lunedì 28 Novembre, 2022
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1980
NOVECENTO

I quindici giorni in cui Asti si sentì un po’ Hollywood La storia di “Spaghetti a mezzanotte”

Nell’autunno del 1980 al Salera arrivarono il cast e la troupe di un film che stava per essere girato in città. C’erano anche Lino Banfi e la bellissima Barbara Bouchet, che per due settimane di novembre saranno impegnati in set allestiti in piazza Alfieri, al tribunale e al cimitero. Era Spaghetti a mezzanotte, a oggi l’unico lungometraggio mai girato ad Asti. Prima di lasciare Asti, Lino Banfi volle ringraziare i cittadini con una festa al Club Ritmo. Che cosa è rimasto di quei giorni? Numerosi astigiani furono assunti come comparse ma, a parte una serie di battute sui tartufi, il film di Sergio Martino non racconta nulla della città. E ci fu una lunga coda giudiziaria che fece emergere presunte promesse di ospitalità e i conti dell’albergo della troupe furono saldati a fatica solo dopo cinque anni. Data/periodo: 1980

Chissà che faccia avevano, mentre uscivano dal cinema Politeama. I primi astigiani ad aver visto Spaghetti a mezzanotte, la commedia girata in città l’autunno precedente, non si erano divertiti granché durante i 91 minuti di pellicola.

E poi c’era quella strana sensazione – era delusione? orgoglio ferito? – per il modo sciatto in cui Asti faceva il suo debutto sul grande schermo. Era la primavera del 1981, fino ad allora nessuno aveva girato un film in città. Per molti l’avventura cinematografica era iniziata al ristorante del Salera, una sera di novembre dell’anno precedente in cui si festeggiava con la tradizionale cena della vittoria il Palio conquistato quell’anno dal borgo Don Bosco-Viatosto.

Tra una portata e l’altra, iniziò a girare la voce che nell’albergo alloggiassero Lino Banfi e Barbara Bouchet e che fossero in città per girare un film. Più tardi l’attore pugliese, che condivideva il paese d’origine con uno dei dirigenti del comitato Palio, fu accolto in sala tra grandi applausi.

una scena del film in corso Alfieri

Al suo seguito arrivarono i responsabili della troupe, che iniziarono a cercare comparse per una pellicola che inizialmente doveva intitolarsi E se mia moglie avesse un amante?, frase che ritorna nella sigla iniziale del film.

In poco tempo, attraverso il passaparola Asti seppe della produzione e furono in molti a proporsi come comparse. Il soggetto cui stava lavorando il regista Sergio Martino non si discostava troppo dal canovaccio delle commedie all’italiana del periodo, tutte equivoci, corna e pubblicità più o meno occulte di liquori e sigarette. 

Una commedia all’italiana dalla trama sgangherata

Savino Lagrasta (Lino Banfi) è un avvocato costretto a severissime diete dalla bella moglie Celeste (Barbara Bouchet). Ma alle grazie della moglie egli preferisce Zelmira (Alida Chelli), sua amante e a sua volta moglie di un giudice del foro di Asti. Ma per Savino è un’amara sorpresa scoprire che anche la moglie Celeste ha un amante, l’architetto Andrea Soldani (un giovane e baffuto Teo Teocoli).

Così l’avvocato si accorda con Don Vito, boss mafioso della provincia, per eliminare la moglie insieme alla sua fiamma. Ci sono cadaveri che scompaiono, cadute in piscina, inseguimenti, una fugace apparizione della Bouchet a seno nudo e un lieto fine gastronomico godereccio.

La produzione cerca comparse

A questo improbabile intreccio servivano comparse e la produzione iniziò ad arruolarle. Vennero allestiti i set esterni. Uno dei primi fu ai giardini pubblici di viale alla Vittoria, dove fu girata la sequenza di apertura del film, con Lino Banfi impegnato in una faticosa sessione di corsa mattutina. Mentre la moglie Celeste (Barbara Bouchet), ossessionata dalle diete, gli detta il ritmo da una finestra del palazzo di via Rosselli, alle sue spalle appaiono due sicari.

Sono loro le prime comparse astigiane di Spaghetti a mezzanotte: l’imprenditore Eugenio Obermitto e Pippo Sacco, all’epoca dipendente comunale. Entrambi vengono freddati da un killer nascosto tra gli alberi, il cui volto è quello di Toni Frizzarin, chioma rossa leonina e fisico possente. Fuori dalla finzione cinematografica non imbracciava armi, ma era messo comunale a Tigliole.

Girare ai giardini pubblici richiese un’intera giornata di riprese, la scena dell’uccisione di Obermitto e Sacco fu ripetuta addirittura quindici volte prima che il regista considerasse soddisfacente il girato. Un secondo set fu allestito in piazza Libertà, nelle scale di Palazzo Ricci, oggi sede della Cassa di Risparmio di Asti.

Nel novembre del 1980 erano appena terminati i lavori di restauro dei locali e sulle scale fu inscenata una gag in cui Banfi tenta di arrivare all’alloggio dell’amante Alida Chelli. A ostacolarlo, una ditta di traslochi i cui operai non siamo riusciti a riconoscere, così come rimangono sconosciute le identità dei due bambini che in un’altra scena giocano in piazza Alfieri.

Qui fu installata la grande targa posticcia con la scritta “Tribunale” sulla facciata del palazzo della Provincia. «Per motivi di sceneggiatura – si legge su La Stampa del 20 novembre – ieri il palazzo della Provincia è stato trasformato in Palazzo di giustizia». Il presidente del tribunale (quello autentico) dott. Di Salvo concesse, dopo qualche esitazione, anche l’austera aula della Corte d’assise di piazza Catena, con il gabbione per gli imputati. Qui doveva essere girata una delle scene più movimentate. 

Lino Banfi podista ai giardini pubblici, inseguito da Eugenio Obermitto e Pippo Sacco
I protagonisti davanti al palazzo della Provincia trasformato in tribunale. Il cappello rosso di Barbara Bouchet fu fornito da Tiziana Caluisi, comparsa del film

Restavano da trovare gli attori con cui riempire il set: servivano imputati, giudici, avvocati e pubblico vociante.

Per questa sequenza furono arruolati numerosi astigiani. Antonella Alfonsi, che nella vita è direttrice di asilo, divenne l’impiegata di cancelleria. L’usciere del tribunale ha invece il volto di Raffaele Celiento, oggi promotore finanziario, mentre l’unica comparsa astigiana ad avere qualche battuta fu Tiziana Caluisi, nei panni della segretaria dell’avvocato Lino Banfi. Nelle stesse scene si riconoscono tra il pubblico gli attori della compagnia “Brofferio” Gina Giannino e Tino Perosino, quest’ultimo all’epoca capo usciere del Comune, e l’attuale dirigente Gianluigi Porro, allora fresco di laurea in Legge, vestito in toga. Tra il pubblico c’è anche il padre di Porro, Battista, versatile muratore al Palucco.

Gli interni furono girati nel vero Palazzo di Giustizia, intorno a Banfi si riconoscono Tiziana Caluisi, Raffaele Celiento, Gina Giannino, Tino Perosino e Battista Porro

Dietro alle sbarre, in attesa di giudizio, nel ruolo di assatanati violentatori ci sono altri astigiani: Francesco Visconti e Luigi Cilumbriello, gli unici che nella vita hanno poi calcato i palcoscenici sul serio. Con loro Antonello Colaianna, Toni Arminiacco, Gigi Maranzoni. Altre comparse locali furono impiegate per una scena girata in piazzadel Palio: da qui un inviato del telegiornale racconta l’attentato al boss Don Vito. Alle spalle del giornalista compaiono volti di astigiani, tra il sorpreso e il divertito, che probabilmente vennero ingaggiati sul posto in un giorno di mercato.

L’inquadratura si allarga poi su un’ambulanza della Croce Verde di Asti, su cui il mafioso viene caricato da Piero Trova e Luigi Corbello, realmente in servizio per la Pubblica Assistenza astigiana. Sempre in piazza Alfieri il traffico fu bloccato per ore per girare la scena di Banfi sul cornicione della casa dell’amante che è la moglie del giudice. L’inquadratura riprende lo scorcio del palazzo dei Portici Pogliani e si vedono anche i Portici Rossi avvolti in una triste nebbiolina invernale. Sul cornicione ci andò naturalmente una controfigura professionista

 

Vitale Tirone (barista del “Cocchi”) alla guida del carro funebre del Comune di Asti.

Il mitico Vitale del Cocchi guidò il carro funebre

Un’altra location di Spaghetti a mezzanotte fu il cimitero municipale, teatro di uno degli incontri tra l’avvocato Lagrasta e il boss mafioso. Anche qui le riprese durarono un’intera giornata, coinvolgendo un gruppo di comparse di cui si intravedono appena le figure. Tra queste il killer Toni Frizzarin. Legata a queste scene, la sequenza in cui Lino Banfi si allontana in auto dal camposanto. A riportarlo verso casa, a bordo di un carro funebre concesso dal Comune – lo si riconosce dall’adesivo sul parabrezza – è l’allora famoso barista del cocchi Vitale Tirone. Viso imperturbabile, giacca e cravatta nera, il mitico Vitale ha l’onore di un primo piano.

Altre riprese di esterni furono realizzate in una villa a Valterza, di proprietà del commercialista Giorgio Bertolino, attuale presidente della Croce Verde, e nel viale d’ingresso del castello di Belagero sulla strada tra San Marzanotto e Isola. 

Gli interni furono girati nel vero Palazzo di Giustizia, intorno a Banfi si riconoscono Tiziana Caluisi, Raffaele Celiento, Gina Giannino, Tino Perosino e Battista Porro

La seconda parte del film – quasi interamente occupata da scene di interni con una festa ricca di equivoci – fu poi girata in un teatro di posa romano. Le riprese nell’Astigiano durarono in tutto una quindicina di giorni e ancora oggi sono ricordate da tutti quelli che parteciparono come un vero e proprio evento. Sui giornali locali, in quei giorni, si pubblicavano le foto della troupe impegnata nelle riprese.

I set erano affollati di curiosi e crearono un allegro scompiglio: quando mai in città si erano viste macchine da presa? Chi poteva dire di aver assistito al rito del cestino del pranzo per la troupe? C’era chi aveva incontrato la Bouchet in un bar e raccontava agli amici di averle strappato un appuntamento. Poco importava che l’attrice fosse con il marito, il produttore Luigi Borghese, e il figlioletto Alessandro. La vita di provincia è piena di spacconate.

I rapporti con la cittadinanza furono tutto sommato positivi, a parte il no del direttore sanitario dell’ospedale di Asti che aveva negato la possibilità di girare alcune scene all’interno della sede di via Botallo volute da Sergio Martino. Il regista dovette poi arrangiarsi limitandosi a girare in una sola camera d’ospedale. L’attore che dava il volto al boss mafioso appare su quel set con una vistosa ingessatura, che fu davvero realizzata dal personale del reparto di ortopedia dell’ospedale astigiano.

Quando le riprese furono concluse e per la troupe venne il momento di lasciare l’hotel Salera, fu organizzata una festa con la quale Lino Banfi e gli altri intendevano ringraziare la città per la collaborazione.

L’evento si tenne il 21 novembre al Club Ritmo di corso Alfieri. «Lo spettacolo di stasera è un fuori programma – aveva detto Banfi alla Stampaun modo simpatico di ringraziare gli astigiani per la collaborazione che ci hanno offerto durante le riprese del nostro film. Mi avevano detto che al Nord la gente è fredda e poco cordiale, invece in questi giorni ad Asti ho scoperto che la tradizionale diffidenza si supera molto facilmente. Sono molto contento di come sono andate le riprese del film e credo che tornerò presto».

Il film uscì in città all’inizio del maggio 1981 ma, contrariamente alle attese, la città non ospitò nessun evento particolare per la prima. Gli astigiani andarono al Politeama incuriositi.

Rivedere oggi Spaghetti a mezzanotte – le tv private lo propongono spesso – è un divertente gioco a riconoscere i volti delle comparse astigiane, ma il film permette anche uno sguardo indietro nel tempo. La città, dal novembre 1980 a oggi è cambiata sotto molti aspetti.

In una delle prime sequenze, Lino Banfi e Barbara Bouchet attraversano in auto una piazza San Secondo ancora piena di auto. Da parcheggio divenne area pedonale solo nei primi anni Novanta, lo stesso periodo in cui il municipio – che nel film appare ancora con la facciata dipinta di giallo – fu ritinteggiato di bianco. Un dettaglio dalla stessa scena: sulla facciata della Collegiata di San Secondo mancava ancora la statua di San Secondo, collocata in una nicchia soltanto nel 1988, come raccontato sul numero 4 di Astigiani.

 

Sul tetto di una Renault 5, Banfi viaggia verso i Portici Rossi dove ha avuto la prima sede la redazione di Astigiani

Vengono concessi anche altri brevi scorci sulla città: i Portici Pogliani con le vecchie botteghe, una piazza Cairoli – o piazza del Cavallo, come è nota ai più – con il palazzo del Michelerio ancora in stato di abbandono, le targhe arancioni “AT” sulle auto.

Sono passati appena  trent’anni, eppure sembra una vita fa. Spaghetti a mezzanotte ha portato sullo schermo volti e luoghi familiari a molti astigiani, ma per chi Asti non la conosce il film di Sergio Martino non è certo il migliore dei biglietti da visita. Nulla della città, né la sua vita né la sua cultura, viene davvero trasmesso a chi segue la vicenda del duo Banfi-Bouchet. Se fosse stato girato a Piacenza o a Rieti, Spaghetti a mezzanotte non sarebbe stato differente.

I riferimenti alla città sono pochi e fuori luogo: Asti è citata solo al minuto 31 per bocca del boss Don Vito. Più avanti il personaggio di Lino Banfi si definisce «il cornutaccio di Asti». C’è poi tutta una serie di battute che evidenziano il tentativo degli sceneggiatori di legare la storia con l’ambientazione: frequenti il richiamo al tartufo, come la gag non proprio elegante in cui Banfi pesta una cacca di cane in piazza Alfieri ed esclama: «Sarà di un cane da tartufo»

Gli stessi spaghetti del titolo sono proposti agli invitati di una festa con un’improbabile abbinamento di panna e tartufo. Poco credibili i tentativi di far passare per astigiana Barbara Bouchet, che ostenta (in doppiaggio) uno stonato accento piemontese, con ripetuti «» e «Oh basta là!». Va detto che una delle battute più divertenti del film è proprio tra quelle a tema localista: quando l’avvocato Banfi scopre il tradimento di sua moglie, la definisce «disgrazieta della Langa». L’accento pugliese di Banfi si piega verso il piemontese anche con la bizzarra esclamazione «Cojon papà».

Millantate promesse di promozione turistica

Questa piemontesizzazione sgangherata si giustifica con il tentativo di “catturare” un contributo pubblico regionale (oltre a quello statale) che portò la produzione della Lux Film, rappresentata da Borghese, a non pagare il conto del Salera, adducendo la promessa di ospitalità da parte dell’Ente provinciale del Turismo.

Spaghetti a mezzanotte così in tribunale ci finì sul serio (si veda la ricostruzione della vicenda giudiziaria nelle pagine seguenti) A oggi, quello diretto da Sergio Martino rimane anche l’unico film girato interamente ad Asti, se si escludono cortometraggi o qualche scena di fiction e serie tv. 

Con il distacco consentito da 33 anni passati, si può esprimere qualche riserva sulle qualità dell’opera. Al di là dell’inconsistenza della vicenda raccontata, ad affossare il film è la regia approssimativa, in particolare nella seconda interminabile parte ambientata all’interno della villa. Quel che è peggio, i dialoghi risultano insipidi e mai capaci di strappare un sorriso. Tanto che Spaghetti a mezzanotte non è diventato un cult del genere, come invece è successo per numerose altre commedie all’italiana degli anni Settanta.

Per rimanere tra quelle firmate da Sergio Martino, basti pensare a Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio e L’allenatore nel pallone, sempre con Lino Banfi. Di certo non due capolavori, ma le battute scambiate in questi film sono rievocate ancora oggi e sopravvivranno a lungo grazie alle sequenze affidate agli archivi di YouTube.

Qualità cinematografiche a parte, le riprese che nel novembre 1980 animarono la città hanno fatto entrare Spaghetti a mezzanotte nell’immaginario di due generazioni: quelli che vissero i giorni in cui Asti si credette Hollywood e quelli che negli anni seguenti scoprirono attraverso il cinema una bizzarra versione della propria città. 

Le Schede
Dietro le sbarre Francesco Visconti, Antonello Colaianna, Luigi Cilumbriello, Toni Arminiacco, Gigi Maranzoni

 

 

 

 

 

 

 

 

L'AUTORE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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