L’astigiano Manlio Graziano insegna geopolitica alla Sorbona di Parigi e alla Paris School of International Affairs di SciencesPo. Scrive per il Corriere della Sera e per Limes.
Ha pubblicato oltre dieci volumi in Italia, Francia, Stati Uniti, Spagna e Albania. A giugno è uscita la sua prima opera di narrativa Mondo birbetta! Cronache italiane del secolo Ventesimo (Edizioni Nuova Argos, Roma, 2021, pp.300, 10 euro).
Un racconto in cui l’autore dischiude le pesanti porte dei ricordi familiari, intrecciati con lo scorrere della grande Storia, con una tagliente ma classica sapienza della lingua che si serve di vocaboli e cromie sonore mai casuali. In questo contributo per Astigiani Graziano racconta la genesi dell’opera offrendoci pillole di ricordi legati alla nostra città.


Quanta Asti c’è, in questo mio libro? Se ci penso, tanta. Ma non l’ho fatto apposta. Raccontando storie di famiglia, della mia famiglia, di me, che sono nato ad Asti, era inevitabile, si potrebbe dire.
Per me è sempre difficile, fastidioso e imbarazzante scrivere in prima persona. Nel mio mestiere – la geopolitica – scrivere in prima persona è un delitto: l’analista geopolitico deve evitare – sempre, comunque e in ogni luogo – di parlare in prima persona, che sia al singolare o al plurale.
Deve essere sempre fuori quadro, non presentarsi come parte di un gruppo, di una fazione o di un Paese, non mescolare i propri sentimenti e le proprie convinzioni, e tanto meno i propri interessi, con l’oggetto che sta cercando di
analizzare. Non è facile, certo, e non ci si riesce mai del tutto; ma proprio per questo lo sforzo deve essere moltiplicato per un fattore di scrupolosità.
È così che ho perso il vizio (che non ho mai veramente avuto, a dire il vero) di parlare in prima persona. Tanto più che non c’è molto da dire e, comunque,
nulla di interessante. A meno di non avere memorie esemplari, uniche e irripetibili, è meglio evitare di ammorbare il prossimo parlando di sé, o della propria famiglia. E nonostante tutto, Mondo birbetta! (che non è, dio ce ne scampi, un libro di geopolitica) è impalcato dall’inizio alla fine su ricordi familiari: dalla prima persona, quindi, non si scampa; anche se, in questa terza versione (la prima, terribilmente più lunga, risale al 1999), quasi tutte
le parti in cui si parlava di me sono sparite, e il libro (ma soprattutto il lettore) ne ha tratto un gran giovamento.
Le vicende familiari sono state il motore primo: una specie di album dove, al posto delle fotografie, si accumulavano storie, scritte per non perdere il raccordo col passato, col mio passato, e con quello delle persone che mi erano care.
Quello era stato, nel 1999, il mio primo impulso: scrivere per me, e per la mia fidanzata di allora, per guardare e riguardare insieme quelle fotografie fatte di parole, perché è con gli affetti più intimi che si condividono i propri ricordi.
Al di fuori di quella ristretta cerchia, gli album di fotografie o, per stare al passo coi tempi, le foto esponenzialmente accumulate sul cellulare, sono di una noia che schianta anche gli ippopotami. Poi, il libro ha preso una strada
diversa. Gli anni – e le fidanzate – passano, i pesi e le priorità si spostano, e le parole, la loro scelta e il modo di organizzarle, hanno preso il sopravvento sui ricordi. Senza, naturalmente, cancellarli.
Anzi, ho ripreso in mano quel testo del 1999 sedici anni dopo, proprio per tornare a quelle memorie private, man mano che i loro protagonisti ci lasciavano sempre più soli. Ma lo scopo non era intristirsi in sterili nostalgie
davanti alle foto ingiallite e corrose dal tempo; l’idea, invece, era ridar loro
colore, metterle in musica e danzarci intorno. L’idea era restituirle alla vita
con la forza delle parole. E le parole, per svolgere il loro compito rigeneratore, devono essere spartite, diventare pubbliche, anche se si servono di una materia (letteralmente: un pretesto) strettamente privata.
Così, Asti e gli altri luoghi della mia geografia familiare, sono diventati pubblici, loro malgrado.
Sono venuto via da Asti pochi mesi prima di laurearmi, per andare a lavorare in Francia. E ad Asti non sono mai tornato – ad abitare, intendo. Nel 1999, stavo da ormai quindici anni a Torino, e ad Asti tornavo ogni settimana, o quasi, a trovare i miei. Un giorno di primavera ci andai con la mia di allora fidanzata, in pellegrinaggio nei luoghi dove erano trascorse la mia infanzia e la mia adolescenza – cose che si fanno, penso, quando si è innamorati.

Portai la fidanzata al mio asilo alla “Lina Borgo”
Entrammo – era la prima volta per lei, ovvio, e per me la prima dopo esserne
uscito all’età di cinque anni – nell’asilo Lina Borgo, quello dietro la vetreria,
l’unico asilo non religioso di Asti a quei tempi, cosa di cui vado ancora fiero oggi, pur non avendone alcun merito.
L’asilo era sorprendentemente rimpicciolito: il salone – dove si facevano le recite, dove si mangiavano le minestre indimenticabili della cuoca Giannina, e si dormiva col capino sul tavolo nel dopopranzo – era poco più che uno stanzone, e l’enorme affresco dell’Italia tricolore, Istria compresa, era stato imbiancato; il cortile, dov’ero ruzzolato più volte correndo nei suoi infiniti spazi tra un albero e l’altro, si era ristretto come una camicia in terital infilata nell’acqua bollente.
Non ero deluso, ovviamente; non potevo aspettarmi di ritrovare le cose come le avevo lasciate decenni prima: l’arcigna direttrice, la signorina Borgo, nipote
dell’eponima, la soave maestra Marisa, la cuoca Giannina e il cortile immenso; ma dovevo avere un’aria strana, perché la mia fidanzata, uscendo di lì, mi disse cose che mi guarderò bene dal ripetere, ma che mi scaldarono il cuore, come si usa dire, o comunque ne accelerarono i battiti.
È così che decisi di raccogliere per lei tutte le memorie che potevo avere, di
me, del mio passato, e del passato del mio passato. Questo libro, insomma, è
stato castigatamente concepito in un giorno di primavera del 1999, in via Annibale Vigna, ad Asti – a pochi passi da quell’edificio sporgente di via Cavallotti dove abitavano i miei genitori quando venni al mondo, e che ospitò la mia prima culla.
Se le storie di questo libro hanno un perno geografico, quel perno è sicuramente Asti. Certo, c’è molta Toscana, Livorno soprattutto, dove sono cresciute le tre bimbe di Nonna Anna (che a sua volta è il perno di tutto il racconto); c’è il Veneto e c’è l’Emilia, da dove confluiscono i rami di questa famiglia di precoci migranti; c’è New York, dove sbarca tredicenne la nonna paterna, in piena guerra mondiale, scansando per puro caso le mine tedesche all’agguato sotto il filo dell’oceano; c’è molta Berlino, dove papà finisce involontario ospite nel gennaio del Quarantaquattro, dove impara il tedesco, e da dove scappa due volte.

Nonna Anna il perno dei miei ricordi
Ma il perno è Asti, anche perché la vita di Nonna Anna comincia e finisce ad
Asti, a novantacinque anni da una data all’altra.
Nonna Anna, in realtà, era nata nella provincia di Pisa e fu sempre profondamente pisana; ma la sua famiglia stava a Baldichieri, dove il papà era un’autorità del luogo, in qualità nientemeno che di capostazione ferroviario. Dopo le scuole elementari nel paesello, eccola nel 1910 impubere studentella al Regio collegio femminile, di fresco edificato sulle rovine della collegiata Sant’Anastasio, in corso Alfieri, di fronte al caffè Tre Re.
In quel solido edificio umbertino, severo e altisonante, trovò poi posto il
regio ginnasio, e il liceo classico “Vittorio Alfieri”, dove studiarono, nell’ordine, il papà di chi scrive, dall’anno XV era fascista, la mamma di chi scrive, dall’anno I dell’era democratico-cristiana, e dove fece finta di studiare molto
più tardi – quando la volubile era democratica-cristiana, ormai venticinquenne, faceva già marchette con i socialisti e presto, persino, con i comunisti – proprio lo stesso colui che qui vi scrive.
Rientrata in Toscana per obblighi ferroviari del padre, Nonna Anna sarebbe poi tornata ad Asti come profuga di guerra, nel Quarantaquattro, carica di figlie (tre), madre, cognata e altro parentado, dopo una marcia a tappe forzate da Marina di Massa a venire in su, tra una smitragliata e l’altra.
Intanto, ad Asti, erano successe altre cose. C’era lo zio Tullio, per esempio, futuro marito di una delle tre figlie di Nonna Anna, e unico aborigeno di razza (quasi) pura: quasi, per via di qualche appendice cuneese, ma nato ad Asti da Carmela Carbone, figlia di un’operaia della Waya (per chi sa, ancora, cos’era la Waya), diventata poi subito vedova, e poi sarta a domicilio, sempre chiusa in casa a cucire e a piangere, a piangere la sua vedovanza, e quel figlio scavezzacollo che fa a cazzotti con tutti, e che le porta la milizia in casa per aver cantato Bandiera rossa a nove anni, a una recita scolastica al Boschetto del Littorio.

Non si dimentica la “Ca’ dij diau” di piazza Dante
E poi, dopo le burrasche della guerra, e l’alluvione del Quarantotto, c’è il Circolo degli artisti, ci sono i balli al Salera e alla sede socialista, i soldi che arrivano a palate dagli americani e permettono l’apertura di nuove modernissime strade, in un alacre brusio di escavatrici e ruspe che fanno strage delle casette e dei giardinetti leziosi nascosti dietro la superstite (ancora per poco) Ca’ dij diau, all’angolo tra piazza Dante e via Pietro Micca.
C’è, nascosto tra le pieghe di una implicita allusione, il bordello di via Arò, uno dei più famosi di Asti, chiuso dalla legge Merlin nel 1958. Sì, c’è un’Asti un po’ vecchiotta, per forza di cose: capita spesso, nelle memorie. Che esistono proprio per evocare quello che non c’è più. L’importante è farlo senza nostalgia, quella canaglia.
Visto su Astigiani
• Un astigiano in cattedra alla Sorbona, n. 27 marzo 2019 pag 68












































