sabato 1 Ottobre, 2022
1935 - 1912

Provincia

Nascita, vita e requiem di un ente
L’annuncio, un po’ a sorpresa, arriva il 30 marzo 1935. La città di Asti torna ad essere capoluogo di provincia , dopo la soppressione napoleonica e quella del 1859. Le remore da parte delle province confinanti di Cuneo ed Alessandria . Il ruolo di Vincenzo Buronzo, Pietro Badoglio e Giovanni Penna. Dopo la fine della guerra, nasce la deputazione guidata da G.B. Torta. Soltanto nel 1951 si tengono per la prima volta le elezioni provinciali, vinte dalla Democrazia Cristiana che proseguirà il lungo predominio elettorale per decenni. Il nuovo palazzo della provincia, inaugurato nel 1961 dal ministro Mario Scelba. I presidenti: da Amasio alla lunga “Era Andriano”, da Tovo al “grappolo” di Goria per finire con Marmo e l’ultima presidente Maria Teresa Armosino. I 77 anni di storia dell’ente.

Il 30 marzo 1935 arriva al podestà Buronzo il telegramma di Mussolini “Sarete Provincia dal 15 Aprile. Siate degni della dignità conferita”

Alle 11 del mattino del 30 marzo 1935 sul tavolo del podestà di Asti Vincenzo Buronzo arrivò un telegramma da Roma, a firma Benito Mussolini. Nel telegramma si leggeva: “Odierno Consiglio dei Ministri ha deciso costituzione Provincia di Asti che comincerà a funzionare dal 15 aprile. Sono sicuro che camicie nere e cittadini di Asti saranno degni della dignità conferita alla loro città e alla loro terra storicamente insigne”. E così Asti divenne (o per meglio dire ridivenne) capoluogo di provincia. La decisione era stata presa nella seduta del Consiglio dei Ministri che si era tenuta al Viminale. Nel verbale sono riportate le motivazioni che stanno alla base della delibera: “La Città capoluogo, che vanta nobilissime tradizioni, che fu Città romana, libera Repubblica del Medio Evo e sin dal XV secolo compresa tra i domini più importanti di Casa Savoia, ha acquisito speciale importanza con un rilevantissimo sviluppo economico, edilizio, demografico. Su di essa gravita un esteso e popoloso territorio, che dall’agricoltura, e particolarmente dall’industria vinicola, trae notevole prosperità”. Il telegramma romano giunse al podestà Buronzo un po’ a sorpresa: era quasi un decennio che da Asti venivano inviate al governo istanze su istanze affinché alla città fosse conferito il titolo di capoluogo di provincia.

Il podestà Vincenzo Buronzo fu l'artefice del riconoscimento di Asti a capoluogo e della creazione della provincia. Riprese le istanze del 1926 del sindaco Giuseppe Dellarissa
Il podestà Vincenzo Buronzo fu l’artefice del riconoscimento di Asti a capoluogo e della creazione della provincia. Riprese le istanze del 1926 del sindaco Giuseppe Dellarissa

 

Si ottenne silenzio o risposte vaghe tanto da far temere che la cosa – come si diceva allora – fosse finita nel “dimenticatoio”. La prima istanza risale al 12 dicembre 1926: la inviò il sindaco Giuseppe Dellarissa, avvocato, già presidente della Cassa di Risparmio. Dopo aver ricordato che erano state istituite da poco le province di Aosta – con comuni sottratti a Torino – e di Vercelli – con territori già appartenuti a Novara -, ma che le province di Cuneo ed Alessandria erano rimaste intatte, Dellarissa esaltò i meriti di Asti con ragioni di carattere storico (i fasti del libero comune medievale), geografico (le vicine province di Cuneo ed Alessandria hanno un’estensione eccessiva, e spesso è scomodo raggiungere i capoluoghi), urbanistico (la città vanta il tribunale, la maggior Cassa di Risparmio della provincia di Alessandria, il Vescovado, il Seminario, ottime scuole, l’Ospedale Civile) e culturale (è patria dell’Alfieri). Dellarissa ricordava anche le ferrovie, le fabbriche tra cui la Way-Assauto, le personalità astigiane che occupano un posto di rilievo a livello nazionale, come il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, l’Ammiraglio Umberto Cagni, il senatore Giardino, il preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Torino Arnaldo Maggiora Vergano.

Non successe nulla. Anzi, un’intervista a Mussolini sul Corriere della Sera dell’ottobre 1929 smorzò gli entusiasmi: si potrà pensare a nuove province, affermava il Duce, soltanto dopo la pubblicazione dei dati del futuro censimento, previsto per il 1931. Quindi per ancora qualche anno tutto deve rimanere com’è. Nel 1927 un decreto di Mussolini abolì la figura del sindaco sostituendola con quella del podestà, di nomina governativa. Dopo un biennio in cui podestà di Asti fu il laziale Guido Mancini, nel 1929 subentrò il moncalvese Vincenzo Buronzo, che resterà in carica sino al 1935. Buronzo giocò, con successo, buona parte della sua carriera politica sul fatto che Asti potesse e dovesse diventare capoluogo di provincia. E le sue istanze verso Roma ripresero intense. Nella prima, del 13 ottobre 1931 (a cui segue un’appendice appena un mese dopo), Buronzo rilancia le motivazioni di Dellarissa, aggiungendo che la città è prossima ai 50 mila abitanti, cifra ritenuta indispensabile per poter accampare pretese fondate.

La soglia dei 50 mila abitanti raggiunta accorpando i piccoli comuni vicini

E’ noto che, in realtà, il numero di 50 mila abitanti stava per essere raggiunto grazie ad una manovra amministrativa: su pressione dello stesso Buronzo, con Regio Decreto del 28 marzo 1929 vari piccoli comuni adiacenti alla città erano stati soppressi e trasformati in frazioni, dette ventine, in modo che Asti potesse avvicinarsi alla fatidica cifra; vennero “assorbiti”: Sessant, Serravalle, Castiglione, San Marzanotto e Vaglierano; anche Montegrosso, frazione di Cinaglio, passò sotto Asti e lo stesso avvenne per Portacomaro Stazione, separato da Castell’Alfero. Il podestà astigiano si avvalse per la sua richiesta del Regio Decreto del 17 marzo 1927 n. 383, che consentiva l’accorpamento di piccoli comuni, sino ad un massimo di tre confinanti e posti nella stessa provincia, con un solo podestà in carica per quattro anni.

Buronzo in questa sua istanza insiste molto anche sull’economia, in cui ovviamente il vino ha il primo posto, ed elenca una serie di progetti prossimi alla realizzazione, come la costruzione della Casa Littoria, l’acquisto di Palazzo Ottolenghi, le nuove sedi dell’Istituto Case Popolari e della Cassa di Risparmio, la ristrutturazione – in realtà l’abbattimento – dell’Alla. Ed anche, naturalmente, la ripresa della corsa del Palio nel 1929, su cui Buronzo puntò moltissimo sin dall’inizio della sua carica, come elemento di richiamo, immagine e sottolineatura delle tradizioni (si veda “Astigiani” n. 1 pag. 4-12 del settembre 2012). Anche questa volta da Roma non giunsero risposte ufficiali. tanto che il tenace Buronzo inviò ancora un’altra istanza, il 10 marzo 1932, che non ottenne però risultati migliori delle precedenti.

Il primo stemma della Provincia di Asti previsto dl decreto del 1938. Conteneva anche un fascio littorio poi “epurato” dopo la Liberazione. Sono rimasti le colline, le cascine e i grappoli d’uva
Il primo stemma della Provincia di Asti previsto dl decreto del 1938. Conteneva anche un fascio littorio poi “epurato” dopo la Liberazione. Sono rimasti le colline, le cascine e i grappoli d’uva

I cuneesi temono di perdere Alba e si muovono

Tuttavia il “pericolo astigiano” era nell’aria, tanto che sia da parte cuneese che da quella alessandrino-casalese le proteste contro un’eventuale diminuzione dei loro territori a favore della possibile provincia di Asti furono quanto mai accese. L’avvocato Toselli, preside della Provincia di Cuneo, il 9 ottobre 1931 – e quindi quattro giorni avanti la prima istanza di Buronzo – scrisse al Duce una dettagliata lettera in cui ribadiva che l’unione dell’Albese con Asti non sarebbe stata di nessuna utilità, anzi avrebbe comportato un danno irreparabile: “Per le Langhe Asti sarebbe una capitale troppo eccentrica, senza comunicazioni né rapporti diretti; sarebbe un centro di gravità troppo spostato, troppo indifferente, troppo in contrasto con gli interessi delle Langhe che sono invece solidali con quelli di Alba, e profondamente diversi da quelli di Asti, con cui, anche se non permangono le rivalità antiche certo sussiste una incompatibilità ed una resistenza locale a fondersi”. Fu lo stesso Mussolini a garantire ai cuneesi che la loro provincia non sarebbe stata toccata. Sul “Cittadino” del 27 agosto 1933 si legge questa affermazione del duce rivolta ai cuneesi: “Solo una richiesta ho ricevuto, che ho trovato perfettamente legittima: quella concernente l’integrità della vostra provincia. Tale integrità sarà rispettata”. Pare che a favore del’integrità territoriale della Granda fossero intervenuti anche i Savoia. La cosa mise fine, una volta per tutte, alla discussione, e al sogno di Buronzo che puntava su una provincia detta delle “3 A”, con Asti, Alba ed Acqui, le terre del vino.

Anche da Casale segnali di orgoglio monferrino

Ancora più accanite le reazioni nell’alessandrino, ed in particolare sulla stampa locale di Casale. Nel 1932 la “Gazzetta di Casalmonferrato” scrive: “A noi Monferrini questa notizia dava un senso non di invidia, ma di pena”; e dopo aver definito la provincia di Alessandria “veramente perfetta” si conclude: “Noi speriamo che per ragioni morali, civili, fasciste, storiche, la Provincia di Alessandria sia sempre mantenuta come ora e che il Circondario di Casale non sia mai toccato né diminuito”. E si manda anche una frecciata ad Asti, affermando che il Palio, vanto della città, è stato ripristinato non da un astigiano, ma da un monferrino di Moncalvo, il podestà Buronzo. Il quale Buronzo non si arrese: un nuovo appello, insolitamente accorato e perfino polemico, inconsueto per lo stile dell’epoca, venne inviato al governo nell’agosto del ’33.

Il podestà scriveva che in sede locale si è fatto tutto il possibile per “adeguarsi al nuovo passo imposto dal fascismo al Paese, ma che “ancor oggi non sappiamo se le nostre invocazioni hanno trovato ascolto e considerazione, mentre ben sappiamo che nell’attesa è stata apparecchiata, si può tranquillamente dire, ogni cosa per non essere sorpresi da tanto auspicato provvedimento. Sarà stata tutta illusione la nostra speranza e in gran parte vana, se non dannosa, la nostra azione commisurata al disegno?”. E il podestà non esita ad affermare che i rapporti amministrativi con Alessandria sono dei “ceppi ai piedi di questa regione astigiana che potrebbe, facendo da sé, rinascere in breve a splendida vita e provare facilmente e presto che la sua aspirazione non era soltanto municipale ambizione, ma concreta necessità economica”. Passono circa due anni e la decisione arriva, come si è detto un po’ a sorpresa. Quando ormai sembrava che tutte le speranze fossero perdute, Asti divenne capoluogo ed ebbe una sua provincia.

Il generale Pietro Badoglio, nato a Grazzano, si mosse nelle stanze romane per far superae i dubbi di alessandrini e cuneesi contrari alla nascita della provincia astigiana
Il generale Pietro Badoglio, nato a Grazzano, si mosse nelle stanze romane per far superae i dubbi di alessandrini e cuneesi contrari alla nascita della provincia astigiana

 

A chi i meriti maggiori? In primo luogo al podestà Vincenzo Buronzo (1884-1976), uomo di grande cultura (si era laureato in lettere con Giovanni Pascoli), autore di saggi su Dante e Leopardi, poeta non trascurabile, uomo di scuola e, negli ultimi tempi del regime, presidente dell’Istituto di Cultura Fascista, carica che in precedenza era stata occupata dal filosofo Giovanni Gentile. Accanto a Buronzo, se non altro come punto di riferimento romano della lunga trafila astigiana, va collocato Pietro Badoglio, la cui figura militare e politica, nel bene e nel male, è nota. Fece pesare le sue origini a Grazzano e non disdegnò la nascita di una provincia che facesse di lui il punto di riferimento nazionale. Ma vi è anche un terzo personaggio da tenere in considerazione, ed è Giovanni Penna (1855-1941), costruttore di ferrovie, ponti e porti tra cui quelli di Palermo e di Catania, senatore dal 1939, ma ad Asti ricordato soprattutto come facoltoso benefattore (a lui si deve ad esempio la costruzione a sue spese dell’Orfanotrofio maschile “Vittorio Alfieri”), oltre che beneficiaro di scelte urbanistiche molto vantaggiose per le sue imprese, come lo sviluppo edilizio degli sbocchi Nord. Ai tre si potrebbe affiancare Niccola Gabiani, autore di ricerche storiche che fornirono a Buronzo un supporto utilizzato per le sue istanze. Così, in quel giorno di primavera del 1935, Asti divenne provincia e la notizia fu subito divulgata tramite manifesti affissi in città.

 

“Il calmo compiacimento” degli astigiani

Come reagirono gli astigiani? Carlo Currado, medico, che fu primo vicepreside (questa era la dizione allora in uso) della Provincia, ricordando quei giorni in un articolo sulla rivista “Il Platano” del 1985 ricorda che i cittadini accolsero la notizia con “calmo compiacimento”, un’espressione che non sembra essere indice di grande entusiasmo. Lo stesso Currado dice anche che gli astigiani pensarono subito alle nuove tasse che sarebbero arrivate. Ma i festeggiamenti ufficiali di regime furono immediati: nel pomeriggio dello stesso 30 marzo i bambini delle scuole furono convogliati in piazza San Secondo, dove Buronzo, convocato il Consiglio comunale, tenne un discorso dal balcone del Municipio. Altri discorsi in serata, tra le note della banda musicale. La Cassa di Risparmio, a “titolo di giubilo” offrì al governo 200.000 lire, ed altre 50.000 per contribuire alla costruzione di un Palazzo Littorio a Roma. La domenica vi fu una solenne messa in San Secondo, e nel pomeriggio un raduno fascista in piazza Alfieri, a cui, si scrisse forse con esagerato ottimismo, presero parte 50 mila persone; altri comizi in serata, ancora dal balcone di piazza San Secondo.

Dal punto di vista amministrativo per i primi undici mesi, sino al marzo 1936, la Provincia di Asti fu retta da un commissario, il romano Giuseppe Vassallo, a cui toccò il difficile compito, mai risolto se non in anni recenti, di provvedere alla separazione patrimoniale con Alessandria, a sua volta commissariata per agevolare la trattativa. Il primo prefetto di Asti si chiamava Pericle Felici, il primo questore fu Pietro Vercelli. La prima sede della Provincia venne ricavata in alcuni locali di Palazzo Ottolenghi in corso Alfieri, sede anche della Prefettura, ma quasi subito gli uffici furono trasferiti nel dirimpettaio Palazzo Mazzetti (allora veniva detto Di Bellino). Subito dopo un altro trasloco: dal luglio del 1936 sino al 1961, anno del definitivo trasferimento in piazza Alfieri, la sede della Provincia fu in corso Dante, in un palazzo quasi alla confluenza con corso Alfieri. La Questura trovò collocazione in piazza San Martino, l’Intendenza di Finanza a Palazzo Anfossi, il Genio Civile in piazza Medici. Terminato col marzo 1936 il periodo di commissariamento, venne costituito l’organo dirigente della Provincia, definito il Rettorato, composto da un Preside, un Vicepreside, tre Rettori ordinari e due supplenti.

Lamberto Vallarino Gancia
Lamberto Vallarino Gancia

 

Primo Preside, designato dal prefetto (a Felici era subentrato Giorgio Boltraffio), fu l’industriale vinicolo canellese Lamberto Vallarino Gancia, che era anche presidente dell’Unione Industriale; vicepreside, lo abbiamo già ricordato, il medico pediatra Carlo Currado, che fu particolarmente attivo nel campo della sanità e dell’assistenza. Gancia rimase in carica sino alla fine di settembre del 1943, e per il restante periodo bellico l’ente, senza fondi e con competenze ridotte, fu guidato da una serie di commissari: prima Matteo Dardanello, viceprefetto, poi il marchese Rodolfo Saporiti, quindi Arturo Vacca Maggiolini ed infine per pochi giorni, dal 29 marzo 1945 alla Liberazione, Stefano Lorenzi. Con la fine della guerra la Provincia si ritrovò con nuovi vertici. Subito dopo il 25 aprile su designazione del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) si insediò un nuovo organismo, denominato Deputazione, presieduto dall’avvocato Giovanni Battista Torta, vicepresidente Francesco Paniati; dopo le dimissioni di Torta nel 1949, la presidenza andò all’avvocato Umberto Grilli, d’area socialista democratica. Mentre per i comuni le prime elezioni dopo la caduta del fascismo si tennero nel marzo 1946, per quelle provinciali occorre attendere sino al 10 giugno 1951. In quegli anni si discuteva della loro possibile abolizione o ridimensionamento a favore delle Regioni, previste dalla Costituzione come nuovo livello politico territoriale.

Dalle prime elezioni provinciali del 1951 inizia il lungo predominio della Dc

Alle elezioni del 1951 previste con il sistema dei collegi territoriali l’Astigiano diede la vittoria alla Democrazia Cristiana, che ebbe 42.067 voti contro i 30.104 dei socialcomunisti e i 28.346 del Partito dei Contadini. Si formò una giunta presieduta da Norberto Saracco, medico, vicepresidente Giovanni Amasio. In consiglio (24 seggi) la maggioranza ebbe 17 seggi (10 democristiani, 3 indipendenti di destra, 2 liberali e 2 due socialdemocratici), la minoranza sette (4 socialcomunisti e 3 contadinisti). Nel 1956 fu confermato alla presidenza Norberto Saracco con una giunta centrista. Dal 1960 al 1964 a capo della Provincia vi fu Giovanni Amasio, la cui presidenza fu caratterizzata dall’esplodere dello scandalo delle cantine sociali Asti Nord. Si entrò poi nell’”era Andriano” veterinario di Castelnuovo Don Bosco; già entrato a far parte del Consiglio provinciale nel 1960. assunse la presidenza dell’ente nel febbraio ’65 con una giunta formata da Dc, Psi e Psdi. Pietro Andriano fu riconfermato alla presidenza altre due volte, sino al 1980.

PIetro Andriano con il vicepresidente Giuseppe "Puciu" Salla
PIetro Andriano con il vicepresidente Giuseppe “Puciu” Salla

 

Dopo Andriano si insediò sullo scranno più alto del palazzo di Piazza Alfieri un altro democristiano, l’ingegnere Guglielmo Tovo, a capo della Provincia dal 1980 al 1994 prima con una giunta Dc, Psi, Psdi, Pri, poi dal 1985 anche con i liberali. Dal 1990 la giunta diventa bipartita Dc-Psi. All’inizio del 1994 l’inchiesta giudiziaria su Valle Manina, sede della discarica astigiana, porta ad arresti, dimissioni e successivi patteggiamenti di 26 uomini politici e personaggi del mondo economico astigiano, compreso il presidente Guglielmo Tovo. Si scioglie il Consiglio alle dimissioni di Tovo succede l’imprenditore Luciano Grasso, liberale che regge l’ente fino alle elezioni indette nel 1995. Si va alle urne con il nuovo sistema elettorale in due turni. Il 6 maggio 1995 vince Giuseppe Goria, segretario comunale, nato a Tigliole, a capo di una coalizione di centrosinistra denominata “Il grappolo” che supera al ballottaggio il veterinario Fulvio Brusa di Forza Italia con il 52,6% dei voti. La provincia fino al giugno 1999 è retta da una giunta di centrosinistra. Il nuovo confronto elettorale vede il canellese Roberto Marmo, imprenditore del settore cementi, esponente di Forza Italia, prevalere sul presidente uscente Giuseppe Goria con il 57,8%, dei suffragi. La presidenza Marmo si avvia nel 1999 e si conferma anche nel 2004 quando Marmo batte al primo turno il nicese Flavio Pesce, candidato per il centrosinistra.

Guglielmo Tovo
Guglielmo Tovo

 

Roberto Marmo rimase in carica sino al febbraio 2008, quando dopo una serie di rimpasti si dimise per candidarsi alle elezioni politiche. Le dimissioni di Marmo portarono ad un breve periodo di amministrazione retta dal commissario governativo Mario Spanu, per giungere nell’aprile 2008 alle elezioni. Per il centrodestra, dopo un travaglio sul nome della possibile candidata Mariangela Cotto, che poi si candidò autonomamente, si arrivò alla candidatura di Maria Teresa Armosino, avvocato, di origini tigliolesi, parlamentare per Forza Italia, già sottosegretario all’Economia. L’avversario di centrosinistra fu l’allora sindaco di Villanova Roberto Peretti, sconfitto al ballottaggio da Maria Teresa Armosino con il 58% di voti. L’atto finale della vicenda politica amministrativa della Provincia di Asti ha visto le dimissioni nell’ottobre scorse della presidente Armosino in polemica con il piano di soppressione dell’ente previsto dalla legge, e lo scioglimento di giunta e Consiglio. La Provincia di Asti nelle sue ultime settimane di vita è tornata nelle mani di un commissario governativo: Alberto Ardia, prefetto in congedo. Sarà l’ultimo capitolo prima di tornare con Alessandria riportando indietro la storia di 77 anni?

Le schede

Dal punto di vista estetico, il Palazzo della Provincia non è mai andato troppo a genio agli astigiani. Ma le polemiche su questo edificio sono cominciate ben prima che l’enorme costruzione di piazza Alfieri fosse sotto gli occhi di tutti. L’idea di costruire un Palazzo del Governo, destinato a Prefettura e Provincia, risale a prima della guerra. E’ del 1939 il progetto dell’architetto torinese Aloisio per un palazzo che sarebbe dovuto costare 5.400.000 lire, ma gli eventi bellici fecero sì che per un decennio non si parlasse più di quest’opera, e la Provincia rimase ancora nella sua angusta sede all’inizio di corso Dante. Nel febbraio 1949 il consiglio comunale di Asti – sindaco era Felice Platone – con 18 voti favorevoli, 14 contrari ed un’astensione (quella dell’avvocato Torta, consigliere comunale e presidente della Deputazione provinciale), deliberò la costruzione sull’ex sedime dell’Alla di un nuovo palazzo civico, in cui sarebbe stata collocata anche la Provincia. Ma si scatenò un lungo contenzioso, perché da più parti si sosteneva che il sedime dell’ex Alla non era del Comune, ma della Provincia stessa, a cui il terreno sarebbe stato donato nel 1939 con delibera podestarile, impegnando l’ente a costruirsi una sede con le proprie forze. Altri sostennero che quella donazione non aveva valore, per vizi di forma e di sostanza. Ancora una volta non se ne fece nulla. Solo nel 1950 – alla presidenza della Deputazione vi era l’avvocato Grilli – si tornò a parlare di un palazzo per la Provincia e la Prefettura, anche se da più parti, stante il dibatito parlamentare di quei mesi che faceva ritenere che presto le province sarebbero state soppresse a favore dei costituendi Enti Regione, si levarono accuse di megalomania perché il palazzo avrebbe dovuto avere ben160 stanze. Nel palazzo odierno, il cui progetto fu approvato nel 1958, le stanze sono più o meno 600. L’edificio ha una lunghezza di 126 metri, ed un volume di 67.000 metri cubi. Il palazzo, che oltre alla Provincia e alla Prefettura comprende anche Provveditorato agli Studi ed Ente Turismo, venne inaugurato nell’autunno del 1961; a tagliare il nastro fu il ministro degli Interni Mario Scelba.

Le vicende della provincia di Asti sono sempre state caratterizzate da una lunga serie di alti e bassi, sino alla situazione attuale che tutti conosciamo. Da una memoria redatta dallo storico Niccola Gabiani su richiesta del podestà Buronzo, che evidentemente voleva allegarla ad una delle sue numerose istanze da inviare a Roma per perorare la causa astigiana, apprendiamo che la città era stata capoluogo di provincia sin dal XVI secolo, quando nel 1559 era passata sotto i Savoia (allora le province piemontesi, oltre a Torino, erano sette: Asti, Vercelli, Cuneo, Mondovì, Savigliano, Ivrea, Moncalieri; nel 1620 divennero 16, per ridursi subito dopo a 12 e quindi risalire prima a 14 e poi a 18) ed era rimasta tale sino ai tempi di Napoleone, quando il territorio di Asti fu aggregato alla Provincia di Alessandria. Terminata l’epopea napoleonica, col 1814 Asti tornò ad essere provincia, con giurisdizione su 13 mandamenti (Asti, Baldichieri, Canelli, Costigliole, Mombercelli, Rocca d’Arazzo, Portacomaro, Villanova, Montafia, Montechiaro, Castelnuovo d’Asti e Cocconato) ed 87 comuni, per un totale di circa 107.000 abitanti, ma in seguito al riordino delle amministrazioni locali del 1859 la città subì un nuovo declassamento, diventando un Circondario della Provincia di Alessandria, come Acqui, Casale, Novi e Tortona, col titolo di Sottoprefettura. E non basta: nel 1926 le sottoprefetture furono abolite, forse con l’intento di dare presto vita a nuove province più limitate territorialmente e quindi più facilmente controllabili dal potere centrale. Infatti in quello stesso anno, il 1926, furono aggiunte alle 73 già esistenti 21 nuove province, portando il totale a 94, ma tra le nuove ancora una volta Asti non figurava.

“Troncato al 1° di rosso alla croce d’argento; al 2° d’argento ai lati due pali ai quali sono attorcigliati due tralci di vite fruttati, quello di destra con due grappoli d’uva bianca al naturale e quello di sinistra con due grappoli di uva nera al naturale, in fondo un paesaggio collinoso di verde. Capo Littorio. Ornamenti esteriori da Provincia. E ancora: Scudo sannitico sovrastato da corona, due rami di quercia e d’alloro”. Così un Regio Decreto del 28 marzo1938 determinava le caratteristiche dello stemma della Provincia di Asti, mettendo fine ad una lunga quanto infruttuosa ricerca condotta da Niccola Gabiani per conto del podestà Buronzo, che fin dal 1933 lo aveva incaricato di rintracciare antichi documenti che comprovassero l’esistenza o meno di uno stemma della Provincia diverso da quello del Comune. Prima che il Regio Decreto ponesse fine alla questione, sorsero da più parti diverse proposte. Uno storico locale, Sebastiano Filipello di Castelnuovo Don Bosco, ipotizzò in un opuscolo di ben 42 pagine, pubblicato integralmente sul “Cittadino”, uno stemma con al centro San Secondo cavaliere. Il bozzetto dello stemma venne poi dipinto dal pittore genovese Federico Gandolfi a cui fu corrisposto un compenso di 500 lire. Dalla Liberazione fu ripulito dagli orpelli del regime ed è rimasto invariato.

Alla sua nascita la provincia di Asti era costituita da 105 comuni (diventeranno 120 dopo la guerra, con la ricostituzione di alcuni e l’accorpamento o la soppressione di altri), quelli che un tempo formavano il circondario astigiano più alcuni del casalese e dell’acquese. Ne derivò quella forma che qualcuno volle identificare – guarda caso – con un grappolo d’uva, cosa che piacque tanto ai poeti locali ma che determinò in seguito qualche problema logistico e pratico. Una superficie di 1511,810 chilometri quadrati la poneva all’83° posto tra le province italiane come estensione, mentre si era al 60° posto in quanto a popolazione (253.344 abitanti). La lunghezza massima in senso nord-sud è (possiamo usare il presente perché questi dati sono rimasti inalterati) di 68 chilometri, dal comune di Robella a quello di Serole, la larghezza massima in senso est-ovest di 49 chilometri e mezzo, da Cellarengo a Maranzana. L’altezza massima sul livello del mare si ha a Roccaverano, con 759 metri. La popolazione era per il 40% compresa tra i 15 ed i 39 anni, per il 22% tra i 40 ed i 59, per il 13% oltre i 60 anni. Quasi il 40% era dedito all’agricoltura, quasi il 10% all’industria, pensionati e casalinghe erano il 40%. Il 4% era analfabeta.

1935 Giuseppe VASSALLO: Regio Commissario straordinario dal 15.4.1935 al 19.12.1936

1936 Lamberto VALLARINO GANCIA: preside del Rettorato dal 20.2.1936 al 30.9.1943. Rettori: fino al 1° agosto 1942; Carlo Currado (Vicepreside), Remo Laiolo, Battista Boido, Dalmazzo Galanzino, Paolo Consigliere, Michele Maggiore. Dal 1° agosto 1942 al 30 settembre 1942 Domenico Molino (vicepreside), Giuseppe Venturini, Mario Fasano, Giacinto Sizia, Guido Benzi, Carlo Sburlati.

1943-1945 Commissari prefettizi dal 1° ottobre 43 al 24 aprile 1945: Matteo DARDANELLO, Rodolfo SAPORITI, Arturo VACCA MAGGIOLINI , Stefano LORENZI.

25 Aprile 1945 Giovanni Battista TORTA: con la Liberazione il Cln lo nomina Presidente della Deputazione Provinciale. Resta in carica fino al 24.4.1949, poi sostituito da Umberto GRILLI sino al 9.7.1951.Membri: Francesco Paniati (Vice Presidente), Secondo Bagnasco, Bruno Caiano, Carlo Laveroni, Dante Quassiati, Norberto Saracco, Giovanni Ballario, Carlo De Silvestri

1951-1960 Norberto SARACCO dal 9.7.1951 al 17.12.1960. Assessori: Giovanni Amasio (Vice Presidente), Giuseppe Arata, Giuseppe Migliardi (fino al 19.5.1954, poi Luigi Mosso), Ermenegilda Vigna Martinetto in Maina, Lorenzo Bonanate (poi Secondo Conte), Guido Nani, Pietro Maccagno (dal 23.6.1956), Carlo Ariolfo (dal 4.4.1959).

1960-1965 Giovanni AMASIO presidente dal 17.12.1960 al 16.2.1965. Assessori: Carlo Roggero Fossati (Vice Presidente), Giuseppe Arata, Giovanni Boano (fino al 7.4.1964), Mario Cornacchia (dal 7.4.1964), Fausto Murialdi, Secondo Gianotti, Livio Sarboraria.

1965-1980 Pietro ANDRIANO: presidente dal 16.2.1965 al 25.8.1980. Assessori: dal 16.2.1965 al 6.12.1969: Livio Sarboraria (Vice Presidente), G.Miroglio (fino al 12.7.68), Secondo Gianotti (dal 12.7.68), Salla (fino al 6.12.69), Tovo, Cornacchia, F. Quaglia. Dal 6.12.1969 al 3.10.1970: Sarboraria (Vice Presidente), S. Gianotti, Fausto Murialdi (dal 15.12.1969), Tovo, Cornacchia, F.Quaglia. Dal 3.10.1970 al 26.7.1971: Franco Orione (Vice), Elio Calosso, S. Gianotti, Tovo, Cornacchia, F. Quaglia. Dal 27.7.1971 al 6.8.1975: Pietro Beccuti (vice), Orione, Salla, Tovo, Pier Lauro Cha, F. Quaglia. Dal 7.8.1975 al 2.5.1977: Giuseppe Salla (vice), Bartolomeo Franzero, Franco Orione, Tovo, Bianca Dessimone, Ercole Poggio, Carlo Saracco. Dal 2.5.1977 al 5.2.1980: Salla (vice), Franzero, Tovo, Dessimone, Poggio. Dal 5.2.1980 al 25.8.1980: Salla (vice), Saracco, Tarabbio (dal 5.2.1980), Tovo, Dessimone, Poggio.

1980-1994 Guglielmo TOVO: presidente dal 25.8.1980 al 25.01.1994. Assessori: dal 25.8.1980 al 2.3.1981: Beccuti (vice), Giuseppe Berzano, E. Poggio (fino al 2.3.1981), Tarabbio, Saracco, Fortunato Maccario. Dal 2.3.1981 al 30.12.1983: Beccuti (vice), G. Berzano, F.Maccario, Tarabbio, C. Saracco, C. Moro.Dal 30.12.1983 al 24.7.1985: Beccuti (vice), G. Berzano, Giuseppe Barberis, G.Tarabbio, C.Saracco, C. Moro. Dal 24.7.1985 al 16.07.1990: Piero Goitre (vice), Pier Lauro Cha, Gianmarco Rebaudengo, G. Tarabbio, G. Fassino, Alessandro Teti. Dal 16.7.1990 al 14.02.1994: Goitre (vice), Cha, Rebaudengo, Renzo Dapavo, Fassino, Teti.

1994-1995 Luciano GRASSO: presidente dal 14.2.1994 al 28.5.1995. Assessori: Mario Novellone (vice). Dal 18.05.1994 vice Piero Goitre fino al 23/04/1994, Renato Branda, Giuseppe Fassino, Renzo Dapavo.

1995-1999 Giuseppe GORIA: presidente dal 14.06.1995 al 29.06.1999. Assessori: Giovanni Borriero (vice), Giovanni Saracco (fino al 7.5.1996), Piera Accornero, Maria Grazia Arnaldo, Maurizio Dania, Giovanni Pensabene, Mauro Arato.

1995-2004 Roberto MARMO: presidente dal 8.7.1999 al 13.2.2008. Assessori: dal 8.7.99 al 5 luglio 2004: Sergio Ebarnabo (vice), G. Carlo Fassone, Giacomo Sizia, Vittorio Massano (fino al 14.3.2001), Claudio Musso, Luigi Perfumo, Fulvio Brusa (dal 17/01/2002), Marco Maccagno (dal 17/01/2002); Francesco Mattioli (dal 17/01/2002). Dal 5/07/2004 al 13.2.2008: Giorgio Musso (vice), Mario Aresca, Bielli (fino al 3.12.2005), S. Ebarnabo, (fino al 3.12.2005), Claudio Musso (fino al 3.12.2005), Luigi Perfumo (fino al 3.12.2005), Maurizio Rasero (fino al 2.1.2007), Giovanni Spandonaro, Walter Gallo (dal 3.12.05 al 20.11.06), Domenica Demetrio (dal 3.12.05 al 20.11.06), Dimitri Tasso (dal 3.12.05), Annalisa Conti (dal 3.12.05), Fulvio Brusa (dal 17.05.2007), Giuseppe Cardona (dal 94.06.2007).

2008 Mario SPANU: Commissario Straordinario dal 26.02.2008 al 30.4.2008

2008-2012 Maria Teresa ARMOSINO: presidente dal 30.4.2008 al 9.10.2012. Assessori: Giuseppe Cardona (vice), Pierfranco Ferraris, Antonio Baudo, Fulvio Brusa, Marco Versé, Annalisa Conti, Rosanna Valle (fino al 16.4.2010), Giovanna Quaglia (fino al 16.4.2010), Luigi Marinetto (dal 10.12.2010), Andrea Sodano (dal 28.3.2011).

2012-2014: Commissario Alberto Ardia

2014: Dal 7 luglio ad Ardia subentra come commissario Alfredo Nappi che resta in carica fino al 13 ottobre.

2014-2015: viene eletto il sindaco di Asti Fabrizio Brignolo (il Consiglio con la nuova legge è eletto dai consiglieri di tutti i Comuni). Resta in carica sino al 20 marzo 2015: Brignolo si dimette dopo la sentenza che gli contesta la incompatibilità con il posto nel Cda della Banca di Asti. Il primo Consiglio eletto con il nuovo metodo è composto da Marco Gabusi vicepresidente, Baino Barbara, Calvo Vincenzo, Carosso Fabio, Lanfranco Paolo, Marengo Francesco, Massaia Cristiano, Pesce Flavio, Quaglia Angela, Quaglia Luca,

2015-2019: il 20 marzo 2015 al posto di Brignolo subentra il vicepresidente Marco Gabusi, sindaco di Canelli

2019: Il 27 maggio Gabusi (non più sindaco di Canelli e eletto in Regione assessore nella giunta Cirio) lascia l’incarico: al suo posto viene eletto il sindaco di Valfenera Paolo Lanfranco che termina il mandato nella primavera 2022.

Ultimo aggiornamento: 18 marzo 2022

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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