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1924-2021
Novecento

L’ultima testimone dell’epopea di Augusto Monti

Una donna tra gli intellettuali del Novecento
Monastero Bormida rende omaggio a Caterina Bauchiero, vedova di Augusto Monti, scomparsa nella sua casa di Chieri alla bella età di 97 anni. Legatissima al paese natale del marito – scrittore, antifascista, insegnante, animatore della vita culturale torinese e italiana del novecento – Caterina è stata una eccezionale testimone del tempo, una persona dalla profonda cultura e dalla volontà di ferro, piemontese fino al midollo, ma aperta a una visione laica, cosmopolita, progressista della vita e della società. E' stata la fedele custode dell’eredità culturale di Augusto Monti e ha vissuto a contatto con personaggi ormai consegnati alla storia, i grandi intellettuali del novecento che lei, poco più che ragazza frequentava, conosceva e ammirava annotando aneddoti, vicende, storie famigliari e di amicizia. ma è stata anche – soprattutto – una donna emancipata, coraggiosa, testarda, volitiva, che lascia trasparire dal suo epistolario una non comune vivacità intellettuale.

L’allieva di quarant’anni più giovane che si innamora del professore

 

La notizia ha avuto scarsa eco sui media, ma con la scomparsa lunedì 23 agosto 2021 nella sua casa di Chieri di Caterina Bauchiero vedova Monti, ci lascia l’ultima testimone diretta di una straordinaria epopea culturale che da Torino arriva a Monastero Bormida.

Aveva appena compiuto 97 anni e fino a pochi giorni prima di morire, nonostante gli inevitabili acciacchi dell’età, è stata lucida e vigile custode degli insegnamenti e dei principi che aveva condiviso con il marito, lo scrittore, antifascista, insegnante Augusto Monti, nato proprio a Monastero Bormida e che del suo paese ha lasciato vivaci descrizioni nella sua opera
principale – I Sanssôssi – monumentale saga storico-familiare dall’epoca napoleonica alla Prima guerra mondiale.

La loro storia fu veramente unica e non mancò di suscitare scandalo nella Torino dell’immediato dopoguerra. Lui, nato nel 1881, personaggio della
cultura, mitico insegnante del Liceo d’Azeglio (tra gli studenti che lo frequentarono Cesare Pavese, Giancarlo Pajetta, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio), amico di Piero Gobetti, intransigente difensore della libertà contro la dittatura fascista, per cui patì anche la pena del carcere.

Lei, di oltre quarant’anni più giovane (Monti le dedicò un libro intitolato appunto Ragazza 1924), figlia di una famiglia di operai antifascisti di Chieri che aveva ospitato Monsù Monti in una dépendance della propria casa quando il Professore aveva dovuto lasciare Torino per motivi politici.

Tra Augusto Monti e Caterina Bauchiero c’era una forte differenza di età: oltre 40 anni. Il professore era rimasto vedovo. Si sono conosciuti a Chieri nel 1944 e sposati, qualche anno dopo, con una cerimonia semiclandestina

Nel Dopoguerra Monti quasi cieco le dettava lettere e saggi

 

Lui insegnante e vedovo da tempo e lei allieva, poi, dopo la guerra, la vita insieme, il matrimonio semiclandestino celebrato alle sei di mattina in una sacrestia torinese, la lunga permanenza a Roma dove Monti, ormai anziano, non aveva smesso i contatti con il mondo della cultura e della politica – da Croce a Salvemini, da Saragat a Terracini – e dettava, quasi cieco, alla giovane moglie lettere, saggi, recensioni, articoli.

Gli anni romani furono per Caterina occasione di entrare a pieno titolo in un mondo che prima aveva solo immaginato, o di cui forse neppure aveva sentore. Lei giovane di provincia, ex-operaia tessile, dalla formazione quasi autodidatta (si definiva scherzosamente – e a torto – “analfabeta”) che veniva invitata al Quirinale o nei salotti letterari della capitale e si rapportava con i più eminenti personaggi dell’epoca.

Eppure, questa improvvisa svolta non ne alterò il carattere molto semplice, concreto, tutto piemontese. Alternava il lavoro, la cura dell’anziano marito, le faccende domestiche e quel minimo di vita mondana con grande naturalezza e modesta convinzione di essere un po’ “fuori posto”, ma, al tempo stesso, di
dover compiere un dovere che il suo ruolo di moglie di Augusto Monti le imponeva.

Con la morte di Monti, nel 1966, Caterina ritornò in Piemonte e lavorò a Torino, prima alla Banca San Paolo poi alla Casa Editrice Einaudi, dove continuò a restare in contatto con scrittori, filosofi, politici e a tenere vivo il ricordo dell’impegno sociale e culturale del marito. Per oltre mezzo secolo fu la vivace e intelligente custode della sua memoria e, pur da una posizione defilata, continuò a partecipare, anche negli ultimi anni, a conferenze, incontri, presentazione di libri di e su Augusto Monti.

Così appare, a prima vista, la storia di Caterina: una sorta di moderna vestale la cui esistenza si è svolta tutta – tranne i primissimi anni della giovinezza – sotto l’ala protettiva, paterna, rassicurante ma a volte anche un po’ ingombrante del grande Professore.

 

“La ragazza del Professore” è diventato un libro di memorie

 

E che per oltre mezzo secolo, dopo la morte di lui, ha parlato di Monti come se fosse un contemporaneo – esempio da imitare, maestro da seguire – e non un personaggio certamente illustre, ma ormai consegnato alla storia.

A far luce su una realtà molto più sfaccettata, vivace e umanissima ci ha pensato l’insegnante chierese Valeria Martano, che nel 2019 ha pubblicato un libro intitolato La ragazza del Professore, a cui Caterina Bauchiero ha attivamente collaborato. Un libro, come scrive nella prefazione Gianni Oliva, «al quale ci si avvicina pensando di trovare la “storia della vedova di Augusto Monti” e vi si trova invece la storia di Caterina Bauchiero, che è stata la moglie di Augusto Monti ma che è stata soprattutto se stessa, una giovane operaia di Chieri proiettata nel mondo dell’intellettualità antifascista del dopoguerra».

Caterina, che per decenni aveva conservato sì, ma quasi nascosto, ogni documento in cui appariva come protagonista, forse per non offuscare neppure di striscio la figura del marito, adesso, raggiunta una età veneranda, tira fuori dai cassetti decine di lettere, biglietti, ritagli di giornale, vecchie fotografie in bianco e nero che parlano di lei. Ne emerge una ragazza dalla personalità forte, pronta a schermaglie con la inflessibile madre Geta e con gli altri famigliari titubanti – quando non apertamente ostili – alla storia d’amore che vede lei ventenne in compagnia di un anziano ultrasessantenne; una donna che si emancipa – sia pure “guidata” dal marito pedagogo – e che impara ben presto a farsi strada, a gestire l’economia domestica, a lavorare in ufficio, a frequentare persone di cultura.

Di particolare interesse nel piccolo epistolario di Caterina, pubblicato dalla Martano, oltre alle lettere scambiate con Monti nei primi tempi del loro amore ancora clandestino, sono quelle intercorse tra lei e una sua amica diversissima per estrazione sociale, cultura, ruolo, ma a cui restò legata per lungo tempo: la marchesa Giuliana Benzoni (1895-1981), una donna dall’intelligenza vivace, coraggiosa, che seppe prendere le distanze dal fascismo e avvicinarsi alla Resistenza romana.

La copertina del libro “Ragazza 1924” edito da Einaudi, che Monti ha scritto dedicandolo alla giovane moglie

Quelle vacanze dalla marchesa Benzoni a Sorrento come “ospiti paganti”

 

La sua villa, a Capo di Sorrento, denominata “La Rufola”, era uno splendido
luogo di delizie, non lontano dalla residenza di Benedetto Croce, e fu frequentata da personaggi importanti, primo fra tutti Salvemini, che vi morì nel 1957. Anche Monti e la moglie erano spesso invitati dalla marchesa e vi trascorrevano le vacanze – “da ospiti paganti…” ci teneva a precisare Caterina – alternando l’attività letteraria a piacevoli colloqui con la padrona di casa, che oltretutto approfittava dell’amica piemontese per far arrivare a Sorrento le prestigiose pezze di tela di Poirino.

La lettera del 12 settembre 1957 in cui la marchesa Giuliana comunica ai Monti la morte di Salvemini è una testimonianza inedita sugli ultimi attimi di vita di uno dei massimi intellettuali del Novecento.

Cara Caterina,
scrivo a te tra le centinaia di persone che mi hanno scritto, perché per te e per Monti, Gaetano aveva una tenerezza speciale. E perché stando accanto a lui negli ultimi giorni, le ultime notti nella sua serena agonia ho desiderato che ci foste anche voi accanto a lui.

Voi l’avete visto l’ultima volta quando l’infezione lo aveva messo in uno stato di continuo torpore, dal quale usciva per entrare in uno stato di estrema fiacchezza e di confuso malessere, e la coscienza dell’impossibilità e di tornare normale e di morire gli dava un’amara irrequietezza che lo rendeva dissimile al suo vero se stesso.

Ma appena è stato certo che la morte si avvicinava è stato preso da una indescrivibile gioia […] che solo si poteva pensare a dei versi di Dante. E la sua cara faccia non era più quella di Socrate, ma di un antico santo paterno ed infantile con una specie di sua aureola. E questo è durato tutta l’agonia e anche dopo morto è rimasto bellissimo.

Caterina cara, ho una gran voglia di rivederti e rivedere tuo marito il cui articolo mi è piaciuto più di qualunque altro.

Ti abbraccio stretta infine
Tua Giuliana”

 

Il fitto epistolario con Franco Antonicelli

 

Un altro gruppo di lettere testimonia il dialogo epistolare di Caterina con Franco Antonicelli (1902-1974), antifascista, senatore, scrittore, curatore di trasmissioni radiofoniche e televisive, editore (a lui si deve la prima pubblicazione di Se questo è un uomo di Primo Levi).

Un dialogo che, iniziato alla fine degli Anni Cinquanta, quando lei era ancora sposata con Monti, continua poi anche dopo la morte del marito. Ne traspare una amicizia affettuosa ma non priva di spigolosità, con Caterina da un lato attratta dal fascino dell’intellettuale, dall’altro attenta a mantenere le distanze
e lui non certo insensibile alle grazie di lei.

Mentre Antonicelli oscilla tra accenni galanti, citazioni colte, traduzioni di poesie e momenti di grigia tristezza e di profondo pessimismo, Caterina emerge invece, ancora una volta, come una figura forte, concreta, combattiva, dalla personalità decisa, con un forte senso del dovere. Lei è consapevole di essere una “figlia del popolo”, una operaia diventata impiegata, non «una signorina che alle 11 del mattino risponde ancora dal letto al telefono».

Insomma, la scuola di Monti aveva bene attecchito in quella che resta, prima ancora che sua moglie, la sua allieva preferita.

Caterina e Monti amavano molto la montagna. A destra, una lettera del 1956 di Caterina al professore che lei chiama affettuosamente “Caro Gnùgnù”
Caterina e Monti amavano molto la montagna. A destra, una lettera del 1956 di Caterina al professore che lei chiama affettuosamente “Caro Gnùgnù”

Ora riposa a Monastero accanto al suo Professore

 

La salma di Caterina Bauchiero è stata tumulata a Monastero Bormida nella tomba di famiglia, progettata dal genero di Monti, Mario Sturani, giovedì 26 agosto 2021, in forma strettamente privata.

Ora riposa accanto al suo Professore. Anche in questo Caterina ha seguito le orme di Monti, i cui funerali civili all’epoca (siamo nel 1966…) fecero scandalo nel piccolo paese della provincia profonda, dove arrivano perfino i corazzieri a portare la corona di fiori del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Abituato alla tranquilla tradizione dei Miserere e dei De profundis, il paese
quasi disertò quel funerale laico di un personaggio che i più non conoscevano.

Il primo punto del testamento vergato dall’anziano professore – documento
anch’esso conservato gelosamente da Caterina – recita infatti così: «Funerali:
nessun funerale né religioso né civile; nessuna partecipazione né collettiva né
personale».

Questa era la pasta di cui era fatto Augusto Monti, il professore della libertà e del dovere. Ora, con la scomparsa della moglie, quel mondo è davvero finito
per sempre.

Pubblichiamo alcuni brani dell’intervista che Caterina Bauchiero Monti ha rilasciato all’autore di questo ricordo.

 

Anche un Gaetano Salvemini inedito e spendaccione e l’agiatezza di Norberto Bobbio nei ricordi di Caterina

 

Uno sguardo sulla cultura torinese del Novecento dalle parole di Caterina Bauchiero Monti

 

Nel 2017 Caterina concedette una interessante intervista, registrata e custodita nella Biblioteca di Monastero Bormida, in cui ha ripercorso le tappe
della sua vita in rapporto con l’arte e la cultura del Novecento.

Stralci di quella lunga e straordinaria conversazione sono stati pubblicati a introduzione del catalogo della mostra “Pittori tra Torino e le Langhe al tempo di Augusto Monti”, realizzata dalla Associazione “Museo del Monastero” nel castello di Monastero Bormida, e sul n. 21 di Astigiani, del settembre 2017 in un articolo dedicato ad Augusto Monti.

Ne proponiamo qui alcune parti inedite che mettono in luce frammenti del mondo culturale italiano del Novecento, viste con gli occhi della Ragazza 1924.

Il professor Monti con Caterina, Ada Gobetti e Roberto Peccei. La coppia frequentava l’ambiente intellettuale antifascista di Torino e Roma

Monti è stato un grande narratore della propria vita e del mondo che frequentava, ma nella sua severità di professore non ha mai svelato i
lati umani, personali del rapporto con i personaggi della politica, della cultura, dell’arte con cui era in contatto. Ci aiuti Lei a entrare un po’ più nel privato di queste amicizie…

 

Beh, alcuni di questi personaggi io non li ho incontrati direttamente. Sa che ho conosciuto Monti quando lui aveva superato i sessanta, e quindi
tanti aneddoti li posso riportare perché li ho sentiti da lui.

Ad esempio Gobetti. Gobetti è stato un ragazzo eccezionale, non smetteva mai di stupire. Tutte queste cose le sentivo quando con Monti andavamo a trovare Salvemini, e Gobetti era sempre presente nei loro discorsi.

Invece Salvemini sì che l’ho conosciuto bene. Era un bel personaggio Salvemini… Anche se ufficialmente lo stimava, in realtà non poteva vedere
Benedetto Croce, perché secondo lui era troppo benestante… «Si fa presto a
fare il filosofo con tutte quelle proprietà…» diceva.

Ricordo che una mattina eravamo ospiti suoi a Firenze, erano le otto, si apre la porta, Salvemini si presenta ancora con uno di quei camicioni da notte lunghi fino ai piedi, perché viveva modestamente in una piccola pensioncina
vicino all’Università, arriva con un plico di fogli così in mano, li butta sul letto e dice tra sé: «Ti ho sistemato, Benedetto Croce!».

Salvemini era adorabile, veramente, bisognava conoscerlo di persona per capirlo fino in fondo… Ecco un altro episodio curioso di Salvemini.

Salvemini vince il premio Feltrinelli, cinque milioni, scrive a Monti e gli dice:
«Adesso son diventato ricco, ‘sti soldi se non me li mangio con gli amici con chi me li devo mangiare? E allora se avete un’oncia di buon senso, calate a Firenze così facciamo festa».

La banca gli aveva lasciato un libretto di assegni e lui li staccava senza preoccuparsi più di tanto, al punto che poi l’hanno convocato e gli hanno detto: «Professore, guardi che lei non ha più soldi…», e lui: «Allora cosa me li avete dati a fare e perché avete detto che potevo farne quello che volevo…». Ecco, questa era l’atmosfera che si respirava con quegli uomini lì.

Grandi menti, ma poi nella vita di tutti i giorni erano persone semplici e alla buona. Io ho assistito ad una lezione di storia di Salvemini all’Università di
Firenze, con tutti gli studenti che se lo mangiavano con gli occhi… Non me lo dimenticherò mai Salvemini in cattedra…

 

Monti è stato uno dei protagonisti della cultura torinese del Novecento…

 

Diciamo che dell’ambiente culturale in cui è venuta fuori questa grande fioritura di filosofi, scrittori e artisti torinesi, Monti, Gobetti e Salvemini erano un po’ le persone di riferimento.

Poi anche Croce, che era del sud ma aveva sposato una piemontese e quindi aveva la casa della villeggiatura vicino a Biella e passava l’estate lì. Ma Croce meno, lui era poi diventato antifascista ma, per così dire, della seconda ora, mica della prima…

La figura di Gramsci invece era molto importante, sono diventati anche amici lui e Monti. C’erano i consigli di fabbrica, c’erano dei rapporti tra loro, li univa l’antifascismo e le prime lotte operaie che si potevano fare.

C’era la politica sotto, c’era da abbattere il fascismo, e questo li ha legati tutti quanti, anche se erano di formazione diversa. Casorati, ad esempio, non era così antifascista, ma era un bravo pittore… Gobetti aveva un po’ scoperto Casorati… eravamo agli inizi del fascismo e tutto sommato c’era ancora una certa tolleranza, anche se tanti avrebbero voluto dimostrare la loro contrarietà al regime, poi un po’ per convenienza, un po’ per necessità rendevano omaggio al Duce.

Quando è venuto Mussolini a Torino alla Fiat, Giovanni Agnelli doveva andarlo a ricevere e prima di farlo ha chiamato Monti e ha detto: «Io ho tutti gli operai da sfamare, se non vado a riceverlo cosa succede?». Monti gli ha risposto: «Faccia come le dice la coscienza». E Agnelli se ne ricordò e quando al Tribunale speciale di Roma Monti era sotto processo, ha mandato il suo
avvocato personale, avvisandolo: «Io la mando a Roma per il processo, ma so già che Monti non vuole nessuna difesa…».

Erano tempi difficili, mettersi contro al fascismo voleva dire perdere il lavoro e i diritti. Mio papà, ad esempio, aveva dovuto venir via dalla Fiat, perché ci voleva la tessera, e come lui tanti altri. Così li hanno sostituiti con gente delle valli alpine, che partivano alle tre di notte per andare alla Fiat e sono entrati
con la tessera del partito, che neanche sapevano che cos’era.

Per loro è stata una salvezza economica, anche se a causa di questo lavoro in fabbrica hanno lasciato andare a rotoli la montagna e oggi se ne portano ancora le conseguenze…

Caterina Bauchiero con Valeria Martano, la docente chierese autrice del libro “La ragazza del professore”, edizioni Gaidano&Matta e a Monastero con Luigi Gallareto all’inaugurazione di una mostra nel castello

Torino è stata una delle capitali del Futurismo: quale è stato l’atteggiamento di Monti verso questo movimento?

 

Non gli piaceva, perché lì c’era di mezzo D’Annunzio e lui non aveva grande ammirazione per quel personaggio. In principio sì. Monti, che nella prima guerra mondiale era stato interventista e volontario, è partito da Brescia per andare da D’Annunzio a Trieste, ma D’Annunzio non l’ha ricevuto, perché dall’esterno della casa si sentiva un pianoforte che suonava e lui era con una famosa soubrette e non poteva…

I Futuristi a Torino sono stati importanti: Balla, Fillia e tanti altri, ma io ho vissuto lì dopo la Liberazione, quindi quelle notizie che ho le ho perché me le
sono fatte raccontare da Monti quando l’ho conosciuto qui a Chieri, mentre a Torino siamo andati a stare dopo…

 

E il gruppo dei “Sei di Torino”?

 

Benzi, Paulucci… Paulucci non era proprio antifascista dichiarato e con il gruppo del “D’Azeglio” non legava.

Carlo Levi era per così dire un gradino sopra tutti, faceva già parte di un’altra categoria. Carlo Levi aveva una grande amicizia con Monti e ha fatto per lui i disegni di “Val d’Armirolo”.

Caterina Bauchiero con Valeria Martano, la docente chierese autrice del libro “La ragazza del professore”, edizioni Gaidano&Matta e a Monastero con Luigi Gallareto all’inaugurazione di una mostra nel castello

I ragazzi del Liceo “D’Azeglio” sono stati i protagonisti della cultura italiana del dopoguerra. Ci racconti qualcosa di loro…

 

Massimo Mila era una persona particolare: era divertente perché sembrava un contadinotto, con quella faccia rotonda, biondo, di una intelligenza straordinaria però…

Poi c’era Foa Vittorio, anche lui era allievo di Monti, Bobbio no, faceva parte dell’altra sezione, ma era sempre del gruppo. Bobbio era quello ricco del gruppo, viaggiava già in macchina. Girava un disegno che rappresentava Bobbio che scendeva dalla macchina, cappello e guanti bianchi e bastone, e buttava per terra la cicca, mentre Sturani con il bastone appuntito la raccoglieva da terra.

Sturani (artista importante che divenne poi genero di Monti, avendone sposato la figlia Luisa – n.d.r.) faceva parte del gruppo dei ragazzi di Monti, ma non era del liceo “D’Azeglio” era del “Balbo”. Un altro suo allievo devoto è Tullio Pinelli, e anche Carlo Argan, che è stato sindaco di Roma… tutta una scuola che non esiste più…

E poi naturalmente c’era Pavese. Monti e Pavese non si capivano tanto, Monti aveva compreso con chi aveva a che fare fin dal primo giorno al “D’Azeglio”. Aveva dato un tema e Pavese l’aveva concluso con un accenno al suicidio; Monti, che non aveva mai fatto andare un allievo alla cattedra, chiama
Pavese e gli chiede spiegazioni…

Ma se c’erano allievi così è perché anche i professori erano straordinari. Umberto Cosmo era un professore del “D’Azeglio”, antifascista; un altro che insegnava latino di cui ora non mi ricordo il nome era molto bravo ma non aveva rifiutato di giurare al fascismo perché aveva famiglia e poche risorse, poi finito tutto dice a Monti: «Io mi sono guardato nello specchio e mi sono sputato in faccia»… Con Lionello Venturi invece non ha mai legato molto…

 

In questo mondo culturale torinese, che sembra molto declinato al maschile, c’erano spazio e ruolo per le donne?

 

Ma certo! Io ho conosciuto soprattutto Barbara Allason, germanista, scrittrice,
amica dei Gobetti, di Gualino, di Casorati.

Era antifascista, fu arrestata nel 1934 con altri di “Giustizia e Libertà”. Lei aveva sposato Vick, il loro figlio Giancarlo era stato allievo di Fermi e fu un chimico molto importante.

Barbara Allason aveva in mano tutta la cultura torinese, aveva una bella villa in collina, che sembrava una casa di campagna, ma aveva una vista su Torino che era una meraviglia. La chiamavano “La vigna”. Riceveva il giovedì. Noi i primi anni che eravamo sposati le ferie le passavamo a Vigna Allason.

C’era Anita Rho che traduceva le lingue più strane, una nipote che lavorava
per Einaudi e traduceva Joyce, Barbara che metteva giù i suoi ricordi, Monti e
io che scrivevamo sotto un cedro del Libano: tre tavolini con tre gruppi che scrivevano. Poi alla sera venivano su tutti, tutti son passati in casa Allason.

Barbara Allason era molto amica di Gualino, che era un mecenate di artisti. Un’altra persona dell’entourage di Gualino era Guido Maggiorino Gatti, che dal 1925 al 1931 fu sovrintendente al teatro di Torino, ed era amico di Chessa, Casorati, Venturini e tanti altri. Poi diresse la Lux Film…

 

Si ringrazia la prof. Valeria Martano per l’utilizzo del materiale fotografico

 

Per saperne di più

 

MONTI, Ragazza 1924, Einaudi, Torino 1961

G. TESIO, Augusto Monti, attualità di un uomo all’antica, L’Arciere, Cuneo 1980

L. GALLARETO, Augusto Monti, nemo profeta in patria, in Astigiani, Settembre 2017, anno 6, n. 21-Asti, 2017

V. MARTANO, La ragazza del professore, Gaidano & Matta, Chieri 2019

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Luigi Gallareto
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Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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