martedì 5 Maggio, 2026
HomeNumero 35Laurana Lajolo
1942
Confesso che ho vissuto

Laurana Lajolo

"Il mio cognome in dialetto vuol dire ramarro ma io mi sento più lucertola e ora anche baco da seta che continua a tessere"
Lotta per i suoi ideali, ama la terra d’origine della sua famiglia e la città che l’ha accolta, ma non sempre accettata. Laurana Lajolo, insegnante, scrittrice, giornalista, personaggio politico di primo piano del panorama astigiano. A lei si deve la nascita del festival Asti Teatro che nel 1979 contribuì alla valorizzazione del centro storico. Ricercatrice appassionata di storia, ha diretto l’Istituto storico per la resistenza e la storia della società contemporanea, ricoprendo anche ruoli di primo piano a livello nazionale. In questa intervista si racconta partendo dalla vita di bambina con la mamma rosetta e il padre Davide, direttore dell’Unità. Gli anni degli studi a Milano, la scelta di vivere ad Asti, l’impegno politico, la nascita della figlia Valentina e il suo modo di essere mamma. E il paese di Vinchio, la memoria del padre tenuta viva sul piano umano e letterario, l’attenzione all’ambiente e al paesaggio. Si definisce una lucertola più che un ramarro e ora, nell’era del covid, un baco da seta che tesse e continua a pensare.

Che Laurana Lajolo avesse tanto da confessare di un vissuto che ha attraversato una parte sostanziale del Novecento tragico e altrettanto bello,
drammaticamente buio quanto pieno di luce e di speranze, e che avesse vissuto compiutamente la sua idealità, la sua coscienza politica e umana al trascorrere del millennio, in parte me lo attendevo.

Ma il suo essere al mondo, il lungo e non ancora concluso dialogo d’umanità, porta alla luce una storia anche sotterranea non formale, un profilo esistenziale affettivo, di una vita vissuta alla ricerca di un armonico rapporto tra il materiale e l’immateriale, di un indirizzo di senso per una realizzata comunità di destino.

Quest’intervista, vissuta nella sua casa, tra gli scaffali colmi di libri, le pareti
tappezzate di quadri e stampe e il terrazzo che guarda la città e le colline oltre il Tanaro, ha assunto tutta l’aria di una veglia trascorsa a ricostruire un ordito e una trama che solo chi sa tessere con le parole, imbastire e cucire il tempo e lo spazio, sa condurre.

E quindi partiamo, come si fa nelle storie di vita di revelliana memoria, dai ricordi degli inizi per scoprire il solco diritto che Laurana ha seguito per tutta la sua vita che si disvela duramente affettivo.

Laurana Lajolo nel ritratto fotografico di Giulio Morra. Nella pagina a lato sotto il titolo il logo dell’Associazione Davide Lajolo

A veglia i racconti incominciavano sempre così: “La storia è lunga e bella e fa piacere raccontarla. Vuoi che te la racconti?”

 

Sono nata nella notte delle masche, in piena Seconda guerra mondiale, nella grande storia. Avevo due anni quando mia mamma ha dovuto caricarmi su una bicicletta e siamo scappate per le colline durante il rastrellamento del 2 dicembre 1944, in una tana tra le capre lontana da Vinchio.

Mia mamma accovacciata mi sussurrava: «Devi stare zitta, non piangere, fuori ci sono gli uomini cattivi».

Ho il ricordo quasi onirico di noi accovacciate su uno strapuntino rosso. Si è saputo poi, verso il 1953- 54, di un documento del comando tedesco di Genova che indicava come il Comandante Ulisse aveva una moglie e una figlia che dovevano essere catturate.

Finita la guerra, la mia è stata un’infanzia allegra trascorsa a Torino, nel senso che a tre anni ho imparato a scrivere a macchina e a leggere seguendo mio padre alla redazione de L’Unità. Giocavo con il rossetto della segretaria e qui incontro Raf Vallone, il mio primo fidanzato.

Avevo tre-quattro anni quando a Torino ho visto quest’uomo così bello, portato in redazione da mio padre. Sapeva di letteratura greca e latina. Faceva il calciatore al Torino e con mio padre si sono incontrati, complice la
squadra. Sembrava una divinità greca e gli ho detto: «Vuoi fare il mio fidanzato?».

Poi nel 1949 è andato a girare Riso amaro con la Mangano e l’ho perso. Era
stato mio padre a metterlo in contatto con De Santis perché stavano facendo
delle inchieste sulle mondine. Vallone era venuto anche in Langa nei giorni dei ribelli di Santa Libera.

La tua formazione avviene a Milano.

 

Il passaggio a Milano è stato per me la perdita di un’infanzia felice. E tuttavia
è diventata la mia città: il tempo della formazione, l’incontro con il mondo. All’Unità di Milano facevo la fattorina dalla sala telescriventi ai giornalisti e, portando questi fogli, un giorno ho letto una filastrocca che Gianni Rodari aveva di fianco alla sua macchina da scrivere. «Chi ferma la città con una
mano? Il vigile urbano».

L’ho imparata subito e sono corsa a raccontarla a mio padre che gli affidò la pagina dei piccoli e l’inserto Il Pioniere e lo spinse a coltivare l’immaginario pedagogico.

La poesia entrò presto nella mia vita e non mi ha più abbandonata. Sono nata con la guerra ma anche con la poesia: mio padre ne scrisse una per me appena nata: «… tu nata d’autunno a fare primavera», che mi ha confortata
e consolata per tutta la vita di essere nata nel giorno dei morti.

Milano negli Anni Cinquanta-Sessanta era una città dinamica, solidale, in cui
s’intrecciavano borghesi illuminati e operai e si respirava un livello culturale
straordinario. Una città con una grande energia. A 14 anni mi portavano al
Piccolo Teatro di Strehler o a vedere Gassman.

Ho frequentato il liceo Beccaria dove ho incontrato la filosofia di Socrate e ho continuato filosofia all’Università nel 1961 scoprendo Galileo e il metodo di lavoro e ricerca “oltre i confini delle cose note”.

La piccola Laurana con la mamma Rosetta e a Milano negli Anni Cinquanta con il padre Davide che era direttore dell’Unità

 

La piccola Laurana con la mamma Rosetta e a Milano negli Anni Cinquanta con il padre Davide che era direttore dell’Unità

Vinchio è la casa degli antenati…

 

L’estate la trascorrevo a Vinchio dove c’era la grande famiglia di mio padre,
e poi mia nonna materna e la casa che ancora adesso accudisco. C’era Vinchio, c’erano i cani.

Il mio primo cane si è chiamato Febo e dovevo lasciarlo a Vinchio: questo era un dolore molto grande perché le mie confidenze le ho sempre fatte agli animali che sanno, come ben si sa, tenere il segreto.

A Milano non facevo attività politica, anzi, mio padre mi difendeva dalla politica.

Le colline che scopri sono matriarcali o patriarcali?

 

Le mie vere radici sono di genealogia femminile. Le ho dovute cercare nei
momenti più drammatici della mia vita, al versante dei quarant’anni, un periodo personale molto difficile, di lutti e lacerazioni. In questo smarrimento
mi venne tra le mani il faldone dei documenti della famiglia di mia mamma
e lì ho trovato anche la trama del romanzo Catterina. Le loro storie mi hanno dato forza.

Vengo da una famiglia che ha superato molte tragedie e quindi mi ha insegnato come si passa attraverso i dolori. Mia mamma Rosetta raccontava storie contadine, era più addentro alla comunità vinchiese, era dinamicamente parte del paese.

Vinchio era diventato allora un luogo di grandi ritrovi, nel senso che arrivavano politici, ex partigiani di mio padre e poi i contadini, un mondo molto variegato e se devo dare una cifra della mia vita credo sia la cifra del cambiamento. Il cognome Lajolo vuol dire ramarro, in dialetto lajö: io non mi sento ramarro, mi sento lucertola e tutte le volte che mi tagliano la coda vedo di farla ricrescere, un po’ storta ma ricresce.  E questo me l’hanno insegnato le mie ave contadine.

Incontri nella vita pubblica politica e amministrativa: con lo scenografo Eugenio Guglielminetti, il filosofo Norberto Bobbio e il critico teatrale Guido Davico Bonino durante le prime edizioni del festival “Asti Teatro”
Incontri nella vita pubblica politica e amministrativa: con lo scenografo Eugenio Guglielminetti, il filosofo Norberto Bobbio e il critico teatrale Guido Davico Bonino durante le prime edizioni del festival “Asti Teatro”
Incontri nella vita pubblica politica e amministrativa: con lo scenografo Eugenio Guglielminetti, il filosofo Norberto Bobbio e il critico teatrale Guido Davico Bonino durante le prime edizioni del festival “Asti Teatro”

Nel mondo magico delle donne contadine che seguono la luna, la maternità è il tornante più importante dell’essere al mondo.

 

Assolutamente. Io ho un rapporto con la luna come di una presenza importantissima che arriva dalle mie antenate. Pensa che quando c’è la luna piena io mi sveglio di notte, non faccio il licantropo, non ululo però la vado a salutare, faccio le previsioni metereologiche sul primo quarto della luna: ad esempio questo sarà un mese disturbato.

Quando il cielo è più limpido nella notte di luna piena di gennaio, mi metto il cappotto e parlo con la luna, vado e vengo sul terrazzo e ho dei lunghissimi dialoghi nel cortile di Vinchio con il cielo.

La maternità. Una maternità molto voluta, la mia, in un periodo in cui le donne e le giovani coppie si interrogavano se fare figli o no. Valentina nasce durante la guerra del Vietnam, con un mondo in crisi, con il terrorismo, con una situazione italiana molto difficile.

Ho ragionato molto su come essere madre. Forse sono stata una madre più intellettuale che affettuosa ma volevo rendere Valentina il più autonoma possibile nelle piccole cose come nelle grandi scelte e io per molti anni sono stata Valentina dipendente.

Mi sono dovuta abituare alla sua lontananza perché i figli non sono nostri, ma sono saette proiettate verso il cielo, come dice Tagore. Valentina conosce benissimo le mie debolezze che non le ho mai nascosto, mia mamma è stata più brava: mi ha nascosto le sue.

Valentina ha un sorriso bellissimo, il sorriso di mia madre, ed è attenta agli altri.

Quanto è presente la campagna nella tua vita?

 

Queste colline mi tengono compagnia, sono parte essenziale di me. I miei se
ne sono andati via uno dietro l’altro, quindi io ho dovuto occuparmi di Vinchio, mi sono trovata sola in questa casa che però aveva tante voci, aveva
tante storie da raccontarmi e le colline sono diventate le passeggiate che
facevo con mio padre.

Ricomporre la storia della mia famiglia ha significato capire di più la cultura contadina. Mio nonno paterno, nonno Pinot, piangeva quando tempestava ma poi il giorno dopo prendeva i due figli contadini e diceva loro: «Andiamo a curare la vite che è stata colpita».

Quindi dopo la tempesta si ricomincia. Soprattutto in questa fase difficile del Covid avere la forza di ricominciare è molto importante, non perché torni indietro e fai le cose di prima ma perché costruisci qualcosa per il futuro.

Delle colline non potrei fare a meno: sto bene qua perché vedo le colline, sto bene a Vinchio perché ci sto dentro.

La Resistenza in casa Lajolo, uno snodo ideologico che penso abbia segnato la vita di tuo padre e non solo.

 

Dei trascorsi fascisti di mio padre si è discusso molto anche in famiglia. Sono
certa che abbia scritto Il Voltagabbana per le domande che gli ho posto io. Un
libro molto coraggioso scritto nel 1963, quando troppi si erano dimenticati di
essere stati fascisti.

Per mio padre è stato il grande dramma della sua vita. Prima della scrittura del Voltagabbana erano apparsi dei documentari visivi del periodo fascista. Io ero andata a vederli e poi gli avevo detto: «Ma come facevi a essere affascinato da questa grossolanità, da questa esteriorità». Lui ha tentato di spiegarmelo e poi ha scritto il libro dove si scopre che voleva spiegare ai giovani la sua storia dolorosa. Una storia che ha pesato sulle mie scelte politiche, in tutti i cambiamenti che ho fatto nella mia vita personale non
ho cambiato politica.

Giovane assessore alla Cultura dal 1975 al 1982 con la giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Vigna. Nella foto alcuni degli assessori dopo la sfilata del Primo Maggio. Da sinistra Giorgio Galvagno, Giancarlo Canestri, il segretario generale del Comune Milanaccio, Pietro Cresta, il sindaco Vigna, Laurana Lajolo, Graziella Boat e Felice Platone. Sopra con la figlia Valentina che ha ispirato a Laurana il libro “Mammissima” uscito nel 1983
Giovane assessore alla Cultura dal 1975 al 1982 con la giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Vigna. Nella foto alcuni degli assessori dopo la sfilata del Primo Maggio. Da sinistra Giorgio Galvagno, Giancarlo Canestri, il segretario generale del Comune Milanaccio, Pietro Cresta, il sindaco Vigna, Laurana Lajolo, Graziella Boat e Felice Platone. Sopra con la figlia Valentina che ha ispirato a Laurana il libro “Mammissima” uscito nel 1983

Mi sono ritirata, la lucertola si ritira, non va all’attacco e quindi ha pesato sicuramente il discorso della coerenza, della pulizia delle scelte. Nel Voltagabbana lui è molto sincero perché non giustifica la sua scelta, la spiega, un atto di coraggio, di angosciante coerenza, di sincerità.

Insieme A conquistare la rossa primavera, scritto d’impulso subito dopo la Liberazione, sono questi i due libri che amo di più perché riconosco il meglio
di mio padre. Mio padre per me era un uomo tenero e affettuoso, eterno. Fuori era un uomo grintoso, a me ha riservato la tenerezza. Mia madre mi ha dato le regole, la severità, lui mi ha dato la poesia. Quando se n’è andato ho sentito la mancanza di tenerezza e di poesia.

La Resistenza è stata un filo conduttore per mio padre, una grande lezione
di vita per me. Ho l’abitudine ancora adesso, quando mi dicono: come stai?
di rispondere: resisto. Nella dedica in A conquistare la rossa primavera c’è
scritto: “A Laurana che ha cominciato a combattere da piccola”.

Questa sua Resistenza non era mai retorica. I partigiani, anche dopo la guerra, avevano in mio padre un riferimento, una guida: venivano a presentargli la fidanzata, come si fa in famiglia, a chiedergli consiglio o a discutere di politica. In questi incontri non l’ho mai sentito rinnovare fatti eroici, azioni personali ma ho sempre sentito parlare al plurale, ricordare i giovani partigiani morti, quasi che non fossero morti, portati a esperienza di vita per chi era rimasto: era il gruppo che viveva dopo la morte, l’ideale collettivo.

Da un documento ho compreso che mio padre aveva preparato la strategia
delle battaglie di Bruno e Bergamasco. Lui mi raccontava semmai del ragazzo
partigiano al telefono di Casalotto che dava le notizie: «Stanno arrivando,
stanno arrivando». Mio padre gli diceva: «Vieni via, ti ammazzano» e lui: «No
comandante, ti do le notizie fino alla fine» e mio padre sente la raffica finale.

A mia volta ho imparato una forma di eroismo semplice, di gente che credeva nelle idee per cui lottava e quando ho fatto la Direttrice dell’Istituto della Resistenza ho cercato di dare questa coralità alla storia. Oggi ce n’è un estremo bisogno.

Occorre recuperare quest’eroismo di popolo, di collettività, un eroismo semplice. Era questo slancio vitale, il pensare magari “io muoio”, ma la società diventa migliore. E questa è stata una grande lezione di vita, un ideale che mi porto dentro, che tento ancora di attuare anche se oggi tutto è più difficile e di questa pagina di libertà di popolo non si vuole più parlare.

Cesare Pavese, una figura importante di casa tua.

 

Pavese ha accompagnato un po’ tutta la mia vita come quella di mio padre.
Lui collaborava all’Unità poi aveva preso l’abitudine a Torino di venire a pranzo la domenica da noi. Mia mamma faceva ancora la pasta in casa e Pavese arrivava con quattro bignole perché eravamo quattro, portava le cose
misurate.

Una domenica, io avevo sui tre anni, ho preso il suo cappello e ho scoperto un buco in cui ho infilato il mio piccolo dito e anche se non avevo fatto chissacché, si è un po’ seccato.

Nel 1959 mio padre comincia a lavorare a Il vizio assurdo, io lo seguo e in
quell’occasione conosco un personaggio straordinario: Pinolo, il Nuto de La
luna e i falò. Mio padre scriveva solo a mano e con una calligrafia abbastanza
indecifrabile e quindi io ho battuto a macchina Il vizio assurdo. Il libro, infatti,
è dedicato a me.

Pavese mi ha fatto conoscere la poesia della natura che credo abbia trasmesso anche a mio padre che l’ha utilizzata molto nei suoi ultimi racconti, quando era consapevole che la cultura contadina stava finendo e voleva mantenere lo spirito delle persone. Mentre Pavese descrive molto il paesaggio che sente parte di sé, mio padre è focalizzato sul mondo contadino che vedeva scomparire.

Pavese mi è stato maestro di strada soprattutto dopo la morte di mio padre.
Ho sempre detto che è Pavese ad aver inventato le Langhe quando ancora
non c’era nessun bataclan sul vino o sui produttori. Mi ha accompagnato
nella descrizione, nella scoperta del valore mitico del paesaggio.

In Fenoglio invece ho scoperto l’arcaicità di una Langa antichissima, millenaria, epica, guerriera. La Langa è stata con i partigiani contro i nazifascisti.

Cesare Pavese frequentava a Torino casa Lajolo: “Eravamo in quattro e lui portava quattro brignole”

Asti è stata per te una scelta di cuore e di politica?

 

La politica arriva attraverso Elio Archimede e Valerio Miroglio nel 1964. Si occupavano de La voce dell’Astigiano, forse il più bel giornale che ha avuto questa città, un giornale di partito, settimanale della Federazione comunista di Asti, che si è poi unito a La Nuova Provincia.

Loro venivano a Milano a prendere i clichés delle foto già usate dall’Unità e
poi si fermavano a pranzo. Valerio era veramente una persona affascinante
e aveva un bellissimo rapporto con i giovani collaboratori, era un maestro e
così lo chiamavamo. Ho pensato che se ad Asti vive e agisce uno come lui posso viverci anch’io.

Quando ho deciso di venire ad Asti, mio padre e mia madre erano molto titubanti della mia scelta “di provincia”. Elio mi ha fatto decidere, in questa casa dove abito ancora. Una scelta di cuore. Mi ha portato sul terrazzo, mi ha fatto vedere la valle del Tanaro, il centro storico, le montagne, le Langhe e mi ha detto: «Vedi questo è il nostro Canada».

Allora io a Milano vedevo mezzo platano dalla finestra: la scelta di vita era fatta. La politica sul campo la imparo nel quartiere Torretta, che si stava
costruendo allora, per entrare in sintonia con gli operai. La gente mi ha insegnato molte cose di buon senso.

Quando sono stata eletta in Consiglio Comunale è stato Giuseppe Gaeta che,
avendo fatto l’università delle carceri durante il fascismo, mi ha insegnato il
mestiere. In quegli anni la vita di partito è stata molto importante. Il segretario di federazione era Oddino Bo. Ero orgogliosa di appartenere a una grande politica che discuteva e interpretava il mondo.

E poi qui ho fatto il lavoro che mi piaceva: l’insegnante. Asti non era facile da interpretare. Negli Anni Sessanta-Ottanta era una città con distinzioni molto nette: la borghesia da una parte – io non vengo ancora accettata adesso da certi ambienti, perché allora ero comunista. Era anche una città fortemente
operaista e questo mi ha dato un senso di concretezza che con gli studi filosofici non avevo; era contadina e commerciale, individuabile nelle sue
componenti. Adesso è molto più fluida.

L’esperienza amministrativa per me è stata fondamentale per leggere la città come mi ha insegnato l’architetto Giorgio Platone: l’urbanistica è l’ossatura della città e la connota socialmente.

Asti teatro, nato nel 1979, è stato pensato per il centro storico, di cui Giorgio Platone stava facendo il piano di recupero: allora era immigrazione, edifici fatiscenti, cortili bellissimi abbandonati. Ho subito visto in questo degrado un
sottofondo teatrale che poteva dialogare con tante realtà culturali che avevano voglia, sulla spinta del Sessantotto, di cambiare il mondo: ad esempio il Magopovero dell’amico Luciano Nattino, una realtà dinamica, piccola nel suo modo di essere ma molto significativa, che coinvolgeva in un grande dibattito anche il Partito comunista e trovava la forza di restituire il Teatro Alfieri come bene pubblico agli astigiani.

Come si presenta oggi la città ai tuoi occhi?

 

Si vive una grande decadenza che non è solo di Asti. La città è molto sciupata
ma io ritengo che anche l’Italia abbia problemi sia di classe politica sia di classe imprenditoriale.

Se ti fermi a vedere cos’è la città piangi, se allarghi lo sguardo e ti fai una proiezione tra passato, presente e ipotesi future – sulle quali sto riflettendo molto – ti accorgi che Asti sta vivendo una crisi aggressiva perché ha perso le caratteristiche di città commerciale di prossimità ed è sorta una periferia egemonizzata da centri commerciali anonimi.

Ha perso la cultura contadina, ha perso la classe operaia e ha una classe dirigente modesta. Ma questo accade dappertutto: le oasi positive italiane sono oasi in cui c’è una scelta imprenditoriale forte perché la politica è debole dappertutto.

La pandemia ha evidenziato la crisi che vive la società?

Tra le ricerche sulla Resistenza anche il diario di Teresio Deorsola, militare internato

Vivere al tempo del Covid? La lucertola è diventata un baco. Spero da seta,
non solo baco nel senso che mi sono imbozzolata per ragioni di sicurezza.

Ricordo che mia nonna materna li metteva in seno per farli aprire. Il baco
in realtà lavora come un pazzo per fare quel filo di seta, quindi io adesso mi
sento un vero baco da seta che resiste. Se fossi un’amministratrice guarderei
alle fasce di popolazione: questa è una città anziana quindi dovrei dare dei servizi agli anziani, ai disabili e ai bambini: se una città è a misura di bambino è a misura di tutti gli abitanti.

Occorre dare spazio ai corsi universitari: qui potrebbe esserci una sperimentazione di medicina territoriale che può originare da infermieristica,
dalle scienze motorie, dalle tecnologie alimentari.

In questo periodo ho anche riflettuto sull’area della Way Assauto. In corso
Alessandria e corso Casale, sono sorti i centri commerciali, i servizi, le assicurazioni, negozi, bar, ristoranti e manca totalmente il verde. La Way Assauto è un bubbone che separa queste due città; perché Asti non recupera quell’area inutilizzata e inquinata? Dobbiamo usare l’immaginazione come Giorgio Platone che ha recuperato il centro storico secondo solo a Torino per grandezza e qualità architettonica.

Una lunga storia la tua. Rimpianti?

 

Della vita non ho rimpianti anche perché è un metro sbagliato mettere la saggezza di adesso a confronto con tutte le esperienze di vita in tutti altri contesti. Sono una persona poco competitiva, ecco perché mi piaceva fare l’insegnante.

Sono diventata consigliere comunale perché il Pci ha deciso che c’era bisogno
di una ragazza giovane in lista. Però il Pci degli ultimi tempi ha deciso che
cominciavo a diventare scomoda non come donna ma come “pensiero”, forse
perché ho investito più in intelligenza che in femminilità.

La mia storia politica è stata un’altra lacerazione della mia vita perché con la
trasformazione del partito e delle idealità in cui credevo ho perso molto del mio mondo vissuto come profonda coscienza ideale. Io vivevo intensamente all’interno del partito che era soprattutto vita sociale, discussione, incontri, ritualità: ho visto lo sfrangiarsi di una struttura che mi aveva dato e mi aveva insegnato alcune cose, e il pensiero gramsciano che ho studiato profondamente, in particolare la sua coerenza anche con l’ideale comunista.

Ho vissuto un immaginario di eroine e di eroi dei quali oggi sento la mancanza.

 

La nostra veglia di memoria e di futuro termina qui. Laurana, da grande
affabulatrice, ci ha portato per mano, da vera professoressa, a comprendere come la sua generazione – che, pur con tutti i peccati che ci portiamo appresso, è anche la mia – sia una cerniera importante e indispensabile per un’evolutiva continuità dell’umanità, anche a partire da una piccola città di provincia quale è la nostra amata Asti.

Di questa sua vita raccontata come una storia lunga e bella che fa piacere stare a sentire, auspichiamo un’ulteriore veglia di confidate confidenze.

 

 

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