Una finestra sul ghetto, Vita e ricordi degli ebrei ad Asti

La sinagoga in un’immagine di inizio Novecento

Nel 1848 nel ghetto si contavano 400 persone

 

 

«Certo misero lo era, formato da due stradine che si incrociavano e si aprivano ogni tanto in vicoli ciechi, cortiletti, in uno slargo esiguo e privo di luce… Un venditore di acciughe in barile appestava l’aria con il puzzo della sua merce».  Così Guido Artom, nel suo romanzo I giorni del mondo, ci fa entrare, quasi in punta di piedi, nell’antico ghetto ebraico di Asti, con le sue piccole botteghe, la sua scuola, la Sinagoga inaugurata nel 1889. Le antiche famiglie ebraiche astigiane non ci sono più: rimangono nomi e ricordi sempre più sfumati a segnare vie, piazze o palazzi e rimangono i ritratti severi degli esponenti più illustri della comunità nella Pinacoteca di Palazzo Mazzetti a testimoniare una storia remota, che si perde fin nell’Alto Medioevo, anche se una presenza costante comincia a registrarsi solo a partire dal XIV secolo, con l’arrivo degli ebrei espulsi dalla Francia e dalla Germania. La stabilità di cui gli ebrei godettero, in Asti, tra il XV e il secolo successivo permise loro di incrementare il proprio numero, anche se la peste del 1599, che colpì l’intera popolazione astigiana, causò la morte di circa una trentina di ebrei, quasi un quarto della comunità, trasferita momentaneamente in quarantena alla torre campanaria verso la Torretta, fuori dal centro abitato. Fin dall’inizio del 1600 è attestata l’esistenza di un luogo di culto adibito a Sinagoga, probabilmente sullo stesso luogo di quella attuale. Inizialmente un locale di una casa privata, poi una vera e propria Sinagoga. Senz’altro c’era il forno per cuocere le azzime e un locale adibito al bagno rituale. Con le regie costituzioni sabaude del 1723 venne istituito il ghetto, ossia un luogo separato e chiuso in cui dovevano obbligatoriamente risiedere gli ebrei di Asti e dei piccoli centri vicini. Il censimento del 1761 registra 19 ghetti esistenti in Piemonte (i più popolosi erano quelli di Torino, Casale Monferrato e Alessandria, si segnala in Monferrato anche quello di Moncalvo) e per Asti quasi quaranta nuclei famigliari per un totale di circa duecento individui. Essi respireranno, per un brevissimo tempo, il sapore della libertà durante la breve vita della Repubblica Astese del 1797: si racconta dei portoni, che alla sera chiudevano gli accessi al quartiere ebraico, bruciati nella piazza del Municipio per sancire la fine dell’isolamento e della discriminazione. Nella prima metà del XIX secolo, prima della fine della ghettizzazione avvenuta con l’emanazione dello Statuto Albertino nel 1848, gli ebrei astigiani risultano essere poco meno di quattrocento, in progressiva crescita, tanto da far sentire forte l’esigenza di una ricostruzione e ampliamento della Sinagoga che si concluse nel 1840. 

 

Il ruolo degli ebrei astigiani nel Risorgimento Isacco Artom fu il segretario di Cavour

 

L’Unità d’Italia sancì una quasi definitiva integrazione degli ebrei, assimilazione in atto già da molto tempo, che ha trovato nel periodo risorgimentale un impulso notevole: è la condivisione di una coscienza nazionale e di un senso di appartenenza che in Asti può essere impersonificato da Isacco Artom, segretario e stretto collaboratore di Camillo Cavour, oltre che primo senatore ebreo del Regno d’Italia, ma anche, per esempio, dalla famiglia Ottolenghi, dal suo amore per la città, i suoi interventi in campo assistenziale, il suo mecenatismo e interesse per la cultura intesa come occasione di riscatto, ma anche di costruzione di una cittadinanza nuova. La volontà di progettare e realizzare un museo dedicato alle lotte risorgimentali, di dedicare la piazza Roma antistante il vecchio ghetto alle battaglie che hanno portato all’Unità italiana, gli interventi nel settore della cultura e dell’arte, tutto rientra in questo processo di appartenenza a una comunità cittadina e nazionale che travalica i confini dell’identità religiosa. Lo stesso senso di appartenenza a una comunità nazionale farà vivere agli ebrei italiani, e anche astigiani, la prima guerra mondiale come l’ultima fase della costruzione di una vera e propria identità nazionale. È di questo radicato senso di appartenenza più alla comunità nazionale che a quella religiosa, la profonda integrazione e il considerarsi prima di tutto cittadini italiani che ebrei, che si deve tener conto quando si parla di fascismo, leggi razziali e poi di Shoah. 

 

Nel 1938 con le leggi razziali vengono schedati 95 ebrei

 

Infatti, i provvedimenti del fascismo contro la razza ebraica, il censimento dell’agosto del 1938 e la successiva emanazione delle leggi razziali sono disposizioni imposte dall’alto, non comprese, non capite dagli stessi ebrei italiani (e astigiani). Paradossalmente, saranno proprio tali provvedimenti a “creare” il gruppo “ebrei” e i primi a sentire di non farne parte saranno proprio loro, gli ebrei stessi che diventano tali quasi “per decreto”, portatori di un’identità che non sanno di avere. Si tratta di una situazione assurda e incomprensibile, neppure confortata dall’orgoglio di appartenenza. Cittadini italiani innanzitutto. E sono le parole di Enrica Jona a chiarirci meglio questa situazione contraddittoria, quasi schizofrenica: «Assimilati? Si capisce che eravamo assimilati… Il Sabato andavamo a scuola lo stesso… facevamo il periodo pasquale, quando si mangiava secondo il rito nostro… Ma noi non eravamo osservanti, anche se molto rispettosi dell’ebraismo… Sì, si andava al Tempio nelle feste… essere ebrei significava per noi solo questo…» Il censimento fascista del 1938 registra, per Asti e provincia, 95 ebrei: si tratta di un calo demografico notevole rispetto al secolo precedente che ha visto il trasferimento di molte famiglie nelle grandi città, soprattutto Torino, Genova, Milano, Firenze, Roma, oltre che un calo naturale delle nascite che caratterizza un po’ tutte le comunità italiane.

 

Dal 1941 arrivano nell’Astigiano cinquecento internati ebrei provenienti dai Balcani occupati

 

L’ingresso in guerra dell’Italia cambia radicalmente le esistenze delle persone. Intanto agli ebrei residenti da secoli in città si aggiungono altre presenze. Infatti, l’occupazione dei Balcani da parte dell’Italia fascista causa l’arrivo, a cominciare dal settembre del 1941, nella provincia astigiana, di quasi 500 ebrei jugoslavi, provenienti dalla Croazia, da Spalato e da Lubiana, che vengono dislocati in alcuni comuni: Agliano, Antignano, Asti, Canelli, Castell’Alfero, Castelnuovo Don Bosco, Cocconato, Incisa Scapaccino, Mombercelli, Moncalvo, Montechiaro, Montemagno, Montiglio, Nizza Monferrato, Portacomaro, San Damiano, Villanova. Sono considerati dal regime fascista nello stato giuridico assurdo e contradditorio di “internati liberi”, condannati, cioè, a una sorta di arresti domiciliari in attesa di sistemazione in veri e propri campi di concentramento dislocati sul territorio nazionale. Il loro è un tenore di vita sostanzialmente tranquillo, costantemente sorvegliati dalla Questura e dalla Prefettura impegnate a redigere e aggiornare gli elenchi nominativi e i loro dati anagrafici. L’importante è non dare l’immagine che possano condurre vita agiata o contraria alle disposizioni riguardanti la razza. Per questo, nel febbraio del 1942, la Questura di Asti ammonisce, preoccupata, i podestà dei luoghi di internamento: «È stato riferito che alcuni internati ebrei celibi, giovani e ben forniti di mezzi, alletterebbero le ragazze dei comuni ove risiedono ed avrebbero con esse relazioni amorose. Pregasi diffidare gli ebrei interessati ad astenersi da tali azioni e di disporre attenta vigilanza allo scopo di impedire le relazioni anzidette che sono vietate dalla legge razziale e che possono provocare grave risentimento tra la popolazione». E ancora: «Devono rincasare la sera con l’inizio del coprifuoco, non è ammessa alcuna tolleranza, anche minima, di ritardo. Non devono per nessuna ragione accompagnarsi con ariani, intrattenersi con ariani nei pubblici esercizi, soffermarsi nelle strade con ariani. Anche i rapporti strettamente necessari per gli acquisti devono limitarsi al tempo strettamente indispensabile. Non devono impartire lezioni di lingua tedesca ad ariani, salvo eventuale autorizzazione». Nonostante le restrizioni e la mancanza di libertà, la vita condotta dagli internati sembra continuare all’insegna di un’apparente normalità, che si concretizza anche con la nascita di tre bimbi a San Damiano d’Asti, a Nizza Monferrato e a Castelnuovo Don Bosco. Anzi, sembra essere proprio questa apparente normalità a infastidire le alte gerarchie del fascismo se Roberto Farinacci si sente in dovere di segnalare a Mussolini che ad Asti, «i confinati ebrei se la passavano benissimo, vivevano in ottimi alberghi, andavano spesso al cinema e davano “una caccia spietata” alle donne ariane». Lo storico israeliano Raoul Spicer alias Menachem Shelah, che a quei tempi aveva dieci anni, ricorda bene quei mesi trascorsi nell’Astigiano: «La mia famiglia ed io siamo stati internati a Castelnuovo Don Bosco, un piccolo paese a metà strada tra Torino ed Asti: in quell’ambiente pastorale, noi – fuggiti dal terrore nazista e da quello delle autorità ustaša – abbiamo trascorso giornate gradevoli. Nell’autunno del 1942, quando ero un ragazzo di dieci anni, da Castelnuovo fummo trasferiti a Ferramonti, ed anche dell’internamento in quel campo conservo un buon ricordo».

 

Nel 1943 furono 53 i deportati dai campi tornarono solo in tre

 

Molti di loro, infatti, vennero trasferiti al Sud, nel più grande campo di concentramento fascista, a Ferramonti di Tarsi, in provincia di Cosenza, nell’estate del 1943, appena in tempo per essere liberati dagli Alleati. Quelli rimasti nell’Astigiano si sono salvati quasi tutti dalla deportazione: su quasi cinquecento internati i deportati ad Auschwitz risultano essere quattordici. Tra le cascine e i piccoli paesi di questa provincia contadina si è messa, dunque, in moto una rete di protezione umana che ha serrato le maglie intorno a queste famiglie, consentendo loro di sopravvivere attraverso i durissimi venti mesi della Repubblica sociale italiana e dell’occupazione tedesca, nonostante gli allettanti inviti alla delazione. Di questi ebrei stranieri, jugoslavi, si è persa quasi la memoria: pochissimi ricordano gli ebrei “un po’ strani” che arrivavano da lontano… rimane a testimoniare il loro passaggio l’efficiente macchina burocratica fascista che compila in continuazione lunghi elenchi di nomi, schede anagrafiche, correzioni di date, documenti di identità, e così via. Alcune foto ci restituiscono volti segnati dal continuo errare alla ricerca di un rifugio precario. A loro occorre aggiungere moltissimi ebrei che sono sfollati da Torino a causa dei bombardamenti e che sono arrivati, spesso sotto falso nome, in Asti nella speranza che questa piccola città di provincia e il suo territorio venisse risparmiata dalla guerra. Tra loro anche la giovane Rita Levi Montalcini, rifugiatasi con la famiglia in una cascina di Valle San Pietro, dove continuò gli esperimenti sugli embrioni dei polli che aveva avviato all’Università di Torino (vedi Astigiani n. 3 pag 94).

 

Tracce e segni ancora presenti attorno alla Sinagoga

 

In cinquantadue sono stati arrestati il primo dicembre 1943: di essi solo Enrica Jona e i coniugi Rozaj, austriaci, sono tornati da Auschwitz. Tutti gli altri sono stati ingoiati dal vortice dello sterminio. Di questa storia antica rimangono le due stradine del ghetto, segnate dallo struscio dei fine settimana, la Sinagoga, maestosamente inaugurata così come la vediamo oggi nel 1889, nuovamente restaurata grazie al contributo della famiglia Ottolenghi: uno spazio decisamente sovradimensionato rispetto alle esigenze di una comunità ormai in declino demografico, ma orgogliosa di una cittadinanza conquistata dopo secoli di segregazione. È un segno forte di esistenza e di identità, reso ancora più significativo da quel rito in giudaico piemontese unico, simbolo dell’incontro tra culture ebraiche diverse provenienti da terre diverse: il rito Appam, a cui tanta fama deve la piccola preziosa comunità astigiana. Di questa storia rimangono aneddoti, avvolti da un velo di “si dice”, “si racconta”, ormai diventati quasi storia. Come, per esempio, la leggenda dell’affresco posto sulla facciata della “prima” casa del ghetto, Casa Artom. Una Sacra Famiglia con San Bartolomeo dipinta, forse, dal famoso Aliberti: un pegno pagato dalla famiglia Artom per disobbedire a una delle regole dei ghetti che impediva di aprire finestre che guardassero fuori dai confini dello spazio riservato agli ebrei. In realtà, è quello che sembra al visitatore più attento: semplicemente un ex voto, fatto dipingere dal mastro di posta Bartolomeo Passaglia, tornato sano e salvo dalla guerra di successione spagnola e non a conoscenza del fatto che la propria casa sarebbe stata espropriata per ospitare famiglie ebree. Oppure come il racconto suggestivo riguardante la costruzione del Teatro Alfieri da parte, oggi si direbbe, di “una cordata” di finanziatori guidati da Zaccaria Ottolenghi, diventato padrone dell’omonimo palazzo. È ancora Artom a ricordarlo: «Avrebbe dotato Asti di un teatro nuovo, più grande, con un palcoscenico moderno, capace di spettacoli migliori di quelli ripetuti da più di cent’anni a ogni stagione al San Bernardino, un teatro aperto a chiunque… Se il signor Zaccaria riesce a costruire il suo teatro, sono pronto, la sera dell’inaugurazione a mangiarmi il primo scalino dell’ingresso – promise il sindaco». Nel 1860 la stagione nel nuovo Teatro della città cominciò con il Mosè di Rossini e il sagace Zaccaria fece arrivare al sindaco della città una lastra di pietra che fece decorare con nastri tricolori «e incaricò due garzoni di consegnarla personalmente al sindaco, con un cartello che diceva “Da parte del signor Zaccaria, con auguri di buon appetito!”». Rimangono le pietre nel cimitero della comunità, un tempo “fuori dalle mura” lungo la riva destra del rio che scende da Valmanera. Negli anni dello sviluppo industriale quel lembo di terra, cinto da un alto muro in mattoni, si ritrovò circondato da fabbriche come la Way Assauto e le Ferriere Ercole con le sue ciminiere. Oggi è tornato ai silenzi della deindustrializzazione e la natura poco per volta cancella nomi scolpiti su lapidi antiche, coprendo ritratti e volti che secondo i precetti non ci dovrebbero essere. Così come rimane il piccolissimo cimitero di Moncalvo a dominare le dolcissime colline coperte di vigneti sulla cima di una delle più belle strade del Monferrato, oppure la facciata restaurata della piccola, irriconoscibile Sinagoga, inglobata ormai dalle abitazioni vicine sulla piazza centrale moncalvese o un minuscolo angolo di ebraicità nel cimitero comunale di Nizza Monferrato. Segni di una storia lontana. Ma se ci capita di fare due passi tra le stradine del centro, tra via Aliberti e via Ottolenghi, e proviamo a stare in silenzio, forse riusciamo a sentire ancora quegli antichi odori, quelle voci, quell’andirivieni di vita. Percorrendo le due piccole vie del ghetto riusciremo a recuperare quella quotidianità fatta di famiglie al lavoro, di pettegolezzi, di amori clandestini, di riti religiosi, di litigi, di solidarietà, come se stessimo spiando da persiane semichiuse una storia di tanto tempo fa. Aneddoti, racconti, si dice… ci accompagneranno sicuramente per la Contrada degli Israeliti. La severità della Sinagoga ci riporterà alle responsabilità della deportazione e della scomparsa di migliaia di persone nella Shoah ma ci inviterà anche a essere custodi di una storia e di una memoria che non sono andate perdute: basta stare in silenzio e le case, i vicoli, le botteghe, le pietre ricominceranno a sussurrare…

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