sabato 3 Dicembre, 2022
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ANNI '50

Per noi ragazzi Piazza Alfieri era il mondo

Le avventure di Carletto e Gigi
Due ragazzini, cresciuti tra il cortilone di Palazzo Anfossi, la chiesa del santo e la grande piazza trapezoidale con il monumento a "Toju", sono i testimoni vivacissimi della vita nel quartiere del centro di Asti nei primi Anni Cinquanta. Ai giovani bastava poco per divertirsi. Questo è il loro racconto di quegli anni, in un'Asti che provava a diventare una città moderna, ma che manteneva abitudini, comportamenti e condizioni sociali di epoche più lontane, destinate a cambiare in modo radicale soltanto alla fine degli anni '60. Uno spaccato della vita del "quartiere Piazza Alfieri" e le "mirabolanti avventure" di due suoi giovanissimi abitanti, gli aneddoti, i ricordi, gli straordinari personaggi che, appartenenti ai più diversi ceti, ne costituivano l’irripetibile tessuto sociale

La felicità era un costume da Sandokan

Testimonianza di Carlo Accomasso e Luigi Borgo in collaborazione con Paolo Monticone

Primi anni ’50 del secolo ventesimo. Asti conta, al censimento del 1951, circa 52.000 abitanti, ma più o meno la metà di questi abita nelle frazioni; il nucleo urbano è dunque quello di un paesone dove tutti in qualche modo si conoscono. Dal 1935 la città è capoluogo di provincia, ma ancora deve prenderne coscienza, un po’ perché il periodo di “apprendistato” amministrativo è stato drammaticamente interrotto da ben tre conflitti (Etiopia, Spagna e seconda guerra mondiale) e un po’ perché ben altre sono le priorità della ripresa postbellica. La gente è ancora fortemente impegnata a ritrovare i ritmi della normalità democratica e a uscire da una diffusa, modestissima condizione di vita, sovente al limite della miseria. Il capoluogo fa non poca fatica a riconoscersi come un tutt’uno, essendo costituito da un centro di dimensioni piuttosto limitate e da un insieme di piccoli e grandi rioni, borghi, quartieri, ventine e frazioni che hanno tutti una loro precisa identità e una vita sociale pressoché autonoma; situazione che ha risvolti anche curiosi come quelli rappresentati dalle non poche differenze, tra zona e zona, nell’interpretazione del dialetto, che ha forme gergali assai diversificate anche se tutte riconducibili a un unico linguaggio “astigiano”.

Agli occhi di un osservatore contemporaneo può dunque sembrare perlomeno singolare, quando non addirittura poco verosimile, che anche il cuore della città, la piazza Alfieri (da qualche decennio ha soppiantato il nucleo piazza del Santo-piazza Statuto nel ruolo di riferimento commerciale cittadino ed è – come già raccontato sul secondo numero di Astigiani – oggetto di grandi progetti di trasformazione) rientri perfettamente in questo quadro socio-economico, costituendo anch’essa un “rione tra i rioni”. Con i portici “Rossi”, Anfossi e Pogliani più o meno come ancora li vediamo oggi, ma con il “buco” lasciato dall’Alla, abbattuta a metà degli Anni ’30 e “riempito” solo agli inizi degli anni ’60 dal Palazzo della Provincia, la piazza Alfieri è sì il salotto buono della città, ma anche una sorta di superficie, oggi diremmo polifunzionale, in cui c’è posto e spazio per ogni sorta di attività, dalle fiere al luna park, dai mercati alle gare sportive, dal passeggio degli adulti al gioco dei bambini. Sulla piazza affacciano ben sette tra caffè e bar, un paio di sale biliardo, una confetteria d’epoca, due distributori di benzina, due edicole, una sala cinematografica, un’antica drogheria, il mitico “900”, progenitore degli attuali distributori automatici di bibite e merendine, gioiellerie, lo storico Hotel Royal, una libreria, una camiceria e un cospicuo numero di negozi ed esercizi i più disparati, oltre alle bancarelle del mercato del mercoledì e del sabato.

Carletto con la mamma Jucci davanti alla fontana di Piazza Alfieri
Carletto con la mamma Jucci davanti alla fontana di Piazza Alfieri

Un pallone tra i piedi e un sogno nel cuore

È in questo scenario che si incontrano Carlo “Carletto” o “Charlie” Accomasso e Luigi “Gigi” o “Baffo” Borgo, entrambi ragazzini abitanti nell’isolato che ancora oggi si erge sui portici Anfossi, tra la via Carlo Leone Grandi e la via Garibaldi. Questo è il loro racconto di quegli anni, in un’Asti che provava a diventare una città moderna, ma che manteneva abitudini, comportamenti e condizioni sociali di epoche più lontane, destinate a cambiare in modo radicale soltanto alla fine degli anni ’60. Uno spaccato della vita del “quartiere piazza Alfieri” e le “mirabolanti avventure” di due suoi giovanissimi abitanti, gli aneddoti, i ricordi, gli straordinari personaggi che, appartenenti ai più diversi ceti, ne costituivano l’irripetibile tessuto sociale.

È un vasto fabbricato che poggia su gran parte dei portici Anfossi, affacciati sulla piazza Alfieri, lato est. La proprietà è, all’epoca, della famiglia Anfossi, abitante a Genova ma con ufficio amministrativo nel Palazzo. In tre diverse scale (A, B e C) abitano inquilini della più diversa estrazione sociale (dall’Ufficiale di Marina Cirincione al geometra Novara, dal tassista Bianco al macellaio Carbone, dal medico dottor Gonella ai commercianti Fiora, Scagnelli-Cantino, Armosino e Bianchi, alla pettinatrice austriaca Rose Kump), mentre nei solai sono più di uno gli allevamenti “famigliari” di polli e conigli. Numerosi anche gli uffici (il notaio Krieg, gli avvocati Grilli e Poncini, l’amministratore Alocco) e i magazzini (libreria Caldi-Zappa, macchine per cucire Epoque, Bar Florio e Bar Sport).

Ampio e utilizzato per gli scopi più diversi, dal parcheggio delle prime auto degli inquilini, allo scarico di merci, alla sosta di mezzi delle forze dell’ordine in occasione di manifestazioni e comizi, il cortile ospita, addossati alla parete posteriore del Teatro Alfieri, la portineria e gli uffici del Partito socialista democratico prima e dell’agenzia immobiliare Caster (Case e Terreni) di Garello e Baudino e del geometra Bertone poi. È lo spazio preferito da Carletto e Gigi per i loro giochi, ma questo non toglie che sempre più frequenti, crescendo l’età, siano le loro “sortite” sulla piazza Alfieri. Dopo la ristrutturazione dell’intero isolato con il piano Anfossi, il cortile diventerà negli Anni ’90 luogo pubblico con il nome di Piazza Italia.

Uno scorcio del cortile di Palazzo Anfossi quando già erano cominciati i lavoridi ristrutturazione che avrebbero modificato radicalmente lo scenario, creando lo spazio aperto al pubblico di piazza Italia. Al centro la Scala B e a destra la scala A
Uno scorcio del cortile di Palazzo Anfossi quando già erano cominciati i lavoridi ristrutturazione che avrebbero modificato radicalmente lo scenario, creando lo spazio aperto al pubblico di piazza Italia. Al centro la Scala B e a destra la scala A

Il compasso puntato sulla piazza del “Toju”

«Nostro signore ha puntato il compasso sulla piazza Alfieri e ha tracciato un cerchio all’interno del quale sono stati compresi gli astigiani autentici». Non ricordo più chi l’avesse detto, ma è stato l’assioma dei miei primi vent’anni, una stagione molto felice, passata in allegria e senza troppi pensieri. Ho conosciuto Gigi in un inverno dei primi anni ’50. Un pomeriggio scendo dalle scale per andare a giocare in cortile e lo vedo davanti alla portineria. «Cosa sei venuto a fare in questo cortile?» gli dico con le braccia conserte e aria da padroncino. «E tu cosa vuoi?» mi risponde. «Tu qui non puoi stare» ribatto. Finì a cazzotti ma, come sovente accade tra bambini, fu l’inizio di un’amicizia che dura da sessant’anni. Eravamo entrambi figli di famiglie di umili condizioni economiche, anche se Gigi sosteneva che i miei stavano meglio dei suoi («I pantaloni di Carletto avevano le tasche, i miei no») ma all’epoca, soprattutto tra ragazzini, le differenze sociali erano molto meno evidenti di oggi. In quel cortile i “piccoli” eravamo noi, un po’ più grandicelli Sergio Novara e Giorgio Cantino, ma gli “ospiti” erano tantissimi e di famiglie le più diverse: professionisti, commercianti, impiegati, operai ecc. Per quel cortile tutti i ragazzini provavano un’irresistibile attrazione, essendo frequentato da una straordinaria “varia umanità” come le signore della “Asti bene” o le mogli dei giostrai, e allo stesso tempo da ladruncoli, giocatori d’azzardo, personaggi di piccola virtù, commercianti, cantastorie e poliziotti in servizio di ordine pubblico.

Nella vita del cortile di Palazzo Anfossi irrompe un tredici al Totocalcio

E poi, cosa di grande fascinazione, da quel cortile si poteva accedere alle cantine dei portici Anfossi, diventate percorribili da cima a fondo (dal Bar Cocchi al Caffè Torino) grazie ai fori che negli anni avevamo praticato nei muri divisori. Luoghi di grandi battaglie con le pistole ad acqua e di esplorazioni “verso l’ignoto” in cui era, per esempio, facile imbattersi in vere e proprie colonie di topi che si nutrivano dei rifiuti prodotti dai vari bar e negozi della piazza.

La vita del Palazzo aveva ritmi assai simili a quelli delle classiche “case di ringhiera”, dove ognuno conosceva gli affari degli altri: grandi e piccole gioie, grandi e piccoli dolori, tradimenti, belle signore, drammatiche morti, eventi eccezionali (come la gran vincita al Totocalcio – 35 milioni di lire dell’epoca, quasi 600.000 euro di oggi – di tre abitanti della piazza).

La camomilla di Wanda Osiris e il grignolino a Nenni

E presenze “straordinarie” in portineria, propiziate dalla vicinanza del Teatro Alfieri: una camomilla per Wanda Osiris, colta da improvviso malore mentre recitava con la compagnia Macario, o un bicchiere di grignolino per Pietro Nenni al termine di un comizio. Una vita che, al di là di tali momenti fuori dal comune, era scandita ogni giorno dall’arrivo di primissima mattina degli uomini dell’azienda Aimeri che venivano a ritirare i rifiuti dalle cantine e più tardi da quello delle lavandaie delle Trincere che riportavano i panni puliti delle famiglie che si potevano permettere il lavaggio “esterno”. Qualche ora dopo il lattaio e infine, d’estate, Bonino con il suo carretto del ghiaccio. Tutto veniva lasciato al portinaio che provvedeva, sovente per opera del piccolo Gigi, alla distribuzione agli inquilini.

Gigi Borgo bambino in divisa da marinaretto in posa di fianco al monumento di Alfieri
Gigi Borgo bambino in divisa da marinaretto in posa di fianco al monumento di Alfieri

Una vita “solidale” che aveva aspetti oggi impensabili, ma all’epoca del tutto normali. Un esempio: le corse dei bambini su via Carlo Leone Grandi (consacrata al mercato delle uve e del vino, mentre le sementi si trattavano al fondo della piazza, davanti al Caffè Torino, e gli immobili sotto i portici Anfossi, tra il Bar Cocchi e il Bar Roma), organizzate dal commerciante Brumana che aveva bottega sulla stessa via. Il vincitore era premiato con una lira, subito spesa nella panetteria Canessa (Scandalera) della vicina via Palazzo di Città, o al carrettino di “Biura” o da Socco granaglie per una “esotica” carruba. Ma il Palazzo viveva soprattutto dei giochi di noi ragazzini e dei nostri “ospiti”: grandi gare alle biglie, con le pistole ad acqua e i siluri, sottili e appuntiti coni di carta che ci divertivamo a “sparare” con la cerbottana.Giochi con i soldatini di terracotta e i circuiti che ricreavano, con sabbia, birille e tappi da bibita, il Giro d’Italia o quello di Francia. Divertimenti che, più grandicelli, presentarono versanti un po’ più smaliziati, come gli appostamenti sotto le grate dei portici per vedere cosa mai nascondessero le signore sotto le gonne.

Tra i nostri “ospiti”: i figli del sarto Fassio, di Ciro “il contrabbandiere”, di Genesio, sacrestano a San Secondo, del viceprefetto Sessa e ancora Marco Baglione (che chiudemmo nel furgone della Ferrero del rappresentante Leandro Gallo e viaggiò in incognito fino ad Alba mangiando grandi quantità di “surrogato” con tragicomici risvolti gastroenterici), Massimo Socco, Flavio Duretto (ora dirigente dell’Arpa), Piero Cotto, Carlo Rossino (che avrebbe coordinato – architetto – i lavori di ristrutturazione di Palazzo Anfossi e del Teatro Alfieri sul finire del secolo scorso), Beppe Arduino e Cesare “Cecè” Vigè, figlio invidiato di uno dei vincitori del già ricordato clamoroso “13” al Totocalcio.

Tra la raccolta delle cicche per rivendere il tabacco a una “ligera”, quella dei piombini del tiro a segno del luna park per fonderli e rivenderli ai pescatori del Tanaro, il riscaldamento delle monetine da gettare ai cantastorie, la caccia agli uccelli dei platani della piazza per mangiarseli con la polenta e una incosciente prova di paracadutismo dal secondo piano della scala A con tre ombrelli aperti in mano e un grande cuscino sotto il sedere, ci fu però anche il tempo per ascoltare le affascinanti storie di vita vissuta (al limite del fantastico) di alcuni degli irripetibili personaggi che abitavano la piazza, come Luigia “Luisella” Biamino, motociclista che si esibì in tutti i luna park d’Italia nel “muro della morte” (o “pozzo della morte”) e Billy “fiore selvaggio” Biletta, tornato ad Asti dopo lunghi anni passati nella Legione Straniera.

Carnevale 1955. Carletto in costume da Sandokan in piazza Alfieri davanti al Caffè Bar Sport
Carnevale 1955. Carletto in costume da Sandokan in piazza Alfieri davanti al Caffè Bar Sport

Il furto dei pesci rossi

In un imprecisato giorno d’estate di metà anni ’50, insieme a Gigi, Marco Baglione e Sergio Novara, decidemmo di mandare a compimento il colpo del secolo. Armati di retino e secchielli, catturammo tutti i pesci rossi della grande fontana di piazza Alfieri e li trasferimmo in un capace bidone nelle cantine di Palazzo Anfossi. Euforici per l’impresa, tentammo il bis nel laghetto dei Giardini Pubblici ma fummo costretti a rinunciare perché assaliti dai cigni della vasca, riportammo anche qualche dolorosa morsicata.

A questo punto però i tutori dell’ordine ci individuarono e fummo “arrestati”. Portati davanti al Comandante dei Vigili Urbani (all’epoca Fulvio Monticone), ci prendemmo una durissima lavata di capo ma, a condizione che restituissimo subito il maltolto, non subimmo altre conseguenze. Così, sotto la sorveglianza dei Vigili Valenzano e Rampone, recuperammo i pesci dalla cantina e li riportammo, mogi mogi, là dove ce ne eravamo così spavaldamente impadroniti.

La “cacciata” dalla Sacrestia

La Collegiata di San Secondo e il suo oratorio sono stati il teatro di una incredibile serie di “malefatte” di cui fummo protagonisti fino alla conclusiva “cacciata” da ogni attività dentro e fuori la chiesa. E dire che, almeno per me, tutto era cominciato benissimo, tanto da vincere una speciale “gara del chierichetto” ed essere chiamato a interpretare, ne I ragazzi della via Pal, bibbia adolescenziale dell’epoca, il personaggio di Nemecsek, il piccolo eroe che alla fine muore tra la commozione generale. Le cose cambiarono però ben presto perché suonavamo le campane con voli di quattro o cinque metri da terra che preoccupavano non poco i nostri genitori, ma anche perché si mise grappa nel calice del vino da messa, e tentammo di confessare i fedeli nei momenti di distrazione del parroco. Prelevammo anche i resti delle candele per rivenderli alla cereria Fracchia, ma il punto di non ritorno si ebbe quando cominciai, durante le funzioni religiose, a far ruotare a 360 gradi il turibolo. La “cacciata” dalla parrocchia fu inevitabile.

Il Galletto di Natale

Dal cortile di Palazzo Anfossi si accedeva, tra gli altri, al retro del Bar Sport dove si tenevano frequenti sedute di gioco d’azzardo. Uno dei frequentatori abituali di queste “riunioni” era un commerciante di pollame che, un paio di giorni prima del Natale del ’55, parcheggiò nel cortile il suo furgone carico di volatili per andare a tentare la fortuna. La tentazione era forte e Gigi, dopo aver ben chiuso tutti i portoni d’accesso al cortile, liberò gli animali. Nella gran confusione che seguì, fu proprio mamma Angiolina ad aiutare il commerciante nel recupero degli animali che alla fine tornarono tutti, meno uno, sul furgone e, grato, il commerciante le elargì una generosa mancia. Epilogo: il galletto mancante, che Gigi aveva avuto cura di nascondere in posto sicuro, fece un figurone sulla tavola natalizia della famiglia Borgo.

Carlo “Carletto” o “Charlie” Accomasso e Luigi “Gigi” o “Baffo” Borgo
Carlo “Carletto” o “Charlie” Accomasso e Luigi “Gigi” o “Baffo” Borgo
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L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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