Mattina di fine novembre. L’autunno di Langa profuma di pioggia sottile che può farsi neve in un istante. I gialli e i rossi si alternano nel saliscendi delle
colline tra calanchi e boschi, prati e vigneti. Non c’è anima viva, solo nebbia, silenzio e natura.
L’azienda della famiglia Marconi è a qualche chilometro da Monastero Bormida. Matteo mi accoglie nella grande cascina in pietra che è, insieme, casa e caseificio. Il suo mondo è li: con la moglie Simona e le loro bimbe Camilla, 5 anni, che da grande vuole fare la parrucchiera e Celeste, 3 anni, che vuole fare la sua assistente, ma intanto disegna gli allegri coccodrilli che
decorano le pareti del laboratorio dove ogni giorno dell’anno, senza sosta, nascono le pregiate Robiole di Roccaverano Dop.
A qualche centinaio di metri dalla casa c’è la stalla con il gregge: 160 capre e un battaglione di capretti. Matteo non sa cosa siano la solitudine o la noia. È nato a Carate Brianza ma i suoi genitori quando aveva appena due anni si sono trasferiti in Langa alla ricerca di una vita sana, lontana dallo smog e dalle ansie della periferia di Milano.
«Dopo aver subito un grave infortunio alla mano nell’azienda cartotecnica dove lavorava, mio papà ha deciso che era ora di cambiare vita – racconta Matteo – Nonno Nestore aveva lasciato la povertà del Polesine per cercare fortuna a Milano ma il suo sogno è sempre stato aprire un’azienda agricola. Si
sono messi a cercare una cascina e sono arrivati qui un po’ per istinto e un po’ per caso: era il 1986 e di Langa e Monferrato si conosceva ben poco».

L’azienda è nata con tre ettari di vigne a moscato e una stalla per l’allevamento di bovini. «Mia mamma a un certo punto ha deciso di inserire un piccolo gregge di capre, qui le avevano tutti. Erano solo una quindicina, ma abbiamo imparato così a fare il formaggio».
Ottenuto il diploma di tecnico biologo ad Acqui Terme, Matteo ha impresso una svolta all’azienda decidendo di convertire la stalla all’allevamento esclusivo di capre. Oggi il caseificio Marconi produce annualmente circa 25 mila robiole di Roccaverano Dop, utilizzando esclusivamente il latte di propria produzione. Anche il foraggio è autoprodotto nei terreni di famiglia seminati a erba medica, grano, orzo, mais e avena. «Siamo a ciclo completo e chiuso perché così governiamo l’intero processo», commenta Matteo.


Oltre all’allevamento di capre, ci sono le vigne e ora anche un’osteria
Il laboratorio dove nascono le Robiole è il regno di mamma Rosanna che accudisce il processo insieme alla nuora Simona che due anni fa ha lasciato l’impiego alla Arol per dedicarsi a tempo pieno all’impresa e alla famiglia.
«Non ci interessa solo l’aspetto economico – spiega Matteo –, la nostra è una scelta di vita, o meglio, di qualità della vita».
Matteo oltre a seguire la stalla si occupa dei vigneti: oltre sette ettari di uve moscato e chardonnay, le uve vengono conferiti a aziende private, e un po’
di Dolcetto che viene vinificato in proprio per l’osteria di famiglia, “Il Caveau” a Monastero Bormida.
Giulia, la sorella minore di Matteo (22 anni lei, 37 lui) l’ha inaugurata il 7 marzo del 2020, tre giorni prima del lockdown: «C’è voluto un grande coraggio a non perdersi d’animo, a tener duro – dice Matteo – ma ne è valsa la pena. Il locale negli ultimi mesi ha ricevuto ottime recensioni ed è un importante canale di sbocco anche per la nostra Robiola, per farla conoscere e per farla degustare».

I primi mesi del Covid hanno messo a dura prova la sopravvivenza del settore. La Robiola di Roccaverano si consuma per lo più fresca, entro le prime tre settimane, e la chiusura improvvisa di ristoranti, enoteche, agriturismi ha messo in crisi i piccoli caseifici.
«Siamo stati due mesi con l’acqua alla gola – conferma Matteo Marconi – ma
nel frattempo come Consorzio ci siamo organizzati. Grazie a una efficace campagna di comunicazione ci siamo fatti conoscere e molti consumatori hanno iniziato ad acquistare direttamente il prodotto con consegna a domicilio».
Superato il periodo peggiore della pandemia, ci ha pensato la fauna selvatica a creare problemi agli agricoltori. «Sono sempre stato autonomo nella produzione di mais – racconta Matteo –, quest’anno a causa dei cinghiali e della siccità ho perso il 90% del raccolto, in vigneto ai cinghiali si sono aggiunti i caprioli: 110 quintali di produzione in meno certificata dai tecnici dell’Atc. Ma anche in questo caso si guarda avanti».
Matteo ha appena concluso i lavori di rifacimento del laboratorio caseario.
E i progetti in cantiere sono tanti: «Al di sopra di tutto c’è la sorellina “in arrivo” per Camilla e Celeste, poi i sogni nel cassetto: aprire un b&b in cascina e un punto di degustazione per il Roccaverano».
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