Inaspettata, tra antiche cianfrusaglie, ho ritrovato una vecchia scatoletta (cm. 9x6x3) di cartone grigio, povero e consunto. Sinceramente non so come e per quali vie sia giunta fino a me (tramite la mamma?). Molto probabilmente un tempo, insieme ad altre, faceva bella mostra di sé su uno scaffale della merceria del mio paese, a Cinaglio.
A vederla nel suo indefinibile grigiore, non le si darebbe alcuna importanza, ma, a osservarla meglio, ci si accorge che ha molte cose da ricordare o evocare. La piccola scatoletta in cartone con le annotazioni a penna che ha ispirato questo racconto cucire” (s’intende a mano), che costavano “£. 2 luna”, dove il 2 è corretto su un precedente 1. Sull’altra faccia piccola della scatola, c’è invece scritto, dalla stessa mano, “£. 5 luno”, indicazione che presumo si riferisca al prezzo unitario dei bottoni, collocati in un tempo successivo all’ospitalità degli aghi.
Una piccola scatola può aiutarci a raccontare una storia. In primo luogo, si nota un’etichetta di colore azzurro scuro, incollata su una delle due facce più piccole; porta scritto “100 anelli filo”, era il contenuto originario. Tuttavia, ora non vi sono più anelli, ma 93 bottoni per pantaloni maschili (ormai in disuso perché sostituiti dalle cerniere lampo); segno, dunque, che in passato fu riciclata, nonostante l’innegabile fragilità e usura. Durante la sua lunga vita (suppongo risalga agli Anni Cinquanta del Novecento) essa ha inoltre ospitato diversi tipi di aghi. Lo si deduce da quanto scritto sul suo coperchio, che serviva anche da promemoria per la merciaia che vi annotava i loro prezzi. Infatti, come si può leggere, vi erano “aghi da macchina”, che costavano ben “£. 40 luna” (il femminile si spiega perché in piemontese l’ago si chiama ra gugia).
Ci sono poi “Aghi da lana £. 5 luna”; ma si nota anche che il 5 è stato corretto su un precedente 4, segno che nel frattempo la vita era rincarata. Ne è testimonianza anche l’altro prezzo, quello degli aghi “da cucire” (s’intende a mano), che costavano “£. 2 luna”, dove il 2 è corretto su un precedente 1.
Sull’altra faccia piccola della scatola, c’è invece scritto, dalla stessa mano, “£. 5 luno”, indicazione che presumo si riferisca al prezzo unitario dei bottoni, collocati in un tempo successivo all’ospitalità degli aghi.
Negli anni, questa piccola scatola di cartone ha svolto egregiamente il suo compito resistendo a tutte le manipolazioni, alle aperture e chiusure, alle forzature, agli spostamenti. Del resto in passato tutte le cose erano “tenute d’acconto”, soprattutto per utilizzarle finché “potevano servire” magari rabberciandole in qualche modo.

Esempio concreto di riutilizzo anti-spreco
Altra osservazione che mi viene da fare è che chi ha utilizzato questa scatoletta non era un letterato, probabilmente sapeva a mala pena scrivere poche parole in italiano e forse non sempre corrette graficamente, come evidenziano bene le varie scritte sul coperchio; ma certamente sapeva far di conto, imparato con la pratica quotidiana, per cui era anche in grado di calcolare l’ammontare a mente dei vari articoli e fare il conto di ciò che stava vendendo senza l’aiuto di “lapis” e foglio.
Non c’era bisogno di scontrini. Inevitabilmente quest’umile scatoletta mi ha evocato la caratteristica figura della merciaia di Cinaglio, che ho conosciuto fin da bambina: Pinota, al secolo Giuseppina Ferrero, che tutti, senza cattiveria, chiamavano Pinota dla boca stòrta. Infatti, una emiparesi (da bambina?) le aveva deformato la bocca, al punto che non sempre si riusciva a capire bene ciò che diceva (motivo per cui i ragazzini più discoli e impietosi le facevano il verso). E pensare che Pinota era una persona mite, paziente e gentile anche con loro, tant’è che non esitava, di tanto in tanto, donare ai più piccoli qualche confetto, di quelli che teneva sul bancone in barattoli di vetro.
In paese, diventò ben presto un personaggio di riferimento, già prima della Seconda Guerra mondiale, e rimase tale fino alla fine degli anni Sessanta, creando con la sua merceria una realtà indispensabile al paese. Il suo negozio era situato in una posizione strategica: an sa crosiera, su un crocevia, ai margini della piazza principale, dove confluivano, oltre alla contrada maestra, altre quattro strade.
Per noi bambini, il negozio di Pinota aveva un’attrattiva irresistibile, non solo per i confetti che teneva sul bancone, abbastanza raggiungibili per chi era lesto di mano e sapeva approfittare di una sua distrazione, ma anche per la varietà di oggetti esposti in ogni dove: sugli scaffali, appesi alle pareti, appoggiati semplicemente per terra o sul davanzale della piccola finestra e sul bancone, libero solo per metà dove c’era anche l’indispensabile bilancia a due piatti, che quando faceva i capricci, bastava darle un colpo perché “si svegliasse” e indicasse il buon peso.
Quel piccolo bazar di paese vendeva di tutto e di più
Chi non ha vissuto l’epoca dell’immediato dopoguerra, o quella precedente, fa certamente fatica a immaginare l’interno di un’antica merceria: un vero bazar in miniatura.
In quella bottega protetta all’ingresso da una tenda anti mosche che tintinnava al passaggio, la signora Pinota vendeva un po’ di tutto: oltre agli aghi e ai bottoni, agli uncinetti e ai ferri da lavorare a maglia, si potevano comprare filati di lana e di cotone per confezionare maglie, calze, sciarpe, berretti; filo di vari colori e per vari usi (cucito, ricamo, merletti, ecc), nastri, fettucce, pizzi, metri per sarte, elastici semplici e per reggicalze, quelli con le asole per agganciarvi il bottone che le mamme cucivano sul bordo delle calze lunghe dei bambini.

Si trovava ogni oggetto utile al fai da te
In merceria si andava a comprare anche stringhe e lucido da scarpe, pennelli per la tinteggiatura murale e le necessarie polveri colorate con la colla da mescere insieme. C’era poi una ricca serie di chiodi e chiodini di ogni forma e grandezza.
Sugli scaffali c’erano rotoli di stoffa di cotone per grembiuli e vestiti femminili da lavoro (fantasie a piccoli disegni in bianco e nero), ma anche pezze di robusto fustagno per i pantaloni dei contadini che il sarto avrebbe poi confezionato.
Nei cassetti degli scaffali, ben adagiati e preservati da possibili maneggiamenti delle acquirenti per verificarne la qualità, c’erano indumenti di biancheria intima (con qualche frivolezza quella per ragazze, ma molto castigata quella destinata alle donne sposate), compresi i mutandoni per donne anziane, le classiche maglie di lana “da mettere sulla pelle per tenere la pancia calda”, e i classici scott (canottiere o maglie a maniche corte o lunghe) per uomini, foulard per le donne che usavano ancora coprirsi il capo.
Sempre in merceria si compravano tendine per vetri e tende da sole; fogli di carta di vari colori per adornare i piani del buffè e la mensola del camino, dopo avervi ritagliato creazioni fantasiose che imitavano il pizzo.
In estate si compravano gli “acchiappamosche”, rotolini moschicida appiccicosi, da appendere lungo l’asta del lampadario della cucina, o nelle stalle, che in pochi giorni si ricoprivano di piccole vittime, nere e sibilanti non appena toccavano il nastro fatalmente attraente.

Dai rotolini acchiappamosche alle macchine del flit
Oppure si prendeva a consumo, pesando il contenitore prima e dopo l’uso, il primo moschicida a spruzzo, il Ddt, rivelatosi poi altamente nocivo anche per l’uomo.
Si vendeva anche la macchinetta a pompa con serbatoio per irrorare quello che tutti chiamavano il “flit”, definito un sicuro ammazzamosche. Dalla merciaia si potevano comprare la liscivia, la soda e il sapone per il bucato e quello da barba, le saponette Felce Azzurra Paglieri, la brillantina, il borotalco, l’acqua di Colonia, la cipria, il rossetto, i pettini e le pettinine, le forcine e le mollette per capelli.
Tra i primi detersivi c’era anche il Tide con i regalini nascosti nella scatola. Appesi ai muri o agli scaffali, pendevano zoccoli da uomo e da donna; nei cassetti erano custodite forbici di varie misure, pinze e tenaglie. Noi bambini da Pinota andavamo a comprare matite, gomme, penne, pennini, calamai, carte assorbenti e quaderni dalla copertina nera e il bordo rosso, che, bagnandolo un po’, poteva diventare un rossetto per noi bambine, a buon mercato e usato per gioco. Invece i maschietti vi compravano le classiche biglie di terracotta e, più recentemente, quelle di vetro, figurine Panini dei calciatori o delle prime conquiste spaziali, ma anche petardi e castagnole per la festa del paese.
Ben esposte su un tavolinetto, ad attirare la curiosità di ragazze e ragazzi, c’erano anche le “cartoline illustrate”, a colori e patinate, che spesso raffiguravano due innamorati tra cuoricini o ghirlande di fiori in atteggiamenti romantici; oppure vi occhieggiavano ragazze belle e prosperose che mandavano “Saluti da Asti”.
Nessuno spreco nelle confezioni bastava la carta di giornale
La merce veniva quasi sempre consegnata senza involucro, al massimo la si avvolgeva in pezzi di carta tagliati con regolarità da vecchi giornali o altra carta di riciclo; la merciaia li infilava tutti in un fil di ferro piegato a uncino e fissato, dall’altra estremità, a uno scaffale: gli involucri erano pronti per l’uso.
In genere per certi articoli, come i bottoni, le polveri colorate, la soda, la lisciva, si confezionava un cartòcc piegando i fogli a metà e arrotolandone strettamente i bordi in modo che non fuoruscisse il contenuto. Era l’arte di arrangiarsi con ciò che si aveva, cercando sempre di risparmiare. In quella botteguccia, spesso l’unica del genere in paese, si andava a comprare a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno della settimana, compresa la domenica.
La merciaia, che abitava nelle stanze accanto, era sempre disponibile. Quando sentiva suonare il campanello della porta, scostando una tenda verde sbiadito, sbucava dalla cucina per servire l’avventore, anche se era l’ora di pranzo. Questo piccolo mondo passato, ancora abbastanza recente da essere ricordato dai più anziani, oggi può apparire molto lontano, soprattutto ai giovani, tanto che, ad analizzarlo nella sua povertà e limitatezza, qualcuno potrebbe definirlo “da medioevo”, e forse un po’ lo è. Ma va tenuto presente che nella stragrande maggioranza dei casi era l’unica realtà possibile nelle nostre campagne, e non solo.
Il concetto di utilizzare tutto, di riciclare ogni cosa riciclabile, di fare economia in ogni settore, anche in cose minime, era per le generazioni del passato la “norma necessaria” per sopravvivere.










































