Quest’estate Coazzolo, il suo paese, gli ha dedicato una intensa serata concerto per i 75 anni e conferito una targa di ringraziamento che è andata ad aggiungersi ai tanti riconoscimenti che punteggiano lo studio di casa, tra il verde di Valmanera: locandine di concerti, copertine di dischi, fotografie di una vita che lo ha visto esibirsi dall’Argentina all’Australia, dall’Inghilterra alla Bielorussia.
Cominciamo da Coazzolo.
È il mio nido, il paese dove affondo le radici. Ci sono nato nel maggio del 1946, concepito come voglia di speranza per la guerra appena finita. Mio padre Vittorio, contadino e muratore, mamma Ines, contadina e casalinga. Figlio unico. Il mio maestro, Attilio Saglietti, dirigeva anche il coro ed è lì che ho cominciato ad allenare la voce. Scuole medie a San Bartolomeo: partenza da casa alle sette a piedi con qualsiasi tempo. Tante volte passavo nella neve alta prima ancora della lesa. Magistrali alla Fulgor di Asti e poi esame di ammissione all’Università superato a Magistero nel 1965. Obiettivo, andare a insegnare, ma il destino mi stava riservando altro.


Attorno ai vent’anni il destino spesso non ha ancora deciso.
Dopo il diploma magistrale ho iniziato a insegnare ad Alba all’Istituto Inapli di don Gianoglio, ma intanto bazzicavo negli ambienti musicali che in quegli anni iniziavano a essere percorsi dalla vena beat. Con i capelli nemmeno troppo lunghi, sono diventato il cantante di un complessino messo in piedi da don Antonio Valsania, curato di San Bartolomeo. Ci aveva evangelicamente chiamati The Missioners e partecipammo nel 1966 alla prima edizione del Festival beat di Castagnole Lanze, che diventerà poi il festival “Contro”. L’anno dopo, ci andarono per la prima volta I Nomadi. Io ero il cantante de I Fenici, il nuovo nome dei The Missioners…. Cominciammo a girare le sale da ballo della zona e andammo finalisti, a Lucca, di un concorso nazionale per nuovi gruppi musicali.
Con qualche soldo in tasca e la voglia di scoprire il mondo gli studi universitari rallentarono…
Facevo lo studente-lavoratore… Nel frattempo avevo cambiato complesso, come allora si definivano le band. Passai con i Jolly, composto da musicisti che avevano suonato con Paolo Conte alla Coppa del jazz. All’Eden di Alba, davanti a 1200 giovani, tenevamo banco: quattro pezzi lenti e riposino, quattro veloci e riposino. Si usava così. Quando c’era il Festival di Sanremo, col famoso “Gelosino”, registravo, al giovedì e venerdì, i pezzi che più mi piacevano.
La domenica mattina si facevano le prove con i musicisti Fiore Magnone, Silvio Donalisio, Ugo Ronzano, Italo Boero e Secondo Gallizio (diventato poi un bravo compositore e scomparso pochi giorni fa) e, al pomeriggio danzante, proponevamo già le canzoni del festival. Eravamo sul pezzo.

Chi ti ha insegnato a cantare?
Non ho avuto un vero e proprio maestro che mi abbia insegnato la tecnica del canto. La gavetta nei locali è stata la mia scuola. Ricordo un complessino di giovani musicisti. Uno di loro, Domenico Albanese, era pure il mio barbiere di Alba. In cinque, la domenica sera, ci portava, con la sua 500, a suonare in una piccola sala da ballo vicino a Bra. La prima paga la presi per il Capodanno 1965 al Belvedere di La Morra: 5000 lire. Mica poche, allora. Nel 1969 vinsi il concorso nazionale Enal per voci nuove, con finale a Cefalù che mi permise di partecipare a uno speciale in tv Rai.
Partecipai anche, come ospite, al “Canta Asti” ideato da Franco Danny. Nel 1970 ho superato l’esame alla Siae come paroliere e, per la prima volta, il mio nome comparve come cantante: Piero Montanaro e i Tibù coi quali vincemmo un concorso patrocinato da Radio Montecarlo e dalla Gazzetta del Popolo, incidendo, per la Fonit Cetra, la mia prima canzone, Il pieno. Sull’Lp erano presenti altri nomi diventati poi famosi come I Delirium di Ivano Fossati, Alice allora ancora Carla Bissi, Fausto Tozzi. Nell’estate 1972, arrivò il servizio militare e ho dovuto rinunciare al “Cantagiro”, la prestigiosa gara canora itinerante di quegli anni.
Arruolato in fanteria, andai prima a Genova, e, dopo due mesi, essendo consigliere comunale a Coazzolo, ebbi il trasferimento ad Asti, nella caserma Colli di Felizzano, nella Compagnia comando del famoso maresciallo Arucci. Nel 1973 nuovo gruppo musicale: Piero Montanaro & i DOC. E, nel frattempo, arriva, finalmente, il mio primo disco a 45 giri prodotto dal ristoratore-paroliere astigiano Enzo Ceppani con le canzoni Io sognavo e Un’altra estate.
Quindi la musica leggera diventa il tuo mestiere
Con prudenza contadina, avevo anche messo a frutto il diploma magistrale e vinto il concorso per andare a insegnare come maestro alle elementari. Però la speranza era altrove. Vado a Milano a collaborare con la casa discografica Magma Studio di Vittorio De Scalzi, quello dei New Trolls e del fratello Aldo, oggi apprezzato autore di colonne sonore. Un mio testo Donna grande, cantato da Paolo Guerra, vince Castrocaro ‘75.
Due mie canzoni partecipano al Festival di Sanremo nel 1975, scritte con Enzo Ceppani e con le musiche di Giuliano Rigo e Alfredo Gallo. Registro, intanto, un altro disco Mondo di carta, con la copertina disegnata da Paolo Fresu. Però io non mi adattavo alla vita di Milano e, alla fine del 1975, ecco una doppia svolta.




Che cosa è successo?
Nel settembre di quell’anno, anche ad Asti, iniziò a trasmettere una delle prime radio libere italiane, ideata da Ugo Dezzani e Franco Musso (vedi Astigiani n. 16, maggio 2016). Radio Asti aveva gli studi in una mansarda del palazzo di corso Savona 289, dove c’era il bar Luigi.
Divenni una delle voci portanti del palinsesto: programmi musicali, tutti da inventare, dediche, quiz, interviste. Molti dischi ce li mandavano le case discografiche. A volte, andavo a Milano a prenderli e a registrare interviste con i cantanti. Era il mio mondo. C’era molto entusiasmo, novità e curiosità.
Hai parlato di una doppia svolta.
Già, nel novembre di quell’anno, una domenica pomeriggio, arrivò in studio una bella ragazza accompagnata da Roberto Venturini, curiosi di vedere come si “faceva” la radio. Esco dallo studio durante una pausa pubblicitaria. Lei era seduta su un divano e le feci un complimento, un po’ pesante, lo ammetto, per le belle gambe. Più tardi, scesi in strada, le chiesi di rivederci. Mi rispose decisa: “No mai! Il mai è da intendersi come rafforzativo del no”. Per dirla in piemontese un bel cassù.
Ma in vicende d’amore mai dire mai…
Quella ragazza era Germana. Ci siamo sposati, dopo meno di un anno, nell’ottobre del 1976: io trent’anni e lei 25, dopo le regolari presentazioni in casa. Dalla mia biografia di cantante ho cancellato la voce “scapolo incallito” e non me ne sono più pentito. Due anni dopo, nel 1978, è nato Daniele. Ero felice e papà.



Intanto fai anche altro.
Disc jockey al Dixie di Isola, per più di due anni, nel frattempo ero tornato a insegnare e continuavo con la radio. Cominciai a esibirmi cantando con le basi registrate delle mie canzoni. Nel 1977 uscì il disco La Langa, con musica di Vittorio e Aldo De Scalzi. Era un po’ la mia storia, la canzone che ha dato il via al racconto cantato della mia terra. Continuo su questo filone e nel 1983 vinco il “CantaPiemonte” con Canterò, arrangiata da un giovanissimo Danilo Amerio.
Veniamo ai temi del tuo cantare
Chi mi definisce cantante folk sbaglia. Io non ho fatto ricerche riproponendo vecchie canzoni piemontesi. Ho cantato, ex novo, la piemontesità con stilemi e arrangiamenti musicali pop. Nei miei testi le parole più ricorrenti sono colline, pais, amis, terra, mamma, papà. Insomma: territorio e radici. Ho scritto molte canzoni in piemontese, ma anche in italiano. E anche nei testi in italiano, spesso ci sono parole in piemontese: bacialé, vijà, canté j’euv, ciuche che sono come link di rimando al mondo contadino. Amici miei, è la mia canzone più conosciuta. L’ho scritta nel 1989 ed è la versione, in italiano, di Viva j’amis, del 1986, scritta con Remigio Passarino e lanciata da I Tre Castelli, un gruppo molto famoso in quegli anni. Ben presto, Amici miei è diventata un canto dell’amicizia con più di trecento incisioni di vari interpreti, anche in francese, spagnolo, tedesco, olandese e dialetti come il veneto, il valdostano, il ticinese. In rete ci sono centinaia di versioni e c’è una pagina Facebook: “Chi canta Amici miei”, con video e interpretazioni che via via si aggiungono.
È con Amici miei che sei diventato il cantante di riferimento delle adunate degli alpini?
È diventata un inno, al pari delle più famose canzoni alpine. L’ho sentita cantare dai cori alle feste, ma anche ai funerali di alpini che sono “andati avanti”. Molti pensano sia una canzone di origine popolare e non sanno chi l’ha scritta, ma quando lo scoprono è una festa di selfie. All’adunata degli alpini di Treviso mi hanno chiesto il bis per venti volte. Da non credere. Nell’ultima adunata degli alpini di Asti, un foltissimo gruppo ha sfilato per le vie della città cantando Amici miei.


Alla popolarità delle tue canzoni ha contribuito anche il successo dei Cantavino un quartetto con il quale hai animato migliaia di feste in Piemonte.
Dal 1989 con Eugenio Beltracchini, Giorgio Pettenuzzo e Meo Cavallero (questi ultimi due sono stati sostituiti nel corso degli anni) abbiamo creato questo gruppo vocale. Già il nome Cantavino preannunciava quello che era il nostro repertorio. Abbiamo proposto un nuovo repertorio che andava oltre i classici piemontesi rappresentati dalle canzoni di Gipo Farassino o di Roberto Balocco.
E intanto diventi anche “bravo presentatore” a Telecupole.
Avevo cominciato a Telestudio Torino. Ma è con Telecupole, l’emittente di Cavallermaggiore, già diretta da Raoul Molinari, che abbiamo portato a ballare e cenare, in diretta, migliaia di persone. Il format della trasmissione prevede sfide tra paesi, presentazione di sagre, personaggi, orchestre, cantanti e gruppi musicali. Siamo andati avanti per 16 anni, praticamente fino al lockdown e speriamo di riprendere presto.
Oltre che cantante sei anche editore musicale e discografico.
Con la mia etichetta discografica “Canterò” ho pubblicato più di 150 Cd. Ho prodotto – e contribuito a lanciare – gruppi di successo come i Farinei dla Brigna, dove ha iniziato a suonare e poi a cantare mio figlio; le Raviole al vin di Luigi Barroero e anche una collana di comici o l’ironico cantautore Mike Elaveda-Paolo Saccardi, tra i vincitori del Premio Tenco nel 1995.
Il resto della vita?
A vent’anni dall’iscrizione all’Università, ho ripreso i libri in mano e, nel 1985, mi sono laureato con una tesi sulla storia della Coldiretti in provincia di Asti nel Dopoguerra con il prof. Guido Quazza che, oltre al 110 e lode, ha proposto la dignità di stampa. La mia ricerca è stata pubblicata in volume nel 1986 dall’Istituto per la Storia della Resistenza di Asti, con la sua prefazione, e ha vinto il “Premio Cesare Pavese” per la saggistica. Laurearsi a quasi 40 anni, con il lavoro e la famiglia, è stato una sfida. Lo dovevo ai miei genitori che hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare in collegio. Ho insegnato alle elementari fino al 1987. L’ultimo anno, alla scuola di Serravalle d’Asti.


Torniamo alla musica e all’ultimo album dedicato a papa Francesco.
Nel 2014, ho immaginato un ideale concerto per papa Francesco raccogliendo, su Cd, una selezione di mie canzoni e aggiungendone altre ispirate da testi di importanti poeti piemontesi del ‘900: Nino Costa, Dumini Badalin, Oreste Gallina, Giuseppe Fracchia. Due brani li ho scritti in omaggio al nostro papa conterraneo, Vengo dalla fine del mondo e Rassa nostran-a, una rielaborazione di una poesia di Nino Costa che il pontefice conosce a memoria. È stata una grande emozione potergli consegnare il Cd in Vaticano durante un’udienza al termine dell’incontro con i fedeli in Piazza San Pietro. Mi ha salutato con un ceréa.
Le tournée all’estero sono state una costante della tua carriera.
Le associazioni dei piemontesi emigrati sono molto attive. Ho cantato in Australia, molte volte in Argentina e in Europa trovando ovunque entusiasmo, curiosità e non semplice nostalgia. L’ultima uscita all’estero è del 2019, in Bielorussia, al Festival internazionale della canzone religiosa, a rappresentare l’Italia con la mia canzone Vengo dalla fine del mondo nello Stadio di Mogilev, gremito. Con me c’erano Eugenio Beltracchini e mio figlio Daniele che è un ottimo chitarrista, ma, nella vita, ha scelto di fare il fisioterapista ed è bravissimo.
È nota la tua convinta adesione alla Lega Nord.
Posso dire di essere stato leghista prima della Lega. Mi interessava il movimento autonomista piemontese ai tempi di Roberto Gremmo. Certo, ho conosciuto Bossi e ci ho fatto pure una gara a braccio di ferro e Salvini, quando era direttore di Radio Padania. Ho presentato qualche edizione di Miss Padania, ma non ho mai tratto vantaggi da questa mia scelta politica. Mi avevano anche chiesto di candidarmi, come aveva fatto Gipo Farassino, ma ho preferito cantare, scrivere e continuare a fare il mio lavoro. Lascio la parte di militante, attivissima sui social, a mia moglie Germana.

Con la pandemia la vita di tutti è cambiata. Anche la tua?
Ho continuato a scrivere canzoni. Una si intitola proprio Lockdown-Andrà tutto bene e ho girato anche un video. L’altra Torneremo a cantare. L’ispirazione non mi manca. Nel frattempo, in famiglia, abbiamo accolto un cane. L’ho chiamato Amis. Abbiamo la fortuna di vivere con molto verde attorno. Nella stessa casa abita anche la famiglia di mio figlio con la moglie Monica e i miei nipoti Vittorio e Chiara. Facciamo giri in bici e quando si è potuto siamo andati in Liguria con il nostro camper, che ha 33 anni e va ancora alla grande. Le cose buone non hanno età.
Ogni riferimento a fatti e persone non è casuale?
La vita è fatta di stagioni, la mia è all’autunno che dalle nostre parti, come si sa, è la stagione più bella e colorata.












































