Mio padre ne era certo: “Quattro sono i tre re magi”

Tutto è cominciato quando sentii da mio padre una sorta di cantilena che di tanto in tanto ripeteva a sé stesso, quasi un rosario anche per ingannare il lungo tempo della cucitura, quando il lavoro del sarto si faceva più pesante e il tempo non passava più: “Quattro sono i tre Re Magi”, ricorrendo a un presente mitico che rendeva vivi quei personaggi dei nostri presepi di carta, che la dicevano lunga sulla povertà dell’ultimo dopoguerra. Ma i Re Magi erano canonicamente tre e non quattro, obiettavo io.
A mio padre Cesare, sarto in Cossano Belbo, rivolsi parole che irridevano quella sua certezza. Chi fosse questo Quarto Re Magio, che scompaginava la mia vissuta tradizione della minore età, resta per molti versi ancora una formula d’oralità difficile da ricostruire nel contenuto. Mio padre seppe solo dirmi che questo giovane re, partito da tanto lontano, da terre di ghiaccio, perduta per strada la stella cometa, vinto da tante vicende, ostacoli, avventure e disavventure, giunse alla sacra meta non alla nascita di Gesù, ma trentatré anni dopo, per vederlo morire quale Cristo in croce.
Una narrazione che mi ha portato a cercare conferme sul territorio delle nostre colline alla quale per ora non sono riuscito a trovare riscontro, nella sempre più labile memoria orale che le generazioni del presente non sono più in grado di riportare alla conoscenza. Un folklore che non è mai affiorato anche nelle rappresentazioni sacre del tempo della Natività che sono ancora sporadicamente attive.
Eppure, di quattro e più Re Magi si è nutrita una letteratura straordinaria che ha attraversato il lungo tempo mitico e storico trascorso dagli epifanici fatti di Betlemme al presente. Così nelle pitture che illustrano questo millenario percorso, di tanto in tanto si trovano più Re Magi impegnati a seguire la stella cometa.
Nelle catacombe di Domitilla, nella Roma sotterranea del IV secolo, i Magi raffigurati che portano doni sono quattro, mentre nella Catacomba dei Santi Marcellino e Pietro, del III secolo, sono due. «Esistono poi tradizioni orientali in cui i Magi sono addirittura dodici come gli apostoli» (Bettini, 2018, pp. 86-87).
D’altra parte, nel Vangelo canonico di Matteo si attesta l’unica presenza dei Re Magi dove si dice genericamente che «alcuni magi giunsero da Oriente a Gerusalemme» (Mt 2, 1-12). I tre Magi s’impongono perché il numero tre ha profonde connotazioni simboliche che rinviano alla concezione teologica di Dio.
Le connotazioni simboliche del numero tre

I tre doni (oro, incenso e mirra) che definiscono e riconoscono la divinità del bambino nato a Betlemme indicano a loro volta il valore del numero trinitario che si è imposto.
I Magi, inoltre, sono anche considerati, oltre che re e saggi, maghi e quindi il nesso con il numero tre che li definisce, è interpretativo del magismo che il tre possiede anche nel mondo popolare. Nel quadro folklorico dell’immaginario magico-religioso che caratterizza l’epifanico mondo contadino, possiamo ipotizzare di collocare un affresco di metà Quattrocento presente nella cappella di San Maurizio di Castelnuovo di Ceva, nell’areale collinare del sud del Piemonte dove, accanto ai tradizionali tre Re Magi che portano doni al Bambinello, vi è un giovane che da alcuni è riconosciuto come un palafreniere dei Re: ma se messo in relazione a quelle poche parole dette da mio padre potremmo ritenere elemento indiziario di una natività dal profondo nesso con il folklore dell’Epifania che ha attraversato e nutrito le nostre colline con un’oralità primaria che si trasmetteva di generazione in generazione senza l’ausilio della scrittura.
E mentre maturavano questi frammenti di saperi, il fortunato ritrovamento di un racconto di più lustri or sono, creato da Luciano Nattino, narra del quarto Re Magio. Una sorprendente testimonianza che mi riporta a quando, durante la lunga malattia di Luciano, gli parlai del mio ricordo riaffiorato. Mi rispose con i suoi occhi di verità che la tradizione dei quattro Re anch’egli l’aveva intesa. Un frutto puro di tradizione che lo aveva portato a scrivere per un’epifanica rappresentazione sacra che si accompagnasse al suo amato Gelindo, presepiale personaggio popolare delle nostre terre.
È il pastore Gelindo il nostro Quarto Re Magio?

Il Gelindo, frutto di antica tradizione, portato in scena da decine di compagnie amatoriali oratoriali, è stato ripreso e teatralizzato nell’Astigiano con la regia e drammaturgia di Luciano: nel 1977 nacque infatti intorno al Gelindo la Compagnia “Angelo Brofferio”, con Emanuele Pastrone, Tino Perosino, Gina Giannino, Adriano Rissone, Gianluigi Porro e altri. L’attesa recita natalizia fu realizzata in seguito con l’apporto di attori di altre formazioni. Dal 2007 viene rappresentata inoltre una versione “da veglia”, sempre pensata da Nattino e affidata al gruppo folk “J’Arliquato” di Castiglione d’Asti.
A pensarci bene Luciano aveva senz’altro colto la continuità e contiguità semantica tra il Gelindo e il Quarto Re Magio. Non è vero che Gelindo accorre da queste colline alla grotta del Bambino? Non si attarda per strada e più volte ritorna sui suoi passi: “Gelindo ritorna!”, per controllare che la cascina non debba soffrire della sua assenza? Un va e vieni che lo rende, involontariamente, protagonista delle vicende legate alla Natività.
Un teatrale tergiversare che ancora appartiene ai modi di dire delle nostre colline e che tre simbologia abbiamo ancora sentito rivolgerci dai nostri nonni: “Gelindo ritorna!”, quando dopo la partenza da casa si ritornava anche più volte per recuperare alcune cose dimenticate che appartenevano all’esigenza dell’andare.
A partire da questi frammenti di conoscenza, da un Gelindo che sempre più assomiglia morfologicamente al Quarto Re Magio di casa nostra, sulle colline dell’Astigiano, con originale intelligenza di tradizione, Luciano Nattino ha saputo innovare la storia del quarto di tre Re Magi che ha perso la divina luce della cometa.
La tradizione di luce del ceppo di Natale

Oggi si ri-racconterà ancora questa storia che non appartiene alla storia, completando il presepio di una figura che è la più umana del corteo regale giunto alla grotta, di una statuina di cui non sapevamo più ma che ci mancava comunque tanto e che Antonella Armosino sta facendo rivivere nel suo originale presepe che verrà esposto in un qualche fortunato paese di queste colline.
Se poi, alla fine della fine, aggiungiamo a questa storia del mondo un’usanza natalizia dei nostri paesi di collina, narrata a Franca Garesio dalla suocera, detta nonna Cichina, il nostro sacro teatro natalizio si amplia ancora. Quando la nonna, nata nel 1909, era bambina, il padre, nonno Angelo Arri, la vigilia di Natale portava i suoi quattro bambini al vicino crocevia (in una frazione di Cossombrato circondata da boschi) e lì, ogni anno e sempre all’imbrunire, insieme accendevano il ceppo di Natale, che doveva indicare la strada a Gesù Bambino. Una tradizione ritrovata che spiega il perché ancora oggi bruciamo il ceppo natalizio nel camino.
Un fuoco che indica la strada al Bambino Gesù e che nel contempo lo riscalda nel suo viaggio per la terra a portare i doni ai bambini. Un fuoco, un falò che è anche la luce che guiderà i Re Magi quando la stella cometa li abbandonerà. La rinascita del mondo inizia anche da questo ceppo all’incrocio di sperdute strade che segna il ritorno della luce, quella che ha indicato ai tre Re Magi Betlemme che il quarto Re non ha raggiunto, perduto in un altrove spaziotemporale di umana divinità.











































