domenica 26 Giugno, 2022
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1935

MUSSOLINI CONCEDE LA PROVINCIA MA SPEGNE IL PALIO

A FINE MARZO DEL 1935 UN TELEGRAMMA DEL DUCE ANNUNCIÒ LA NASCITA DELLA PROVINCIA DI ASTI, MA POCHI MESI PIÙ TARDI, A GIUGNO, MUSSOLINI FECE VARARE UN CURIOSO DECRETO. CHE COSA ERA SUCCESSO? SOLLECITATO DAI SENESI, CHE VOLEVANO DI FATTO L’ESCLUSIVA DELLA DENOMINAZIONE “PALIO” IL DUCE IMPOSE AGLI ASTIGIANI DI CAMBIARE IL NOME DELLA MANIFESTAZIONE IN “CERTAME CAVALLERESCO”. QUELLO CHE SI ERA INTANTO DISPUTATO A MAGGIO DEL 1935 DIVENNE COSÌ L’ULTIMO PALIO, PRIMA DI UNA LUNGA PAUSA DI OLTRE TRENT’ANNI CHE SI PROLUNGÒ FINO AL 1967. AD ASTI SI DISUBBIDÌ AL DUCE O FORSE LA CORSA PERSE STIMOLI CONSIDERANDO ANCHE CHE L’OBIETTIVO DI OTTENERE LA PROVINCIA, POSSIBILE MOTIVAZIONE PER LA RIPRESA DEL PALIO NEL 1929, ERA STATO COMUNQUE RAGGIUNTO

Il 1935 è un anno importante per la vita astigiana. Dopo un lungo e tormentato iter quell’anno, a marzo, viene conferito alla città il titolo di capoluogo di provincia e si crea il nuovo ente ritagliato sulla carta amministrativa del Piemonte tra le province di Alessandria e Torino, senza intaccare i confini di quella di Cuneo, forte del veto di Casa Savoia “La Granda non si tocca” . Da Castelnuovo Don Bosco a Serole, Asti ha così la sua Provincia che, i più fantasiosi indicarono a forma di grappolo d’uva.
Poche settimane dopo la nascita della Provincia di Asti al Podestà Buronzo arrivano però due ordini dello stesso tenore, destinati a smorzare gli entusiasmi: Asti non potrà più disputare il Palio, o meglio se vorrà ancora mantenere la tradizionale corsa, durante le feste di San Secondo, si accontenti di chiamarla “certame cavalleresco”. Le due lettere sono a firma del Prefetto. La prima è datata 9 giugno e riferisce espressamente il volere del Duce che per “evidenti ragioni” opta per il Palio solo a Siena.
Nella seconda, datata 23 giugno 1935, XIII° anno dell’era fascista, il tono è più burocratico, ma egualmente perentorio.
Solo Siena potrà disputare la sua corsa con il nome di Palio, come se la parola fosse, diremmo oggi, un “marchio registrato”. Ma che cosa era successo? Quali retroscena fanno da contorno a tali decisioni romane? Perché Mussolini prima concede la nascita della nuova Provincia di Asti e poi pochi mesi dopo spegne il Palio astese?

Facciamo un passo indietro di sei anni e andiamo al 1929 quando ad Asti, dopo un’interruzione che durava dal 1863 si era ripreso a correre il Palio “alla lunga” e in salita lungo corso Dante, da corso Alfieri fino a piazza Vittorio Veneto. Erano stati rispolverati gli antichi statuti e i premi compresa la sbeffeggiante “acciuga con l’insalata” destinata a chi fosse arrivato ultimo.
Anche in questo caso Palio e questione Provincia si intrecciano. La ripresa del 1929 era infatti strettamente collegata al progetto di istituzione della Provincia dell’allora Podestà Vincenzo Buronzo il quale, riconducendosi alla precedente, iniziativa del collega Della Rissa nel 1926, ripropose a Roma l’ipotesi di ricostituire la Provincia di Asti, che già vantava precedenti pre-napoleonici. In Piemonte, oltre ad Asti, erano in lizza per il titolo di capoluogo provinciale anche altre città importanti come Biella e Casale Monferrato.
Buronzo, di origini moncalvesi, grande artefice di quel progetto, oltre che allargare i confini del Comune di Asti inglobando una mezza dozzina di piccoli municipi confinanti, per accrescere le credenziali storiche del territorio punta sulla ripresa del Palio, coinvolgendo anche il contado. L’appello rivolto dal Podestà agli “Antichi Comuni dell’Astigiano” è accolto positivamente e vi aderiscono entusiasticamente non solo i Comuni del contado astese, ma anche molti centri monferrini. Lo stesso Buronzo segue particolarmente l’organizzazione dell’evento, il cui successo ben presto supera i confini piemontesi.

I senesi vanno a lamentarsi dal Duce
e ottengono l’esclusiva

Ma ai senesi le notizie che ad Asti si era ripreso a correre un altro Palio, vantando origini ancora più antiche del loro “non garbava affatto”. Si mossero e seppero toccare le corde giuste.
Arriviamo al 1935 e a quei due mesi cruciali.
L’istituzione ufficiale della nuova Provincia di Asti data il 19 marzo 1935: la macchina propagandistica del Regime astigiano si mette in moto. Adunate di popolo, feste, telegrammi riconoscenti rivolti al Duce.
La corsa, quell’anno, si disputa regolarmente il 19 maggio. Dopo l’esperienza del ’29, dal 1930 al 1935 il Palio è tornato a corrersi sulla grande piazza allora non asfaltata dove si svolgeva il mercato delle uve intitolata ad Emanuele Filiberto (si é chiamata così fino al 1969, quando è diventata Campo del Palio, in seguito alla ripresa della manifestazione nel 1967). Quell’anno vince Santa Maria Nuova.
Poche settimane dopo la corsa del ‘35, la doccia fredda con la comunicazione ufficiale dal Governo: Asti avrebbe potuto mantenere la sua corsa cambiando però la denominazione in “Certame cavalleresco”.
Un’imposizione, questa, che impediva di utilizzare il nome “Palio” non soltanto ad Asti, ma anche a tutte le altre località italiane, come Legnano, in cui si disputavano corse simili, concedendo a Siena l’esclusiva del nome.
Un’imposizione nata proprio da una richiesta avanzata da Siena. Al riguardo, Fabio Bargagli Petrucci, all’epoca Podestà di Siena, in accordo con il Prefetto e il segretario senese dei Fasci di Combattimento, sulla questione aveva fatto redigere dal segretario comunale Ernesto Baggiani un memoriale, inviato al Duce.
Dal quotidiano “La Stampa” di mercoledì 12 giugno 1935 si ha la conferma che sia stata proprio Siena a richiedere a Mussolini di poter mantenere, lei sola, la denominazione di Palio. Ecco il testo di resoconto che era stato diffuso dall’agenzia Stefani rivolto a tutti i giornali: “In occasione dell’udienza concessa il 5 corrente da S.E. il Capo del Governo alle gerarchie senesi, venne dal Podestà sottoposto al Suo benevolo esame il fatto che in varie città italiane, per solennizzare festività locali, sono state recentemente istituite corse di cavalli con cortei in costume, che sono denominate “Palio” e si svolgono ad imitazione del tradizionale “Palio di Siena”. Da S.E. il prefetto della Provincia è pervenuta oggi la comunicazione seguente: “Al Podestà di Siena. Per opportuna notizia della S.V. si comunica che il Ministero dell’Interno ha disposto perché alle consuetudinarie manifestazioni di Legnano per la Festa del Carroccio e d’Asti per la festa di San Giorgio non sia attribuita la denominazione di “Palio”, dovendo questa intendersi riservata alle tradizionali manifestazioni che si effettuano in questo capoluogo”.
Si noti anche lo svarione sul nome del Santo patrono che per Asti diventa San Giorgio, anziché San Secondo.
Dopo la riunione del 10 giugno 1935 del Magistrato delle Contrade (istituzione che dal 1895 riunisce i Priori delle 17 Contrade), Siena inviò al Duce un telegramma di elogio, firmato da Guido Chigi Saracini, all’epoca Rettore del Magistrato delle Contrade e Priore della Contrada dell’Istrice e così formulato: “S. E. Capo del Governo – Roma. – Magistrato delle Contrade espressione anima popolare senese esultante disposizione V. E. ambito riconoscimento valore storico PALIO, inimitabile Sagra ininterrotta da secoli, ringrazia V. E. porgendo sensi ammirata gratitudine et indefettibile devozione”.
In quella riunione il Podestà Fabio Bargagli Petrucci riferì la decisione del Governo. “L’onorevole Podestà – si legge nel verbale – informa che in un recente colloquio avuto dalle Gerarchie Senesi col Duce, presentò a S.E. il Capo del Governo una memoria redatta dal Segretario del Comune Comm. Baggiani, nella quale si esprimeva il dispiacere della città per le imitazioni della nostra Sagra, qua e là di recente organizzate alle quali vien dato l’appellativo di Palio, in modo che viene con essa ad accomunarsi il nostro secolare spettacolo, che invece tiene per la sua storicità e importanza il primo posto, né può con esso essere confuso. Dice che S.E. Mussolini spontaneamente rilevò l’inopportunità di queste imitazioni, che non sono altro che ripristini di feste locali e che avrebbe provveduto a dare a Siena la dovuta valorizzazione del suo inimitabile spettacolo. Infatti a pochi giorni di distanza una lettera di S.E. il Prefetto comunicava che il Duce con apposita ordinanza aveva disposto che l’appellativo Palio fosse esclusivamente riservato al nostro Palio, indicando anche la denominazione da darsi alle altre feste cittadine altrove rimesse in uso. Il Podestà fa rilevare l’alto valore di questo atto del Duce e la benevolenza dimostrata alla città nostra la quale acquista il giusto riconoscimento del suo rito secolare come Festa italiana, prima tra le altre con simili manifestazioni locali; ed invita gli adunati a dimostrare al Duce la gratitudine delle Contrade per sì spontanea e immediata decisione”.
I senesi invitarono anche più volte Mussolini ad assistere alla loro corsa, ma le vicende internazionali, dalla campagna d’Etiopia alla guerra civile in Spagna, occuparono il Duce su fronti più delicati e sanguinosi del Palio.

Il podestà Buronzo abbozza una protesta
“Tradita la sostanza della nostra sfida”

Con ben diverso spirito fu accolta invece ad Asti la decisione del Governo che il Prefetto di Asti Francesco Felice comunicò al Podestà Buronzo con due lettere dello stesso tenore inviate a 14 giorni l’una dall’altra. Queste due comunicazioni, burocraticamente protocollate, sono conservate all’Archivio Storico del Comune di Asti, ma in nessun archivio astigiano è reperibile la comunicazione scritta inviata da Roma alla Prefettura che in quegli anni aveva sede a palazzo Ottolenghi.
Comunque, non è mancata una replica del Podestà Buronzo, che il 24 giugno 1935 esprimeva al Prefetto lo stupore della municipalità per la decisione piovuta dall’alto. In quella lettera, riferendosi anche alle antiche cronache del Ventura, Buronzo afferma con piglio: “Il carattere primo del Palio di Asti non fu mai quello di un giuoco istituito per dilettare il popolo, ma bensì quello di una ostentazione vera e propria di ardimento giovanile che gli astigiani facevano presso la città vinta: carattere quindi guerriero. Per Siena invece la corsa è ben diversa. La sua corsa è la metamorfosi di un giuoco… non si vede quindi la ragione su cui Siena abbia potuto fondare la sua pretesa… Ho voluto, Eccellenza, esporLe così molto sommariamente le evidenti ragioni per cui il provvedimento ha meravigliato me e gli astigiani, mentre d’altra parte lascio del tutto in di Lei facoltà di far presente o no la cosa all’On/le Ministero perché la decisione venga limitata a quei casi dove veramente si tratta di creazioni nuove per arricchire programmi di feste patronali od altro. È inutile poi che Le dica, Eccellenza, che la nuova denominazione proposta di “Certame cavalleresco” come tradisce nella lettera la sostanza della manifestazione, così segnerebbe la fine non della tradizione, la quale è storia, ma dell’entusiasmo e del favore con cui tutto il popolo astigiano si dedica ed accorre alla corsa, richiamando anche con la eco forte e festosa del suo Palio una moltitudine lusinghiera di forestieri e di personalità da ogni parte”.
Il disappunto alla notizia del “divieto di Palio” è confermato anche da altre fonti.
Il titolare della parrocchia di San Martino, padre barnabita Enrico Maria Rizzi il 12 giugno 1935 scrive a Buronzo: “Si capisce il reclamo di Siena contro ogni carosello o sfilamento di cavalli e uomini in costumi antichi con corsa o no, perché non si chiami Palio – si legge nella lettera -. Siena non può però vantare il monopolio nemmeno del nome di Palio… per Asti il nome è essenziale. Il cambiarlo sarebbe snaturare la cosa stessa… Siena avrebbe ragione se il nostro Palio avesse soltanto i 6 anni compiuti e non avesse la storia antichissima e gloriosa che ha… Asti e la sua nuova Provincia non meriterebbero proprio quest’anno una tale menomazione”.
Passano i mesi e la corsa ad Asti è regolarmente indetta anche nel 1936. Ma nella primavera successiva viene presa le decisione di rinviare la manifestazione all’anno successivo. “Questo Consiglio ha deciso di rinviare al prossimo anno 1937 la tradizionale e vivacissima corsa del Palio in considerazione soprattutto delle attuali contingenze” si legge in una lettera del 20 marzo 1936 che il Podestà Domenico Molino (in carica dal 15 ottobre 1935), in qualità di presidente del Consiglio del Palio, invia ai Rettori dei Rioni Urbani e ai Podestà dei Comuni rurali. Nella stessa lettera si legge inoltre l’invito a non disperdere il patrimonio di ciascun rione e Comune, costituito anche di costumi e bandiere, da conservare con molta cura e che “i fondi che si risparmiano quest’anno siano accantonati per l’anno venturo e per la ripresa della storica manifestazione”. Sono vivi, quindi, l’intenzione e il desiderio di ripristinare la corsa per l’anno successivo.

Quel “Palio astigiano”
corso in Etiopia con gli asini

Va annotata una curiosità che, nonostante la sospensione, domenica 3 maggio 1936 un Palio astigiano si disputa in Etiopia a 350 Km da Addis Abeba, sulle rive del lago di Ascianghi. Lo organizza, certamente con un pizzico di nostalgia, un gruppo di astigiani appartenenti alla Milizia di stanza in quel lontano distaccamento. In mancanza di cavalli – è il caso di ribadirlo – corrono gli asini. Succede anche in Etiopia con sei asini abbinati ad altrettanti rioni cittadini astigiani. Secondo le cronache Santa Maria Nuova si aggiudica una “borsa” di talleri, avendo la meglio su Ponte Tanaro, San Martino, Duomo, San Secondo e San Pietro. Torniamo ad Asti. Nel 1937 il Palio fu programmato e questa volta con il nuovo nome imposto dal Regime di Certame cavalleresco, ma viene sospeso in extremis. Così scrive La Provincia di Asti del 1° maggio 1937: “La notizia del rinvio ha stupito e addolorato molti astigiani, soprattutto quelle categorie di persone che ritraevano dalla manifestazione indubbi vantaggi, sia per il complesso di spese che l’organizzazione comporta, sia per l’eccezionale accorrere di forestieri in Asti in una giornata di festa e d’entusiasmo. Eppure il Comitato ordinatore ha dovuto, con rincrescimento, adottare il provvedimento del rinvio per un complesso di ragioni che non ammettevano altra decisione.
La concomitanza di altre manifestazioni di carattere sportivo, culturale, economico nella regione nostra; l’incalzare dei lavori agricoli nel periodo della Corsa a causa dell’andamento stagionale e – diciamolo pure – la mancanza dell’indispensabile spinta e collaborazione da parte delle categorie di persone maggiormente interessate a coadiuvare finanziariamente l’organizzazione hanno fatto considerare le eventualità di una menomazione di quello che fu lo spettacolo e l’entusiasmo che coronò le precedenti manifestazioni e perciò la opportunità di rinunziare piuttosto che retrocedere”. Insomma, si era spento l’entusiasmo. Il Palio, comunque, non fu più corso. Sarebbe venuta la guerra e ben altri affanni. Per la ripresa della manifestazione si è dovuto attendere fino al 24 settembre del 1967.
A pesare su quella rinuncia di trent’anni prima furono problemi economici ed organizzativi, forse solo in parte veritieri. O forse, raggiunto l’obiettivo di costituire la nuova Provincia, di un Palio senza più nome si poteva anche fare a meno.

Le schede

Asti fa risalire il suo Palio almeno al XIII secolo. Uno scritto di Guglielmo Ventura, cronista dell’epoca, riporta infatti come la corsa si sia svolta intorno alle mura di Alba il 10 agosto 1275 in segno di beffa nei confronti degli albesi, vinti in battaglia. La frase “Sicut fieri solet Ast in festo beati Secundi” lascia intendere che la corsa del Palio fosse ad Asti un’usanza consolidata nel giorno della festa del Patrono San Secondo. È quindi probabile che le origini della corsa astese siano ancora più antiche, e precedenti, a quelle di Palii disputati in altre località italiane.
La città di Siena, per contro, rivendica l’origine della sua corsa, sostenendo come già nel XII secolo si corresse un Palio in onore di San Bonifazio, il santo cui era intitolata l’antica Cattedrale senese, poi sostituita dal Duomo attuale dedicato a Santa Maria Assunta. Altre fonti senesi indicano che il Palio esistesse già prima del 1310, anno dal quale il 16 agosto si intitolò alla Madonna Assunta.
La sfida tra i cavalli montati “a pelo”, senza sella, ad Asti è vissuta per secoli sulla corsa “alla lunga” su una distanza di 2525 metri. Il cippo di pietra tuttora esistente accanto al passaggio a livello del Pilone, fino al 1860 segnò il punto di partenza della corsa che entrava in città per Porta San Pietro e, percorrendo la Contrada Maestra (oggi corso Alfieri), finiva all’attuale slargo dei Tre Re. Nel 1861 il Palio venne spostato nell’attuale Campo del Palio (la piazza realizzata solo pochi anni prima), ma ben presto perse ogni sua connotazione originale, divenne una normale corsa di cavalli e nel 1863 fu sospeso.

Il 19 maggio 1935 si disputò l’ultima corsa del Palio di Asti, prima della sospensione durata fino al 1967. Il quotidiano “La Stampa” di mercoledì 8 maggio così presentò l’evento a firma del giornalista Riccardo Scaglia: “Rilevata testé al rango di capoluogo di provincia, l’operosa e forte città dell’Alfieri vuol mostrarsi — anche in questa occasione — degna del suo passato glorioso. Ogni rione cittadino, ogni frazione suburbana e ogni Comune dell’antico contado gareggiano di zelo nei preparativi della manifestazione, che si svolgerà il 19 maggio e alla quale è assicurato l’intervento di Augusti Principi di Casa Savoia.
E tutti aspettano ansiosamente l’alba della gran giornata, che vedrà ripetersi in un’atmosfera di schietta festevolezza popolare la gara equestre plurisecolare. Nel cuore della gente astigiana, tenacemente legata alle tradizioni, è stato sempre vivo l’amor dei cavalli: terra di fieri cavalieri è infatti questa patria del martire San Secondo, che in vetusti dipinti e in monete cinquecentesche è raffigurato a cavallo. Il ciclo del festeggiamenti in onore del Santo Patrono avrà la sua più notevole manifestazione nella corsa del Palio che si svolgerà domenica 19 corrente sulla vasta piazza Emanuele Filiberto, secondo le norme di rito dettate dall’apposito “Consiglio del Palio”. All’organizzazione del tradizionale torneo — al quale parteciperanno quest’anno quasi tutti i Comuni della ricostituita provincia astigiana — attendono alacremente, col podestà on. Buronzo, il segretario capo del Comune avvocato Nosenzo e il vice segretario cav. Bosso. E tutto lascia credere che quella del diciannove maggio sarà per Asti una giornata gioconda di festa e di fiero orgoglio”.
Accompagnata dal bel tempo, si svolse così la corsa del 1935, seguita da almeno 50.000 persone. Curioso il fatto che da Torino giunsero in treno oltre mille artigiani, tutti riconoscibili per uno speciale distintivo: erano stati i donatori del drappo del Palio, rendendo così omaggio a Buronzo, presidente nazionale degli artigiani. Ospite d’eccezione, il Duca di Pistoia cui il Capitano del Palio Aldo Massano si rivolse con la frase di rito per ottenere il permesso di correre. Ottenuto l’assenso del Principe, fu però il Podestà Buronzo a dare la “licenza di correre” il Palio.
Tre batterie di sei cavalli ciascuna precedettero la finale, corsa dai primi tre classificati di ciascuna eliminatoria. Dopo una partenza in gruppo, il primo a tagliare il traguardo fu il cavallo di Santa Maria Nuova, montato da Giacomo Boccardo. Dietro, Vincenzo Viarengo per Ponte Tanaro con San Secondo terzo e Torretta Santa Caterina quarta. A San Silvestro, ultimo, andò l’acciuga.

Sebbene siano pochi gli astigiani che ancora ricordano la corsa del Palio degli Anni ’30, alcuni Comitati conservano gelosamente nelle loro sedi i drappi vinti all’epoca.
È il caso, del Comitato Palio di Viatosto che espone il drappo vinto nel 1931 o di San Martino San Rocco che possiede quello conquistato nel 1934. Sebbene il Palio di Asti sia stato interrotto per più di 30 anni, fu mantenuta la tradizione di effettuare nel giorno della festa patronale una “stima”, seppur fittizia, e di donare il drappo stimato (per anni sempre lo stesso) alla Collegiata di San Secondo.
Altro punto di congiunzione tra gli Anni ’30 e la ripresa del ‘67, fu anche la presenza tra i Magistrati, al seguito del Capitano Pasetti, del Conte Marco Gazelli di Rossana, figlio di Callisto, che fu Magistrato nel 1931 e nel 1932.
Oltre al recupero di alcuni costumi degli Anni ’30 per il gruppo del Comune, nell’anno della ripresa tornò a sfilare il vecchio Carroccio, utilizzato fino al 1935. Nel 1967 venne recuperato sotto un porticato del Casermone di San Rocco, ancora adornato dai simboli fascisti. Gabriele Pellegrini, il funzionario del Comune che si occupò in gran parte della rinascita della manifestazione, ideò le modifiche di alcuni elementi per poterlo riutilizzare. Qualche anno dopo, poi, al Carroccio vennero applicati alcuni pannelli decorativi, a sbalzo su lamiera, disegnati da Ottavio Coffano. Fu utilizzato fino al 1985 e l’anno successivo fu sostituito da quello attuale, progettato da Roberto Nivolo. Caduto in disuso, il Carroccio degli Anni ’30 purtroppo fu abbandonato in un terreno dell’ex zona militare del Pilone. Sarebbe stato una bella testimonianza per un futuro e auspicabile museo del Palio.

L’AUTORE DELL’ARTICOLO

Alessandro Sacco
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