L’Astigiano, come le colline del Piemonte meridionale, possiede un profondo quanto straordinario substrato culturale che in alcune parti è osservabile ad occhio nudo mentre per altri aspetti fa parte di un sommerso mitico, rituale,
che non sempre è leggibile in trasparenza e occorre condurre approfondite “trivellazioni culturali”.
In questo numero di Astigiani ci si occupa di cambiamenti climatici (da pagina 14). Dobbiamo fare i conti con un clima che sempre più si ribella ai nostri comportamenti. In questo quadro ambientale d’incerti futuri, un contributo può anche essere suggerito da una riflessione sulle culture della tradizione, sul modo di vivere e condividere la terra.
Le campagne magico-religiose che ancora abitavano attivamente la prima parte del Novecento contadino portano a riflettere sul come il rapporto con la terra fosse intriso di sacro. Un sacro che Cesare Pavese vedeva fiorito sulle alte colline dove le piccole chiese campestri che dall’alto dell’erto guardavano a valle erano l’esempio della divinità che si evidenziava nelle forme e nelle sostanze del paesaggio.

Ancora poco studiato è il ciclo santorale delle nostre campagne. I santi che presiedono ai paesi, alle singole colline che del santo portano il nome, alle borgate, alle singole cascine identificabili per i piloni votivi e le immagini sacre, narrano di una devozione popolare connessa al ciclo della vita e dell’anno.
Un ciclo che non inizia con il calendario ufficiale. Un tempo sacro che prende avvio con la fine dei raccolti e la preparazione della terra prima del grande letargo invernale.
L’11 novembre san Martino è la fine dell’annata agraria
Il giorno dei traslochi contadini
L’undici di novembre, giorno di san Martino, presiede alla fine e all’inizio dell’annata agraria. Il santo cavaliere che taglia in due il mantello per donarne la metà al povero che rappresenta Dio, taglia in due i lavori dei campi.
Non a caso i traslochi che i poveri contadini ancora nella seconda parte del Novecento facevano alla ricerca di una campagna meno avara di frutti e meno avara di un padrone, che si tratteneva la metà dei raccolti, avvenivano in
questo giorno.
“Far sanmartino” voleva dire essere perseguitato dalla fenogliana mala ora dell’essere un contadino senza terra, e il sacro guerriero nella sua generosa santità proteggeva il tempo del trasloco regalando alcuni giorni di tempo tiepido: l’estate di san Martino, appunto.
Sant’ Antonio abate con un maiale ai piedi protegge gli animali

Il 17 gennaio era un altro grande giorno di marca presieduto da sant’Antonio
abate che nell’iconografia popolare viene rappresentato con un maialino ai piedi.
La figura inferica di cui il santo aveva vinto, eremita nel deserto, le tentazioni,
nel tempo è cambiata di segno tanto da rappresentare, per il mondo contadino della tradizione, la protezione del santo verso gli animali della cascina. Non a caso il tempo dell’uccisione del maiale coincideva con la ricorrenza del santo che indicava il variabile tempo lunare del Carnevale e una parte della carne macellata serviva per iniziare un tempo trasgressivo, un contro ritmo di abbondanza e di condivisione che terminava con la quarantena del digiuno quaresimale.
In questo periodo i santi folklorici come san Biagio, la Madonna della Candelora, sant’Orso dialogavano con la variabilità della luna per indicare
che il tempo festivo coincideva anche con la potatura e quindi con il risveglio della natura. Santi che permettevano di predire se l’annata che stava per gemmare sarebbe stata propizia.
Della grandine che incalza la vita del contadino della tradizione, che non possiede strumenti per difendersi dal ghiaccio estivo che può distruggere i
campi anche per più cicli agrari, e delle pratiche magico-religiose che dovevano difendere la cascina e la comunità, abbiamo già detto in un articolo su Astigiani del settembre 2019, n. 29, pp.13-15.
Qui intendiamo riprendere un santo molto amato dai contadini: san Grato. Vescovo che, secondo la tradizione, trovò, guidato da un angelo in Terrasanta, in un pozzo e portò in Occidente la testa di san Giovanni Battista. Nell’iconografia religiosa popolare viene solitamente rappresentato mentre, con la testa del Battista, indirizza la grandine e il fulmine nel pozzo. Un gesto su cui non abbiamo riflettuto abbastanza.
Il santo indirizza la maledizione celeste nel pozzo affinché si trasformi in acqua buona, e quindi benedizione celeste che permette di vincere la siccità che ha sempre perseguitato la vita nelle campagne.
Le sitibonde colline del Monferrato furono, con la “benedizione” di Mussolini,
raggiunte nel 1934 da un acquedotto che allentò la morsa della sete delle
campagne. Gran parte della Langa dovette aspettare gli Anni Sessanta e oltre. Il gesto miracoloso di san Grato recupera la tempesta devastatrice e la
trasforma in acqua utile.
La vita contadina come ben sappiamo si fondava sulla capacità di recuperare, reinventare, rifunzionalizzare ogni cosa, affinché nulla finisse in pattumiera. Il miglior esempio di quella che oggi chiamiamo “economia circolare” era nel letamaio in cui venivano messi a macerare gli scarti che erroneamente definiamo meno nobili degli animali, degli uomini e dei vegetali: diventavano prezioso concime della terra e parte sostanziale della speranza di futuri raccolti.

San Grato va considerato il protettore dagli eventi atmosferici
È a partire da questa considerazione che vorremmo proporre san Grato come il santo a protezione degli eventi climatici, un santo che sovraintenda a un’ecologia buona, sana, pulita e giusta. È pur vero che questo compito è già stato assegnato a san Francesco, che di natura e di rapporto con il mondo
vegetale, animale e umano ha dato ottime prove di comprensione e di santità.
Ma poiché lo storico santo d’Assisi è già protettore dell’Italia e dell’Europa, ben comprendiamo che i compiti assegnati possono mettere a dura prova la sua santità, la capacità d’intervenire prontamente per miracolare un mondo che sempre più è sordo alle buone intenzioni del sacro che si evidenzia. Per questo motivo riteniamo che l’iconografico miracolo di san Grato, che ritroviamo in tante chiesette delle nostre colline, possa comunicare il suo
ormai millenario lavoro a protezione del clima che si fa minaccioso per l’esistenza dell’uomo e del mondo.
Il tornante che stiamo affrontando è difficile. Dobbiamo ripartire dalla
memoria del passato per tradurre i saperi della tradizione nell’intelligenza
del presente, nelle opportunità che la scienza ci suggerisce. Si tratta dunque di ricostruire il calendario circolare dell’oralità, quel tempo e quello spazio che sapevano sintonizzarsi con i ritmi della natura.
Un patrimonio che dobbiamo consegnare alle nuove generazioni quale risorsa per la risorsa per la costruzione di un più certo futuro.












































