Sullo scorso numero di giugno di Astigiani ho letto le pagine dedicate alla storia della Centrale del latte e delle latterie.
Proprio in quei giorni stavo ultimando la preparazione di un libro, La latteria di fòrmica verde, sulla mia famiglia che, dal 1958 al 1975, ha gestito la latteria che si trovava in via Carducci 15 all’angolo della piazzetta del Seminario.
Parlarne è spunto per raccontare di una via, una città, un’epoca di speranze e parole, spesso pronunciate in dialetto. Ogni cosa pareva bella, colorata, scintillante. E tutto sembrava potersi fare: specialmente sognare. Quelli che seguono sono alcuni stralci tratti dal libro che confido i lettori di Astigiani sapranno apprezzare.
Chiamarla latteria è riduttivo: era bar, osteria, camere in affitto e molto altro. Famiglia adottiva per ragazzi immigrati che portavano a conoscere a mia madre Olga le future mogli, si facevano consolare per delusioni d’amore, curare i raffreddori col brodino, consigliare per le scelte difficili. Conforto per militari di leva, in fuga dal mesto rancio o refugium per irriducibili scapoloni locali.

Quelle interurbane in tutti i dialetti con le famiglie lontane
Era il filo rosso attraverso il quale madri e padri, mogli e fidanzate, da posti telefonici pubblici sardi, abruzzesi, veneti, approdavano al telefono nero appeso in un angolo, attraverso quel telefono pubblico, valicando distanze allora smisurate, con la voce nasale di una centralinista: “Interurbana per Mario Alberico”, e poi… “Mamuzza, c’è ‘n fridduca s’attrunza”, “Sito drio lavorar col toso la vida di Merlot?”, “Su horo meu”, “Arivopè Natale, Filumè” “Te vojo bene assaje, Annaré?”. Tutti i dialetti d’Italia in un corridoio di Asti…
A pochi passi da piazza Seminario, eccola lì, la nostra Latteria di fòrmica verde, con la sua vetrina moderna di metallo, verdeb anch’essa, e l’immancabile distributore di chiclets incatenato al muro. Palline piene di coloranti sospetti, all’epoca meravigliose tentazioni per i bambini che cercavano, spesso invano, dieci lire per conquistarsi un pezzo di felicità. Per
inciso, il termine cìcles è in uso in Piemonte: nel commestibile di Massano, quando un bimbo “napuli” chiese un chewingum, la vecchia padrona gli incartò un etto di anciue! …
Bisognava salire due gradini da via Carducci, all’epoca strada popolare del centro storico, trafficata di impiegati, studenti, massaie, botteghe artigiane, ortolani e formaggiai in piazza Catena, preti e suore, funerali e processioni, ambulanti. Superata la tenda di plastica multicolore anti mosche, si entrava nel bar latteria vero e proprio… A dispetto dei mobili Happy Days, niente era Italia come la latteria, quella del 1958, dei primi Anni Sessanta. Era Babilonia di dialetti, biblioteca di storie e Storia, parlamento d’infinite discussioni
politiche che Olga cercava sempre di spegnere prima che degenerassero: erano tempi in cui la politica ancora appassionava e divideva.
Era arena d’interminabili scontri: il lunedì sul “era rigore, non era rigore”, con papà Michele prim’attore, dirigente della congrega, il venerdì per le faticose elaborazioni di sfortunate schedine della Sisal che sarebbe diventata il Totocalcio. E conseguenti delusioni la domenica sera.
Era curva nord per la Nazionale che ancora univa l’Italia in un solo batticuore. Culla di amicizie, amori, scherzi, inimicizie, sensale di matrimoni, sollievo per l’appetito di centinaia di studenti, dalle elementari al liceo, bàlia e paradiso dei pargoli del quartiere, tinello di casa serale per famiglie senza il prezioso apparecchio TV. Presidio di salute pubblica quando, dopo la fame della guerra, il latte veniva fortemente consigliato per le ossa, altro che colesterolo, scremato e senza lattosio. Era, suo malgrado, avanguardia del neonato consumismo, tappa di vita di personaggi poi divenuti famosi e molto altro ancora. Insomma, un mondo…


I miei genitori tenevano aperto 365 giorni l’anno per 18 ore al giorno
Alle cinque di ogni mattina, Olga era già in latteria, con il chiaro e il buio, domenica e Natale, il sole e la neve. E quanta neve in quegli anni. Sollevava la rumorosissima serranda e portava fuori i cestelli con le bottiglie vuote. Da lì a poco, sarebbe arrivato il camion della Centrale, col latte fresco di giornata.
Un bel frastuono, il carico e scarico dei cestelli di metallo colmi. Le strade del popolo all’epoca erano assai chiassose, ogni rumore, una storia, un mestiere, un orario della giornata, una voce: gli spazzini che svuotavano i bidoni, i richiami degli ambulanti, “strassè, fer rut!”, i musicisti di strada che chiedevano l’elemosina, il raspare delle scope di saggina delle portinaie, le serrande dei negozi, una sirena che faceva sobbalzare tutti, le campane che chiamavano alle funzioni o annunciavano un funerale, qualche lite e il vociare di un ubriaco, le donne che chiamavano i figli a pranzo dai balconi o battevano i tappeti, gli inviti dei venditori di Piazza Catena, gli altoparlanti a tromba che, in tempo di elezioni, invitavano a votare questo o quello o annunciavano un comizio lanciando volantini dalle auto.

Non dimentico il profumo della cartoleria davanti al Classico
E poi i bimbi che giocavano in strada, l’abbaiare dei cani, un qualche chicchirichì di un gallo allevato sui tetti, lo stridio delle tante rondini, le botteghe del fabbro o del falegname aperte sulla strada, le radio dalle finestre
aperte, il cigolio delle ruote della bici delle guardie notturne nel silenzio della notte fonda…
Parlando delle botteghe del quartiere, il “regno delle fate” era per me rappresentato dal negozio di giocattoli delle tote Musso in piazza Roma. Me lo ricordo buio e financo un po’ pauroso, come inquietanti erano le sorelle, nere, polverose e vecchie (o forse tali sembravano a noi bambine) come la loro
bottega…
Il più profumato dei negozi era però la cartoleria davanti al Liceo Classico,
dove, quando incominciai ad andare a scuola, compravo i fogli… Quel profumo di cartolé lo preferivo a quello del pasticciere. Sapeva di autunno, di
quaderni nuovi, di prime piogge, foglie che cadono e scuola… Ricordi restituiti
dalla stupefacente capacità evocativa dell’olfatto, il profumo delle cartolerie
è identico a quello di cinquant’anni fa.
E ancora, come entri, tutto è uguale: una bottega gremita all’inverosimile.
Vien voglia di comprare cose che non ti servono affatto. O, adesso che te lo
puoi permettere, regalarti una scatola di metallo di 60 colori Giotto. Il desiderio mai realizzato di un’infanzia vissuta all’insegna del Non ce lo possiamo permettere. Che chiudeva seccamente il discorso del Mamma, comprami… L’erba voglio di cui era privo perfino il giardino del re…
Il vecchio giornalaio, con il suo grembiule grigio, era il signor Maccagno: la sua edicola era sull’angolo di via Hope, piena di libri, riviste, fumetti e gialli di seconda mano, di cui papà era acquirente accanito. Ne portavi due indietro, te ne dava uno.
In via Giobert, angolo via Cattedrale, si spalancava l’antro del carbonaio: da
un’enorme montagna venivano caricati i camioncini che portavano i pezzi di
carbone antracite alle case, rovesciandoli in cantina per le bocche di lupo. A quel tempo, quasi tutti si scaldavano così e Asti viveva tetre atmosfere londinesi a causa dello smog.
Il falegname di piazza del Seminario era un po’ baravantàn: rideva e parlava da solo e aveva confessato alla mamma di Lori di “Essere stato dieci anni in manicomio”, per cui noi bambini giravamo alla larga.
Il personaggio più singolare della via era però CeCeCerato, così denominato
per la sua balbuzie. Sulla capote della sua 600 Fiat azzurrina (lui si chiamava
Celestino, ndr) aveva messo un cassone pieno di terra in cui teneva viva una pianta di vite! E andava in giro per l’Astigiano a propagandare un singolare
sistema contro la tempesta!
Avevamo anche lo strassun del quartiere, Ninu, che viveva in una topaia fatiscente, senza neanche i vetri alle finestre, davanti alla Carducci. La narrazione lo voleva figlio diseredato da un conte per la sua omosessualità.
Le buone donne gli portavano un po’ di minestra e mia madre gli dava gli
avanzi, quelli buoni, s’intende. Quando morì, a metà degli Anni Sessanta, pare che in un comò malandato abbiano trovato, tra le cianfrusaglie, oltre cento milioni di lire!


Alla Elementare Carducci in cortile potevano giocare solo i maschi
Dai ragazzi venivamo debitamente tenute a distanza. Per “proteggerci” dall’esuberanza maschile, alla Carducci ci impedivano di uscire in cortile durante l’intervallo, riservandolo alle corse maschili.
Dalla finestra, consumando la merendina, compostamente (censura!), guardavamo i bambini scatenarsi felici, e noi ferme ed educate in classe. Altro che invidia del pene, invidia del cortile! Un’occasione per saltare il Muro di Berlino dei sessi e incontrare gli inarrivabili maschi fu, in quinta elementare, la gara di canto per la Festa degli alberi. Oltre a presenziare alla piantumazione, venne previsto un concorso tra cori scolastici al Politeama.
Il maestro Virano era musicista valente e s’impegnò a fare di noi un ensemble
accettabile. Cantavamo Salve o piante verdeggianti, seguito da La Barbera…
All’epoca non ci facemmo caso, ma confessavamo di bere dalla sera alla
mattina in quinta elementare. Non vincemmo.
Fui felicissima di andare in vacanza dai nonni sulla Leja. La casa era in via
Catalani, traversa di Corso Torino. Ricordo solo poche case immerse tra i campi. E il cortile delle suore, i palazzi di edilizia pubblica. Verso Corso XXV Aprile c’erano alcune cascine come quella dei Marengo, dove andavamo a comprare il latte con l’barachin.
L’orto degradava fino al Rio Crosio, che allora scorreva all’aria aperta. Ora è via Buozzi. Io e Marinella ci pescavamo d’estate i girini, con i piedi nudi nell’acqua bfresca e la schiumarola di nonna. Da lì, solo campi fino a via Corridoni.
Si attraversava a piedi sui pietroni messi da nonno, per andare a messa al Dom. L’ebrea anziana e grassa trascinata via dai nazisti che piangeva disperata e tutti a guardare impotenti e sconvolti; il soldato ragazzino tedesco che fuggiva piedi, nudo sotto l’impermeabile, unico abito civile che aveva raccattato, e mostrava i gioielli di famiglia. Una famiglia di collaborazioniste, amanti di SS, che facevano la spia per i nazisti: accusate di aver fatto torturare e fucilare molti partigiani, furono portate in giro a calcie sputi, rapate a zero e fucilate davanti al cimitero.
Gerarchi e tedeschi che ritiravano in fretta, dalla sartoria di nonno, gli abiti ancora imbastiti per squagliarsela. Lui aveva fornito vestiti all’una e all’altra
parte: ora ai nuovi sconfitti, due anni prima ai militari in fuga dopo l’Armistizio e ai partigiani. Non per cerchiobottismo, ma perché povragent!, i vinti fan sempre pena…
Di quando Olga e zia Rita presero la scabbia andando a ballare al “Duca” con i partigiani. E quando, a causa di un posto di blocco repubblichino, passarono
la notte distese in un fosso.

Nell’estate 1975 mamma Olga consegnò la chiave
Le restarono i ricordi
E poi le nove giovanissime donne morte nell’incendio della fabbrica Stilar… e l’alluvione del ’48.
L’avventura si concluse nel 1975, dopo la morte prematura di mio padre.
Quando girammo per l’ultima volta la chiave e la consegnammo alla proprietaria, fu soprattutto un sollievo. Resteranno solo i ricordi di mamma: “E i Borello, e Guglielminetti e quando veniva a comprare il latte Sodano, e quella volta che ho messo lo zucchero nella pasta al posto del sale…”.
Chi ancora si ricorda della Olga, ora che non c’è più. Della sua allegria e loquacità, del suo bollito e del suo grande cuore, del duro lavoro e del coraggio.
Un giorno d’estate del 1975, strette nei nostri ricordi, aperte nei nostri progetti e speranze, siamo uscite, abbiamo serrato l’uscio, senza voltarci indietro. Verso un’altra vita.












































