martedì 18 Agosto, 2026
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Nasce L’Operajo il primo giornale di Asti

Ogni domenica quattro pagine di cronache e polemiche politiche
In pieno risorgimento, grazie alla legge sulla libertà di stampa del 1847, promulgata da Carlo Alberto, si assiste in tutto il regno di Sardegna alla nascita di molte testate giornalistiche. Sono fogli che spesso hanno vita breve, altri, come La gazzetta del popolo a Torino, sono destinati ad avere un ruolo importante nel panorama dell’informazione italiana. Anche ad Asti un gruppo di liberali, legati alla massoneria, fortemente anticlericali, dà vita a L’operajo, un foglio settimanale di quattro pagine che fu il primo giornale edito ad Asti, destinato dopo due anni a mutare testata e a diventare il cittadino, che resterà in vita fino al 1980. Ecco la storia di questo giornale e dei personaggi che lo hanno ideato e diffuso.

La legge del 1847 sulla libertà di stampa favorì la nascita di numerose testate

 

Esattamente 170 anni fa, domenica 28 settembre 1851, Asti vedeva nascere il suo primo giornale. Usciva infatti L’Operajo, “giornale della Provincia d’Asti”, come era scritto sotto la testata, salvo ridefinirsi, qualche mese dopo, “giornale politico-artistico amministrativo della Provincia d’Asti”.

Era un settimanale, di sole 4 pagine in formato poco più grande di quello che oggi definiamo A4, usciva la domenica mattina in qualche centinaio di copie e lo si poteva acquistare, al prezzo di cinque centesimi, non nelle edicole, che ancora non esistevano, ma solo presso la libreria Borgo e Raspi. Gli abbonati lo ricevevano a casa al costo annuo di 25 lire se risiedevano ad Asti, di 4 lire se risiedevano fuori. Si stampava nella tipografia dei fratelli Paglieri, poi divenuta Paglieri e Raspi, che ne era anche l’editrice.

La storica tipografia era collocata nel cortile del palazzo di corso Alfieri che sorge di fronte a Palazzo Mazzetti. Erano anni risorgimentali di grandi fermenti culturali, politici ed editoriali. L’unità d’Italia sarebbe stata proclamata dieci anni dopo, nel 1861. Il primo giornale italiano era stato la Gazzetta di Parma intorno al 1730, altri fogli nascevano ma avevano vita breve.

Carlo Alberto firma lo statuto nel marzo 1848. Pochi mesi prima, nel novembre 1847, il re aveva emanato la legge sulla libertà di stampa

Dopo la legge sulla libertà di stampa, varata da Carlo Alberto nel novembre 1847, e la successiva concessione dello Statuto nel marzo 1848, il Regno di Sardegna (composto da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Savoia e ovviamente Sardegna) assisteva a un fiorire di testate giornalistiche delle più diverse tendenze, ma sostanzialmente riconducibili a tre filoni: liberale, mazziniano-repubblicano e clericale. Nel 1848 era nata a Torino la Gazzetta del Popolo, quotidiano liberale che per oltre un cinquantennio sarà il più diffuso organo di informazione del Piemonte, fino al sorpasso da parte della Stampa, nata nel 1867 con il nome di Gazzetta Piemontese.

Negli anni immediatamente successivi al 1848 in alcune città del sud Piemonte, legate ad Asti da affinità storiche e politiche, erano spuntati i primi settimanali: Il Carroccio a Casale Monferrato, per iniziativa della locale Associazione Agraria, L’Avvenire ad Alessandria, L’Ape a Mondovì. Nel 1849 il prof. Celestino Galli – filosofo e scrittore nativo di Carrù che insegnò per qualche tempo ad Asti dopo una gioventù avventurosa in giro per l’Europa – per primo ipotizzò la nascita di un settimanale astigiano: avrebbe dovuto chiamarsi, appunto, L’Astigiano.

Non se ne fece nulla poiché il professore dovette presto impegnare le sue energie per difendersi da un duro attacco delle autorità ecclesiastiche: lo accusarono di scarso rispetto per la religione cattolica e ne ottennero l’allontanamento dall’insegnamento al Collegio di Asti (che aveva allora sede nell’ex convento dell’Annunziata, tuttora in parte esistente dietro l’ex tribunale di piazza Catena).

Toccò così a L’Operajo, nel settembre 1851, il ruolo di precursore dell’editoria locale.

 

Giornale liberale che guarda alle nascenti società operaie e diventa voce risorgimentale fortemente anticlericale

 

Le due diverse grafiche con cui L’Operajo si è presentato ai lettori nei suoi due anni di vita

 

A dargli vita fu un gruppo di personaggi accomunati da una sostanziale fiducia – non per questo acritica – nella classe dirigente riformatrice che reggeva le sorti del regno (era all’epoca Presidente del Consiglio Massimo d’Azeglio, tra i cui ministri primeggiava Camillo Benso conte di Cavour) e dalla comune diffidenza nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, quasi sempre avverse alle riforme, specie se andavano a intaccare i privilegi della Chiesa cattolica.

L’anno precedente il Parlamento subalpino aveva approvato le rivoluzionarie leggi Siccardi, che avevano introdotto il principio della separazione tra Stato e Chiesa e abolito molti dei vantaggi di cui godeva il clero: dai tribunali ecclesiastici all’esenzione fiscale degli immobili. L’aperta contestazione di tali leggi da parte dei sacerdoti più intransigenti aveva portato, proprio in quei giorni, prima all’arresto poi all’esilio a Lione dell’arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, che aveva in don Giovanni Bosco uno dei suoi più stretti collaboratori.

Il prelato era accusato di aver istigato i preti della diocesi alla disobbedienza verso le nuove norme. In quel clima di grandi innovazioni e di forti contrasti, in cui quasi in ogni famiglia convivevano sostenitori delle riforme in nome del progresso e avversari delle stesse in nome della tradizione, nasceva dunque L’Operajo, che nell’editoriale del suo primo numero, dopo avere fatto riferimento «all’utilità, o meglio, alla necessità per un governo costituzionale di conoscere l’opinione generale del paese circa ai problemi economici e politici che lo toccano» nonché «alla difficoltà di desumere siffatta opinione dai periodici unicamente della capitale» (che era Torino), accusati – già all’epoca! – di subire troppo spesso l’influenza dei singoli personaggi politici e di essere condizionati dalla «folla di dipendenti e di avventizi che ingombrano la metropoli», prometteva un «Giornale per la Provincia d’Asti» che non limitasse tuttavia il suo interesse soltanto a questa, ma rispondesse anche a due ulteriori linee guida: trattare dei «diversi fatti importanti che accadono ogni giorno presso le altre nazioni» ed essere «la voce, l’organo delle varie Società d’Operai del regno».

Il torchio con cui i fratelli Paglieri stampavano L’Operajo immortalato nella sede della tipografia, chiusa nel 1978. A destra alcune curiose pubblicità sull’ultima pagina de L’Operajo
Il torchio con cui i fratelli Paglieri stampavano L’Operajo immortalato nella sede della tipografia, chiusa nel 1978. A destra alcune curiose pubblicità sull’ultima pagina de L’Operajo

La classe operaia, ancora in gran parte analfabeta, si stava sviluppando a seguito della crescente industrializzazione del regno sabaudo. Avrebbe trovato nel Manifesto comunista di Marx ed Engels, pubblicato tre anni prima a Londra (giungerà però in Italia solo nel 1889) la teorizzazione della propria futura vittoria sulla società borghese e capitalista, ma al presente aveva il suo migliore alleato nella parte più illuminata della borghesia e della stessa aristocrazia che sosteneva le società operaie di mutuo soccorso nate dal 1848 in poi, dopo che lo Statuto Albertino stabilì la libertà di associazione. Le società operaie erano libere associazioni finalizzate a sopperire all’assenza di quello che oggi chiamiamo lo Stato sociale, assicurando agli operai importanti tutele in caso di incidenti sul lavoro, malattie, perdita dell’occupazione; inoltre, si occupavano della loro istruzione, attraverso corsi serali, e spesso di organizzare occasioni di svago.

Al loro sostentamento provvedeva in larga parte la classe dirigente liberale, in un’ottica che Marx giudicava paternalistica ma che Cavour e i riformisti ritenevano essenziale per favorire un armonioso progresso sociale e bloccare sul nascere il movimento socialista.

 

Il ruolo della Società Patriottica e di quattro personaggi che danno vita al nuovo giornale

Carlo Garbiglia, tra i fondatori de L’Operajo; fu sindaco di Asti dal 1887 al 1898

Poco dopo la promulgazione dello Statuto erano nate anche ad Asti le prime società operaie; tra queste, nel 1850, la Società Patriottica, che annoverava tra i fondatori quattro originali personaggi: il frate sfratato Biagio Manara, l’avvocato Secondo Giraud, il professore e scrittore Stefano Gatti e il possidente benefattore Giulio Valpreda. I primi tre li ritroviamo l’anno seguente tra i fondatori de L’Operajo, impresa a cui difficilmente rimase estraneo il quarto, quantomeno come finanziatore, visto lo stretto legame con gli altri. Le fonti, tuttavia, nulla dicono in proposito.

 

Primo gerente fu Biagio Manara un ex frate antimonarchico

 

proposito. Biagio Manara era un frate domenicano, già attivo a Torino, che aveva gettato il saio alle ortiche dopo essere entrato in rotta di collisione con la mentalità reazionaria allora prevalente negli ordini religiosi; ai suoi ex confratelli aveva quindi riservato parole di fuoco, denunciandone in diversi scritti – alcuni dei quali raccolti dallo storico americano Henry Nelson Gay nella sua enciclopedica collezione di testi risorgimentali – ogni sorta di vizio e perversione. Trovato lavoro come tipografo dai fratelli Paglieri, questi ultimi lo indicarono quale gerente, cioè responsabile, delle prime edizione de L’Operajo. Manara negli anni precedenti, quando ancora era frate, aveva pubblicamente assunto posizioni antimonarchiche, indicando nella figura del re, intesa quale funzione ereditaria e indipendentemente da chi la ricoprisse, il tiranno di alfieriana memoria.

Qualche anno dopo l’ex frate, sembra per sopraggiunti problemi economici, tornerà ai voti religiosi; gli fu chiesto di rinnegare i precedenti scritti ma non lo fece, giungendo infine a un compromesso in forza del quale li definì “infernali” ma al tempo stesso “forti, franchi, liberi”. Secondo Giraud, all’epoca ventinovenne, era invece un giovane avvocato, eletto consigliere comunale di Asti alle prime elezioni amministrative, nel 1848. Liberale con simpatie repubblicane, era stato scelto quale presidente della società operaia La Patriottica. Anche in virtù di tale ruolo, nell’ottobre 1853, quando a Palazzo Mazzetti si tenne per tre giorni il primo congresso delle società operaie del regno, Giraud fu chiamato a presiederlo. Lo storico Niccola Gabiani – nel rievocare, molti anni dopo, la nascita dell’Operajo – individuò proprio in Giraud il principale redattore del settimanale.

Nel 1859 ritroviamo l’avvocato nel consiglio d’amministrazione della società costruttrice del Teatro Alfieri, capeggiata da Zaccaria Ottolenghi. Nel 1870 Giraud sarà vicepresidente e fondatore, insieme a numerosi altri notabili cittadini, della “Biblioteca Popolare Permanente Circolante”, primo nucleo di quella che diventerà la Biblioteca Civica di Asti. Attivo professionalmente fino agli ultimi anni dell’Ottocento, fu a lungo tenuto sotto controllo della polizia a causa delle sue idee repubblicane.

A sinistra la copertina degli “Scritti Patriottici” di Biagio Manara, ex frate fondatore e primo gerente de L’Operajo. A destra le due testate La Curia e L’Astese, che ebbero entrambe per gerente (direttore) Secondo Giraud
A sinistra la copertina degli “Scritti Patriottici” di Biagio Manara, ex frate fondatore e primo gerente de L’Operajo. A destra le due testate La Curia e L’Astese, che ebbero entrambe per gerente (direttore) Secondo Giraud

Stefano Gatti era un professore e scrittore, autore di numerosi testi patriottici, tra i quali una minuziosa quanto entusiastica descrizione della giornata del 19 dicembre 1847, quando ad Asti, sotto un’incessante nevicata, migliaia di cittadini sfilarono per la città dietro le bandiere delle rispettive corporazioni, riunendosi in Municipio e in Cattedrale per ringraziare Carlo Alberto e il buon Dio della legge sulla libertà di stampa, emanata il mese precedente. Proprio in quell’occasione Gatti tenne in Municipio l’orazione ufficiale. Al già citato primo congresso delle società operaie il professore fu coautore di una mozione, approvata entusiasticamente dall’assemblea, con cui si invitavano tutti gli insegnanti del regno a rendersi disponibili per lezioni serali agli operai.

Quanto a Giulio Valpreda, rampollo di una famiglia ricca e influente, figlio di un avvocato, era uno dei principali esponenti della massoneria astigiana, cui peraltro apparteneva la maggior parte della classe dirigente riformista dell’epoca, monarchica o repubblicana che fosse. Lo era innanzitutto per tradizione domestica. Suo nonno paterno, Giacinto, al tempo di Napoleone aveva acquistato gli ex conventi astigiani di San Bernardino, nell’attuale piazza Roma, e di San Francesco, dalle parti dell’odierna omonima via, trasformando il primo nel Teatro Sociale nonché in sede della loggia massonica “La Bienfaisance” e abbattendo il secondo dopo avervi collocato per qualche tempo la medesima loggia. Sua madre, subito dopo la promulgazione dello Statuto, era stata animatrice, su incitazione del figlio, di un’associazione femminile – autentica rarità per quei tempi! – dedita all’accoglienza dei rifugiati politici provenienti dalle altre parti d’Italia.

Valpreda svolse inoltre un ruolo di primo piano nel valorizzare in chiave patriottica e risorgimentale la figura di Vittorio Alfieri in Asti, dove il poeta, morto a Firenze nel 1803, anche allora era molto citato e poco studiato. Una curiosità: avvalendosi delle cospicue sostanze di famiglia e di una legge che all’epoca lo consentiva, Valpreda evitò il servizio di leva, pagando un coetaneo perché andasse militare al posto suo. La qual cosa, alla luce del dichiarato patriottismo del ragazzo, dovette suscitare non poche malignità, specie tra i reazionari.

C’erano anche Carlo Garbiglia e Pier Ottavio Strambio tra i fondatori de L’Operajo: due giovanotti, allora non ancora trentenni, destinati a diventare autorevoli personaggi cittadini; soprattutto Garbiglia, che da avvocato si farà imprenditore per proseguire le fiorenti attività di famiglia; sarà amministratore comunale di Asti per oltre mezzo secolo, ricoprendo ogni ruolo, compreso quello di sindaco (per quasi dodici anni, dal 1887 alla fine del 1898); nel 1860 Carlo Garbiglia, al comando di un battaglione mobile, partì da Asti per andare a presidiare le province romagnole che temevano la reazione pontificia dopo la decisione di unirsi al Piemonte.

 

Caustica battaglia contro il vescovo Artico e cronache politiche dalla capitale sabauda

il vescovo di Asti, mons. Filippo Artico, bersaglio fisso de L’Operajo: nel 1858 rassegnò le dimission

Garbiglia e Strambio saranno gli unici, tra i fondatori, ancora in vita nel 1901, quando vennero festeggiati nell’ambito delle celebrazioni per i cinquant’anni della testata, ribattezzatasi nell’ottobre 1853 Il Cittadino. Ma quali argomenti trattava settimanalmente L’Operajo nelle due colonne in cui era suddivisa ognuna delle sue quattro pagine?

Buona parte della cronaca locale era riservata al controverso caso di monsignor Filippo Artico, vescovo di Asti dal 1840, che nel 1847 venne accusato di sodomia nei confronti di un giovane seminarista (su segnalazione, però, di una terza persona) e che da allora si trovò ad affrontare una personale via crucis che gli impedì di svolgere compiutamente il suo ministero; a seguito di ciò, infatti, il vescovo non riuscì più a mettere piede in Asti e restò asserragliato nel castello di Camerano Casasco, acquistato in quegli anni dalla curia. Le bordate nei suoi confronti erano praticamente settimanali.

 

Feroci dispute settimanali con le testate avversarie Il Vero per il Bene e Il Crivello

 

Artico era il bersaglio ideale per un giornale che non faceva mistero del suo anticlericalismo: non solo era accusato di un reato infamante, ma non aveva mai rinunciato alla cittadinanza austriaca (era nato nel 1798 nel Triveneto, allora sotto dominazione austro-ungarica), di quell’impero cioè contro cui il regno sabaudo lottava per l’indipendenza del nord Italia; inoltre, pur essendo amico di illustri liberali come Silvio Pellico e Cesare Balbo, Artico era pur sempre un principe (titolo legato all’investitura a vescovo di Asti) di quella Chiesa cattolica che non faceva mistero di non condividere il nuovo corso del Piemonte. Perciò, anche quando venne scagionato dalla sua stessa presunta vittima, il vescovo continuò a essere oggetto delle cronache al vetriolo dell’Operajo, così come del successore Il Cittadino e degli altri fogli anticlericali nel frattempo nati. Mons. Artico si dimise infine nel 1858, trasferendosi a Roma dove morì l’anno seguente.

Molta attenzione era riservata da L’Operaio alla cronaca del consiglio comunale, con un occhio di riguardo all’azione svolta dall’avvocato Giraud; altrettanta alle società operaie, specie alla Patriottica, di cui veniva dettagliatamente riferita ogni iniziativa. Poco spazio invece per la cronaca nera, ma molto per la “Corrispondenza dalla Capitale”, cioè da Torino, cui era dedicata su ogni numero una rubrica, tendente a valorizzare l’opera dei riformatori e a denunciarne il boicottaggio da parte dei reazionari e dei preti. La pubblicità non era molta e occupava parte dell’ultima pagina con annunci economici legati prevalentemente ad attività commerciali e agricole. Non mancavano curiose inserzioni in cui privati cittadini accusavano altri —talora senza nominarli, talaltra indicandone nome e cognome— di comportamenti riprovevoli nei loro confronti.

Frequenti le polemiche dirette con questo o quel personaggio astigiano, specialmente dopo che anche altri giornali videro la luce ad Asti. Nell’ottobre 1851, pochi giorni dopo L’Operajo, era nato Il Vero per il Bene, diretto da Celestino Galli, e nel settembre 1852 Il Crivello, per iniziativa dell’avvocato e scrittore Carlo Leone Grandi. Subito le tre testate iniziarono a battagliare tra loro senza esclusione di colpi, pur essendo tutte sostanzialmente espressione di analoghi orientamenti politico-culturali. Esemplare al riguardo, nel luglio 1853, la polemica sulle rispettive testate tra l’avvocato Grandi e l’avvocato Giraud, scaturita dall’accusa mossa sul Crivello dal Grandi al Giraud di utilizzare la sua carica di presidente della Patriottica per influire sulle elezioni comunali e provinciali.

Su L’Operajo Giraud gli rispose piccatissimo con parole velenose: «Ma già, a voi che […] modestamente vi offriste a Deputato (cioè vi candidaste a deputato, n.d.r.) e per dispetto del fiasco stampaste un “termometro elettorale” che avrebbe fatto onta agli Astesi se non avesse fatto loro pietà, voi vi immaginate che ogni uomo abbia la smania di tutto fare e disfare, come avete voi dacchè Domineddio vi diede la presunzione in ragione inversa all’ingegno». E ancora: «Badate dunque una volta per sempre che […] non ho voglia che il mio nome vi serva di mezzo di speculazione: se poi vorrete criticare quegli atti che, relativi all’esercizio di pubbliche funzioni, sono sindacabili, fatelo pure a vostro bell’agio, che io riguarderò ognora i vostri elogi ed i vostri biasimi con eguale disprezzo».

Non c’è male per due che in fondo condividevano gli stessi ideali sul futuro del Piemonte e dell’Italia e sedevano insieme in consiglio comunale. E infatti qualche anno dopo li ritroveremo in perfetta armonia, al punto che il Grandi affiderà proprio al Giraud, nel 1856, la direzione de La Curia, nuova testata dai toni satirici e spiccatamente anticlericali, da lui fondata dopo la cessazione del Crivello.

L’Operajo, come si è detto, due anni dopo la sua nascita diventerà bisettimanale (con edizioni il mercoledì e la domenica) e cambierà nome diventando Il Cittadino, Giornale politico-amministrativo-commerciale della Provincia d’Asti: tra alterne vicende vivrà per oltre un secolo, fino al luglio 1980, continuando a contare i suoi anni dal 1851 e conquistando – almeno sino a oggi – la palma di più longevo giornale astigiano.

 

Nel 1853 L’Operajo cambia testata e diventa Il Cittadino giornale liberale edito fino al 1980

Le due targhe murate all’interno della tipografia Paglieri e Raspi nel 1901 (a sinistra) e nel 1925 (a destra) rispettivamente per i 50 anni e i 75 anni de L’Operajo, divenuto nel 1853 Il Cittadino. La targa del cinquantenario, in bronzo, fu donata dal conte Leonetto Ottolenghi. La targa dei 75 anni è invece in marmo
Le due targhe murate all’interno della tipografia Paglieri e Raspi nel 1901 (a sinistra) e nel 1925 (a destra) rispettivamente per i 50 anni e i 75 anni de L’Operajo, divenuto nel 1853 Il Cittadino. La targa del cinquantenario, in bronzo, fu donata dal conte Leonetto Ottolenghi. La targa dei 75 anni è invece in marmo

Sull’ultimo numero dell’Operajo, domenica 18 settembre 1853, l’editoriale giustificava il cambio di nome spiegando che grazie alla libertà di stampa molti individui che prima si ritenevano avversari avevano scoperto di condividere gli stessi ideali; dunque era necessario unire le forze, allargare la redazione, potenziare la testata e dare anche un nuovo nome alla stessa per rendere evidente la novità: «Il Cittadino dunque sarà la continuazione de L’Operajo – era scritto – dacchè lo stesso rimane il programma, istesse saranno le idee che svolgerà, istessi gli interessi che prenderà a sostenere; ma esso sarà simbolo di una conciliazione, che alle nostre parole aggiungerà maggior peso ed autorità maggiore, esso sarà il rappresentante di un partito organizzato, i cui membri tutti vorranno, e come cittadini e come pubblici amministratori, procedere nell’attuazione dei nostri principii cogli stessi modi e per la medesima via».

Il giornale diventava partito, sia pur in senso lato, e il partito era quello di Cavour, votato alla causa dell’Unità d’Italia all’interno di un sistema liberale costituzionale che dal regno sabaudo mirava a espandersi, sotto la guida di Vittorio Emanuele II, al resto della penisola, ancora retto da regimi assolutistici. La redazione si allargava ma da essa si allontanavano sia Biagio Manara che Secondo Giraud, i fondatori più critici verso il principio monarchico. Il primo – come si è detto – tornerà al saio; il secondo continuerà ad affiancare all’attività di avvocato quella di giornalista, ma collaborando ad altre testate e assumendo, una quindicina d’anni dopo, la direzione de L’Astese, bisettimanale di orientamento repubblicano che si stampò tra il 1866 e il 1874.

Per via di questa loro defezione Manara e Giraud subirono una sorta di damnatio memoriae: nonostante i loro essenziali apporti alla nascita del primo giornale astigiano, non verranno quasi mai menzionati nelle successive celebrazioni per i vari anniversari della testata; e tanto meno lo saranno nelle due targhe ricordo – una in bronzo, l’altra in marmo – murate nei locali della tipografia Paglieri e Raspi nel 1901 e nel 1925 per celebrare, rispettivamente, i 50 e i 75 anni dal primo numero de L’Operajo; in esse verranno ricordati solo i tipografi-editori Paglieri e Raspi e lo scrittore Stefano Gatti.

La tipografia, sorta nel 1849, dopo oltre un secolo di vita e dopo aver stampato centinaia di migliaia di copie di giornali, libri, opuscoli, manifesti, chiuse i battenti nell’aprile 1978, negli stessi locali dov’era nata. Poco distante nella tipografia San Giuseppe è stata stampata per decenni la Gazzetta d’Asti, settimanale diocesano edito dal 1899 e unico testimone rimasto di quella stagione politico-editoriale.

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Luigi Florio

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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