplomatico in varie capitali europee e dal 1876 senatore del Regno, il primo senatore italiano di origine ebraica.

Ad Alessandro Artom, il padre dello scrittore, allievo e collaboratore di Galileo Ferraris e Guglielmo Marconi, scienziato di livello internazionale (sua l’invenzione del radiogoniometro) Asti ha dedicato l’istituto tecnico per periti.

Al Chiossetto Artom era legatissimo: «Il giardino – scrive Guido nel primo capitolo del suo romanzo – appariva disegnato nelle tre grandi aiuole, divise da vialetti tutti curve, cento mille volte percorsi dai tricicli dei bambini, dalle biciclette dei ragazzi impegnati, secondo le età, a sfuggire al mostro che li insegue, o a battere i rivali sul circuito del Gran Premio». Un giardino segnato da un viale di ippocastani: «Eguali, in fila, alternati alle panche verdi, gli ippocastani dalle foglie come grandi mani aperte infoltivano i rami lungo il vialetto che chiude il giardino e sovrasta, sopra la scarpata, la terrazza dove un tempo c’era un tennis sull’erba». 

 

Il triste abbandono della villa del Chiossetto che gli ispirò il romanzo

 

Dalla villa sull’altura era possibile scorgere sull’altra riva del Tanaro i campanili lontani di San Marzanotto e Mongardino. Oggi quel luogo letterario appare tristemente abbandonato. Le porte murate, le finestre sprangate.

C’è ancora il maestoso viale di ippocastani ridotto però, senza manutenzione, a un arruffo di rami rotti ed erbacce tra le panchine divelte. Ai piedi della collina è sorto un borgo di villette a schiera e la villa è nascosta tra gli alberi e i rovi, quasi si vergognasse di tanto degrado.

Proprio nella villa del Chiossetto Guido Artom meditò la stesura del suo romanzo, I giorni del mondo, che ripercorre gli anni del Risorgimento italiano visti da una piccola città di provincia quale Asti. Dal periodo napoleonico, in cui per la prima volta vennero abbattuti i portoni del ghetto, all’unità nazionale, attraverso i vari moti insurrezionali, lo Statuto Albertino e le guerre di indipendenza, anche qui giungevano gli echi dei grandi mutamenti in corso in Italia. 

Il tutto è raccontato attraverso le vicende di Raffaele Artom e Zaccaria Ottolenghi, bisnonni – il primo da parte del nonno, il secondo della nonna – dello scrittore. I fatti nazionali si intrecciano con quelli locali, come nel capitolo famoso della costruzione del Teatro Alfieri, voluto da Zaccaria dopo che i notabili astigiani gli avevano rifiutato, in quanto ebreo, un palco nel vecchio teatro di San Bernardino che sorgeva in piazza Roma.

Zaccaria fece costruire a tempo di record il nuovo teatro e vinse anche la sfida con il sindaco che si era detto pronto a mangiarsi un gradino se avesse visto compiersi l’impresa: mandò al primo cittadino una lastra in marmo il giorno dell’inaugurazione dell’Alfieri.

Il romanzo racconta anche l’acquisto, sempre da parte di Zaccaria, del più bel palazzo della città, Palazzo Gabuti di Bestagno (da allora Palazzo Ottolenghi) «per poter dormire dove aveva dormito il papa».

Personaggi veri, reali, che oggi riposano, assieme ai loro famigliari, nel cimitero ebraico cittadino, dove la lapide con l’effige di Zaccaria si deve al maggiore scultore del tempo, Vincenzo Vela. Nel 1981, alla pubblicazione del romanzo, Giovanni Arpino scrisse ad Artom: «questo libro così nitido, impavido, fermo, che il filtro degli anni ti ha “dittato dentro”».

E Paolo De Benedetti nella prefazione all’edizione del 1992 per l’editrice Morcelliana, ha parlato di una «voce autentica dell’ebraismo italiano, così peculiare e ricco nei suoi intrecci con il mondo non ebraico al quale tanto ha dato». Coltissimo, aristocratico fine e riservato, ma nello stesso tempo affabilissimo, Guido Artom ha trascorso tutta la vita tra i libri; ha svolto attività in campo editoriale, poi per anni è stato direttore dell’Istituto di cultura italiana a Bruxelles, quindi, rientrato in Italia, ha lavorato alla biblioteca della SIAE a Roma e poi è stato direttore del settimanale Reader’s Digest.

Artom ha sempre coltivato la passione per la storia, che amava nei suoi scritti raccontare con piglio di romanziere, pur senza mai rinunciare ad acutezza di indagine e preciso rigore critico. Prima del successo de I giorni del mondo aveva già pubblicato libri importanti. Negli Anni ’60 aveva curato l’edizione italiana del Journal d’un diplomate di Henry d’Ideville, un diplomatico francese attivo alla corte dei Savoia dal 1858 al 1861, con il titolo di Il Re, il Conte e la Rosina, in cui sono ben riconoscibili sin dal titolo tre personaggi chiave del Risorgimento italiano; e sempre in questo ambito di ricerca storica, nel 1974 aveva pubblicato I Piemontesi a Roma 1867-70 e nel ’79 il Diario diplomatico romano 1862-1866, ancora dai diari di Henry d’Ideville.

 

 Amava raccontare la storia e si immergeva nelle vicende dell’Ottocento

 

Risale al 1968 il suo primo romanzo storico, Napoleone è morto in Russia, seguito nel 1974 da Cinque bombe per l’imperatore, in cui Artom delinea la biografia di Felice Orsini, un altro personaggio di rilievo del Risorgimento, prima carbonaro e poi mazziniano, autore nel 1856 di una fuga rocambolesca dal castello di San Giorgio a Mantova e due anni dopo di un attentato contro Napoleone III, colpevole per i mazziniani di aver affossato tempo prima la neonata Repubblica Romana.

Le cinque bombe del titolo sono quelle, a innesco a fulminato di mercurio, riempite di chiodi e pezzi di ferro, confezionate dallo stesso Orsini e dai suoi compagni e poi divenute una delle armi più usate negli attentati anarchici, proprio col nome di bombe all’Orsini. La sera del 14 gennaio 1858 Orsini le scagliò contro la carrozza dell’imperatore all’ingresso dell’Opéra di Parigi, dove Napoleone III era giunto per l’inaugurazione della stagione teatrale. L’attentato provocò una carneficina, con 12 morti e 156 feriti, ma Napoleone rimase illeso, così come l’imperatrice Eugenia, pur sbalzata sul marciapiede.

Nel trambusto, Orsini e i suoi complici riuscirono a fuggire, ma furono arrestati dalla polizia poche ore dopo. Al termine del processo, Orsini e un suo seguace, Giovanni Andrea Pieri, furono condannati a morte in quanto colpevoli di avere attentato alla vita del re, e ghigliottinati, mentre altri cospiratori furono condannati all’ergastolo.

Nel 1977, mettendo a frutto gli anni trascorsi a Bruxelles come direttore dell’istituto di cultura italiana, Guido Artom diede alle stampe I giudici scomparsi, in cui l’autore prova a risolvere l’enigma del furto, avvenuto nel 1934, dei Giudici, uno dei pannelli componenti il quattrocentesco polittico L’adorazione dell’agnello mistico, sommo capolavoro della pittura fiamminga, opera dei fratelli Van Eyck conservato nella cattedrale di San Bavone a Gand. Manifestando un’insospettata qualità di giallista e di indagatore, Artom conduce un’analisi stringente degli avvenimenti, accumula prove e indizi e giunge a indicare il nome del colpevole del furto del pannello, che per altro non è mai stato ritrovato.

La sua ultima opera fu La duchessa di Berry guerrigliera del re, nel 1982, lo stesso anno della sua morte. Artom ritorna qui al genere biografico con un profilo di Maria Carolina di Borbone (1798-1870), figlia di Francesco I re delle Due Sicilie e di Maria Clementina di Asburgo Lorena, sposata con Carlo Ferdinando d’Artois duca di Berry; una figura controversa di donna, mecenate di artisti e musicisti, una vera eroina romantica che si muove tra politica, amori e tradimenti; anche questo un personaggio di primo piano nelle intricate vicende dell’Ottocento francese.

Guido Artom è morto nel 1982 ed è sepolto ad Asti non nel cimitero ebraico, accanto ai suoi antenati, ma in quello urbano di viale Don Bianco. A un anno di distanza, a commemorarlo alla Biblioteca Astense venne Indro Montanelli, che mise in luce le qualità di uno scrittore capace di far rivivere nei suoi libri l’essenza più vera del Risorgimento, l’epoca a cui Artom, per affinità e origini familiari, era più legato. Uno scrittore che amava Asti e che Asti dovrebbe riconoscere tra i grandi che l’hanno saputa raccontare.

 

La Scheda

 

 

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