Io sono figlio di due culture, molto distanti tra loro, quella industriale e quella rurale, due mondi che mi hanno fornito un orientamento nella vita…» scrive Gianni Musso che è tornato a vivere ad Asti dal 2018, dopo aver peregrinato per lavoro in varie regioni d’Italia.
Perito industriale nell’industria elettrica, con laurea in amministrazione industriale, Musso all’età in cui i più si godono la pensione, ha iniziato la ricerca nelle carte di famiglia e con tenacia ha scritto una storia che ha intitolato Fiammiferi e sedani. Aprendo i cassetti della memoria racconta le vicende intrecciate delle sue due famiglie: i Musso legati al mondo tecnico-industriale e i Binello contadini e orticoltori.
Asti, o meglio lo spicchio nordoccidentale della città che possiamo ricondurre alla borgata della Torretta, fa da sfondo e da comun denominatore al racconto di Musso che si dipana dagli ultimi decenni dell’Ottocento per vivere in pieno le trasformazioni del Novecento. Ne emergono figure che assumono un valore epico come nonna Rosa, approdata giovanissima nella fabbrica di fiammiferi dei Gastaldi che diventerà poi la Saffa, vedova nel fiore degli anni, che ha saputo con tenacia e sacrificio allevare e far studiare il figlio Luigi, il padre dell’autore.
Musso riporta le intense pagine autobiografiche scritte dal papà a ricordo della madre: pennellate vivide e intense. Sull’altro fronte, a poche centinaia di metri dalla Saffa, ecco i campi e gli orti coltivati con sapienza dalla famiglia Binello. È il mondo contadino che “confina” con la città, ma non se ne lascia contagiare, se non nell’orgoglio di quei ritratti in bianco e nero frutto delle studiate pose nello studio fotografico di Ecclesia, tra i più famosi di Asti.
In tutto questo Gianni Musso si racconta negli anni da bambino “esploratore” e basta una bicicletta più grande di lui a trasformarlo in un temerario. Ad arricchire il testo vanno citati i quadri istoriati che l’acquarellista cuneese Pier Luigi Garino ha dipinto su indicazione dell’autore: una sorta di racconto nel racconto, che ci mostra i volti dei protagonisti di questa doppia storia.

«Mia nonna Rosa entrò alla fabbrica di fiammiferi nel 1895 – scrive Musso che cita le pagine a lei dedicate dal padre Luigi –. Allora, il lavoro minorile e l’analfabetismo, purtroppo a volte legati l’un l’altro, erano una piaga della società e costituivano il rovescio della medaglia della tanto osannata “rivoluzione industriale”.
Rosa era stata compagna di giochi della figlia di Gastaldi (proprietario della fabbrica di fiammiferi), posta dirimpetto alla sua abitazione. Venne assunta quando non aveva ancora dodici anni. Fu adibita a un lavoro inadeguato a una bambina della sua età. Fu messa alla bagnatura dei fiammiferi nello zolfo, in un ambiente malsano, pieno di vapori di questo elemento chimico. In seguito, le furono assegnati altri incarichi, fra cui lo scatolamento a mano, dove era pagata a cottimo (otto soldi al giorno).
La giovane Rosa trascorse anni in quella fabbrica. A 21 anni, nel 1905, sposò Giovanni Musso, nato nel 1876, un muratore con una piccola impresa edile ma l’11 dicembre del 1911 avvenne la tragedia. Il marito che lavorava sulla costruenda ferrovia Asti-Chivasso, quel mattino, per recarsi al lavoro a Serravalle, era salito sul trenino che trasportava dei materiali. Il convoglio deragliò per uno scambio fuori posto: lui e un suo compagno morirono. Rosa si fece coraggio e continuò ad andare a lavorare in fabbrica mettendo a balia il figlio che fu poi affidato alle nonne.
Nella famiglia della nonna paterna c’erano ancora due miei zii, di cui uno, lo zio Carlo, carabiniere». Luigi, il padre dell’autore, poté così continuare gli studi tecnici che lo porteranno a vari impieghi in fabbriche. Nel 1938 lasciò Asti e nel 1941 passò alla Rumianca, un’importante industria chimica. Si era sposato e durante la guerra la moglie e i figli tornarono ad Asti, ospitati da nonna Rosa.
Il ramo industriale della famiglia ha portato anche l’autore a studi tecnici e a vari impieghi nel settore elettrico con Enel e altre ditte. Nonna Rosa è vissuta fino a 95 anni. La seconda parte della ricerca ha condotto Gianni Musso a esplorare il ramo contadino della famiglia della madre: i Binello. «La famiglia di mia madre era composta da mia nonna Assunta, vedova dal 1922, da mio zio Edoardo (classe 1907) e da mia zia Maria (classe 1918). Il terreno prospiciente la casa era di ampiezza notevole per una coltivazione a orto ma nel 1933, con la realizzazione del corso, ora XXV Aprile, una buona parte venne espropriata. Nel 1936, la costruzione della scuola, posta dirimpetto, completò il dimezzamento del podere.


Lo zio Edoardo, uomo accorto e sagace, affittò altri terreni e ne acquistò a Rilate». Prosegue Gianni: «In famiglia, le competenze erano, grosso modo, così suddivise: zio Edoardo si occupava praticamente di tutta l’attività agricola.
La nonna Assunta era addetta alla cucina, alla mungitura delle mucche e accudiva polli e conigli, inoltre era preposta alla vendita del latte, alla produzione del burro e alla vendita al mercato dei prodotti orticoli. La zia Maria era di aiuto. A fine inverno o inizio primavera provvedevano a costruire sull’aia le serre (cucce) adatte alla coltivazione dei “piantini”. Poi si passava alla lavorazione del terreno: arature, erpicature, concimature, semine e, successivamente, dopo abbondanti irrigazioni, le prime crescite e infine i raccolti». L’autore ricorda che lui, con la zia Maria, doveva contribuire, in certi periodi dell’anno, alla raccolta delle foglie di gelso per nutrire i voraci bachi da seta che erano sistemati sulle stuoie all’interno della casa.
Un altro incarico da condividere con la zia era l’irrigazione dei campi di sedano. Vi erano i solchi principali, in partenza dai pozzi, di dimensioni e pendenze tali da garantire l’afflusso delle acque. Da questi si diramavano solchi di dimensioni più contenute che confluivano nei settori (liste). Al momento del raccolto ogni sedano doveva essere estratto con cura, lavato e accatastato sul carro. L’operazione di preparazione dei sedani richiedeva molte persone per impiegare il minor tempo possibile e mantenere il prodotto fresco. A operazione ultimata il carro veniva inondato da potenti getti d’acqua in modo che il carico fosse pulito e pronto per il trasporto. Allora la destinazione era la stazione ferroviaria di Asti dove vi era a disposizione un carro merci diretto a Genova.
In tempi più recenti venivano portati anche alla Saclà, la nascente industria alimentare di Asti. La ricerca Fiammiferi e sedani è stata stampata in poche copie destinata ad amici e parenti presso Team Service, ma Giovanni Musso non esclude che possa diventare un libro.








































