sabato 1 Ottobre, 2022
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NOVECENTO

Dai lampioni a gas alle lampade a led, storia della luce pubblica

1910
Per chi vive in un’epoca dove la luce è tanto abbondante da inquinare il cielo notturno, è difficile riuscire a immaginare le città prima dell’avvento dell’illuminazione pubblica. La prima tecnologia a rischiarare piazze e vie era basata sul gas, ma fu con l’arrivo dell’elettricità che ad Asti iniziarono anni di autentiche innovazioni. Le prime accensioni pubbliche furono accolte dallo scetticismo dei cittadini, ma la forza motrice possibile grazie all’energia elettrica serviva alle nascenti industrie: fu ciò che convinse la Way Assauto a stabilirsi ad Asti. La rete si allargò velocemente e vide addirittura la concorrenza di due aziende che si sfidarono per accaparrarsi gli utenti. Ci fu anche chi immaginò una centrale idroelettrica alimentata da un lungo canale, un’idea che è sopravvissuta e potrebbe, dopo oltre un secolo, diventare realtà.

Fino al 1910 ogni sera si accendevano 520 lanterne

 

Chi da generazioni è abituato ad accendere la luce premendo semplicemente il tasto di un interruttore, o di un telecomando, non pensa che poco più di un secolo fa le lampadine elettriche erano una novità accolta, a dire il vero, con sufficienza e senza entusiasmi. Molti preferivano le lampade a petrolio e per l’illuminazione pubblica si era piuttosto conservatori: andavano benissimo i lampioni a gas, accesi al tramonto e spenti all’alba. I primi in Italia furono installati a Milano nel 1832.  All’inizio del Novecento, le vie e le piazze di Asti erano illuminate da una rete di 520 lampioni a gas alimentati dall’Usina del Gaz, impianto a carbone situato nei pressi dell’allora Piazza del Mercato, odierno Campo del Palio, in direzione dell’attuale corso Cavalotti. Era un’attività che all’epoca dava occupazione a ventinove operai. Ogni sera, all’imbrunire, gli accenditori lasciavano la loro sede in via Pellicciai – oggi via Incisa – per accendere le lanterne nelle vie cittadine. Il gas era utilizzato anche nelle abitazioni e negli opifici privati, per un totale di circa 5600 “becchi a gas” installati. La diffusione dell’energia elettrica è stata, come si è detto, molto lenta. Le prime lampadine pubbliche a incandescenza furono accese nel 1882 a New York, due anni dopo in piazza della Scala e in piazza del Duomo a Milano. Era una novità che ci mise tempo ad affermarsi e la diffusione partì dalle grandi città. Agli inizi del Novecento nel comune di Asti non erano ancora presenti impianti di produzione, trasporto o distribuzione di energia elettrica. Risultavano installati solo 26 motori elettrici con una potenza complessiva di 102 cavalli, alimentati da generatori privati. Tra questi, uno dei più importanti era quello che faceva girare le pulegge della segheria “Armandi Carlo e figlio”, con laboratori in via Brofferio e piazza del Mercato. 

 

Sull’attuale corso Galileo Ferraris fu edificata dalla Società Astese una centrale per la distribuzione dell’energia elettrica. La nascita della rete elettrica era promossa da inserzioni pubblicitarie

 

Le prime due lampadine elettriche accese in piazza Alfieri nel 1900 per dar luce al concerto della banda

 

Va ricordato che il primo esperimento di illuminazione pubblica elettrica fu la posa di due lampade ad arco in piazza Alfieri, alimentate proprio dai generatori dei laboratori Armandi, per illuminare le esibizioni della banda cittadina durante le festività patronali del 1900. Nello stesso anno fu illuminato con energia elettrica anche il Teatro Politeama, specializzato in spettacoli circensi e d’arte varia che fu il primo ad abbandonare l’uso delle lampade a gas. Anche in questo caso l’impianto fu alimentato dai generatori delle segherie della famiglia Armandi, che era anche proprietaria del teatro. Ma al di là di questi utilizzi sporadici, l’energia elettrica stentò a diffondersi e fu giudicata un lusso superfluo.

 

La prima rete dell’energia elettrica corre anche intorno alle Antiche Mura e lungo corso Dante. I cavi furono interrati solo nella seconda metà degli Anni Venti

In Consiglio c’è chi prevede che l’elettricità sarà una moda passeggera

 

Era un atteggiamento generalmente sospettoso verso ogni novità. Tanto che in quegli anni lo stesso Galileo Ferraris, illustre ingegnere e scienziato piemontese, concludeva così una sua relazione non certo ottimistica sui possibili sviluppi dell’illuminazione elettrica: «…le lampade elettriche ad incandescenza hanno poca o nessuna possibilità di trovare applicazione. Nelle case private è, per ora, ancor meno probabile che la luce elettrica venga ad introdursi». Non stupirà quindi che nei primi anni del Novecento alcuni consiglieri comunali di Asti avessero manifestato quasi una sensazione di fastidio di fronte ai progetti per introdurre l’energia elettrica in città, sentenziando perentoriamente: «La luce elettrica è una moda senza futuro e inutile. Nella città di Asti abbiamo già gli impianti di distribuzione e di illuminazione a gas e questi sono più che sufficienti». Ma alcuni amministratori iniziarono a comprendere la potenzialità dei sistemi elettrici legata allo sviluppo industriale della città. In quegli anni la ditta Way Assauto inserì la disponibilità di forza elettromotrice tra le condizioni per insediare in Asti il suo stabilimento che verrà costruito accanto alla ferrovia Torino-Genova, così come era già successo con l’Enofila . Dopo anni di studi e progetti, nel 1906 il comune di Asti decise di costituire, insieme all’azienda svizzera Froté Westermann e alla Cassa di Risparmio, la “Società Idro-Elettrica” per la costruzione di una centrale in grado di generare 1200 cavalli di potenza. Secondo il progetto la forza motrice sarebbe stata fornita dalle acque del Tanaro, intercettate presso le Rocche di San Martino Alfieri e da qui condotte, mediante un canale, fino al sito di generazione previsto appena fuori le porte del borgo San Rocco. L’anno successivo, in attesa dell’autorizzazione per il canale, iniziarono i lavori di costruzione della centrale termica di riserva per poter mettere a disposizione della Way Assauto i 400 cavalli richiesti. Nel 1908 la Società Idro Elettrica Astigiana cambiò nome in Società Astese. Nel frattempo le lungaggini romane avevano fatto tramontare l’ipotesi del canale. Ma l’idea in qualche modo è sopravvissuta fino a oggi: è stata approvata dopo oltre un secolo una piccola centrale idroelettrica sul Tanaro. Le nuove tecnologie prevedono di utilizzare un salto causato da uno sbarramento gonfiabile all’altezza del ponte della ferrovia per Nizza Monferrato. Dopo la recente approvazione del progetto da parte della Provincia, l’impianto dovrebbe entrare in funzione nel corso del 2018.

 

La prima rete dell’energia elettrica corre anche intorno alle Antiche Mura e lungo corso Dante. I cavi furono interrati solo nella seconda metà degli Anni Venti

Due cordate si contendono la produzione e la vendita della nuova energia

 

Ma torniamo all’inizio del secolo scorso: ben presto i rapporti tra Comune e Società Astese si deteriorarono, anche a seguito del fallimento della ditta Froté Westermann, e iniziarono accese polemiche tra le diverse forze politiche in merito alle modalità di conduzione delle trattative e alle diverse visioni della futura gestione dell’azienda elettrica. Tramontata ogni possibilità di accordo con la Società Astese, il Comune decise di procurarsi in altro modo la forza elettrica, stipulando un contratto con un’altra società che gestiva una centrale idroelettrica a Cherasco, sempre lungo il Tanaro. L’Azienda comunale riprese quindi i lavori di costruzione dei suoi impianti di distribuzione e illuminazione pubblica affidando i lavori alla società Lahmeyer. La Società Astese, contemporaneamente, decise di costruire in autonomia propri impianti per la distribuzione dell’energia prodotta nella sua centrale termica, costruita in un terreno al confine con la tramvia Asti-Castagnole Monferrato-Vignale. Si trattava del sito che si sarebbe poi trasformato nella storica sede Enel di corso Galileo Ferraris. L’Azienda Comunale elettrica e la Società Astese diventarono agguerrite concorrenti: iniziò così una corsa a due per la realizzazione dei rispettivi impianti e per l’acquisizione dei possibili clienti. Oltre ad alimentare i motori nelle aziende, l’elettricità poteva dare luce a negozi e abitazioni private. La radio e i primi elettrodomestici, invece, sarebbero arrivati nelle case soltanto alla fine degli anni Venti, prima del definito boom del Dopoguerra. Sorsero quasi subito problemi di sicurezza. La distribuzione dell’energia elettrica ha infatti bisogno di pali e fili. Anche ad Asti spuntarono mensole, pali e paline; le vie furono attraversate in ogni senso da grovigli di fili elettrici, telegrafici e telefonici. Tali fili, quasi sempre privi di isolamento, erano spesso accessibili sporgendosi di poco dalle finestre delle vie cittadine e diventò quindi urgente informare i cittadini sulla pericolosità dell’energia elettrica, così difficile da percepire in quanto non visibile e non intuibile. Il Comune di Asti, sin dal dicembre 1909 iniziò una campagna di sensibilizzazione con manifesti, coinvolgendo anche scuole e parrocchie. 

 

I primi lampioni elettrici in piazza Alfieri.

 

I pali della luce svettano su corso Savona

“Chi tocca i fili muore” Cresce l’allarme sicurezza dopo i primi incidenti mortali

 

L’avvertimento “chi tocca i fili muore” con tanto di teschio divenne un’immagine molto diffusa, ma non impedì il ripetersi di incidenti. Nel frattempo, dopo liti, ricorsi e vertenze legali, nel febbraio 1910 Azienda Comunale e Società Astese avviarono quasi contemporaneamente i rispettivi impianti di distribuzione. L’impianto comunale di illuminazione pubblica elettrica venne inaugurato in via sperimentale il 12 febbraio 1910 con risultati poco soddisfacenti. L’esercizio dell’illuminazione pubblica venne quindi sospeso per consentire la sostituzione delle lampade. Il secondo verbale di collaudo risultò positivo.

 

La sede della Società Piemonte Centrale di Elettricità negli anni Sessanta, costruita sul sedime della prima centrale della Società Astese.

Nel 1916 si spegne l’ultimo lampione a gas

 

La “Relazione sull’esercizio dell’anno 1911” redatta da Pietro Cattaneo, direttore dell’Azienda Comunale, descrive il nuovo impianto: «L’energia […] viene trasportata attraverso la linea elettrica Canale – San Damiano – Asti […] trasformata alla tensione di 3500 volt in una cabina posta nel recinto della Officina Comunale del Gas e da qui distribuita alle sette sottostazioni […] presso la sala delle macchine dell’Usina Gas, nel fabbricato dell’Alla, nel recinto dell’Ospedale degli Infermi, nella Torre dell’Orologio, nel Collegio Civico, in piazza S. Giuseppe e nel casotto del peso pubblico di porta Savona. […] Per la pubblica illuminazione sono impiantate 58 lampade in via Cavour, piazza Statuto, piazza S. Secondo, corso Alfieri. Nelle adiacenze di piazza Alfieri 5 archi sono posti sotto i portici Pogliani, 5 sotto i portici Anfossi e 10 archi sulla piazza propriamente detta su candelabri ornamentali in ghisa». Pochi mesi dopo venne inaugurata l’estensione dell’impianto costruito dalla Società Sviluppo che, partendo da Porta Torino, faceva capo a una cabina di trasformazione posta in regione Torretta di fronte alla fabbrica di fiammiferi. Nel maggio 1910 la giunta municipale, facendosi carico dei suggerimenti e dei reclami della cittadinanza, fece elaborare un progetto per estendere l’illuminazione pubblica elettrica sul corso Alfieri e nelle vie Cattedrale e Garibaldi, rimuovendo i pali in legno collocati in via provvisoria. La concorrente Società Astese, che nel settembre 1909 aveva inaugurato le sua centrale termica alimentando i vicini stabilimenti della Way Assauto, nell’aprile 1910 collaudò due nuove linee di distribuzione ad alta tensione. La prima partiva dal Politeama Nazionale e, passando sui tetti dei palazzi prospicienti piazza Alfieri, attraversava corso Alfieri, via Berruti, via Morelli, via Orfanotrofio, via Cattedrale e terminava alla nuova cabina di trasformazione nell’attuale via Cesare Battisti. La seconda linea partiva dalla centrale elettrica e, costeggiando un tratto della strada Asti-Savona, arrivava alla nuova cabina di corso alla Stazione, attraversando il piazzale di Porta Savona, oggi piazza Marconi.  Il 22 settembre 1910 venne fissato il collaudo di due nuove linee ad alta tensione, costruite dall’Astese, per collegare all’impianto di Asti le località di Quarto e di Variglie. Il 7 dicembre 1910 vennero collaudate due nuove linee della Società Sviluppo tendenti l’una al Molino Gastaldi, l’altra alla Fabbrica del Ghiaccio. La definitiva sostituzione di tutti i becchi a gas della città con lampade elettriche fu graduale, ma relativamente rapido. Nel 1915, con lo scoppio della guerra, la difficoltà sempre maggiore di approvvigionamento dei carboni necessari per la produzione del gas, convinsero il Comune a procedere nell’innovazione. I lavori di installazione delle nuove lampade elettriche coinvolsero anche due ditte locali: Stefano Fava, officina per costruzioni in ferro e metalli situata in corso Genova, che fornì paline, mensole e bullonerie; e Giovanni Angelo Veronesi, elettrotecnico di Quarto d’Asti che si occupò della posa in opera di paline, bracci, mensole e lampade. I lavori vennero conclusi nel giugno 1916 con una spesa di quasi 34 milioni di lire, un ammontare ben superiore all’importo preventivato.

 

Lampade elettriche sospese lungo corso Alfieri. L’illuminazione pubblica coprì prima il centro città, poi intorno al 1920 si allargò anche alle frazioni

Nel 1918 nasce la Pce, Piemonte Centrale Elettricità

 

L’anno 1918 registrò la fusione della Società Astese di Elettricità e della Società Chierese di Elettricità nella Società Piemonte Centrale di Elettricità (meglio nota con la sigla P.C.E.), con un capitale sociale di circa 5 milioni. Questa completò la copertura dell’illuminazione pubblica e privata nella maggior parte delle frazioni intorno alla città. Nel novembre 1923 la società P.C.E. acquisì la Società Forze Idrauliche Alto Po, che a sua volta aveva rilevato la Società Sviluppo, la centrale di Cherasco e gli impianti di distribuzione. La P.C.E. diventava così da quel momento l’unico fornitore di energia elettrica per la città di Asti, dove in parte vendeva direttamente l’energia distribuita con i propri impianti e in parte forniva energia alla concorrente Azienda Comunale.

 

Nel 1926 si va verso la fusione delle due aziende elettriche

 

Il Consiglio comunale delibera nel 1926 di intraprendere contatti con la P.C.E., valutando la convenienza di dismettere i propri impianti. Nel 1925 la P.C.E. aveva già lanciato una proposta per l’acquisizione definitiva degli impianti dell’Azienda comunale, compreso il servizio di illuminazione pubblica. Con la fusione si garantiva un rimodernamento della rete. A tale scopo fu presentato un progetto che prevedeva la completa eliminazione della linea aerea ad alta tensione dal centro abitato mediante la sostituzione con cavi interrati e l’eliminazione del groviglio di fili esistenti nelle vie principali. Con atto del 7 luglio 1926 venne definita la convenzione tra la Città d’Asti e la P.C.E. per una locazione di 25 anni degli impianti comunali, chiudendo definitivamente le liti e le cause ancora pendenti sin dal 1909. 

 

Un dettaglio delle nuove lampade a led installate nel centro storico

Nel 1962 sorge l’Enel nazionalizzata Il deputato astigiano Armosino vota contro

 

Passata la guerra, l’oscuramento e i danni causati dai bombardamenti alla scadenza dei 25 anni, nel 1953 fu decisa la cessione definitiva degli impianti comunali alla P.C.E. e venne anche firmata una nuova convenzione per la fornitura di energia elettrica per la pubblica illuminazione della città di Asti, delle ventine e delle frazioni. Nel 1962 venne istituito l’Ente nazionale per l’energia elettrica (ENEL) che portò alla nazionalizzazione degli impianti. Da ricordare che il deputato astigiano Giuseppe Armosino fu l’unico democristiano a votare contro la nazionalizzazione e uscì dal partito scudocrociato. Lo Stato remunerò generosamente gli azionisti delle varie società elettriche esistenti, acquisendo un totale di 1138 imprese tra le quali anche la società Piemonte Centrale di Elettricità. Nel suo ultimo anno di esercizio, la P.C.E. di Asti dava lavoro a un dirigente, 31 impiegati, 74 operai, 99 agenti. I punti luce cittadini erano circa 700. A partire dall’anno 1978 l’Enel iniziò una graduale dismissione del settore dell’illuminazione pubblica che tornò a carico del Comune. Nel territorio del comune di Asti erano censiti circa 200 punti luce di proprietà del Comune e 4000 di proprietà dell’Enel. Negli ultimi anni si è assistito all’arrivo sul mercato di nuovi gestori, favorito anche dallo sviluppo delle fonti rinnovabili. Nel frattempo l’Enel (quotata in borsa) ha diversificato l’attività chiudendo gran parte delle sedi provinciali, compresa quella di Asti, e con essa disperdendo anche quel patrimonio di esperienze tecniche e di relazione, ora affidate quasi sempre ai soli call center. Lo sviluppo dell’illuminazione pubblica, passati gli anni della crisi energetica (1973) che portò a risparmiare anche sull’accensione dei lampioni, ha visto un forte sviluppo.

 

Oggi ci sono nel solo comune di Asti 8600 punti luce pubblici

 

Nel comune di Asti il numero complessivo dei punti luce è salito a oltre undicimila, 8600 solo nel centro urbano, che sono via via convertiti a led dalla società “Asti Energia e Calore”, partecipata dall’Asp, l’ex municipalizzata a capitale misto pubblico-privato. Secondo i tecnici la sostituzione delle vecchie lampade a mercurio e sodio con i led, farà risparmiare i consumi e garantisce una maggiore longevità agli impianti. Il piano di riconversione a led dell’illuminazione pubblica sarà esteso anche nelle frazioni. La luce pubblica è richiesta dagli abitanti spesso anche in chiave di sicurezza, ma c’è chi sottolinea anche l’aumento dell’inquinamento luminoso che in molti casi impedisce di vedere di notte il cielo e le stelle.   

 

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