sabato 3 Dicembre, 2022
HomePassato ProssimoAL CONGRESSO DI VIENNA
1815

AL CONGRESSO DI VIENNA

PERCORSI INCROCIATI SULLE TRACCE DEL BARBERA.
UN DIPLOMATICO DI NOBILE FAMIGLIA PIEMONTESE ORIGINARIO DI COSTIGLIOLE D’ASTI E UN BOTANICO LIGURE SI RITROVANO AL CONGRESSO DI VIENNA TRA IL 1814 E IL 1815. NON SI CONOSCONO E RAPPRESENTANO STATI E INTERESSI DIVERSI. IL PRIMO È IL DELEGATO DAL GOVERNO SABAUDO, IL SECONDO RAPPRESENTANTE DELLA GIOVANE REPUBBLICA DI GENOVA. QUELLO STORICO CONGRESSO, DESTINATO A RIDISEGNARE I CONFINI DELL’EUROPA DOPO LA BUFERA NAPOLEONICA, FA DA SFONDO ALL’INCONTRO DI QUESTI DUE PERSONAGGI CHE HANNO LA COMUNE PASSIONE PER LA TERRA E LA VITICOLTURA. L’INTRECCIO DELLE LORO VITE E DELLE LORO ATTIVITÀ SFOCIA NELLA NASCITA DELLA PRIMA GRANDE OPERA ENCICLOPEDICA ITALIANA DEDICATA ALLA BOTANICA: LA POMONA, PUBBLICATA A COMINCIARE DAL 1817. ECCO IL RACCONTO DI QUELL’INCONTRO.

Tutto cominciò dalle vigne
di Costigliole e San Marzano

Un diplomatico di nobile famiglia piemontese e un botanico ligure si ritrovano al Congresso di Vienna del 1814-15. Non si conoscono e rappresentano interessi diversi. Nella capitale asburgica le potenze della Vecchia Europa vogliono ridisegnare la carta geopolitica del continente, dopo la bufera delle Rivoluzione Francese e di Napoleone.
I due, impegnati nelle trattative e negli incontri ufficiali, avviano una reciproca conoscenza, alimentata dalla comune passione per la viticoltura e le scienze agrarie. Il marchese Filippo Asinari di San Marzano e il botanico Giorgio Gallesio sono i protagonisti di questa storia intrecciata, un retroscena inedito di quel Congresso, che fu una sorta di G20 dell’epoca, e portò al ritorno dell’ “ancien régime”.
Il piemontese è un grande diplomatico con la passione delle vigne, che faceva coltivare nei possedimenti di Costigliole d’Asti e San Marzano. Uomo del suo tempo, vive non senza traversie gli anni tumultuosi del dopo rivoluzione Francese. Li percorre intensamente con una innata capacità di “trattare”. Nato il 12 novembre 1767 dal conte Filippo Valentino (II) e dalla contessa Gabriella dal Pozzo della Cisterna orfano del padre a dodici anni, dopo gli studi universitari a Pisa, entra nel 1784 nel Reggimento Reale e nel 1787 a vent’anni è già luogotenente e scudiero del Principe di Piemonte. Un nobile di belle speranze.
A venticinque anni è destinato dal Re Vittorio Amedeo III ad aiutante di campo del barone di Vins, comandante dell’esercito sardo-piemontese nelle disastrose battaglie contro le truppe francesi guidate dal giovane generale Bonaparte. Ben presto il marchese dimostra propensione per la diplomazia e mette a frutto l’arte della trattativa anche nell’armistizio di Cherasco del 1796, incontrando di persona Napoleone (appena più giovane) che lo tenne in alta considerazione scrivendo: “Gli affari del Piemonte non potevano essere affidati a mani migliori”.1 Se nella successiva pace di Parigi il Bonaparte tende ad una politica di conciliazione con il re Vittorio Amedeo III, pare che il merito sia anche dell’opera del marchese di San Marzano. Ma il vento delle nuove idee dalla Francia soffia forte. Alla fine del 1798 il re Carlo Emanuele IV si ritira in Sardegna, la reggia è saccheggiata, sono aboliti i titoli di nobiltà e gli esponenti delle famiglie più illustri arrestati o confinati. È di quell’epoca, l’arresto della madre e del barone Crova di Vinchio accusati di istigazione e tradotti a Torino. Nel 1799 anche il San Marzano è condotto in Francia, ma riesce a raggiungere prima la Spagna e poi il suo re in Sardegna. Infine torna in Piemonte rioccupato dagli austro-russi e poi sgombrato dopo la vittoria napoleonica a Marengo. Della deportazione è rimasta una toccante lettera dei cittadini di Costigliole.2 Il 4 giugno 1802 il re Carlo Emanuele ritornato a Roma, abdica in favore del fratello Vittorio Emanuele che accetta in esilio, e scriverà al San Marzano il 9 luglio, “Non sono più il tuo Re, ma sarò sempre il tuo amico”3. A settembre avviene l’annessione ufficiale del Piemonte alla Francia. Sono anni tumultuosi. Fra il 1802 e il 1807 il marchese resta il più possibile a Costigliole dove vive la moglie contessa Polissena della Chiesa Cinzano, sposata nel 1789. Dal loro matrimonio nascono dodici figli.
Segue con passione la coltivazione delle sue terre e avvia esperimenti vitivinicoli. La conferma del suo interesse agrario è in alcuni importanti progetti, di cui sono rimasti i disegni, sul castello di “Costiole” per il rifacimento di cantine, deposito uve e torchiatura.4 Nel 1805 il Bonaparte con Giuseppina (ancora sua moglie) entra a Torino, visita Palazzo Madama ne blocca il progetto di abbattimento, poi passa per Asti, Alessandria e Marengo per andare a Milano a cingere la corona ferrea.
Il San Marzano, pur avendo in precedenza osteggiato i francesi, nel 1807 viene perentoriamente chiamato come consigliere di Stato a Parigi, poi all’ambasciata a Berlino, infine diviene senatore dell’Impero dove secondo il Casalis “impedì con molta fermezza non pochi danni alla sua patria”.5 Ma non è l’unico nobile piemontese ad assumere cariche sotto i transalpini. Filippina di Cavour (nonna di Camillo) fa da segretaria a Paolina (sorella di Bonaparte) ricordata a Torino per il suo ballar la monferrina, mentre il marito principe Camillo Borghese dal 1808 ne è il governatore. Ma la stella di Napoleone perde lucentezza, prima la disastrosa campagna di Russia e poi la sconfitta nella battaglia di Lipsia lo portano nella primavera del 1814 ad abdicare a Fontainebleau. Tornano i vecchi sovrani: re Vittorio Emanuele I il 9 maggio 1814 sbarca a Genova, da una nave inglese. Sulla strada di ritorno verso Torino il 19 è ad Asti e a Palazzo Mazzetti. Raccontano le cronache, il re si affaccia al balcone per salutare la folla: è in uniforme blu marino con bottoni dorati e la sera in onore dei reali il cielo si illumina di fuochi d’artificio. Il giorno dopo il corteo reale raggiunge Torino per dare inizio alla Restaurazione.

In viaggio verso la capitale austro-ungarica

Dopo il ritorno a Torino il re ha bisogno di uomini esperti: nel giugno 1814 nomina il marchese Antonio Maria Filippo Asinari di San Marzano ministro plenipotenziario e ambasciatore straordinario “… en notre nom au Congrés général qui doit se réunir a Vienne en Autriche…” per la “… Paix génerale de l’Europe..”6 Ed ecco entrare in scena il nostro secondo protagonista.
Quasi negli stessi giorni (siamo a primi di agosto) un nobile e brillante giurista ligure si appresta anch’egli a fare le valigie per il Congresso di Vienna dove l’attende l’incarico di Segretario di Legazione della Repubblica di Genova.
È Giorgio Maria Antonio Luigi Gallesio.

Un giurista con la passione
per la botanica

Nato a Finalborgo, nel Savonese, il 23 maggio 1772, figlio di Giambattista e Giulia dei conti di Prasca, anch’egli orfano del padre a 10 anni, si laurea in legge a 21 anni all’Università di Pavia, fucina della cultura scientifica italiana del tempo. Il Gallesio è dal 1805 giudice del Cantone di Finale e nel marzo del 1810 è consigliere delegato del dipartimento di Montenotte, da cui dipendeva Finale, nella capitale francese per la festa delle seconde nozze di Bonaparte con l’arciduchessa Maria Luisa d’ Austria.
A Parigi resterà come Uditore al Consiglio di Stato (dove venivano formati i quadri pubblici dell’Impero) e potrà così seguire la stampa nel 1811 del suo Traité du Citrus. Il trattato è ricco di contenuti ispirati alla sua teoria della riproduzione vegetale frutto di attente ricerche, osservazioni, prove e incroci. Precorritore dei futuri studi di genetica del Darwin del 1859, che lo citerà nei suoi libri, il Gallesio propone anche nuovi criteri di classificazione botanica, rivendicando agli antichi Liguri il merito dell’ introduzione degli aranci dolci in Italia. Nel 1811 è sottoprefetto a Savona dove riesce con atti di umanità (gli portava di nascosto cioccolatini) ad alleviare la prigionia del Papa Pio VII, segregato dai Francesi.
Nel 1813 è sottoprefetto a Pontremoli. Nella primavera del 1814 a Livorno sbarcano gli inglesi del generale Bentinck e gli austriaci invadono Pontremoli. Il Gallesio si trasferisce a Finalborgo e intanto viene proclamata la rinascita dell’antica Repubblica degli Stati Genovesi.
E arriviamo al Congresso di Vienna.

Al Congresso di Vienna
i destini si incontrano
(ottobre 1814-giugno 1815)

Il 1 agosto 1814 Giorgio Gallesio viene nominato Segretario di Legazione a Vienna assieme al ministro Plenipotenziario marchese Antonio Brignole Sale, discendente da una famiglia ligure che aveva già dato quattro Dogi alla Superba.
La delegazione genovese arriverà nella capitale austriaca (il 2 settembre 1814) quando ancora erano in corso le conferenze preparatorie. Obiettivo dei liguri: conservare l’indipendenza della giovane Repubblica che pareva già compromessa da precedenti accordi a favore del Regno di Sardegna.
I genovesi avevano a disposizione anche una ingente somma di denaro (150 mila fiorini secondo alcune fonti) da “promettere” per conquistare favori alla loro causa.
Il Congresso si apre ufficialmente il 1° novembre 1814. Nella capitale austriaca, in un clima di apparente festosità, inizia la grande giostra diplomatica. Nonostante le promesse di lord Bentinck, le manovre dei genovesi che proponevano soluzioni alternative all’annessione al Piemonte oppure cedere ai Savoia solo la costa da Sanremo a Mentone, non riescono. La fine dell’autonomia è segnata. Con lucido realismo infatti il Gallesio annoterà di trovarsi a Vienna come Segretario “della morente nostra Repubblica”.7 A metà novembre il Principe di Metternich, gran tessitore del Congresso, stronca le voci sulle manovre dei liguri e fa deliberare l’unione di Genova al Regno Sardo-Piemontese con la famosa frase “le repubbliche non vanno più di moda” .
L’annessione è decretata il 10 dicembre e a Genova c’è chi pensa sia un male minore intuendo di poter dare una svolta più attiva e dinamica allo stato sabaudo, più incline alle funzioni militari e burocratiche e meno aperto ai contatti commerciali con altri paesi .
Ma come si viveva a Vienna durante il Congresso? Nei mesi del suo soggiorno austriaco, Gallesio pubblica in lingua tedesca la sua Teoria della riproduzione vegetale (Theorie der vegetablischen Reproduktion), e annota meticolosamente dati sul clima, i mercati, le varietà di frutta, i parchi e le serre dove vede coltivati gli ananas e altre primizie non tralasciando di portarsi a casa dei grani di fichi di Smirne.
Nel viaggio di ritorno trova che a Trieste l’uva passa senza semi è come quella di Corinto. A Venezia nota abbondanza sui mercati, comprese arance grosse e dolcissime della Puglia e uva fresca dal Bolognese.
Dal punto di vista piemontese il Congresso di Vienna viene vissuto dal marchese di San Marzano con altri risultati: la volontà dell’Inghilterra e della Russia di creare un Piemonte più forte per farne uno stato cuscinetto tra l’Austria e la Francia ha favorito l’annessione della Liguria, ma la trattativa diplomatica appare difficile rispetto alle ambizioni di Vittorio Emanuele che lamenta la cessione della Savoia e intende richiedere oltre alla Liguria anche la Lombardia, una porzione del Delfinato e della Provenza, le isole di Capraia, l’Elba e la Corsica. Il San Marzano, pur consapevole delle difficoltà (indicativa l’altra gelida frase del Metternich: “L’Italia è soltanto un’espressione geografica ”), sfodera le sue doti diplomatiche e le antiche conoscenze e riesce ad ottenere tutto il territorio della Repubblica di Genova e dell’isola di Capraia, il governo militare del Principato di Monaco, i diritti sui feudi imperiali delle Langhe, gran parte della Savoia tolta in precedenza a Torino e la garanzia sulla futura successione ai Savoia-Carignano.

Le pubbliche relazioni viennesi si fanno meglio a tavola

Capraia, il governo militare del Principato di Monaco, i diritti sui feudi imperiali delle Langhe, gran parte della Savoia tolta in precedenza a Torino e la garanzia sulla futura successione ai Savoia-Carignano.
L’appeal personale del marchese è testimoniato dalla quantità e prestigio degli inviti a venir dîner o venir souper o partecipare a un bal paré o una assemblée dansante. Spiccano fra gli inviti d’onore quelli plurimi del principe di Metternich, ma anche del principe di Talleyrand (per la Francia) lord Stewart visconte di Castlereagh (per la Gran Bretagna), del conte di Stackelberger (incaricato dallo Zar di Russia).8 Il diplomatico piemontese quando ha ospiti non manca di puntare sulla cucina e sui vini. Il minuzioso resoconto economico delle sue spese nel periodo del Congresso è eloquente: il costo per i vini è tra le voci più alte con la cucina: rispettivamente 7383,27 franchi e 7906,29 per i cibi. Il fitto della sede arriva a 9300 franchi, gli stipendi al personale di servizio 4032, i mobili costano 3167, legna e carbone 2381, la carrozza 6536 franchi.9
I due nostri protagonisti hanno occasione di incontrasi.
Da documenti e lettere si deduce la predilezione del marchese piemontese per i vini rossi, mentre il botanico ligure è più “bianchista”.
È probabile che il Gallesio, fra una clausola e un cavillo, riesca ad ottenere dal marchese (e i fatti lo confermeranno) almeno due cose e cioè un lavoro sicuro sotto il nuovo potere sabaudo e la promessa di sottoscrizione alla sua futura Pomona italiana, il suo grande sogno e magari una parola buona verso altri mecenati a sostegno della sua impresa editoriale. Intanto gli avvenimenti incalzano.
Lo sbarco di Napoleone sul continente fuggito dall’Elba il 1° marzo inducono il congresso a concludere i lavori con la firma dell’Atto finale il 9 giugno 1815. Il 18 giugno Napoleone subirà la sconfitta definitiva a Waterloo e verrà avviato all’esilio finale a Sant’Elena l’isola sperduta nell’Atlantico, custodito dagli inglesi.
Il marchese di San Marzano, grazie allo zelo e talento nei negoziati è nominato ministro per gli affari della Guerra con il compito di organizzare esercito e marina militare. Fu lui a volere un ricovero detto Casa d’Asti per i soldati veterani e invalidi. A dicembre 1817 assume il dedicato incarico di ministro degli Esteri. Gallesio nel frattempo rassicurato dal San Marzano, che ne ha stima e simpatia e ne perora la causa, (scriverà da Vienna una lettera di elogi) nell’aprile 1815 va a Torino per rendere omaggio al suo nuovo sovrano.
Durante la visita in Piemonte nota che ogni cascina ha un frutteto protetto da un muro di cinta e sulla collina di Torino dove “gli alberi a frutto vi erano tutti in fiore” ci sono molte varietà fra cui i “persici con lanuggine e i patanù o nudi” e degli albicocchi a pasta bianca di Savona a pelle lucente ivi conosciuti con il nome di albicocco di Sardegna.10
Ma dopo la visita a corte, la promessa dell’impiego cade nel silenzio. Ritornato il San Marzano, sapendo dell’impegno reale e delle sue promesse, lo chiama al servizio nel suo Ministero nominandolo Commissario di Leva a Savona (dopo che il Gallesio rifiuta un trasferimento all’Intendenza di Alba). Il giurista-botanico sta pensando alla sua grande impresa, cioè la pubblicazione a dispense della Pomona italiana, e accetta il nuovo incarico, non di primo piano, ma comunque remunerato.
Tornerà in Piemonte varie volte dal 1818 al 1834 in alcune di queste occasioni si fermò sia ad Asti che a Costigliole, e anche a Nizza Monferrato, Vinchio, San Martino (Alfieri), Portacomaro. Ogni volta annotando curiosità botaniche e non solo.

La prima enciclopedia della natura,
una grande impresa

Inizialmente doveva avere per titolo Pomona toscana, (Pomona: dea romana dei frutti cantata da Ovidio) perché a Firenze, il Gallesio poteva trovare pittori e incisori in grado di seguirlo. Ma con grande intuito e coraggio (in questo ci vediamo lo zampino del San Marzano) opta poi per la più significativa Pomona italiana: quando ancora la penisola era divisa in una pluralità di Stati, lui ne cercò l’unità botanica.
L’opera esce a fascicoli nel 1817 dalla tipografia Capurro di Pisa, per concludersi incompleta con la pubblicazione della quarantunesima dispensa, oltre venti anni dopo nel 1839, anno della morte dell’autore.
Una Pomona incompiuta che non comprenderà gli amati agrumi e alcune varietà di uve. Vengono comunque pubblicate 160 splendide tavole in folio (cm.50×32) colorate rigorosamente a mano e 156 schede pomologiche definiti “articoli”.
Le tavole sono dipinte e poi incise su rame, infine stampate e poi colorate da esperti acquarellisti.
Il numero delle copie vendute sommate a quelle date in omaggio ammonterebbe a 154: il Gallesio, si assunse anche il compito della promozione e vendita a un prezzo iniziale di 25 lire (45 paoli toscani) per fascicolo in seguito elevato a 36. Potevano essere rilegati a cura dell’acquirente in due o più volumi.
Fra gli aderenti a questa antesignana delle opere artistiche di divulgazione scientifica oltre al marchese di San Marzano si trovano i più bei nomi del tempo. L’elenco lo testimonia: si abbonano alla Pomona il Metternich, Francesco I d’Austria, il Palatino d’Ungheria, Lapoukin di Pietroburgo, Ferdinando IV di Napoli, Ferdinando VII di Spagna, Leopoldo II di Firenze, Bristol e Buchingham di Londra, Maria Cristina di Borbone, Carlo Alberto di Carignano, Carlo Emanuele di Savoia, Vittorio Emanuele I, ma anche nobili e borghesi o scienziati come il Bonafous di Torino e il Moretti di Pavia, la Società Orticola di Berlino, l’Accademia delle Scienze di Torino, l’Orto Agrario di Bologna e Pavia, molti prelati, biblioteche comunali e universitarie.
Gran parte degli esemplari della Pomona è oggi irreperibile. In Piemonte sono conservate quella della Biblioteca dell’Accademia delle Scienze e Reale di Torino e quella del Museo Bersano di Nizza Monferrato.

Le uve “migliori d’Italia”
nella Pomona

Una edizione è alla Biblioteca Civica di Alessandria.
È solo dal secodo tomo, nell’edizione pervenuta alla Biblioteca Berio di Genova, che compare per prima l’uva Claretta di Nizza dipinta da Milesi e incisa da Pera nel 1831, in realtà il Gallesio, pur titubante, sembra avesse in mente fin dall’inizio di inserire le uve e infatti la prima miniatura di cui conosciamo la data è la Moscadella nera dipinta da Sebastiani a Firenze nel 1816 a cui seguiranno il Vermentino nel 1827 e via via le altre, compreso il Dolcetto che sappiamo inciso nel 1830. Arriverà a includere nella sua Pomona 26 varietà, che oggi chiameremmo cultivar o vitigni.
L’uva Barbera sarà protagonista dell’incisione di Pera in Firenze del 1833, molto curata sia nel testo che nella miniatura, con ape sulla foglia, la cui paternità è assegnata a Domenico Del Pino (pittore naturalista ligure) su disegni a colori di Muletti e Gardel.
Definita VITIS VINIFERA MONTISFERRATENSIS. Vulgo, Uva Barbera, il Gallesio la descrive con precise indicazioni sulla forma del grappolo e colore degli acini. Annota che gareggia col Nebbiolo e col Tadone ai primi posti fra le uve del Monferrato, il vino è generoso e duraturo e se fatto con cura, si perfeziona nell’invecchiamento.
Osserva acutamente che “i distillatori ne ricavano un alcool che è preferito a quello delle altre uve del Piemonte mentre i negozianti di vino se ne servono con vantaggio per dare colore e migliorare quelli più deboli

Il marchese di San Marzano ispiratore del progresso
vitivinicolo piemontese

Non si accontentava e voleva il meglio. Con questo spirito il marchese da Costigliole intrattiene rapporti con altri nobili agrari come il marchese Falletti di Barolo e quello di Villa-Hermosa. Nel 1808 scrive al suo fattore Allisio una dettagliata lettera di istruzioni di come mettere i “piantini dell’Hermitage” (coteau della Drôme sulla sinistra del Rodano) da collocare “nella parte più alta del Bricco della Lù nella Comba riparata dai venti” precisando la distanza dei ceppi, il tipo di “broppa” e di potatura, specificando che in Francia ogni ceppo porta non più di 6 o 7 grappoli. Le barbatelle erano state ordinate nel 1807 all’abbé De Pina, per spedizione con diligenza da Lione.
Nel 1813 ancora senatore dell’Impero e perciò assente da Costigliole, ma vigile sui suoi beni, richiede al solito Allisio un resoconto sulla vendemmia e sulla vinificazione. Così apprendiamo che al Castelletto si raccolgono 7 “arbi” di Barbera, uno di Nebiolo, sei di uve varie, due di verde mentre alla Lù ci sono moscatelli, passerette, alleatico e un “arbi” di Hermitage (l’impianto del 1808 aveva avuto quindi buon esito). Il fattore informa che le uve sono ben mature e la vendemmia è iniziata ai primi di settembre. Il marchese vuole conoscere anche i vini degli altri territori. Nel 1818 si fa inviare da Parigi per Bordeaux via Marsiglia e Genova, una barrique di S. Estephe 1815, due casse con cento bottiglie di Sauternes 1802 e una cassa da 50 bottiglie di Lafitte 1811 (a 6 franchi l’una). A inizio 1819 il console di Barcellona interpellato per l’invio in Piemonte di barbatelle di vino Malaga, Xeres, Alicante, e un fusto di Malvasia di oltre 20 anni, allega su richiesta del San Marzano (suo ministro degli Esteri) un carteggio sulla coltivazione della Malvasia di Sitges (ora Presidio Slow Food in Catalogna) e di Aleglia (zona viticola sopra Barcellona) accompagnati da un bariletto per assaggio di questo vino tenuto dagli “intelligenti in somma reputazione”.12

Un doppio epilogo
familiare amaro

I nostri due protagonisti, accomunati dalla stessa passione per la botanica e l’agronomia saranno entrambi condizionati nell’ultima parte della loro vita da amari rapporti familiari. L’unico figlio del Gallesio, Giambattista (detto Bacicino), entra in conflitto con il padre senza seguirne l’opera. Il botanico “in solitudine, amareggiato da grandi delusioni affettive”13 morì a Firenze il 29 novembre1839 ove fu sepolto in Santa Croce fra gli altri italiani illustri, tra cui l’ Alfieri. Il San Marzano era mancato a Torino una decina di anni prima il 15 luglio 1828 e aveva patito, dal suo punto di vista, l’impegno “democratico” del figlio primogenito Carlo Emanuele (amico e scudiero di Carlo Alberto di Carignano) che partecipò con Santorre di Santarosa ai moti liberali del ‘21. Il padre abbandonò il ministero degli Esteri e il figlio fu condannato a morte, esecuzione avvenuta fortunatamente soltanto in effige. I tempi stavano nuovamente cambiando.
La storia non si ferma, neppure tra le vigne di Costigliole.

NOTE

1 ASINARI di SAN MARZANO G., Gli Asinari, Estratto Riv. di storia,
Arte, Archeologia per la Prov.di Alessandria, Anno XIII (XXVIII) – Fasc. XLIX –
(Serie III), Alessandria, 1928, p.45
2 ARCHIVIO STATO ASTI (AS-AT), Asinari di San Marzano, b. 5/57
3 ASINARI di SAN MARZANO G., Gli Asinari, (cit.) p. 47
4 ARCHIVIO STATO TORINO (ASTO), Archivi Privati, Asinari di San Marzano, Disegni, busta 8
5 CASALIS G., Dizionario Geogr.-Storico-Statistico-Commerciale Stati S.M.Re di
Sardegna, Vol.V,Torino,1839,p529
6 ASTO, Archivi Privati, Asinari di San Marzano, Mazzo 26
7 GALLESIO G., Dai Giornali di Agricoltura e di Viaggi, a cura di M.C.LAMBERTI,Sagep, Genova, 1985, p.51
8 ASTO, Archivi Privati, Asinari di San Marzano, Mazzo 29
9 ASTO, Archivi Privati, Asinari di San Marzano, Mazzo 8
10 GALLESIO G., Dai Giornali di Agricoltura e di Viaggi, (cit.), p.48, 166
11 GALLESIO G., Pomona Italiana, ossia Trattato degli Alberi da Frutto, N.Capurro, Pisa, 1817-1839, (Uva Barbera)
12 Di RICALDONE G.A., Il Marchese Filippo Asinari di San Marzano viticultore a Costigliole d’’Asti, Comune di Costigliole, 1973, p.37,48
13 AA.VV., Omaggio di Prasco a Giorgio Gallesio, Atti convegno Castello di Prasco, 12 sett.1998, Centro promozioni e studi su G.Gallesio-Prasco, Tip. Sorriso Francescano, Genova, 1999, p.75

Le schede


L’AUTORE DELL’ARTICOLO

Latest posts by Giancarlo Scaglione (see all)

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

3,917Mi PiaceLike
0FollowerFollow
0IscrittiSubscribe

GLI ULTIMI ARTICOLI CARICATI

IN EVIDENZA

Sboccia il fidanzamento e le coppie “si parlano”

  Molti annunci ufficiali di fidanzamenti, soprattutto in campagna, un tempo avvenivano in primavera: erano il risultato delle veglie invernali nelle stalle. Terminato il servizio...

«Quella passeggiata a Viatosto non l’ho dimenticata»

Quegli anni fatati della vita. Rubo a Italo Calvino il titolo per sfogliare l’album dei ricordi dei cinque anni trascorsi sui banchi di legno...

Gli intensi anni astigiani di “Bicio”

I De André sfollano nel 1942 in una cascina di Revignano   Un uomo elegante esce dalla casa contadina. Lo chiamano Professore, incute soggezione, ma è...

Accadde nel terzo trimestre

10 anni 16 settembre 2007 Il drappo del Palio è firmato da Paolo Conte e conquistato dal rione San Secondo (rettore Marco Zappa) con Giovanni...

Voci astigiane tra le onde della guerra

Non ho mai conosciuto Giovanni Gotta da Viarigi, ben poco sapevo dell’incrociatore da battaglia della Regia Marina “Giovanni dalle Bande Nere” e ho fatto...

Quando le colline astigiane erano nel Golfo Padano

Il territorio punteggiato da importanti ritrovamenti fossili Una volta c’era il mare, lo sanno tutti. Ce ne ricordiamo quando negli anni si sono ritrovati scheletri...

Dai lampioni a gas alle lampade a led, storia della luce pubblica

Fino al 1910 ogni sera si accendevano 520 lanterne   Chi da generazioni è abituato ad accendere la luce premendo semplicemente il tasto di un interruttore,...

La rossa piemontese che piace al mondo Il Consorzio Barbera d’Asti fondato 70 anni...

Un vino popolare racconta la sua epopea La guerra è finita da un anno e mezzo e il 22 novembre 1946 nella sede della Camera...

CONTRIBUISCI A QUESTO ARTICOLO

INVIA IL TUO CONTRIBUTO

Hai un contributo originale che potrebbe arricchire questo articolo? Invialo ora, saremo lieti di trovargli lo spazio che merita.

TAG CLOUD GLOBALE

TAG CLOUD GLOBALE
INVIA IL TUO CONTRIBUTO

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE