Cento anni fa, il 20 settembre 1921, con una scissione dal Partito popolare venne fondato a Costigliole d’Asti il Partito dei Contadini d’Italia che, per oltre quarant’anni, rappresentò una singolare unicità del panorama politico del territorio collinare astigiano e albese.
Un’esperienza organizzativa che affondava le proprie radici nella cultura della piccola proprietà contadina, i cui elementi costitutivi erano il senso di appartenenza alla comunità e ai suoi valori tradizionali e una concezione del lavoro agricolo come dovere etico e strumento di elevazione sociale. Padre ispiratore di questa esperienza fu Giacomo Scotti, prima affiancato e poi sostituito nella leadership del partito dal fratello Alessandro, di sedici anni più
giovane.

Gli Scotti erano profondamente inseriti in questo mondo contadino: il padre Giovanni era proprietario di una cascina con nove giornate di terra che lavorava con la moglie Luigia Bianco e i sette figli ai confini tra Montegrosso
e la frazione Collina Forni di Montaldo Scarampi. Giacomo, classe 1873, dopo la licenza elementare riprese gli studi frequentando corsi serali alla stazione
enologica di Asti e prese parte alle guerre coloniali di fine ‘800; prima della
Grande guerra divenne presidente di una Società di piccoli proprietari, fondata nel 1912, e venne eletto consigliere comunale a Montegrosso.
Alessandro frequentò le prime tre classi delle elementari alla scuola della Collina Forni, completò il ciclo scolastico a Montegrosso e nel 1902 fu inviato
a studiare presso l’Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane di Grugliasco, dove conseguì il diploma. Dopo aver insegnato per alcuni anni in una scuola elementare di Torino, nel 1915 partì per il fronte come ufficiale degli alpini, dove combatté fino al febbraio 1918 ottenendo tre decorazioni al valor militare.
Venne quindi trasferito temporaneamente a Caserta come istruttore degli allievi ufficiali, ma tornò in prima linea nell’estate e, dopo l’armistizio, gli venne assegnato l’incarico di organizzare la “propaganda di italianità” tra la popolazione sudtirolese di Merano di lingua tedesca.
Congedato il primo settembre 1919, rientrò a casa in tempo per partecipare
alle prime agitazioni contadine promosse dal fratello Giacomo contro l’imposizione di una tassa sulla produzione del vino voluta dal governo Nitti. Alessandro venne chiamato, nel corso di un’affollata assemblea contadina tenutasi ad Alessandria, a far parte di una delegazione che si recò a Roma per illustrare al governo le ragioni dei viticoltori piemontesi, ma l’incontro
non portò alla revoca del provvedimento e il 15 settembre, in una riunione
svoltasi ad Asti, i fratelli Scotti posero le basi per la nascita del «Movimento
contadinista».
Obiettivo: tutela degli interessi materiali dei piccoli proprietari la cui volontà autonomistica si riassumeva nel motto “Da noi”, un “Facciamo da soli” che, contrariamente allo slogan fascista “A noi!”, rappresentava un’orgogliosa affermazione di autosufficienza e una presa di distanza dal mondo urbano con
le sue tensioni sociali.
La frattura con i Popolari nella lotta contro la tassa sul vino
Alle elezioni politiche del novembre 1919, i Contadinisti concordarono la candidatura di propri esponenti nella lista del Partito popolare e riuscirono a eleggere alla Camera Giacomo Scotti, concorrendo in modo decisivo al successo popolare nel circondario di Asti, il solo tra i sei della provincia di Alessandria (Asti sarà elevata a provincia dal fascismo nel 1935) a non
registrare una vittoria socialista.
Il Movimento contadinista, intanto, iniziò a organizzarsi, dando vita alla Federazione dei piccoli proprietari, di cui Alessandro fu nominato segretario. Mentre questi venne eletto consigliere comunale a Montegrosso e consigliere provinciale nel mandamento di Costigliole d’Asti nel 1920, Giacomo venne
ricandidato dal Ppi alle elezioni del maggio 1921 e ottenne, con 19.000 preferenze, un grande successo personale.
Entrato a far parte del governo, però, il Partito popolare non si batté per l’abolizione della tassa sul vino e i fratelli Scotti delusi spinsero verso la scissione del loro movimento dai Popolari. La spaccatura venne sancita con la nascita del Partito dei contadini d’Italia il 20 settembre 1921 a Costigliole d’Asti.
Un successivo convegno svoltosi ad Alba approvò lo statuto e il programma del partito che, fin dalla nascita, si caratterizzò come un’organizzazione di tipo corporativo, finalizzata alla difesa esclusiva degli interessi economici e sociali dei piccoli proprietari.

Un partito anti-urbano a difesa di terre e proprietà agricola
L’affermazione della centralità sociale dei contadini e del decisivo contributo da questi fornito nella guerra ’15-18, la contrapposizione con la città e con il movimento operaio, i principi morali cattolici, i valori della tradizione comunitaria, della famiglia e della terra rappresentavano la base ideale su
cui si fondava il nuovo partito.
Esso era infatti esplicitamente anti-urbanista e aveva un forte radicamento in un territorio circoscritto, che coincideva sostanzialmente con l’area di maggiore diffusione della piccola proprietà contadina vitivinicola. Se il partito poté contare su adesioni anche in aree della Liguria o della Lombardia settentrionale, fu infatti il Piemonte collinare a rappresentare l’epicentro del movimento: nel 1923 gli Scotti avevano organizzato sezioni in 105 comuni
dell’Astigiano e contavano oltre 2.300 iscritti nel solo Albese.
Il radicamento sociale nelle campagne si concretizzò anche in un orgoglioso spirito associativo, che portò il partito a collocare propri esponenti nella direzione di numerosi circoli ricreativi dei paesi e alla costruzione di una Casa del contadino adiacente alla scuola elementare della Collina Forni di Montaldo
Scarampi, grazie all’autotassazione dei soci e all’opera volontaria della popolazione locale.
La Casa, intesa dagli Scotti come simbolo dell’autonomia contadina, venne inaugurata ufficialmente il primo maggio 1922 con una grande manifestazione a cui presero parte delegazioni dei Partiti contadini bulgaro, croato, sloveno,
ucraino e rumeno.
Nel 1922 all’inaugurazione della Casa del contadino anche delegazioni dall’Est Europa
Durante i primi Anni Venti, anche se il Partito dei contadini si era collocato in una posizione equidistante tra socialcomunisti e fascisti, i fratelli Scotti dovettero più volte subire gli attacchi degli squadristi, fino a dover respingere a fucilate un assalto condotto contro la casa natale l’11 novembre 1922, in
occasione della festa patronale di San Martino.
Il contrasto tra i contadinisti e il fascismo è documentato da numerose
relazioni della sottoprefettura di Asti, in cui si segnalava con preoccupazione il permanere di un forte radicamento del partito nei paesi del circondario, alimentato dallo stesso prestigio personale dei fratelli Scotti, considerati dalle comunità punti di riferimento ben più dei piccoli e arroganti gerarchi locali.
Il regime di fatto non riuscì a coinvolgere fino in fondo una popolazione contadina da sempre diffidente verso la politica e verso tutto ciò che proveniva dall’esterno del ristretto ambito comunitario.


Cresce lo scontro con i fascisti
Uccisi nel ’24 due contadinisti sul treno per Acqui e a Montegrosso
Durante la campagna per le elezioni politiche del 1924, anzi, si registrò l’assassinio di due contadinisti astigiani da parte dei fascisti: Maggiorino Gambaruto di Vigliano, un contadino di 43 anni segretario della locale sezione del partito, venne sequestrato in treno mentre rientrava da Asti, costretto a proseguire fino ad Acqui, ucciso e gettato nella Bormida; il suo corpo viene rinvenuto solo giorni dopo in regione Sopriano; Pasquale Pia, invece, venne pugnalato di notte alla schiena e lasciato morto sulla strada tra Vallumida e Santo Stefano di Montegrosso.
Nonostante le violenze fasciste, le urne ribadirono la localizzata ma consistente presenza elettorale contadinista, con la conferma di Giacomo Scotti e l’elezione di altri tre deputati: Urbano Prunotto, Enrico Insabato e Alfredo Romanini, quest’ultimo eletto in Lombardia. Alessandro Scotti, che nel
frattempo si era sposato e trasferito in una cascina della frazione San Carlo di Costigliole ed era divenuto padre del piccolo Elio, fu costretto a espatriare clandestinamente in Francia, trovando lavoro in una ditta edile ad Amiens.
Rientrato in Italia nel pieno della crisi politica seguita al delitto Matteotti, venne più volte denunciato per aver tenuto assemblee contadine, mentre il fratello Giacomo partecipò alla secessione dell’Aventino con il collega albese Prunotto; gli altri due deputati contadinisti si schierarono invece con il fascismo e vennero espulsi dal partito.
L’ultimo atto di aperta opposizione contadinista al fascismo venne compiuto alla Camera, quando il 9 novembre 1926 Giacomo Scotti, con soli altri quattro deputati, rifiutò di votare a favore della pena di morte e venne aggredito e picchiato da Starace e da altri deputati fascisti.
Nel 1926 Giacomo Scotti aggredito alla Camera per il suo voto contro la pena di morte
Il consolidarsi del regime fascista ridimensionò il ruolo politico degli Scotti, ma non ne intaccò il prestigio personale e il ruolo sociale di referenti per le comunità contadine dell’Astigiano, a cui essi dispensavano paternalisticamente consigli sulle questioni quotidiane.
Mentre Giacomo si adattò a gestire la piccola azienda familiare, Alessandro trovò lavoro come bancario a Costigliole prima e ad Acqui Terme poi, ma la sua mancata iscrizione al Pnf ne provocò il licenziamento.
Dopo la nascita del secondogenito Lilio, Alessandro si trasferì nel 1932 a Torino, dove per circa un anno gestì una piccola cartoleria e successivamente ottenne una supplenza, cui dovette rinunciare nel 1936, ancora per la sua mancata iscrizione al Pnf.
Nello stesso anno morì Giacomo, a soli 63 anni, e Alessandro ottenne una cattedra presso l’Istituto Sociale gestito dai Gesuiti, dove lavorò fino al 1940.
Alla vigilia dello scoppio della guerra venne richiamato alle armi e destinato a Fiume, all’ufficio censura della posta militare, per poi essere trasferito alla locale prefettura nel 1942, dove si occupò delle operazioni di deportazione dei
civili nell’ambito della lotta antipartigiana condotta dalle truppe italiane.


Nel 1936 muore Giacomo e il fratello Alessandro nel ’40 è richiamato alle armi
Ottenuto il trasferimento presso il distretto militare di Alessandria, qui lo sorprese l’armistizio dell’8 settembre, consentendogli un facile ritorno a casa, dove riprese a coltivare la terra e a rappresentare un punto di riferimento per i contadini, che si rivolgevano a lui per consigli sul da farsi.
In una serie di riunioni tenute nell’inverno 1943, Scotti decise di dare vita a delle squadre armate di contadini con lo scopo di “difendere” i paesi tanto dalle puntate dei repubblichini e dei tedeschi quanto dalla presenza degli sbandati e dei primi gruppi di partigiani.
Le squadre di Scotti assunsero il controllo dell’esattoria di Costigliole, invitarono i contadini a non consegnare il grano agli ammassi fascisti ed esercitarono un ruolo di polizia locale più che di lotta armata contro il fascismo, con un atteggiamento attendista e diffidente verso le bande partigiane della zona.
Nella fase della loro massima espansione, la primavera del 1944, le “squadre rurali” di Scotti organizzarono circa 2.000 contadini, ma avevano in dotazione
solo un centinaio di fucili da caccia, a conferma della loro scarsa propensione allo scontro aperto con repubblichini e tedeschi.
L’estate del 1944, con il rapido espandersi del movimento partigiano anche nel Basso Astigiano, pose le squadre di Scotti in contrasto con le formazioni autonome e garibaldine della zona.
Per legittimare la propria autonomia, Scotti cercò un contatto con il Comando regionale delle formazioni Giustizia e libertà, interessate a una presenza organizzata in zona, ma l’incompatibilità tra l’attivismo militare e politico delle
formazioni Gielle e il prudente attendismo di Scotti impedì una concretizzazione del rapporto.
Nell’inverno 1943 nascono le prime squadre armate contadine per “difendere” i paesi dai nazi-fascisti e dagli sbandati partigiani
L’episodio decisivo che pose fine all’esperienza delle “squadre rurali” è rappresentato dall’arresto dello stesso Scotti avvenuto il 2 agosto 1944 a opera del comando repubblichino di Asti.
Nell’agosto del 1944 Scotti è arrestato dai repubblichini
Durante l’interrogatorio presso l’Ufficio politico investigativo, Scotti ribadì che il ruolo delle proprie squadre era esclusivamente quello di polizia territoriale a
tutela degli interessi e del lavoro dei contadini.
In seguito a queste assicurazioni e alle pressioni esercitate sulla questura di Asti da parte di numerosi podestà del Basso Astigiano, Scotti venne rilasciato, ma questa intercessione delle autorità fasciste in suo favore minò ulteriormente la sua credibilità presso i comandi partigiani della zona, che nel giro di pochi mesi finirono per assorbire al proprio interno gran parte degli
uomini delle “squadre rurali”.
Scotti preferì ritirarsi fino alla Liberazione a vita privata, astenendosi da qualsiasi iniziativa militare o politica, tanto che, nonostante i contatti avviati dalle altre forze politiche, i contadinisti non presero parte all’attività dei Comitati di liberazione nazionali e delle giunte paritetiche di autogoverno che sorsero durante la Resistenza.
Dopo la fine della guerra, la neonata Democrazia cristiana tentò un approccio con Scotti con la mediazione di esponenti di primo piano della Curia, per dissuaderlo dal ricostituire il Partito dei contadini e contribuire alla nascita di un unico partito di ispirazione cattolica da contrapporre alle forze della sinistra. Scotti però rifiutò di ripudiare la scissione del 1921, non trovando nell’interclassismo democristiano sufficienti garanzie per la tutela degli interessi e del ruolo sociale dei contadini.
Il mancato accordo indusse Scotti a ricucire i rapporti personali e politici con gli attivisti del primo contadinismo, interrotti o allentati durante ciò che egli
considerava la “parentesi” del fascismo, ricostruendo una rete organizzativa capillare ma circoscritta.


Finisce la guerra ma restano distanti le posizioni tra la Dc e il Partito dei contadini
Nel processo irreversibile avviato nel dopoguerra di una vita politica italiana
caratterizzata dall’affermazione dei partiti di massa, proprio il forte radicamento territoriale e sociale costituì però il limite più evidente del Partito dei contadini.
La difficoltà di coniugare la tutela degli interessi corporativi dei contadini con la più ampia politica agricola ed economica nazionale rappresentava infatti uno dei nodi decisivi su cui misurare la mancata modernizzazione del contadinismo, incapace di risolvere in modo positivo il rapporto tra “il paese” e “il Paese”, tra la comunità e lo Stato.
Scotti finì infatti per arroccarsi nella rivendicazione di un ruolo sociale del contadino come “sfamatore del mondo” e nella difesa nostalgica di un mondo rurale tutto compreso all’interno di rapporti comunitari. In questo mondo, le sollecitazioni che giungevano dall’esterno erano tradizionalmente ammortizzate e mediate da figure cui la comunità attribuiva una leadership
sulla base del loro ruolo istituzionale riconosciuto e di valori condivisi.
Il nuovo clima del dopoguerra aveva però scardinato queste certezze e gli stessi mediatori sociali (parroco ed esponenti della piccola e media borghesia
rurale) che avevano contribuito in passato al radicamento dei rassicuranti e tradizionali valori contadinisti ed avevano ammortizzato l’impatto del fascismo su una campagna come quella astigiana, priva di tradizioni di lotta di classe,
assumevano un ruolo diverso.
Il parroco divenne, allora, il principale referente organizzativo per la capillarizzazione della presenza democristiana sul territorio, insieme alla
presenza della Coldiretti, nell’ambito di una scelta politica del mondo cattolico che superava i limiti comunitari per ampliare il proprio orizzonte in una visione rispondente alle grandi contese e contrapposizioni politiche della guerra fredda.
Lo scontro aperto tra Dc e Partito dei Contadini (Pdc) divenne quindi inevitabile: il gruppo dirigente democristiano astigiano, compatto attorno a una linea conservatrice dettata dal segretario Armosino, individuò in questa fase il Pdc come l’avversario più pericoloso, al punto che le accuse e gli attacchi personali portati ai dirigenti contadinisti superarono in numero e asprezza quelli condotti contro esponenti della sinistra.
Alessandro Scotti il 2 giugno 1946 eletto alla Costituente
Furono però soprattutto la scelta di campo della Chiesa e le critiche che gli giungevano dagli ambienti ecclesiastici ad amareggiare Alessandro Scotti, la cui formazione culturale, familiare e spirituale era profondamente improntata del cattolicesimo tradizionale (il primogenito Elio era stato ordinato sacerdote).
Del resto, il ripetuto richiamo ai valori tradizionali che emergeva dal programma della Dc appariva in grado di rassicurare l’elettorato contadino, realizzando, con il recupero di elementi della religiosità popolare e la denuncia del “pericolo rosso”, un efficace mix capace di coagulare e consolidare il consenso.
Le elezioni amministrative della primavera 1946 confermarono la reale concorrenzialità contadinista nei confronti della Dc: tra marzo e aprile, su 88 comuni astigiani chiamati al voto, il Pdc ne conquistò 22, contro i 16 della Dc,
mentre in altri 24 ottennero la maggioranza liste civiche legate all’area contadinista e/o democristiana.
Questa tendenza venne riconfermata nella tornata elettorale di ottobre, quando il Pdc conquistò altri 10 comuni su 17, controllandone così in modo diretto complessivamente 32 su 105. Il 2 giugno, però, le elezioni per la Costituente avevano nel frattempo segnato una battuta d’arresto per il partito di Scotti: sugli 86 comuni astigiani in cui si affermò una maggioranza democristiana e contadinista, il Pdc vinse solo in 27, mentre la Dc si affermò in altri 58.
A completare il trionfo delle due formazioni cattoliche va segnalato che in 30 dei comuni a maggioranza Dc, il Pdc risultò essere il secondo partito. Scotti venne comunque eletto all’Assemblea costituente con 20.766 preferenze, oltre 18.000 delle quali raccolte nella sola provincia di Asti.

Al referendum Scotti si schiera con la monarchia
Una ulteriore riprova dell’orientamento moderato e conservatore dell’elettorato contadino si ebbe con il referendum istituzionale: Scotti si schierò apertamente a favore della Corona, individuando nell’appoggio ai Savoia una garanzia di continuità con le radici spirituali e culturali delle tradizioni contadine.
Si comprende quindi perché nelle due province che rappresentavano la culla del contadinismo, quelle di Asti e di Cuneo, la monarchia ottenne la maggioranza, risultando però sconfitta dall’opzione repubblicana nei due
capoluoghi.
In 53 comuni su 105 della provincia di Asti e in 144 su 206 di quella di Cuneo la monarchia ottenne la maggioranza, in 63 (14 astigiani e 49 cuneesi) ebbe più del 70% dei voti, con punte del 91,9% a Bellino, dell’85,9% a Montelupo Albese, dell’85,7% a Murello, dell’82,6% ad Albugnano.
Due congressi a Torino per tentare di diventare un partito nazionale
Dopo l’elezione all’Assemblea costituente, Scotti si attivò per tentare di dare al partito una struttura nazionale, organizzando convegni a Milano, Genova e Roma e prendendo contatti con gruppi ruralisti del Centro e del Meridione.
Il primo congresso nazionale del partito, svoltosi a Torino il 26 settembre 1946, lo elesse segretario, mentre entrarono nel consiglio nazionale anche rappresentanti dei movimenti rurali della Lombardia, delle Marche, del Lazio e della Liguria.
Tuttavia, il gruppo dirigente risultò nel suo complesso ancora monopolizzato dalla presenza dei piemontesi, tendenza confermata anche al secondo congresso nazionale di Torino del gennaio 1947, che confermò Scotti alla segreteria nazionale.
La progressiva ma inesorabile erosione dell’elettorato contadinista da parte della Dc trovò una clamorosa conferma con le elezioni del 18 aprile 1948, grazie soprattutto al ruolo svolto dalle organizzazioni collaterali della Chiesa, dai Comitati civici diocesani e dalla Coldiretti, che rappresentava per i contadini una valida alternativa al Pdc anche dal punto di vista sindacale.
Nel corso della campagna elettorale Scotti assunse una netta posizione contro il “pericolo frontista” ma polemizzò con la Dc, negando che essa detenesse il monopolio organizzativo dell’anticomunismo.

Contrasti interni nel partito e il clero che invita a non disperdere il voto a favore della Dc portano al declino contadinista
Egli cercò di rilanciare la polemica contro la decadenza morale della vita cittadina contrapponendole la fiera e sana vita rurale, ma dovette fronteggiare anche avversari interni allo stesso campo contadinista: in ambito locale emersero segnali di insofferenza per i metodi paternalistici e autoritari della sua gestione.
Ai contrasti sul metodo si univano le prime differenziazioni politiche, che portarono a dissidi con contadinisti della prima ora (Giacomo Osella, Domenico Malandrone) e con elementi unitisi al movimento nel dopoguerra (Giovanni Cerruti, Francesco Pianta). Queste differenziazioni provocarono una serie di provvedimenti disciplinari a carico dei dissidenti e la conseguente nascita di piccole formazioni politiche indipendenti che, alimentando antiche rivalità personali e di campanile, finirono per accelerare il lento declino politico ed elettorale del partito.
Gli appelli del clero a non disperdere i voti anticomunisti si accompagnarono,
nell’Astigiano, a espliciti attacchi contro i partiti minori, i cui leader vennero
accusati di mire e ambizioni personali. Il Piano Marshall, la soppressione delle libertà politiche nei paesi d’oltre cortina, la libertà religiosa, i prigionieri di guerra dispersi in Russia, la tutela della famiglia e della proprietà dalla “barbarie comunista”, le velleità insurrezionali della sinistra in caso di sconfitta diventarono i temi principali attorno a cui ruotava la martellante e
capillare propaganda cattolica, a cui si unì un rilancio in grande stile del culto
mariano.
Il 18 aprile 1948 la Dc sfiorò, anche nell’Astigiano, la maggioranza assoluta, attingendo abbondantemente al serbatoio di voti contadinista e a quello dell’area liberale, mentre il Fronte popolare si fermò al 22,6%.
Le campagne astigiane confermarono a Scotti il seggio parlamentare ma con
meno consensi rispetto al passato: egli venne rieletto infatti con 14.533 preferenze, distanziando di meno di mille voti il canellese Giovine.
Il voto confermò quindi la progressiva sostituzione dell’egemonia contadinista con quella della Dc, la cui struttura nazionale e interclassista forniva garanzie in funzione anticomunista infinitamente maggiori rispetto al nostalgico corporativismo paternalistico di Scotti.
Rieletto alla Camera Scotti interviene contro il gusto “americano” imposto dalla Coca-cola
Gli stessi interventi parlamentari di Scotti apparivano spesso estemporanei
e si caratterizzarono per una costante ma anacronistica difesa delle tradizioni contadine, come nel caso dell’attacco portato alla progressiva americanizzazione dei gusti degli italiani, che privilegiava il consumo della
Coca-cola rispetto a quello del vino.
Le scadenze elettorali amministrative rappresentarono ancora una boccata
d’ossigeno per il Pdc, che nel 1951 ottenne nell’Astigiano quattro consiglieri
provinciali e la maggioranza in 15 comuni; cinque anni dopo, però, i consiglieri provinciali si ridussero a tre e i comuni amministrati a dieci.
Le elezioni politiche del 1953, intanto, con la nuova legge elettorale che
imponeva apparentamenti tra le forze politiche per far scattare un eventuale
premio di maggioranza, videro Scotti optare per un apparentamento con
il partito monarchico, respingendo le avances della Dc.
La scelta si rivelò 14 vincente per Scotti, rieletto con 16.254 preferenze, e contribuì alla parziale sconfitta democristiana, che non ottenne per pochi voti il quorum previsto dalla cosiddetta “Legge truffa”; tuttavia, la contemporanea candidatura di altri esponenti storici del contadinismo in varie liste di centro confermò la tendenza ormai irreversibile alla frammentazione del movimento.

Per la prima volta con la sinistra nelle passeggiate dimostrative del ’56
Scotti riuscì ancora a ritagliarsi un ruolo politico di primo piano collaborando, dopo una prima esperienza unitaria sperimentata nel 1950, con le forze politiche e sindacali della sinistra astigiana all’organizzazione delle lotte contadine del biennio 1956-57, le cosiddette “passeggiate dimostrative” messe in atto in diversi paesi dell’Astigiano colpiti da rovinose grandinate. La sua successiva adesione alle iniziative socialcomuniste per la concessione dell’assistenza mutualistica e pensionistica ai coltivatori diretti, provocò però nuove e dure reazioni del clero e della Dc locali che lo indussero a ritirare la
propria adesione alle manifestazioni.
La parabola politica contadinista si avviava all’epilogo, sancito dalla mancata rielezione di Scotti alle politiche del 1958, a cui si presentarono ben tre liste contadiniste, nessuna delle quali ottenne seggi. Gli anni successivi, caratterizzati da una progressiva perdita di rilevanza del settore agricolo nell’ambito dello squilibrato sviluppo del boom economico italiano, si consumarono in tentativi di riunificazione del partito e in nuove
spaccature.
Nel 1958 contadinisti divisi in tre liste
Nessun eletto a Roma
I risultati alle amministrative del 1960 furono deludenti: tre consiglieri provinciali a Asti e vittoria di liste contadiniste in soli dieci comuni tra cui, per la prima volta dal dopoguerra, non figurava Costigliole.
Le successive elezioni politiche del 1963 videro la maggioranza di un Pdc ormai in agonia confluire nelle liste del Partito repubblicano; Scotti, presentatosi nella lista Concentrazione di Unità rurale, ottenne nell’Astigiano solo 4.396 preferenze, una sconfitta che segnò il suo ritiro dalla vita pubblica.
Il leader di un’identità contadina nostalgica e anacronistica trascorse gli ultimi anni della propria vita nella casa di San Carlo di Costigliole, da cui assistette come osservatore isolato e distaccato all’esplodere del protagonismo giovanile che caratterizzò il ‘68 contadino nell’Astigiano.
Alessandro Scotti morì il 19 maggio 1974.
Per saperne di più

Fondamentale, per una conoscenza delle vicende del movimento contadinista
e della biografia dei fratelli Scotti, è il volume di Giovanni De Luna Alessandro Scotti e il Partito dei Contadini (1889-1974), pubblicato da Franco Angeli nel 1986.
Si vedano anche i lavori svolti per l’Israt da Mario Renosio (autore di questo articolo) e in particolare Colline partigiane. Resistenza e comunità contadina nell’Astigiano (Franco Angeli, 1993); Tra mito sovietico e riformismo. Identità,
storia e organizzazione dei comunisti astigiani (Gruppo Abele, 1999); Attila, Pepe e gli altri. La lotta partigiana tra il Monferrato e le Langhe (Israt, 2019).









































