I suoi dipendenti l’hanno sempre chiamata “la signora”, con rispetto e deferenza. Lei per l’anagrafe era Elsy Rattazzi, fondatrice e anima dell’omonima azienda di abbigliamento per bambine che, dagli Anni Sessanta, opera stabilmente a Calamandrana.
Elsy, con quella “y” finale. Non un soprannome o un diminutivo confidenziale, ma un nome proprio che i genitori, Jolando Rattazzi e Angela Amerio, le avevano dato ascoltando i racconti di un lontano parente emigrato in America.

Quel nome proprio che sa di America e il ricamo imparato a San Marzano
Era nata il 3 settembre 1933 a San Marzano Oliveto, prima di tre fratelli. In regione Santa Libera, con l’aiuto di Adriana Terzano, una vicina di casa, fin da piccola aveva appreso l’arte del cucito e del ricamo. Ancora bambina già confezionava camicie da spedire al papà che era stato richiamato in guerra.
E intanto aiutava la mamma ad accudire i fratelli più piccoli.
Una scuola di sacrificio e di responsabilità. Mentre le sue coetanee sognavano case di bambole e principi azzurri, lei immaginava di dare il nome a un’azienda di confezioni: non giocava con le bambole, avrebbe vestito le bambine.
Il sogno di una bimba di origini contadine su un bricco piemontese, negli Anni Quaranta del secolo scorso: «Come sia stato possibile per lei costruirsi una tale idea di futuro è davvero straordinario – commentano i figli, Michele e Roberto – ma lei era così, aveva in sé un messaggio, oggi si dice una mission, precisa».



I primi anni a Torino
L’incontro della vita con Giuseppe nel 1956
Nel Dopoguerra i Rattazzi si trasferiscono a Torino. Lì Elsy conosce e si innamora di un vicino di casa, Giuseppe Brussino, nato a Scalenghe nel 1928, rappresentante di commercio.
I due si sposano nel 1956 e due anni più tardi il sogno di Elsy diventa realtà: la coppia apre un laboratorio sartoriale specializzato nella produzione di cappotti e capispalla per bambini.
È il 1958. L’economia italiana in pieno boom. Elsy disegna i capi e li realizza mentre Giuseppe gira il Piemonte e la Liguria per venderli ai grossisti. Niente grucce né buste di polietilene a quel tempo: ogni singolo capo, piegato e riposto con cura nella sua bella scatola azzurra, era venduto al prezzo di circa 5000 lire.
Gli affari andavano bene, ma il boom industriale assorbiva quasi tutta la manodopera. Elsy e Giuseppe faticavano a trovare collaboratori per mantenere i ritmi che la domanda e la produzione richiedevano.
Così, dopo cinque anni, decidono di fare ritorno nell’Astigiano dove sarebbe stato più semplice trovare personale, soprattutto femminile.
Il ritorno nell’Astigiano dove si trova più facilmente manodopera femminile
L’attività apre nel centro di Calamandrana, nel 1963, con una trentina di collaboratrici. Poi nel giugno del 1964 entra in attività la nuova sede nella zona industriale, in frazione Quartino. All’inaugurazione parteciparono anche le autorità religiose e civili della zona, dall’allora vescovo di Asti Giacomo Cannonero al prefetto Emilio Bruschelli.
Le foto raccontano una storia di successo: si vede Elsy, elegantissima nel suo abito chiaro, al momento del taglio del nastro. Poi eccola felice, in posa tra decine delle sue dipendenti o di fianco alla macchina da cucire.
Il marito Giuseppe, sempre un passo indietro, sorride e le lascia la scena.
I figli, Michele e Roberto, all’epoca frequentano le scuole elementari. La loro è una famiglia sui generis: «Quando ci sedevamo al tavolo della cucina – ricorda oggi Roberto – i discorsi principali erano sul lavoro. A noi il mestiere è stato passato quasi per osmosi. Respiravamo la passione della mamma, la sua creatività, l’amore per il bello e per il frutto della manualità, dell’artigianalità. Di questo sono e siamo molto fieri».
La signora Elsy non era soltanto la mente creativa dell’azienda, ma un cuore palpitante, un deus ex machina che rendeva tutto possibile. «Faceva molto più che disegnare un capo d’abbigliamento. Lo pensava, creava il cartamodello, sceglieva tessuti, colori, materiali, tagliava l’abito e lo faceva cucire. Si occupava in prima persona della parte produttiva e dell’approvvigionamento.
Aveva un carattere molto deciso, la sua infanzia l’aveva educata a una capacità di resilienza fuori dal comune», raccontano i figli. Non era da meno suo marito: «La caratteristica principale di mio padre è l’ottimismo. Una fede incrollabile e una grande visione» dice Michele.
Una coppia affiatata, nel lavoro e nella vita, capace di far crescere e prosperare l’azienda. In alcuni periodi i dipendenti salirono a quota 80; nel 1979 ci fu il primo ampliamento dello stabilimento Elsy, che per molti anni ha ospitato al suo interno l’intero ciclo produttivo, dal disegno al cucito fino al finissaggio e al collaudo dei capi.
Nel 1992, con l’ulteriore estensione, fu creato un magazzino meccanizzato per la movimentazione automatica dei capi. La produzione si è via via arricchita: non più soltanto cappottini e giubbotti ma anche pantaloni, gonne, abiti, accessori. Alla fine degli Anni Settanta, Michele e Roberto, non ancora ventenni, si uniscono all’avventura professionale dei genitori.
Michele segue le orme del papà e si occupa del lato commerciale e degli acquisti, mentre Roberto affianca Elsy nella parte creativa. Giuseppe aveva avviato nel tempo una solida rete vendite per il mercato domestico, Michele inaugura la stagione delle esportazioni: i capi Elsy arrivano nelle fiere di settore più importanti e negli showroom esteri.
La globalizzazione arriva anche a Calamandrana. Parte della produzione, a mano a mano, lascia lo stabilimento astigiano e viene esternalizzata: prima in Italia (le valli bergamasche, il distretto dell’Abruzzo) poi, dagli Anni Ottanta, in Romania, in Cina, in Turchia.
Tra i compiti di Michele c’è quello di supervisionare la rete dei fornitori, a garanzia degli standard di qualità irrinunciabili per lo storico brand. Da due anni la signora Elsy non c’è più. Già da tempo aveva lasciato l’azienda
perché un abbassamento della vista legato a una maculopatia le aveva
impedito di continuare a lavorare.


La nicchia degli abiti da ricorrenza e da cerimonia
Roberto ha saldamente raccolto il testimone della mamma e, forte dell’esperienza maturata con la bellezza di 84 collezioni presentate, oggi interpreta gusti e tendenze, districandosi tra uno stile senza tempo e le nuove regole dettate da influencer a colpi di foto su Instagram e video su TikTok.
«Oggi Elsy si è ritagliata una nicchia di mercato molto particolare: quella degli abiti da ricorrenza e da cerimonia per bambina – spiegano Michele e Roberto. Siamo tra le prime tre aziende d’Italia in questo settore e, se prendiamo come indice il rapporto qualità/prezzo, siamo al primo posto. La selezione del mercato è stata feroce. Noi abbiamo scelto di valorizzare la nostra identità, la nostra cultura del lavoro, la nostra storia».
Proprio quest’anno la Elsy ha ricevuto un riconoscimento importante: è stata inserita nel Registro dei marchi storici di interesse nazionale, uno strumento
istituzionale che il Ministero dello sviluppo economico ha recentemente
promosso per tutelare la proprietà industriale delle aziende che hanno contribuito al successo mondiale del Made in Italy.
«Essere annoverati tra i marchi storici di interesse nazionale ci riempie di
orgoglio e testimonia il valore storico della nostra azienda – commentano i
due titolari di Elsy.
Ancora oggi, dopo oltre sessant’anni di attività, l’ascolto, la perseveranza,
la passione e lo spirito creativo sono i valori che orientano il nostro operato
e accompagnano la nostra missione: vestire la bambina che diventerà donna, custodendo uno stile in piena sintonia con le caratteristiche del Made in Italy».
Il papà Giuseppe ormai va più di rado in azienda. Una delle ultime cose che ha detto alla moglie sintetizza, nella sua cristallina semplicità, la loro storia di vita: «Quante cose belle abbiamo fatto insieme, Elsy».












































