“Nella città d’Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell’anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti”
La nostra storia inizia in un giorno, presumibilmente di ghiaccio e freddo, di metà gennaio del 1749, lungo la Contrada Maestra, salendo lo scalone che Antonio Amedeo Alfieri Bianco conte di Cortemilia abitualmente saliva.
La morte di Antonio Amedeo, “padre attempato”, “uomo alla buona e di semplicissime maniere”, benché “provveduto di beni di fortuna sufficienti al suo grado” – come l’avrebbe definito il figlio Vittorio, nella propria autobiografia – avvenne il 5 dicembre 1749, a meno di un anno di distanza dalla nascita del suo secondogenito (che era stato preceduto di un paio d’anni dalla sorellina Giulia), probabilmente a seguito di una polmonite o pleurite,
una “puntura”, si legge nella Vita, contratta nello “strapazzo continuo” del
quotidiano percorso a piedi dalla città a quel “borghetto distante circa due
miglia da Asti, chiamato Rovigliasco” [Revigliasco], dove il piccolo Vittorio
era stato dato ad allattare.
Il padre Antonio Amedeo lascia Vittorio orfano di un anno. Era a balia a Revigliasco

Quando Antonio Amedeo morì, venne sepolto, il 6 dicembre, nella chiesa di
San Francesco, oggi scomparsa, una chiesa gotica di fine Quattrocento, con tre navate immerse nel silenzio, ventidue altari e i sepolcreti dei nobili astigiani, fra i quali gli Alfieri, ricordata dall’Incisa, anche perché, fra “le
persone di grande considerazione” qui sepolte, vi era Beatrice, moglie dell’Imperatore Enrico VII, “morta circa il principio del secolo XIV”.
Per il conte Alfieri, presenti “circa 300 scolari tutti con torchia accesa”, la Via
Maestra si trasformò probabilmente in un fiume di fiammelle, secondo una teatralizzazione della vita che non poteva tralasciare la morte. Possiamo
pensare che il bambino Vittorio fosse in una culla dipinta di rosso e blu, inventariata, a quella data, fra gli arredi della casa.
La nostra storia, abbiamo detto, inizia in queste stanze, trasformate dal tempo, salendo lo scalone che Antonio Amedeo Alfieri Bianco conte di Cortemilia abitualmente saliva, avvolto nel suo mantello.
L’inventario dei beni della “casa paterna”
Seguiremo il bambino nei suoi primi anni di infanzia, alla scoperta dei “primi sintomi” del suo “carattere appassionato”, per meglio comprendere il giovane
ribelle e l’intellettuale in conflitto con il proprio tempo, intreccio di riti mondani e violenza, se è vero, come Alfieri annota a conclusione della prima Epoca della sua autobiografia, la Puerizia appunto, che “l’uomo è una continuazione del bambino” (I,5).
I documenti raccontano la vita quotidiana, dal testamento di Antonio Amedeo Alfieri, steso il 4 dicembre del ’49, alle ore dieci di notte in questo palazzo, alla presenza di vari testimoni, “tenenti tutti una candela di cero accesa in mano vicino al letto”, in cui il conte giaceva, agli inventari, in cui sfilano oggetti disparati, arredi, tessili, capi di abbigliamento, spesso definiti logori per l’uso.
Tuttavia, anche quello che potrebbe essere un elenco di polverosi oggetti, redatto a seguito di una tragedia familiare, ricrea, per la nostra immaginazione, un mondo perduto, con la fedeltà di uno sguardo quasi cinematografico, disposto a fermare l’immagine, per consentirci di cogliere, attraverso le “cose”, la vita, senza trascurare i luoghi perduti: la biblioteca di Antonio Amedeo; la cucina, luogo dal fascino misterioso; le cantine; la rimessa delle carrozze con la “stanza del cochiero”; la scuderia, con “due polledri d’anni sei, di pelo morello da carrozza” e “due cavalli di pelo morello d’anni otto circa”.
Fu Benedetto Alfieri a delegare il molto reverendo priore Mattia Bellone a procuratore generale dei beni del cugino, avendo Vittorio solo un anno di età. Suo tutore fu nominato Giuseppe Berruto. Nell’elenco dei beni posseduti da Antonio Amedeo rientrava, ovviamente, anche il Palazzo.
Oggi, il cortile si apre con sobria eleganza: uno spazio scenografico, che richiama alla memoria epoche successive, spettacoli all’aperto, grandi interpreti del teatro italiano del Novecento e questa è una delle Case (di poeti, musicisti, artisti), che raccontano universi privati, restituiscono, a saperli attraversare con capacità di ascolto, l’emozione di gesti e passi di una quotidianità perduta.
Curioso l’errore nella data di nascita

Antonio Amedeo lasciava tre figli: Vittorio, Giulia, della quale la Casamuseo
espone un pregevole ritratto dei Fratelli Duprà, e Giuseppe Maria, che sarebbe nato a marzo del 1750, per avere una vita assai breve. Il primo
riferimento di Alfieri ad Asti compare in apertura della prima epoca della
Vita, là dove si legge: “Nella città d’Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio
dell’anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti”, con evidente
errore nella data, essendo nato, in realtà, il 16 gennaio.
Visse in questo Palazzo fino all’età di cinque anni e mezzo. Il Gabiani fu il primo studioso ad attribuire gli interventi settecenteschi sull’edificio a Benedetto Alfieri, cugino architetto del padre di Vittorio, come rifacimenti su antiche strutture medioevali, documentando nel 1906 la proprietà del Palazzo agli Alfieri dalla metà del Seicento.
Trasferito nella “casa del patrigno” nel 1754
Carte dell’Archivio Alfieriano collocano al 1736 la data di tale ammodernamento, fatto eseguire dal padre del poeta. Alfieri lasciò la “casa paterna”, con la madre, nel 1754, quando questa – Monica Maillard di Tournon, di origini savoiarde, già vedova a ventitré anni con quattro figli, nel 1744 si sposò con Antonio Amedeo, di 26 anni più anziano di lei – si risposò in terze nozze con il cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano, cadetto di un altro ramo della casata, uomo “di bellissimo aspetto, di signorili ed illibati costumi”,
secondo il ritratto della Vita (I,1), e si trasferì in una nuova dimora, che Alfieri definì la “casa materna” o la “casa del patrigno” (I,2), all’estremità ovest di quella che oggi è piazza Cagni, di proprietà, a metà Ottocento, di un certo Sebastiano Desderi e nota come “casa Desderi”.
Alfieri bambino compare in un dipinto attribuito al Duprà, di collezione
privata, con un abitino rosso, accanto alla madre vestita di chiaro, con un
abito dalla profonda scollatura bordato di pelliccia, il braccio destro a cingere
il fianco del figlio e la mano sinistra a reggere un mazzetto di fiori di campo,
un ampio manto azzurro, su una poltrona dallo schienale intagliato.
Reminiscenze dell’infanzia
Scoperta dell’umor malinconico

Alfieri si sofferma sull’“indole” che egli andava manifestando in quei “primi anni della nascente ragione”, definendosi “taciturno e placido per lo più; ma alle volte loquacissimo e vivacissimo; e quasi sempre negli estremi contrari” (I,4). Ed è la consapevolezza del proprio “umor malinconico” ad avere il sopravvento nella ricerca di una “radice” del proprio carattere, in quell’inconsapevole istinto di morte, che sfocia nel tentativo di suicidio con l’ingestione dell’erba del giardino, creduta cicuta, secondo il modello di Socrate: episodio esemplare, spesso interpretato a conferma di un irrisolto trauma narcisistico infantile (I,3).
La sorella Giulia va in convento
Primi turbamenti
Nelle pagine dell’autobiografia, Alfieri pone in scena le figure della propria infanzia, teatro di un mondo perduto, con sorprendenti intuizioni, degne di Proust, circa “l’affinità dei pensieri colle sensazioni”, il nesso fra le emozioni e la loro evocazione “molti anni dopo”, come nel caso del sapore dei confetti dello zio paterno, inconsapevolmente richiamato da un dettaglio di ricordo (una “forma di scarpe del tutto oramai disusata”, calzate dallo zio, I,2); fra dolore e rimembranza del dolore, come nel caso della separazione dalla sorella Giulia, destinata al convento; o circa la nascita delle passioni, degli “effetti e sintomi del cuore”, dal momento che “tutti gli amori dell’uomo, ancorché diversi, hanno lo stesso motore” (I,2).
Arriva la nonna materna “matrona di assai gran peso a Torino”


L’arrivo in città della nonna materna è spunto per la “storietta” relativa alla
sottrazione furtiva di un ventaglio, da donare a Giulia, avendo ostinatamente
rifiutato di accettare un qualsiasi regalo “legittimo” offerto dalla nonna. Anche a Maria Eleonora Maillard di Tournon, nata Saluzzo di Paesana, morta nel 1769, quando il nipote era ormai ventenne, definita “matrona di assai gran peso in Torino, vedova di uno dei barbassori di corte, e corredata di tutta quella pompa di cose che”, come Alfieri annota, “nei ragazzi lasciano grand’impressione” possiamo dare un volto, grazie al ritratto a olio esposto nel Museo Alfieriano accanto a quello del marito: entrambi a mezzo busto, ritratti dalla Clementina, una pittrice molto nota nella Torino dell’epoca,
Maria Giovanna Battista Bussana, così detta dal nome de marito, Giuseppe
Bartolomeo Clementi.
Si comprende che il bambino fosse intimorito di fronte a questa figura dall’acconciatura ricercata, l’abito impreziosito da ricami e fibbie con pietre incastonate, i pizzi alle maniche e la pelliccia sulle spalle. Accanto a lei,
il nonno, Vittorio Amedeo Maillard di Tournon, marchese di Alby, morto nel ’54, quando il piccolo Vittorio aveva cinque anni, è raffigurato con corazza e coccarda, su cui poggia il collare dell’Ordine della Santissima Annunziata.
Dalla manica del braccio sinistro, si ricava che indossasse una giacca blu cupo, con il risvolto ricamato in oro, mentre sulla spalla destra era poggiato un mantello rosso, foderato di pelliccia.
Dopo la morte di Giuseppe Maria, il fratellino minore, un successivo distacco,
per il piccolo Vittorio, riguardò il “fratello maggiore, il marchese di Cacherano,
che da alcuni anni si stava educando in Torino nel collegio de’ Gesuiti”. Nel ricordo di quell’estate caldissima, trascorsa “ora ruzzando, ora bisticciando, e cavandone ora dei regalucci, ora dei pugni”, Alfieri racconta come, venuto il fratello in città, “in età di circa anni quattordici al più” – nato dal primo matrimonio della madre con il marchese Pio Alessandro Cacherano Crivelli Scarampi di Villafranca, morto nel ’44 dopo quattro anni di matrimonio –, quando lui ne aveva otto, questi morì “d’un mal di petto, che, degenerato in etisia, lo menò alla tomba in alcuni mesi”.
Alfieri ricorda: “Lo cavarono di collegio, lo fecero tornare in Asti nella casa materna, e mi portarono in villa perché non lo vedessi” (I,5).
Il quadrilatero di strade e piazze racchiuso fra la “casa paterna” e quella “del patrigno” è teatro di avvenimenti che segnarono l’infanzia del piccolo conte malinconico, orgoglioso e caparbio. A breve distanza dai due palazzi sono i luoghi evocati nella Vita, come la Chiesa di San Martino, “posta nel bel centro della città, e frequentatissima su l’ora del mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo”, costruita a fine Seicento sul sito di una precedente chiesa e dipinta dall’Aliberti, teatro della celebre pagina dell’autobiografia in cui Vittorio bambino è condotto per castigo, con la “reticella” in testa, “inreticellato, piangente, ed urlante”, lungo le “vie abitate”, a prefigurare quello che divenne un “mito” personale ossessivo in Alfieri, legato alla sua fulva capigliatura, dal momento che la punizione della reticella da notte assunse, per lui, il valore di un autentico trauma infantile (I,4).
Un quadrilatero di strade e piazze per quel bambino dai capelli rossi

Sulla stessa piazza c’era anche l’Arciconfraternita di San Michele (oggi sede del circolo Diavolo Rosso) conosciuta dal giovane Vittorio. Anche la citata Chiesa del Carmine, l’antica chiesa dei Carmelitani calzati, con il suo vasto Convento di inizio Quattrocento, era, come scrive Alfieri, “attigua” alla “casa
del patrigno”, dal momento che un fianco del tempio era rivolto sull’attuale piazza Cagni, mentre la facciata era a ponente, verso via del Carmine.
Il Poeta annotava con trepida emozione, al proposito, come fosse una “tal quale consolazione”, rispetto alla solitudine, l’andarvi “ogni giorno” e “sentirvi spesso della musica” e “vedervi ufficiare quei frati” (I,4).
Quando il monastero fu soppresso, nel 1802, lo spazio fu adattato a quartiere militare e quando, a dieci anni di distanza, la Chiesa fu abbattuta, fu edificata la Caserma del Carmine.
Poco lontano dalla “casa paterna”, invece, era il Monastero delle Benedettine
Cassinesi di Sant’Anastasio, che ospitò la piccola Giulia, dall’età di sette anni, per decisione dello zio paterno Pellegrino Alfieri, fratello cadetto del padre, “sotto gli auspici” di una zia, “vedova del marchese Trotti” (I,2).
Chiesa e convento furono abbattuti nel novembre 1907 per far luogo a un nuovo braccio dell’edificio scolastico comprendente il Liceo Classico, sotto il quale, dopo gli scavi, è visibile la cripta.
Alfieri non fa cenno al Trincotto, eppure sappiamo che Antonio Amedeo,
nominato procuratore generale per l’amministrazione dei propri beni, fra i quali un mulino e una filanda di seta, dal cugino Benedetto (destinato ad assumere il ruolo di Primo Architetto del Re, trasferendosi da Asti a Torino nel maggio del 1738), era stato deputato del Consiglio e Riformatore degli Studi in Asti e, un paio di anni prima, aveva iniziato a gestire, poco lontano da casa, lungo la contrada Maestra, subito dopo l’attuale palazzo Ottolenghi, allora Gabuti di Bestagno, un piccolo teatro ricavato da un trincotto, sala in origine utilizzata per il gioco della “pallacorda”.
Da Asti a Torino primo passo di “chi girerà il mondo”

Si trattò del primo teatro astigiano, aperto nel 1736, al culmine di un periodo
relativamente felice della vita cittadina, al termine delle vicende militari che avevano coinvolto Asti a inizio secolo.
L’operazione era stata condotta dal Cavalier Carlo Pio Adriano de’ Busca, il quale, nel maggio del ’36, aveva affittato il locale (che fu infatti denominato Teatro Busca) dal Conte Giovanni Gaspare Ramelli di Celle, per 30 lire annue, più l’uso di un palco estratto a sorte, con un contratto di locazione redatto dal notaio Francesco Fasolis.
Con l’allontanamento di Giulia, Vittorio rimase unico figlio in casa e fu affidato
alle cure di quello che, nella Vita, egli definisce un “buon prete”, seppure
“ignorantuccio” (I,2), don Guglielmo Ivaldi, suo maestro per quattro anni,
presente, con un servo, nel celebre episodio della “reticella”. Non mancando
di “una certa inclinazione allo studio”, la “solitudine col maestro”, ricorda Alfieri, non fu priva “ad un tempo” di “malinconia e raccoglimento”.
Giulia fu in seguito trasferita a Torino, nel Monastero di Santa Croce, per volontà dello zio Pellegrino, governatore di Cuneo e, dal ’62, viceré di Sardegna, ritratto a mezza figura, con una redingote in velluto rosso, in un dipinto del 1762–63, nella Sala degli Alabardieri del Palazzo Regio di Cagliari.
A lui era stata affidata la tutela dei beni di Vittorio. Fu Pellegrino a stabilire, nel ’58, il trasferimento di Vittorio a Torino, per compiere il corso di studi che gli si addiceva, presso l’Accademia Militare, frequentata dai rampolli della
nobiltà europea.
Il viaggio in calesse (“incalessato”) da Asti a Torino, con le sue contrastanti emozioni, non solo chiude la prima epoca dell’autobiografia, ma segna realmente, con la bevuta dell’acqua all’abbeveratoio dei cavalli, “impetino di natura gloriosa” degno di “chi girava il Mondo” (I,5), un momento di svolta senza ritorno: l’addio al bambino e l’ingresso nell’inquieta adolescenza, età
da raccontare, nelle pagine successive della Vita, con sottile autoironia.
Visto su Astigiani
a. II, n. 3, marzo 2013. C.Forno, Alfieri e le donne. I turbolenti amori del poeta astigiano.
a. V, n. 15, marzo 2016. C.Forno, La biblioteca dell’Alfieri a Montpellier senza passare per Asti
a. V, n. 18, dicembre 2016.E.Panirossi, Da Alfieri al vino le chicche astigiane nei francobolli
a. VI, n. 19, marzo 2017. C.Forno, Palazzo Alfieri. La casa del poeta ora deve vivere
a. VIII, n. 27, marzo 2019. C.Forno, Ecco come Asti celebrò i 200 anni della nascita di Alfieri
a. VIII, n. 28, giugno 2019, p. 12. C.Forno, Quando nel 1791 Alfieri “vide” la luna con il cannocchiale









































