Gilio Cavagnero ha cento anni, compiuti all’inizio di questo ancora tormentato 2021. L’ho incontrato per la prima volta il 29 aprile. È ospite della casa di riposo San Martino di Montemagno. A causa delle restrizioni anti Covid ci ha diviso un vetro e abbiamo parlato con l’interfono e il prezioso aiuto di Donata Raimondo, seduta accanto a Gilio.
Lui mi aspettava con gli occhi curiosi e la sua inseparabile felpa della Marina Militare. «La mia è stata una vita sempre in movimento» ha ripetuto più volte. Ma iniziamo dal principio.
Gilio nasce a Quincinetto (Valle d’Aosta) l’11 marzo 1921, primo di due figli. A 6 anni si occupava del fieno nei campi e delle bestie nella stalla percorrendo ogni giorno a piedi un chilometro e mezzo per andare a scuola. La famiglia,
originaria di Castiglione da parte del padre e di Castell’Alfero dal lato materno, si era trasferita a Quincinetto, dove dal 1919 era attiva una centrale idroelettrica.
Il padre è guardafili e manda avanti un po’ di campagna. Gilio cresce e va a
lavorare a Torino in aziende dell’indotto Fiat. A 18 anni viene chiamato alle armi: ferma obbligatoria di 28 mesi nella Regia Marina, ma scoppia la guerra. Sul suo foglio matricolare date e incarichi si susseguono: 15 gennaio 1941 a La Spezia, poi a Pola dove frequenta il corso per allievi fuochisti, classificandosi primo.
Dal maggio è all’arsenale di Venezia, ci resterà per un anno come addetto alla dissalazione dell’acqua, poi passa a Trieste dove arriva l’ordine di imbarco sulla torpediniera Uragano.
È il 29 settembre 1942 e la guerra sta prendendo una brutta piega soprattutto per la Marina impegnata nel Mediterraneo contro gli inglesi.

Nel 1942 l’imbarco sulla torpediniera Uragano
Gilio racconta. Gli occhi diventano lucidi, una pausa e ricomincia, mi parla dei cadaveri «di quella volta al porto dopo un attacco» mentre erano alla fonda a Biserta sulla costa tunisina: muoiono 8 membri dell’equipaggio. Non ha dimenticato le lunghe traversate con il cuore in gola, gli allarmi, la paura delle bombe e dei siluri nemici.
L’Uragano era una nave di scorta ai convogli che dall’Italia dovevano portare uomini, armi e rifornimenti alle forze dell’Asse sul fronte libico. All’andata le navi erano cariche di materiali bellici, al ritorno si rimpatriavano i feriti più gravi. I giorni si susseguono tra soste nei porti e ore di navigazione.
Gilio è sottocoperta a badare alle caldaie, è uno dei due fuochisti della torpediniera e il suo servizio lo svolge al chiuso lontano dal ponte. Il 2 febbraio 1943 l’Uragano attracca a Biserta proveniente da Palermo, in 13 ore la nave sarà pronta per riprendere la rotta verso l’Italia. Alle 05,30 del 3 febbraio salpa con un convoglio diretto a Napoli, il suo compito è quello di fornire protezione alla nave cisterna Thorsheimer, requisita a Genova allo scoppio della guerra; ci sono altre tre torpediniere di scorta: la Sirio che conduce il convoglio, la Clio e la Monsone, più il cacciatorpediniere Saetta.
Gilio ricorda il mare agitato e lo ripete più volte – era forza quattro – facendo segno con le dita della mano. Con il mare mosso il sistema Safar, lo scandaglio a frequenza acustica, non funziona correttamente creando echi di disturbo e rendendo difficile l’individuazione delle mine.
Il convoglio procede in formazione, lungo un corridoio largo alcune miglia marine delimitato da mine navali italiane posate per prevenire gli agguati britannici, ma a loro volta la Royal Navy cerca di posare strisce di mine per tagliare trasversalmente il corridoio italiano.
Gilio ha finito il turno da circa mezz’ora quando l’Uragano ricade su una mina
che causa una grande esplosione. Sono le 9,38, la torpediniera ha la poppa squarciata. Lui è salvo per miracolo, il suo collega fuochista, che gli aveva dato il cambio, è stato investito in pieno, la sala macchine è distrutta.
Gilio rivede quei momenti. Facciamo una pausa. Riprende il racconto ripetendo «quanto ho pregato».

La nave colpisce una mina inglese
Solo 15 superstiti
Arriva l’ordine di abbandono nave: viene lanciato un canotto in acqua che però scompare fra le onde alte. Gilio è tra i flutti, non è facile restare a galla. Annaspa con le mani e intravede una cima: è quella del canotto. Nuota fino a raggiungerlo e vi sale con altri naufraghi. Assistono impotenti alla lunga agonia della loro nave: 4 ore prima che si inabissi con il comandante Luigi Zamboni e altri ufficiali di plancia che, dopo aver impartito gli ultimi ordini,
sono rimasti a bordo fino alla fine.
I superstiti saranno solo 15. Gilio ricorda che furono poi rimpatriati e ricoverati a Napoli; in seguito, è trasferito a Marina di Massa dove finirà la convalescenza il 20 aprile 1943.
La guerra continua e gli eventi dell’8 settembre travolgono anche Gilio mentre è di stanza al deposito di Venezia. Riesce a scampare alla deportazione in Germania. Si salva riuscendo a fuggire dalla colonna di militari italiani rastrellati dai tedeschi a Trieste. Sbandato, si nasconde con altri commilitoni nel sottotetto di un palazzo. Poi, lasciata la divisa, aiutato dalla popolazione, compie come molti un viaggio rocambolesco per rientrare in Piemonte arrivando a Castiglione.
Il tragitto è lungo e pieno di insidie, per questo cammina di notte o con mezzi
di fortuna, raggiungendo finalmente, in qualche settimana, la famiglia dove si
nasconderà per il resto della guerra. Qui finisce la storia del marinaio Cavagnero ma non quella di Gilio che, terminato il conflitto, a 24 anni, frequenta un corso della scuola Radio Elettra di Torino conseguendo l’attestato di elettricista.


Nel 1947 conosce Agnese: si sposano il 9 ottobre 1948. Abitano a Torino nel
quartiere operaio di San Donato. Nasce la loro primogenita Marilena.
Gilio lavora inizialmente in una ditta di manutenzione, negli anni ‘50 troverà
lavoro alla Michelin prima come operaio poi facendo valere la sua preparazione elettrotecnica si occuperà della riparazione delle prime schede
elettroniche dei macchinari.
Nel 1951 nasce la seconda figlia Eliana e nel 1959 Simona, l’ultimo è Paolo nel 1967. Nel 1980 Gilio, prossimo alla pensione, decide, in accordo con la famiglia, di trasferirsi nella casa dei genitori di Agnese a Castell’Alfero.
Passano gli anni e i figli ormai sono grandi. Nel 2009 Gilio rimane vedovo. È un duro colpo. Non gli manca l’affetto dei figli, si occupa dell’orto e del giardino fino ai 97 anni.
Nel 2018 è costretto per una caduta a una riabilitazione di qualche settimana con risultati straordinari per la sua età, a riprova della sua tempra. Pur autosufficiente Gilio ha sempre più bisogno di assistenza e qui la decisione
da parte della famiglia di farlo ospitare al San Martino di Montemagno nell’estate 2020.
L’11 marzo di quest’anno ha festeggiato il secolo e gli è stata consegnata la targa di Patriarca dell’astigiano alla presenza del presidente della Provincia Paolo Lanfranco e del sindaco di Castell’Alfero Elisa Amerio con una delegazione dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia che conta in Gilio uno dei suoi più anziani iscritti.
Ringraziamenti dell’autore
A Paolo Cavagnero e alla moglie per avermi dato le informazioni e il materiale fotografico utile all’articolo e alla struttura San Martino di Montemagno per la disponibilità; a Donata Raimondo per l’aiuto durante l’intervista e a Paolo Lanfranco per la disponibilità istituzionale.












































