martedì 18 Agosto, 2026
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1265-1321
passato remoto

Riflessi astesi e monferini tra le pagine della Divina Commedia

Nei versi di Dante personahhi e vicende storiche astigiane
Le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri hanno fornito lo stimolo per rintracciare nelle cantiche della Divina Commedia riferimenti a personaggi e vicende riconducibili alla storia dell’astigiano e del Monferrato nei secoli scorsi. Il viaggio tra i versi danteschi si intreccia – quasi a corroborarne il valore storico – con i testi dei due principali cronisti della storia astese operanti fra la prima metà del duecento e i primi decenni del trecento: Ogerio Alfieri e Guglielmo Ventura, che aiutano a comprendere il complesso quadro politico della città, dilaniata dalle lotte signorili interne e ambita preda delle mire espansionistiche dei potentati del tempo. Sfilano, tra gli altri, Guglielmo Marchese di Monferrato, Enrico VII di Lussemburgo, Manfredi, figlio di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia d’Agliano.

L’ interesse e la curiosità stimolata dalle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri (1265-1321) possono indurre a una rilettura della Divina Commedia alla ricerca di riferimenti e personaggi riconducibili all’Astigiano e al Monferrato. Ne nasce un viaggio nella storia che, partendo dai versi danteschi, ci porta a ricordare personaggi influenti nelle vicende astesi dei secoli scorsi.

Come è noto Dante Alighieri, “fiorentino di nascita, non di costumi” descrive in rima nella sua Comedia un pellegrinaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso. Ci racconta che, giunto alla metà della vita, si accorge di avere smarrito la strada maestra e di essere capitato in una selva tenebrosa. È notte, anzi una notte di luna piena. Gli studiosi hanno dedotto che fosse il 25 marzo del 1300 quando Dante iniziò la sua straordinaria discesa agli inferi… Nel mezzo del cammin di nostra vita… e il 25 marzo è infatti la data scelta per il Dantedì che ha avviato le celebrazioni.

Gustave Doré, Illustrazione della Divina Commedia di Dante Alighieri (1861-1868): Inferno, Canto XIII, Episodio dell’arbusto sanguinante.

In Purgatorio l’incontro con il Marchese Guiglielmo nemico degli Astesi che fece piangere il Monferrato

 

In questo viaggio alla ricerca di personaggi citati dall’Alighieri che hanno avuto a che fare con la storia astigiana spicca il Marchese del Monferrato.

 

Quel che più basso tra costor s’atterra, guardando in suso, è Guiglielmo Marchese, per cui e Alessandria e la sua guerra fa pianger Monferrato e Canavese.

Purgatorio canto VII, 133-136)

 

Dante lo colloca in Purgatorio, tra i Principi tardi a pentirsi, colpevoli in vita di aver trascurato i loro doveri spirituali e terreni. Attendono nell’Antipurgatorio e sono ospitati in una valletta incavata sul fianco del monte, in mezzo a una natura rigogliosa e intonano a una voce il Salve Regina.

Qui, nella valletta fiorita, con altre teste coronate come l’imperatore Rodolfo d’Asburgo, Ottocaro II re di Boemia, Filippo III l’Ardito re di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d’Aragona e di Sicilia, Carlo I d’Angiò, Alfonso III d’Aragona, Enrico III d’Inghilterra, si aggira anche Guglielmo VII Spadalunga, marchese di Monferrato. Condottiero forte e valoroso, figlio di Bonifacio II e di Margherita di Savoia, grazie a brillanti iniziative militari in pochi anni era riuscito ad accrescere il suo potere nei territori della pianura padana.

Per un momento era parso addirittura poter diventare signore dell’Italia settentrionale come campione antiangioino. Ciò causò inevitabili contrasti con il Comune di Asti, i Savoia e i Visconti di Milano che formarono una lega contro di lui cui aderirono anche i guelfi alessandrini. Dopo una scorreria condotta nel gennaio del 1290 in territorio piacentino, Guglielmo saccheggiò ripetutamente, in marzo e in maggio, l’Astigiano.

Lasciamo Dante e serviamoci del cronista del tempo Ogerio Alfieri che, nella sua Cronaca, racconta che «Guglielmo VII venne nel territorio di Asti, nella piana di Quarto, con mille cavalieri e trentacinquemila fanti e piantò le sue tende e incendiò e devastò tutto il territorio circostante».

La prima edizione della Commedia che riporta nel frontespizio l’aggiunta di “La Divina” è del 1555 a opera del tipografo veneziano Gabriele Giolito De Ferrari, originario di Trino Vercellese

Nei mesi seguenti dovette quindi operare su due fronti rivolgendosi alternativamente contro gli Astigiani e i Sabaudi, ma una fazione del borgo di Vignale, corrotta dagli Astigiani con l’esborso di 10.000 fiorini d’oro, uccise il castellano monferrino che governava il luogo e il 20 agosto lo sottomise ad Asti che si impadronì anche del grandioso padiglione marchionale che lì era conservato. L’altro cronista, Guglielmo Ventura, afferma che a Ogerio Alfieri, quale funzionario del Comune di Asti, venne affidata la custodia del ricco padiglione (il Tentorium magnum), sottratto in guerra al marchese Guglielmo VII del Monferrato e trasportato trionfalmente in città, con venti buoi aggiogati.

I notabili astigiani promisero 85.000 fiorini d’oro agli alessandrini inducendoli a sollevarsi contro Guglielmo. Con un gran complotto, quindi, il 10 settembre del 1290 gli alessandrini catturarono il Marchese. Guglielmo venne confinato in Alessandria in una cella dove fu tenuto prigioniero per un anno e mezzo fino alla morte per fame, avvenuta il 6 febbraio 1292. Secondo fonti leggendarie sarebbe stato catturato con il lancio di una lunga catena d’oro, rinchiuso in una gabbia sollevata da terra per poter essere esposto al pubblico ludibrio e lasciato morire d’inedia.

Al fine di non avere dubbi circa il suo effettivo decesso, i carcerieri gli avrebbero versato in bocca del piombo fuso. Il figlio Giovanni I decise di vendicarlo attaccando Alessandria che, grazie all’aiuto di Matteo Visconti, riuscì prima a resistere e successivamente a sferrare una dura controffensiva con le sue truppe che portò devastazioni e saccheggi nei luoghi monferrini e canavesani. Ecco perché a “Guiglielmo Marchese”, vicario imperiale e capitano ghibellino, il sommo poeta dedica alla fine del canto settimo del Purgatorio il verso: «per cui e Alessandria e la sua guerra fa pianger Monferrato e Canavese»>.*

 

Ecco Manfredi “Biondo e di gentil aspetto” figlio di Federico II di Svevia e Bianca Lancia d’Agliano

Manoscritto delle cronache del Ventura conservato al Seminario Vescovile di Asti

Altro affascinante personaggio dantesco legato in qualche modo alla terra astigiana è Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia d’Agliano. Collocato nell’Antipurgatorio da Dante tra i negligenti scomunicati – morti di morte violenta che si pentirono in extremis, costretti a rimanere nell’Antipurgatorio per un periodo equivalente a trenta volte il tempo che vissero nella scomunica – confessa al poeta:

 

Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei.

(Purgatorio, canto III, 121-123)

 

Manfredi era figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia di Agliano, della famiglia dei conti di Loreto, che l’imperatore conobbe nel corso di una ricognizione delle città imperiali, in previsione della lotta contro i Comuni della Lega Lombarda. Federico II, invaghitosi della giovane donna (al momento dell’incontro Bianca aveva solo 15 anni), la portò con sé presso il castello di Melfi.

Dei tre figli naturali che la coppia ebbe, Dante dedica nobili versi a Manfredi, presentandolo come esempio per l’eccellenza delle virtù cavalleresche, quelle che Dante considera ormai perdute nella maggior parte delle corti italiane e straniere. Come il paladino Orlando nella battaglia di Roncisvalle del 778, Manfredi è presentato come un guerriero bello, forte, valoroso, nobile e con il viso insanguinato.

 

Io mi volsi ver lui e guardail fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso

(Purgatorio, canto III, 107-108)

 

L’allusione alla ferita che deturpa il bel viso di Manfredi è una spia della posizione di Dante che, attraverso la figura del sovrano svevo, tesse la sua polemica contro gli odi politici (sullo sfondo c’è l’aspra contesa tra Papato e Impero nel corso del XIII secolo), che spingono gli uomini alle azioni moralmente più aberranti. Sconfitto nel 1266, nella battaglia di Benevento, il corpo di Manfredi fu dissepolto e disperso (secondo la versione ripresa da Dante) dal vescovo di Cosenza.

 

Quel soggiorno ad Asti nel novembre 1310 dell’imperatore Enrico VII tra guelfi e ghibellini

 

Altro personaggio di valenza esemplare definito anche come “il sogno italiano del casato di Lussemburgo”, è Enrico VII, la cui figura incarna gli ideali di giustizia e di pacificazione. Dante gli dedica celeberrimi versi tratti dal I canto dell’Inferno, dal VI del Purgatorio e dal XXX del Paradiso, dal quale, peraltro, deriva la definizione di “alto Arrigo” con cui Enrico è ricordato nella vulgata storica.

 

Ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta non donna di provincia ma bordello…

(Purgatorio, canto VI, 76-78)

 

Secondo il Poeta, l’Italia è decaduta trasformandosi in luogo di perdizione a causa della conflittualità interna e dell’indolenza degli imperatori che trascurano il “giardin de lo ‘mperio”. Il riferimento in particolare è ad “Alberto tedesco”, cioè Alberto d’Asburgo, predecessore di Enrico. Ecco, quindi, le speranze riposte in Enrico che inizia la sua discesa nel nord Italia nel mese di ottobre 1310.

Nel corso della traversata delle Alpi e della pianura lombarda, nobili e prelati di entrambe le fazioni guelfe e ghibelline si affrettano a omaggiarlo. Anche Dante diffonde una lettera pregna di ottimismo indirizzata ai governanti e al popolo di Firenze. Nella sua calata Enrico VII soggiorna ad Asti, dove interviene negli affari politici della città con grande costernazione dei guelfi italiani. Il cronista astigiano Guglielmo Ventura, attento osservatore degli eventi, nella sua Cronaca ci restituisce la visione di un quadro politico vivace e in continuo mutamento.

L’arrivo di Enrico VII il 12 novembre 1310 è di soli pochi mesi successivo al cruciale passaggio di Roberto d’Angiò, re di Sicilia, transitato ad Asti nel giugno dello stesso anno. Un passaggio che significa per la città un radicale mutamento nel quadro delle alleanze. Enrico e il suo seguito entrano in città con i de Castello «et alios Gibellinos», ormai da molti anni fuorusciti dalla città, «invitis Solariis et aliis Guelfis», contro il volere della famiglia Solaro e degli altri guelfi. Del suo soggiorno ad Asti Guglielmo Ventura, testimone degli eventi, ricorda che la permanenza si prolungò per un mese intero con festeggiamenti, sollazzi, convivi, giochi di lancia.

Enrico riunisce gli astigiani e sul terrazzo dei Comentina riconferma i privilegi imperiali concessi alla città. Il popolo a furore, guidato dal formaggiaio Guglielmo di Vayo, gli tributa riconoscenza e rispetto.

La spedizione lascia la città il 12 dicembre 1310, dopo un mese di soggiorno, e passando per Casale, Vercelli e Novara procede verso Milano dove Enrico VII viene incoronato re d’Italia: «in ecclesia beati Ambrosii confessoris nostri a Castone de la Turre archiepiscopo mediolanensi in regem Italiae unctus, ferreo diademate coronatus est.» Il passaggio di Enrico VII lascia Asti in preda a turbolenze e rivalse con il partito dei Guelfi guidati dai Solaro, che guardano a Roberto d’Angiò, contro i Ghibellini che fanno capo alla Consorteria dei De Castello, sostenuti dal Marchese del Monferrato, fedeli all’imperatore.

Sarà guerra civile, guerra che taluni storici attribuiscono più a invidia tra le ricche famiglie che non a reali divergenze politiche, e che pone fine alla Repubblica astigiana: nel 1314 i guelfi astesi consegnano la città a Roberto d’Angiò. Più esattamente, il 4 marzo 1314, re Roberto assume la signoria della città e la libera Repubblica cessa di esistere. Proprio quel Roberto d’Angiò che, alla morte di Carlo, era stato designato re ottenendo tutti i territori su cui governava il padre, tra cui il comitato del Piemonte. Nel 1310 aveva fatto un viaggio di ricognizione e toccato le città di Cuneo, Mondovì, Fossano, Savigliano, Cherasco e Alba. Giunto ad Alba, si incontrò con rappresentanti dei guelfi astesi che strinsero con lui un’alleanza.

La conclusione fu l’ingresso trionfale ad Asti il 9 agosto. Il giorno successivo il re offrì un solenne banchetto nel Convento dei Frati Minori. La mensa imbandita con vasellame di oro e di argento fu sicuramente spettacolare e il Ventura, che fu tra gli invitati, fa trapelare l’orgoglio per l’invito e lo stupore per la magnificenza ostentata. Dante invece per Roberto d’Angiò non prova empatia, il personaggio gli è inviso. Lodato per la sua cultura e il suo mecenatismo dal Petrarca, questo re è invece disprezzato da Dante e dai cronisti contemporanei per la sua indole gretta e meschina, preda di quell’avarizia e della cupidigia che fa pronunciare al fratello Carlo Martello versi in cui lo ammonisce a fuggire «l’avara povertà di Catalogna», riferendosi alla sua natura gretta, o forse ai dignitari catalani di cui si circondava, prima che ciò potesse arrecare danni a lui e alla sua stirpe.

 

E se mio frate questo antivedesse, l’avara povertà di Catalogna gia fuggeria perché non li offendesse

paradiso, canto VIII, 76-78

L’imperatore Federico II concede alla città di Asti le prerogative di libero Comune (dal Codex Astensis Archivio Storio del Comune di Asti)

Guido da Montefeltro consigliere fraudolento che passò da Asti a Pisa e poi si fece frate

 

Guglielmo Ventura nel suo Memoriale dedica poi un capitolo a Guido da Montefeltro: «Ho visto il conte Guido da Montefeltro confinato ad Asti dal sommo pontefice. …Gli Astesi volevano bene a Guido. Ma poi lo chiamarono i Pisani e rimase a Pisa come loro capitano per tre anni. Mentre si trovava colà, suo figlio Buonconte morì in una disfatta avvenuta a Bibbiena. Dopo questi fatti Guido, umile e contrito, fu indotto a pentirsi».

Nel suo soggiorno ad Asti Guido godette dei favori del marchese del Monferrato. I cronisti raccontano che un giorno Guglielmo mandò in dono all’amico 20 paia di buoi, altrettante carrate di vino, farine e carni salate. Capo del partito ghibellino in Romagna e Toscana, Guido fu vicario di Corradino di Svevia nel 1268. Uomo di guerra, Guido divenne poi frate francescano per espiare le proprie colpe, tutte mosse da una mente calcolatrice, di estrema furbizia. Dante lo incontra tra i consiglieri fraudolenti, una fiamma dalla quale esce a fatica una sorta di muggito che stenta a tradursi in parole.

 

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, credendomi, sì cinto, fare ammenda; e certo il creder mio venìa intero se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!

(Inferno, canto XXVII, 66-69)

L’incisione mostra l’incontro di Dante e Virgilio con Guido da Montefeltro nell’VIII Bolgia dell’Inferno, canto XXVII

Ubertino da Casale citato da Dante in paradiso e poi fatto rivivere da Umberto Eco ne Il nome della rosa

 

È ancora da ricordare, a proposito di personaggi monferrini citati da Dante, il casalese Ubertino, predicatore e teologo dell’ordine francescano, tra gli esponenti di maggior spicco del ramo spirituale, e che secoli dopo l’alessandrino Umberto Eco colloca tra i personaggi de Il nome della rosa. «Vegliardo, dai grandi occhi azzurri, calvo, con la bocca sottile e rossa, la pelle candida e i lineamenti dolcissimi» nutre una profonda amicizia verso Guglielmo di Baskerville e, quando questi gli si presenta dinanzi quasi all’improvviso dopo molti anni di lontananza, è colto da tale sorpresa e commozione che non riesce a trattenere il pianto. Ubertino è stato uno dei fondatori del movimento dei francescani spirituali, quella parte di francescani convinta cioè che un monaco del loro ordine non deve possedere nulla.

Afferma la povertà di Cristo e condanna la ricchezza terrena della chiesa del tempo. Per questo il movimento è accusato dal papato di eresia e Ubertino ricercato come eretico, ma alla fine viene lasciato libero di abbandonare l’ordine ed è accolto dai benedettini. Quando la spedizione papale di Bernardo Gui arriva nell’abbazia e in seguito scopre l’appartenenza di Remigio e Salvatore ai dolciniani, Ubertino, su consiglio di Michele da Cesena e di Guglielmo, scappa per non essere ucciso dai delegati del papa.

Morirà due anni più tardi ucciso misteriosamente. Nella cantica del Paradiso, nel cielo del Sole, Dante esprime, con le parole di San Bonaventura da Bagnoregio, un duro giudizio per il rigore nella fedeltà alla regola francescana del frate casalese a capo degli Spirituali, posto sullo stesso piano del rilassato Matteo d’Acquasparta, la guida dei Conventuali, con questi versi:

 

Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio nostro volume, ancor troveria carta u’ leggerebbe ‘I’ mi son quel ch’i’ soglio’ ma non fia da Casal né d’Acquasparta, là onde vegnon tali alla scrittura, ch’uno la fugge, e l’altro la coarta»

(Paradiso, canto XII, 121-126)

 

Il canellese Gianbattista Giuliani tra i maggiori divulgatori di Dante nell’800

 

Prima di terminare questo excursus è importante ricordare tra i personaggi astigiani legati alla Divina Commedia il padre somasco Gianbattista Giuliani di Canelli (1818-1884) (vedi Astigiani n. 19, maggio 2017), considerato fra i principali dantisti del XIX secolo e che, con la formula “Dante spiegato con Dante” aprì la strada a un nuovo metodo di commentare la Divina.

Secondo Giuliani, non era possibile commentare la Commedia senza avere una profonda conoscenza dell’opera omnia dell’“aureo trecentista”: solo ponendo a confronto tutte le opere in latino e in volgare, in prosa e in poesia, si poteva comprendere appieno il significato dei passi come del complesso del poema. In ultimo, vale la pena di annotare che l’editio princeps in cui per la prima volta nel 1555 nel frontespizio la Comedia viene definita “Divina” (l’aggettivo è attribuito al Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante, scritto fra il 1357 e il 1362) è a opera del tipografo Gabriele Giolito de’ Ferrari.

Egli era, col padre Giovanni e i fratelli, l’editore della fiorente Libreria della Fenice nei pressi del ponte di Rialto a Venezia, nota per l’inconfondibile marchio tipografico con la creatura mitologica che prende il volo tra lingue di fuoco sprigionate dalla sfera alata. Il Giolito de’ Ferrari era un famoso tipografo originario di Trino Vercellese, dove era nato nel 1508. Un tocco in più di piemontesità nella divulgazione della straordinaria opera di Dante.

 

 

 

l'autrice dell'articolo

Daniela Nebiolo

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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