giovedì 14 Maggio, 2026
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Per 21 anni ho visto il calcio dalla panchina

L’epopea della Torretta e poi dell’Asti Tsc vissuta da medico sociale. Incontri, aneddoti, passione

Correva l’anno del signore 1980 e per noi della panchina era la fine del trionfale campionato 79-80 con la Torretta Santa Caterina che saliva spedita in serie C2, lasciando la D.

Io da giovane laureato avevo seguito come medico sociale con diligenza e impegno (e partita dopo partita mi ero ritrovato appassionato) l’intero campionato dei rossoblu sedendo in panchina con l’allenatore Bruno Nattino, l’accompagnatore Gianni Lucotti e il massaggiatore Aldo Nosenzo, detto Lupo, un ex pugile dalla faccia da duro, ma buono come il pane che accorreva con me in campo a ogni incidente di gioco, con la sua provvidenziale spugna.

In panchina in serie C1: Gianfranco Bellacomo detto Perry, Iliano Riccarand, Pasquale Di Stefano, l’allenatore Ezio Volpi, Pietro Patrisso, i l nostro autore Renzo Caracciolo e Gianni Lucotti

Il commendator Nosenzo e il calipso di Paolo Conte

 

Quel Torretta Calcio era stato fortemente voluto e finanziato dal commendator Giuseppe Nosenzo. Facendo suo il motto alfieriano del “volli, sempre volli fortissimamente volli”, il patron self made man della Morando aveva deciso la scalata del “Comunale”, che sarà successivamente dedicato al portierone Censin Bosia.

Quell’anno al gruppo di glorie locali – Chiaranda, Delle Donne, Gottardo, il chierese per caso Marchese, i già acquisiti capitan Nicoloso e il D’Agostino tutto scatto e senso della porta – si unirono giocatori “foresti” come un valente portiere (Bonati, da Parma), un agile terzino (Presotto, lombardo), centrocampisti pensanti come Forlani, una punta con recente esperienza in A (l’ex comasco Roda).

Fu una passeggiata verso la C2 resa più pepata dai 3 punti su 4 conquistati nel derby con i cugini biancorossi dell’Asti che finirono all’onorevole quarto posto, allenati da Giovannino Sacco, ex gloria della Juve (vedi Astigiani 34 marzo 2021). Ma il nostro avversario più temibile quell’anno furono i liguri del Pontedecimo. All’andata avevamo già espugnato per 2 a 4 il loro campo di terra e sassi, con il muraglione della ferrovia, incombente sul terreno, a creare una certa inquietudine.

Poi la domenica 25 maggio 1978, ultima di ritorno, i liguri arrivarono al nostro Comunale gremito di folla: majorettes, bandiere, La Stampa che regalò ai lettori il poster a colori della Torretta già neopromossa. E in quella foto, che conservo, in piedi a sinistra c’ero orgogliosamente anch’io con barba e baffi, accanto al portiere Bausola.

Io, che da torinese, avevo sposato un’astigiana, ero stato  agganciato a quel mondo da Marco Carbone, venditore di vernici con il fratello, ma soprattutto segretario della società Torretta, uomo di pubbliche relazioni del calcio astigiano, oltre che firma de La Nuova Provincia.

Quella partita finale finì uno a zero con gol di Nicoloso, ma la festa era già cominciata prima, quando dagli altoparlanti dello stadio avevano diffuso le note del Torretta Calipso, l’inno della squadra, scritto da Peter Fassio e musicato con allegria da Paolo Conte che, da avvocato, non aveva saputo e potuto dire di no al giudice Malchiodi, nei panni del direttore sportivo.

A campionato finito il presidente Nosenzo, dopo la cena alla Grotta, con premi per tutti, portò a casa, con il fido avvocato Patrisso, la trattativa di fusione con l’Asti siglata il 15 giugno 1980.

 

La difficile fusione tra Asti e Torretta e Domenghini il taciturno

 

La nuova società, da lui presieduta, si sarebbe chiamata Asti TSC (Torretta Santa Caterina) e avrebbe disputato il campionato di C2 con la nuova maglia biancorossoblu. Si confermò in blocco il gruppo torrettiano, ma rimasero in organico anche una quindicina di reduci della compagine biancorossa del presidente Gastino. Una fusione non facile da digerire, con qualche nervosismo che a volte portava a eccessiva foga sfoderata negli allenamenti.

Io venni confermato medico sociale e mi preparai alle mie domeniche in panchina. Dopo una partenza difficile con Nattino ancora allenatore, si pensò che il carisma di un allenatore come il celeberrimo Angelo Domenghini potesse sbrogliare la matassa. Ma l’ex fenomenale esterno della Nazionale (oltre che di Atalanta e Inter) aveva le sue particolarità. Per esempio, il carattere chiuso dei bergamaschi, e anche certe strane abitudini come quella di far scaldare intensamente la truppa prima della gara nel chiuso degli spogliatoi; e così si usciva in un amen da un ambiente vaporoso di sudore e termosifoni al fresco (freddo e a volte gelo) del campo, con le facce dei ragazzi paonazze e perplesse. Ne parlai da medico, ma non gli feci cambiare metodo.

Del resto, la coppa dei, Campioni mica l’avevo vinta io. Comunque, andò malissimo. Il “Domingo” fu restituito alle sue terre a metà stagione e poco poté la gloria locale Cuscela che non riuscì ad evitare la retrocessione, ma per tener su il morale ai ragazzi organizzava tornei di calcio-tennis sul campo due del Comunale.

Avevamo patito il salto di serie. Eravamo più deboli e qualcuno se ne approfittò. Successe anche che quei buontemponi del Saronno schierassero al “Comunale”, alla penultima, come centravanti il loro panzuto presidente, che in quel contesto dimesso, davanti a qualche ciuffo di curiosi sugli spalti assolati ebbe modo di toccare anche palla.

Fine partita: Bellacomo e il portiere Roberto Bocchino che poi andrà a giocare in serie A nella Sampdoria Nella figurina un giovanissimo Roberto Baggio promessa del Vicenza
Fine partita: Bellacomo e il portiere Roberto Bocchino che poi andrà a giocare in serie A nella Sampdoria Nella figurina un giovanissimo Roberto Baggio promessa del Vicenza

Occorreva ripartire. L’Asti Tsc di Nosenzo rimase nel purgatorio dell’Interregionale per un anno soltanto ritornando in serie C2 nel maggio 1982 per rimanerci fino al 1987 con la prestigiosa salita in C1 nel 1984, ma per un anno soltanto, con l’allenatore Ezio Volpi.

Per il campionato 83-84 la squadra fu rinnovata ma continuando a contare sui gol di Vincenzo D’Agostino (quello che si presentava all’appuntamento con il pullman delle trasferte, al casello genovese, senza borsa e con il solo spazzolino come accessorio) e di Mimmo Marchese, diventato a furor di popolo Marchesinho per la rapidità  brasileira, appoggiati da un ancora fortissimo Gianni Frara.

Tra i pali cominciava a volare Bocchino da Canelli, a dare ogni tanto il cambio al valoroso Riccarand, e dietro era arrivato il lungo Spollon, libero con licenza (e tecnica) per attaccare e buttarla dentro spesso, che non a caso continuerà la sua ascesa finendo al Monza, in B.

Quella volta la campagna acquisti fu davvero da prima della classe. Il Prato aveva vinto il suo girone con un attacco formidabile. Furono ingaggiati tutti ad Asti: da destra a sinistra Pillon, veneto col baffo e con le idee chiare (poi allenatore di gran successo), Spigoni livornese dotatissimo (in tutti i sensi, annotarono subito negli spogliatoi), Grossi centravanti peso massimo, Cassano pugliese con la sola paura dei voli in aereo, Venturini biondino già
frequentatore della massima serie con la Fiorentina.

Dietro, altra gente all’altezza, dal già citato Bocchino al capitano di lungo corso Gianni Allegrini, lo “studente”, nonostante i suoi 33 anni iscritto a Legge, Boscolo mediano di categoria superiore, taciturno e tignoso. E poi il truce stopper Franchini, il veloce uomo di fascia Lombardo e, come baluardi difensivi, le “certezze”: Bocchino, ormai seguito da osservatori della A (finirà alla Sampdoria) e Spollon. Soprattutto arrivò in panchina Ezio Volpi, ex gloria comasca, reduce da un paio di campionati vincenti e uomo di carisma
speciale, vero capitano di fregata. Organizzò allenamenti altamente professionali, impose schemi ferrei e pretese il massimo in ogni momento della settimana, in ambito agonistico e non. La volta che si prese un brutto gol di testa fece “bombardare” per tutta la settimana i tre centrali con cross da ogni parte.

La sfera intrisa di fango e ghiaietta solcò profondamente le fronti dei difensori e Lupo il masseur dovette pennellarle con mercurocromo. «Sembriamo pellerossa» si lamentò Spollon. Successero molte cose in quel campionato ‘83-84: una nostra sconfitta sul campo di Sant’Elena venne invalidata per il ritiro dal campionato dei verdi sardi. Ci furono anche restituiti i punti di Lucca, dove avevamo vinto uno a zero sul campo ma poi ci era stata data partita persa per un cambio a un minuto dalla fine, contestato dagli avversari che presentarono un ricorso in un primo tempo accettat

 

Il glorioso anno in C1 con il mastino Ezio Volpi

La formazione completa della Torretta S. C. vincitrice del campionato di serie “D” 1979/1980 da sinistra in piedi: il medico sociale dottor Caracciolo, Bausola, Nicoloso, Roda, Porta, Frara, Nolfo, Bonati, d. s. Malchiodi, Lucotti accompagnatore, Nattino allenatore, in seconda fila Gottardo, Sanfilippo, Locatelli, La Luna, Presotto, D’Agostino, accosciati Nosenzo massaggiatore, Falanga, Delle Donne, Marchese, Chiaranda, Capistrano, Forlani, Sacco preperatore atletico. La foto è tratta da un poster diffuso con La Stampa

 

Di colpo ci trovammo in testa assieme al Livorno e con gli amaranto volammo poi in serie superiore, dopo una sfida quasi tra amici in un “Ardenza” gremito (22 mila paganti), con l’arbitro Amendolia, poi destinato a carriera di vertice, che tutto aveva capito e tranquillizzava i contendenti sussurrando «…ancora tre minuti e fischio la fine; tranquilli che va bene così!»

Eravamo per la prima volta in C1 e l’Asti TSC era quell’anno la terza squadra del Piemonte per categoria, dopo le due torinesi Juve e Toro in A. Le altre più titolate come Novara, Alessandria, Pro Vercelli ci guardavano dalle serie inferiori. Nel campionato ‘84-85 in serie C1 si partì forte e al “Comunale” ci lasciarono le penne formazioni come la Spal e la Sanremese.

Arrivò anche una grigia domenica il favoritissimo Vicenza, che con il numero 10 schierava un diciottenne di cui si dicevano mirabilia, tal Roberto Baggio. Iniziò con un paio di tocchi da fenomeno. Boscolo lo squadrò per qualche secondo, poi gli sradicò una gran palla proprio davanti a noi della panchina e da quel momento il giovanotto vicentino girò al largo, ma con la faccia di chi comunque sa di essere più forte.

Ricordo che a fine partita il capitano degli ospiti, Mascheroni, molti trascorsi in A, apostrofò il futuro campione con un «… testa de casso, te g’hai diciotani e voi comandar ». Alle sue spalle Boscolo mi guardò e sorrise. Si vinse anche a Modena con il nostro Perry Bellacomo, mediano tascabile e sempre pronto alla bisogna, capace di suggerire i due gol di Paci, unica novità, al centro dell’attacco (oltre all’esperto Brilli in luogo di Spollon).

Poi, al ritorno, proprio a Vicenza, sullo zero a zero, un gran tiro dello stesso Giors Boscolo rimbalzò prima sul palo di sinistra poi su quello di destra della porta locale, con la curva verso i colli Euganei che seguì ammutolita quella carambola sfigata per noi.

 

La domenica che vidi giocare un ragazzino di nome Baggio

 

Finì che perdemmo tre a zero: la ruota cominciò a girare all’incontrario. Si giocava bene ma in qualche modo si perdeva, o si pareggiava con grandi rimpianti, come a Ferrara e a Pavia. Si retrocedette perdendo, di nuovo di sfiga, a Piacenza, contro una delle formazioni che all’andata avevamo battuto.

Quando all’ultima gara qualche burlone tirò le monetine al commendator Nosenzo urlandogli «caccia i soldi!», capimmo dallo sguardo del presidente, che di grano ne aveva scucito davvero tanto, che la storia gloriosa dell’Asti TSC stava cambiando. I sogni dovevano fare i conti con la realtà.

Ancora un anno in C2, con la soddisfazione di lanciare un giovane come Padovano che finirà alla Juve, poi il lento distacco di Nosenzo e la presidenza che passa a Giusto Lodi. Arriverà una nuova retrocessione. Ma io non ho mollato. Sono andato in panchina fino al 2002 per 21 campionati come medico sociale. Partite, gol, trasferte, speranze e delusioni. Questo è il calcio bellezza.

 

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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