A 85 anni compiuti vorrei aggiungere per Astigiani il mio tassello di ricordi a quelli che hanno contributo a raccontare la straordinaria storia di come arrivò il jazz ad Asti. È una storia che ha fatto emergere personaggi di primo piano del panorama musicale internazionale.
Qui vorrei ricordare l’ambiente, le sensazioni, le amicizie che hanno consentito tutto questo, con il privilegio di poter dire “io c’ero”. Siamo ad Asti, la guerra è finita da qualche anno e noi giovani, che l’abbiamo vissuta da bambini, la vogliamo dimenticare in fretta. Guardiamo all’America, con i suoi film, gli scrittori che ci erano fino ad allora sconosciuti e naturalmente anche alla musica. Siamo negli anni 1954-1955: un gruppo di studenti liceali scopre il jazz americano sui dischi d’importazione.

Pochi di noi lo avevano già ascoltato, era musica sconosciuta alla maggioranza. Decidiamo di formare un’orchestrina per suonare il nostro jazz e farlo conoscere a tutti. Chiamiamo il nostro gruppo “Original Barrelhouse Jazz Band” che, come dirà poi Paolo Conte, era un nome da “bordello di New Orleans”. Va detto che nessuno dei componenti conosce la musica, eccetto il pianista, però impariamo bene alcuni brani a memoria. Siamo neofiti ricchi di entusiasmo.
Mi ricordo l’esordio a carnevale. Troviamo spazio insieme ai carri allegorici sul pianale di un camion che ci porta in sfilata da piazza Alfieri alla Cattedrale e ritorno. Noi suoniamo Tiger Rag e When the Saints Go Marching in, in mezzo alla folla incuriosita e divertita. Prendiamo coraggio e partecipiamo al “Festival delle Orchestre Astigiane” nel salone da ballo dei “Ferrovieri” e risultiamo tra i gruppi più graditi al pubblico, dapprima sorpreso, incredulo, poi trascinato dal ritmo e dallo swing, mai sentiti prima.
Allora si facevano poche foto e quelle poche sono andate perdute. Peccato. Se qualcuno per caso le avesse, le renda pubbliche: sono pepite preziose della vita di quegli anni ad Asti. Io suonavo volonterosamente la tromba e con me c’erano, oltre a Paolo Conte, Gigi Caramagna, Beppe Scialuga, Gian Luigi Bravo, Giuliano Ponte alla batteria, Gianfranco Occhiena. Poi venne Mingo Chiodo, clarinettista da Genova, detto il Duca, noi lo chiamavamo il maestro, ci insegnò a suonare con i suoi metodi originali.
Dovevamo cercare una sede per poter provare e suonare in continuità: troviamo un grande salone in via Hope 2, che era la sede del circolo Alpini (da questi usato per le loro riunioni e serate danzanti). Lo affittiamo per tutti i sabati pomeriggio e fondiamo l’Usma (Unione Studenti Medi Astigiani). Suonavamo tutti i sabati, il nostro amato jazz (più qualche canzone dell’epoca), ottenendo grande successo e partecipazione di giovani, ragazze comprese.
Con l’esame di Maturità quel gruppo si scioglie; la maggior parte di noi va a Torino all’università e percorrerà strade professionali diverse. Anche da un punto di vista musicale seguiamo percorsi diversi. C’è chi smette definitivamente, chi si inserisce nella realtà musicale torinese, chi, come Paolo, studia da avvocato ma non smette di suonare e comporre e poco per volta diventa quello che oggi, tutti conoscono. E noi, i ragazzi di allora, possiamo dire “ho suonato con Paolo Conte”.
Dopo decenni riprendo a suonare con la At Big Band 82

Spostiamoci di oltre vent’anni avanti: 1982. Per me sono arrivati il matrimonio, poi i figli, sono diventato farmacista e non ho ancora smesso. Invece la mia tromba non suona più da un pezzo, ma seguo il jazz attraverso l’ascolto dei dischi. Un giorno di fine settembre, alcuni amici jazzisti mi avvisano che quella sera si sarebbero trovati al Teatro Don Bosco per suonare insieme, come puro divertimento, qualche brano.
Accetto l’invito e all’ingresso in teatro mi trovo davanti 20 elementi con i loro strumenti, pronti a incominciare. Vogliono creare una big band e affidano il compito di maestro al caro amico Italo Boero, a me quello di direttore artistico e all’amico avvocato Gianfranco Valente la pubblicità e le pubbliche relazioni.
La cosa più straordinaria era che quest’orchestra – la chiamammo “At Big Band 82” – che non produceva un soldo né in entrata né in uscita, funzionava! Aveva una sede gratuita al Teatro Don Bosco (grazie ai Salesiani), aveva una struttura tra i 15 e 18 strumentisti con a capo di ogni sezione un big nel suo genere: Pippo Colucci (tromba), Gianni Bogliano (trombone), Gianfranco Amerio (sax) e molti studenti di conservatorio diventati poi famosi in anni seguenti (Felice Reggio, Luca Calabrese, Luigi Gallia, Fulvio Albano, Giorgio Pettenuzzo, Valerio Signetto, Michele Lazzarini ecc.).
Dopo l’esordio in Asti al Teatro Don Bosco intorno a Natale del 1982 con grande successo di pubblico, incominciammo a essere invitati in giro (Nizza Monferrato, Acqui Terme, Villanova, Saint Vincent ecc.): ma per fare il salto di qualità, ci voleva qualcosa in più. L’occasione si creò grazie all’interessamento di un grande sassofonista astigiano: Gianni Basso.
Il primo impatto fu quando portò l’orchestra al “Festival del Jazz” di Ivrea, poi a Novara e anche a Torino a suonare insieme ai grandi big americani e inglesi come Benny Bailey e Tony Scott. Dell’epoca sono le registrazioni all’Auditorium della Rai di Torino, il concerto al “Capolinea” di Milano e l’uscita del disco Miss Bo. Contemporaneamente ci portò un grande musicista e compositore: Dusko Gojcovic, che offrì una serie di composizioni molto personali all’esecuzione della At Big Band, che le aggiunse al suo repertorio.
La At Big Band aveva ormai un giro nazionale e richiedeva quindi una direzione artistica esperta e specializzata in rapporto all’evolversi dell’orchestra. Ci consultammo tutti insieme (come avevamo sempre fatto) e decidemmo all’unanimità di metterla definitivamente nelle mani di Gianni Basso, l’unico che le potesse garantire uno sviluppo e una continuità.
In effetti per parecchi anni la convocò e la esibì in molte occasioni (festival, rassegne musicali), sempre con il grande favore del pubblico e della critica specializzata. L’ultimo concerto fu il 1° maggio del 1990 in occasione della Fiera Città di Asti. Gianni aveva un sogno: far diventare Asti una città del jazz. Non lo hanno capito.
Questi ricordi non vogliono essere una storia esaustiva del jazz astigiano, rappresentato nel mondo da musicisti di fama internazionale, come Gianni Basso e Dino Piana. Sono semplicemente un racconto di cosa può far nascere il jazz. Da quel nostro gruppo di giovani studenti al grande complesso formato da impiegati, operai, studenti, professionisti della musica: tutti insieme per dare voce alla nostra passione chiamata jazz.
Visto su Astigiani
Mingo Chiodo – Una vita per la musica n. 3 – marzo 2013 – pag. 98
Paolo Conte – Confesso che ho vissuto n. 34 – marzo 2021 – pag. 55












































