domenica 4 Ottobre, 2026
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Parole di pietra

Una lapide racconta la grande stalla dei monaci

Ad Azzano una traccia dell’abbazia scomparsa

Le “parole di pietra” questa volta sono quelle incise su una lapide posta accanto all’ingresso del salone comunale di Azzano, sul muro a destra della facciata della vicina chiesa parrocchiale di San Giacomo.

L’iscrizione in latino è datata 1785. Sopra al testo, uno stemma arcivescovile sormontato dal galero, il cappello con tre nappe pendenti ai lati. In basso, un coltello infilato al centro di due rami intrecciati di palma, simbolo del martirio. Il coltello è un attributo iconografico di San Bartolomeo, cui era dedicato il monastero in fondo alla valle verso il Tanaro.

La lapide in origine era collocata nella stalla della cascina Margaria, una delle  pertinenze del monastero, dall’altra parte del Tanaro, verso Asti. Fu recuperata nel 1995. Questo il testo, tradotto dal prof. Enrico Pasqui: Sia pace a voi.

Per nutrire, curare ed accrescere la mandria del bestiame, l’abate ed i monaci fecero erigere e terminare, in poco tempo, questa stalla con colonne e le poste per gli animali su due lati, in una costruzione a volta da entrambe le parti, con duplice porticato, colla cantina, con pozzi ed un ampio verziere, edificio completo ed inoltre cinto da muri.

Ciò avvenne nel nono secolo dalla fondazione del monastero, nell’anno 1785 dal parto della Vergine. Il monastero di San Bartolomeo, ai piedi della collina di Azzano, annoverava il possesso di vastissimi beni terrieri, affidati ad enfiteuti, vassalli e fittavoli, non solo nella zona, ma anche ad Annone, Quarto, Migliandolo, Portacomaro.

Sulla sua origine non ci sono notizie certe. Risalirebbe al X secolo. Le ipotesi sono due. Una lo farebbe risalire agli Anscarici, di origine franca con il titolo marchionale, protettori dei Benedettini, interessati a bonificare la paludosa piana del Tanaro.

L’altra ipotesi ne attribuisce la fondazione al Capitolo della Cattedrale di Asti o allo stesso vescovo Bruningo. I monaci del cenobio amministravano, oltre alle proprietà fondiarie, anche alcuni mulini, fornaci e officine dipendenti dall’abbazia, ma molto importante e redditizia era la gestione dei diritti di pesca e di navigazione del Tanaro, che furono a lungo causa di conflitti con il Comune di Asti.

Dopo un periodo di declino dovuto alla scarsità di raccolti, alla mancanza di  manodopera per le pestilenze e alle occupazioni militari e le conseguenti requisizioni, nel ‘700 l’Abbazia di San Bartolomeo tornò alla prosperità. Ma con Napoleone, esattamente il 13 fruttidoro dell’anno X (31 agosto 1802),
un decreto dispose la soppressione degli ordini monastici, danneggiando gravemente quella che fu una delle più ricche congregazioni monastiche della zona che si disgregò.

L’abbazia in breve fu devastata, diventando poi una cava di mattoni e pietre per la gente della zona. Al suo posto, ora vi sono campi coltivati e di San Bartolomeo è rimasto il nome della località.

L’altare maggiore dell’abbazia è custodito nella parrocchiale di Annone, la  balaustra in quella di Rocca d’Arazzo. E la lapide ritrovata racconta la sua storia ad Azzano.

 

Visto su Astigiani

 

• I mille anni di storia dell’abbazia fantasma, n. 5 settembre 2013 pag. 30

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Pippo Sacco

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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