Un misterioso e venefico morbo proveniente dall’Oriente, le titubanze dei governi, i timori della popolazione sconvolta da un flagello inaspettato: le carte d’archivio sono di una attualità sconcertante.
Detto anche il mostro asiatico, il morbo – ad Asti raccontato dettagliatamente nel Resoconto statistico-clinico degli infermi ricoverati nell’ospedale dei cholerosi, redatto dal medico in capo Ferdinando Mussa, – ebbe origine sul finire del 1853 in Oriente e fu veicolato in Europa e in Africa dai traffici commerciali e dalle spedizioni militari.
I primi casi italiani si verificarono a Genova all’inizio dell’estate del 1854, a pochi giorni dalla diagnosi di infezione da colera asiatico a un marinaio francese. Le precauzioni sanitarie predisposte in ritardo circa la quarantena per gli equipaggi delle navi in porto e la limitazione alla circolazione di uomini e merci tra Genova e le altre province del Regno di Sardegna, fecero sì che la malattia si diffondesse rapidamente.
Il compito di allertare tutti i sindaci della provincia di Asti delle misure sanitarie che il Ministero dell’Interno stava adottando, fu affidato all’Intendente Provinciale Andrea Fabre. Furono impartite direttive per la scrupolosa “nettezza delle strade”, dei cortili e degli anditi delle abitazioni e la celere individuazione di locali da destinare a “case di soccorso” ove isolare e curare i contagiati.


Il Consiglio Delegato di Asti, presieduto dal sindaco Pietro Aubert, recepì le disposizioni contenute nelle circolari e in città vennero affissi bandi con cautele di igiene pubblica.
Intanto, ci si adoperava per la raccolta dei sussidi necessari all’allestimento degli ospedali temporanei. In prima istanza, si pensò ad una “casa di soccorso” sul pendio nei pressi del castello (tra via Giobert e piazza Lugano), nel chiostro dell’antica chiesa di Santa Maria Maddalena. Ma, a giudizio della Commissione provinciale di sanità, presieduta dallo stesso Fabre e composta da 4 avvocati, 3 medici e un chimicospeziale, risultò più idoneo il convento dell’Annunziata, adiacente l’omonima chiesa (in piazza Catena).
A Genova i primi casi conclamati si manifestarono agli inizi di luglio.
Il paziente zero è una giovane donna di Montemarzo
Il “paziente zero” ad Asti spirò il 18 agosto 1854, una giovane donna di Montemarzo, seppellita nel cimitero della frazione alle sei del mattino omesse le solite funzioni in applicazione delle norme sanitarie.
Tra queste, la proibizione dei cortei funebri con le relative funzioni, il divieto di esposizione dei cadaveri e l’obbligo di immediata sepoltura che furono poste sotto la sorveglianza delle guardie municipali.
Allestito un ospedale di soccorso all’Annunziata di piazza Catena
L’allestimento dell’ospedale dell’Annunziata non fu semplice: si dovette provvedere a trasferire le monache nel convento di Santa Chiara e giungere a un accordo con il vescovo Filippo Artico.
Quando l’ospedale dei cholerosi fu operativo il dottor Ferdinando Mussa, medico militare a Racconigi che già aveva operato con profitto durante l’epidemia del 1835, fu nominato medico capo. Gli infermieri dovevano rendersi reperibili e non potevano lasciare la città senza permesso; fu stabilito che ricevessero una lira al giorno, pagabile solo a servizio effettivo.
Fu costituita un’equipe con un medico capo, due medici assistenti, un flebotomo, un farmacista, due infermieri per gli uomini e due infermiere per le donne.
I ricoveri all’Annunziata cominciarono il 19 agosto e i primi due pazienti giunsero già nello stato terminale della malattia. Il pregiudizio popolare sugli ospedali, sulle maligne insinuazioni sulla sorte dei degenti e sui traumi derivanti dall’allontanamento dei contagiati dalle famiglie contribuivano – come scritto nell’opuscolo di resoconto – ad aumentare la mortalità della malattia e rendere vani gli sforzi per contenerla.
Tale pregiudizio, unito alla sfiducia nei medici, ritenuti avvelenatori, fece sì che, specie nelle campagne, la popolazione si rivolgesse a settimini e guaritori vari aggravando così i contagi.


Furono chiusi i filatoi di seta, si proibì la macerazione della canapa in acque stagnanti, si procedette all’imbiancatura dei muri e al lavaggio dei fossi di scolo delle acque, furono rimossi i letamai dall’abitato. Le guardie municipali furono incaricate dei controlli sanitari delle merci e delle persone in transito, i mendicanti furono allontanati. Proseguirono inoltre i controlli della Commissione sanitaria alle strutture assistenziali e alle manifatture attive
in Asti.
Vennero assunte informazioni intorno alle famiglie dei contagiati. I dati raccolti furono trasmessi alla “Commissione di beneficienza”, formata da notabili della Città, che distribuì i fondi raccolti.
A livello medico i risultati più apprezzabili furono ottenuti con rimedi quali impacchi di ghiaccio e decotti di tamarindo o agrumi, oppure preparati di erbe medicinali dalle proprietà antinfiammatorie come la radice di ratania, o emetiche quali l’ipecacuana o i semi di canapa per eliminare dal corpo l’elemento cholerigeno o attenuarne la tossicità.
Dei trecento casi accertati in Asti dal 19 agosto al 30 novembre 1854, presso l’ospedale temporaneo dell’Annunziata vennero ricoverate solo 81 persone, tutte di bassa condizione sociale (nobili e borghesi preferivano essere curati in casa).
Di queste ne sopravvissero solo 35: una mortalità elevata, dovuta al ricovero tardivo degli ammalati, al fisico dei pazienti debilitato da altre patologie o da un’alimentazione malsana e scarsa. L’epidemia parve rallentare con la fine dell’estate e, ad ottobre, gli imprenditori tessili presentarono una petizione all’Intendente per ottenere la riapertura dei filatoi.
A novembre parve cessare del tutto e con questo l’esigenza dell’ospedale temporaneo. Il dottor Ferdinando Mussa il 30 dicembre 1854, concluso il suo ruolo, rassegnò le dimissioni devolvendo il suo compenso al Ricovero di Mendicità e auspicando che fossero adottati in avvenire i savi provvedimenti sanitari che avevano contribuito a contenere l’epidemia.









































