Per evidenti ragioni il Duce ha stabilito che denominazione Palio sia riservata alla tradizionale manifestazione sene et che quella di Asti sia chiamata di “Certame cavalleresco” – stop
Prego V.E. provvedere in conformità suindicate disposizioni et assicurare Sottosegretario Stato Stampa e Propaganda Ciano.
Questo telegramma, con numero d’ordine 18033, venne inviato alle ore 14,40 del 5 giugno 1935 dall’Ufficio Cifra del Ministero dell’Interno al Prefetto di Asti. Porta la firma di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, sottosegretario per la stampa e la propaganda che pochi giorni dopo, il 24 giugno, sarebbe diventato ministro di quello che dal 1937 divenne il potente e onnipresente Minculpop, il Ministero per la Cultura Popolare. Quel telegramma partito dalle stanze del potere romano ha cambiato la storia del Palio di Asti.
Il documento non è conservato in alcun archivio astigiano, ma è stato ritrovato all’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Il suo recupero arricchisce la ricerca pubblicata da Astigiani nel settembre 2012, sul primo numero della nostra rivista, dal titolo Mussolini concede la Provincia ma spegne il Palio. In quell’articolo avevamo ricostruito le vicende che portarono all’imposizione del Duce agli astigiani di cambiare nome al loro Palio.



Erano già note la lettera riservata che il prefetto mandò al podestà Buronzo il 9 giugno che di fatto – si scopre ora – copiava il telegramma e aggiungeva i “saluti fascisti” e la comunicazione ufficiale dalla Regia Prefettura di Asti al podestà del 23 giugno. Mancava però la mossa iniziale, la disposizione perentoria con refuso del telegrafista (manifestazione “sene” e non “senese”) che Ciano, su ordine di Mussolini, mandò ad Asti. Il merito di aver individuato il telegramma, tra i milioni di documenti custoditi dall’Archivio centrale dello Stato a Roma, va all’astigiano Lorenzo Nesto, appassionato di Palio che stava compiendo ricerche per la sua tesi dal titolo “Molto più che un drappo di velluto: il Palio di Asti durante il periodo fascista tra folklore cittadino e politica nazionale”.
Questa ricerca gli ha consentito di raggiungere brillantemente la Laurea magistrale in Scienze del governo all’Università di Torino con il prof. Antonio Chiavistelli, docente della materia Stato e poteri locali. Nesto è agente scelto della Polizia locale di Asti, ed è in contatto con la redazione di Astigiani, che ha preso spunto dall’ottimo lavoro del neolaureato e deciso di ampliare la ricerca.
Il divieto di usare il nome “Palio” esteso anche a Legnano e Ferrara
Si è così confermato che lo stesso archivio centrale romano custodisce due copie simili del telegramma, contenenti testi pressoché identici, che furono inviati lo stesso giorno anche ad altre città che correvano il proprio il palio. Alle ore 14,35, poco prima di quello diretto ad Asti, partì un ordine al prefetto di Milano, con indicazioni relative al Palio di Legnano. Alle ore 14,50 fu battuto il testo di un terzo telegramma, indirizzato al prefetto di Ferrara per la corsa della sua città. L’unica differenza fra i tre telegrammi, con numeri progressivi consecutivi, è la nuova denominazione che veniva imposta a ciascun evento.
Alla corsa lombarda venne ordinato il nome “Sagra del Carroccio”, quella ferrarese si sarebbe dovuta chiamare “Giornata dei Rioni”. Dunque Ciano, per conto di Mussolini, imponeva l’esclusiva del nome “Palio” a favore dei senesi e arrivava addirittura a indicare le nuove denominazioni sostitutive ad Asti, Legnano e Ferrara.
Al tavolo di Mussolini arrivarono già i nomi da usare in alternativa
Evidentemente la soluzione era già stata preparata e il Duce aveva accettato i consigli, forse dagli stessi senesi desiderosi di evitare concorrenza e confusioni. Qualcuno deve avere portato tali indicazioni sul tavolo di Mussolini e sorprende che il Capo del Governo, a meno di quattro mesi dalla dichiarazione di guerra all’Etiopia, in un clima internazionale sempre più teso, trovasse il tempo di occuparsi di questioni interne così “particolari”. Che cosa era successo in quel 1935? Perché vennero inviati quei telegrammi? Come reagirono gli astigiani?
La corsa riprese per favorire la nascita della Provincia di Asti

Va ricordato che il Palio di Asti, forte della sua prima citazione storica che risale al 1275, si disputò in diverse forme e modalità fino al 1862. La manifestazione era stata ripresa nel 1929.
In quell’anno i cavalli furono lanciati al galoppo lungo la salita di corso Dante, e poi dal 1930 al ’35 la corsa fu riportata nell’anello allestito in piazza Emanuele Filiberto (dal 1969 divenuta piazza Campo del Palio, dopo che il Palio si riprese a correre in quella sede dal 1967, per poi trasferirsi dal 1988 in piazza Alfieri). Da più parti si sostiene la tesi che il ripristino del Palio di Asti rientrava nel progetto rilanciato e portato avanti dal podestà Vincenzo Buronzo, origini moncalvesi, di ricostituire la Provincia di Asti.
Con il Palio la città capoluogo avrebbe accresciuto il suo ruolo storico, oggi diremmo d’immagine. È del 1937 anche la costituzione del Centro nazionale di studi alfieriani. La prima corsa del 1929 venne vinta dal borgo di Santa Maria Nuova con il fantino Pietro Audano sul cavallo Coriolan. Nel 1930 il drappo andò a San Pietro per merito del fantino Faustolo Viarengo sul cavallo patrocinato dall’azienda di vermouth di Giulio Cocchi, che proprio nel borgo rosso-verde aveva sede. Forse è il primo esempio di “sponsorizzazione” in ambito paliesco e lo conferma il sonetto custodito al museo del Palio che celebra la vittoria dei rossoverdi. Nel 1931 vinse Giovanni Curti per i colori di Viatosto.
In quell’anno al Palio assistè anche il principe ereditario Umberto di Savoia a conferma del ruolo che la manifestazione astigiana stava assumendo. E la cosa sicuramente “non garbava” ai senesi.
Il successo delle 7 edizioni disputate dal 1929 al ’35 “non garbava” ai senesi che si rivolsero a Mussolini
Nel 1932 Mario Reggiani portò alla vittoria Santa Maria Nuova e nel 1933 Vincenzo Viarengo vinse il Palio per Ponte Tanaro. Giuseppe Hansz, sul cavallo Aleso, conquistò il drappo del 1934 con i colori di San Martino e nel 1935 arrivò il terzo successo di Santa Maria Nuova, in sette anni, questa volta con il fantino Giacomo Boccardo. Quell’ultimo Palio, si disputò domenica 19 maggio quando la città era ancora euforica per la decisione romana di farla tornare a essere capoluogo di provincia.
Un altro telegramma arrivato a Buronzo il 19 marzo aveva infatti dato l’attesa notizia. Asti era diventata capoluogo di un territorio che da Castelnuovo Don Bosco a Serole aveva la vaga forma di un grappolo d’uva, a conferma, scrissero allora i giornali, della vocazione rurale e vincola delle colline e dei suoi duecentomila abitanti. La macchina propagandistica del regime organizzò feste, adunate di popolo, messaggi di ringraziamento al Duce. Ma in quei mesi stava maturando anche altro. Poche settimane dopo i notabili senesi a nome della città toscana avviarono un’operazione volta a limitare “l’espandersi di altre corse di cavalli con personaggi in costume che vengono chiamate Palio ad imitazione del nostro tradizionale Palio di Siena”.

La loro richiesta era di avere l’esclusiva del nome “Palio”. I senesi ne discussero, trovandosi per una volta d’accordo. Il podestà di Siena Fabio Bargagli Petrucci, in accordo con le altre autorità senesi, fece redigere un memoriale al segretario comunale Ernesto Baggiani per illustrare al Duce la questione che già da tempo stava creando malumori nella loro città. Mussolini, sempre molto attento a mantenere buoni rapporti con i turbolenti vertici del fascio toscani, concesse udienza al prefetto, al segretario dei Fasci di combattimento e al podestà di Siena.
Secondo alcune fonti la delegazione sarebbe stata ricevuta a Palazzo Venezia il 4 giugno o la mattina del 5. Nel primo pomeriggio di quel mercoledì con decisione “rapida e irremovibile” partirono i tre telegrammi che, accogliendo le “evidenti ragioni”, rispondevano alle istanze senesi a scapito di astigiani, ferraresi e legnanesi. L’agenzia di stampa ufficiale Stefani diede conto dell’udienza concessa da Mussolini ai vertici del partito e della città senese e del successivo ordine del Ministero degli Interni affinché il nome “palio” dovesse “intendersi riservato alla tradizionale manifestazione di Siena”.
L’agenzia Stefani confonde San Secondo con San Giorgio
Nel lancio stampa si citano Legnano e la festa del Carroccio mentre ad Asti si attribuisce erroneamente la festa di San Giorgio, dimenticando così San Secondo e facendo confusione con Ferrara che celebra San Giorgio. Siena fu entusiasta per la decisione del Duce. Il 10 giugno il rettore del magistrato delle contrade inviò messaggi di giubilo a Mussolini e l’invito al palio. Ad Asti l’ordine romano creò sconcerto.
Come si è visto, quattro giorni dopo aver ricevuto il telegramma da Ciano, il prefetto di Asti Francesco Felice inviò una lettera riservata al podestà Buronzo in cui riportò il testo con la sola aggiunta della richiesta di “un cenno di rassicurazione”. A seguito della comunicazione del Ministero dell’Interno, che il 10 giugno ufficializzava l’utilizzo esclusivo del nome “Palio” alla città di Siena, seguì un’altra lettera del prefetto che il 23 giugno ribadì al podestà l’ordine già espresso in precedenza, rinnovando l’imposizione governativa di cambiare nome alla corsa astese anche “su tutte le forme di pubblicità”.
Il podestà Buronzo tenta di difendere invano il Palio d’Asti

Non erano tempi in cui si poteva contestare un ordine del Duce, ma va dato atto a Buronzo, che era anche deputato al parlamento, di un tentativo di difesa del nome “Palio”. Il giorno successivo, rispose al prefetto esprimendo lo stupore della municipalità astese e, citando le antiche cronache del Ventura, ricordò che «Il carattere primo del Palio di Asti non fu mai quello di un giuoco istituito per dilettare il popolo ma bensì quello di una ostentazione vera e propria di ardimento giovanile che gli astigiani facevano presso la città vinta: carattere quindi guerriero. Per Siena invece la corsa è ben diversa.
La sua corsa è la metamorfosi di un giuoco […] non si vede quindi la ragione su cui Siena abbia potuto fondare la sua pretesa […] È inutile poi che Le dica, Eccellenza, che la nuova denominazione proposta di “Certame cavalleresco” come tradisce nella lettera la sostanza della manifestazione, così segnerebbe la fine non della tradizione, la quale è storia, ma dell’entusiasmo e del favore con cui tutto il popolo astigiano si dedica ed accorre alla corsa, richiamando anche con la eco forte e festosa del suo Palio una moltitudine lusinghiera di forestieri e di personalità da ogni parte».
Nel 1936 il Palio venne rinviato e l’anno dopo il Certame fu annullato
L’istanza non cambiò le cose. Il Palio del 1936 venne comunque indetto per le feste patronali del maggio successivo ma nel frattempo il podestà Buronzo, che aveva raggiunto l’obiettivo di dare la Provincia ad Asti, andò a Roma a presiedere l’Ente nazionale artigianato e piccole industrie.
Gli subentrò Domenico Molino che si ritrovò a dover eseguire l’ordine del Duce e trovò una “soluzione” rinviando la corsa. Il 20 marzo 1936, in qualità di presidente del Consiglio del palio, inviò una lettera ai rettori dei rioni urbani e ai podestà dei Comuni scrivendo che «Questo Consiglio ha deciso di rinviare al prossimo anno 1937 la tradizionale e vivacissima corsa del Palio in considerazione soprattutto delle attuali contingenze». Si riferiva alla guerra in corso “Tradizionale Corsa Cavalli di San Secondo”. Ma pochi giorni prima la doccia fredda. Uno stringato comunicato annuncia che «Il Comitato ordinatore ha dovuto, con rincrescimento, adottare il provvedimento del rinvio per un complesso di ragioni che non ammettevano altra decisione». Si parlò di dissidi e contrasti anche economici sui costi della manifestazione.
Sotto sotto c’era forse anche la mancanza di entusiasmo per quel nome vietato. in Abissinia. E proprio in Etiopia un gruppo di militari astigiani che si trovava nelle retrovie per le ultime battute della guerra, probabilmente ignaro di ciò che stava accadendo in città, organizzò una versione apocrifa del Palio di Asti. Il 3 maggio 1936, sulle rive del lago di Ascianghi, luogo di una battaglia vittoriosa contro le truppe del Negus, in un clima di festa, un po’ goliardica, con regolamento, Capitano e “licenza di correre”, furono schierati sette asini, requisiti agli abissini. Ogni animale, cavalcato da un fantino in divisa, rappresentava un rione astigiano.

Vinse questa sfida, del tutto anomala, l’asino di Santa Maria Nuova. Due giorni dopo, il 5 maggio, il maresciallo Pietro Badoglio, di origini monferrine, entrò in Addis Abeba e Mussolini poté proclamare l’Impero dal balcone di piazza Venezia. Passò un anno e giovedì 6 maggio 1937 si sarebbe dovuto tornare a correre ad Asti il “Certame cavalleresco” cui i giornali dell’epoca aggiunsero il sottotitolo Il drappo realizzato per quella corsa dall’artista astigiano Ottavio Baussano, già autore dei drappi dal 1929 al 1935, venne comunque recuperato.
Con le opportune correzioni nella data, andò nel 1938 al vincitore della “Corsa delle contrade”, manifestazione cui presero parte “gruppi rionali” provenienti delle frazioni astigiane o creati nell’ambito di associazioni fasciste. Vinse la frazione di Valleandona che ancora oggi possiede quel drappo, custodito nella sacrestia alle spalle della chiesa. I legnanesi, invece, accettarono l’ordine del Duce.
Il drappo del 1937 venne recuperato per una corsa delle contrade vinta da Valleandona
Dal 1936 adottarono il nuovo nome per la manifestazione che, in precedenza, si era chiamata Palio una sola volta. Già nel 1932 si tenne un evento simile, battezzato “Festa del Carroccio”, per ricordare la vittoria dei comuni della Lega Lombarda contro l’esercito imperiale di Federico Barbarossa durante la battaglia legnanese del 29 maggio 1176. Quella corsa venne sospesa per un incidente subito da un fantino e poi ripristinata soltanto nel maggio 1935 con il nome Palio. Il “nuovo” nome di Sagra venne adottato dal 1936 e, dopo la sospensione dal 1940 al 1951, rimase in vigore fino al 2005.
Si decise di ripristinare il termine “Palio di Legnano” dal 2006 perché un evento chiamato “sagra” veniva spesso erroneamente inteso come una festa con bancarelle, pranzi e divertimenti. A Ferrara, dove non ci sono tracce del telegramma di Ciano, l’imposizione non venne considerata. Si continuò a organizzare una corsa battezzata “Palio” fino al 1939, interrotta soltanto per lo scoppio della Seconda guerra mondiale e poi ripresa nel 1968. Come mai i ferraresi disubbidirono al Duce? Non è da escludere che furono appoggiati dal gerarca ferrarese Italo Balbo, il trasvolatore, figura di primo piano del Partito Fascista spesso in contrasto con Mussolini.
Balbo nel 1933 era stato artefice della ripresa della corsa nell’ambito delle celebrazioni per il quarto centenario dalla morte di Ludovico Ariosto e fece orecchie da mercante: nella sua Ferrara il palio non prendeva ordini da Mussolini. Ad Asti presero tempo e rinviarono. Poi nel 1940 con lo scoppio della guerra tutto precipitò. Il Certame cavalleresco non fu mai corso. Si sono dovuti aspettare 32 anni perché nel 1967 il Palio tornasse in vita con il suo nome, con una nuova interruzione dal 2020. Ma questa volta non è stato un telegramma a fermare la manifestazione.
Visto su Astigiani
• Mussolini concede la Provincia ma spegne il Palio, n. 1, settembre 2012, pag. 4
• Provincia. Nascita, vita e requiem di un ente, n. 2, dicembre 2012, pag. 4
• Il misterioso drappo di un Palio corso sotto falso nome, n. 13, settembre 2015, pag. 24
• Quel Palio coloniale sotto il cielo di Etiopia, n. 29, settembre 2019, pag. 16












































