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1891-2018

Da più un secolo Asti insegue il titolo di capitale del vino

Dall'esposizione del 1891 alle stagioni della Douja d'Or
Il 3 maggio 1891 viene inaugurata ad Asti la prima Esposizione di Vini Nazionali sotto la guida del conte Leonetto Ottolenghi. Nell’Alla di piazza Alfieri arrivano più di 600 espositori e la visita del Re Umberto I corona il successo indiscusso dell’evento che sarà replicato nel 1898 con l’Esposizione enologica nazionale, sede distaccata dell’Esposizione generale di Torino. Alla vigilia della I° guerra mondiale il capoluogo monferrino guida la Lega dei Comuni Viticoli Piemontesi e nei primi Anni Venti risponde alla grave crisi provocata dalla fillossera con la Mostra campionaria dei vini piemontesi. Nel secondo dopoguerra l’attività di promozione riparte allargando nuovamente l’orizzonte all’Italia intera. È il maggio del 1952 quando il presidente Luigi Einaudi inaugura la Fiera dei Vini d’Italia allestita ai giardini pubblici. L’iniziativa è l’antesignana della Festa del Vino Douja d’Or che prenderà il via nel settembre del 1967 sotto la regia di Giovanni Borello. In un cinquantennio la manifestazione si è accreditata come uno degli eventi più rilevanti nel panorama vinicolo italiano, ma non è riuscita a trovare una sede fissa e definitiva in città.

La grande esposizione del 1891 sotto l’Alla di piazza Alfieri

 

Il titolo di “capitale del vino” è sovente assegnato con generosità da giornalisti, politici e amministratori desiderosi di consenso. Ma quanto Asti è stata o è davvero una capitale del vino italiano? Rileggere le vicende di oltre un secolo di promozione enologica astigiana può essere utile per avere consapevolezza delle cose già fatte, per non ripetere gli errori e per avere una visione più chiara del futuro.

Come ha documentato Astigiani con la mappa pubblicata sul numero 5 del settembre 2013, ad Asti tra fine Ottocento e primi del Novecento operavano diverse cantine con più di venti marchi commerciali e ancora più numerose erano le osterie.

Nel 1871, su spinta di Carlo Gancia inventore dello spumante italiano, era stato costruito a due passi dalla ferrovia Torino-Genova l’Enofila, il primo stabilimento per la lavorazione industriale delle uve. Il 18 gennaio 1872 Vittorio Emanuele istituiva la Regia stazione enologica di Asti che diventerà uno dei principali istituti di ricerca in Italia. Che Asti fosse il punto di riferimento del vino piemontese e tra le prime realtà italiane lo conferma la scelta di organizzare nel 1891 la prima Esposizione di Vini Nazionali e la Mostra internazionale di macchine enologiche.

L’inaugurazione è fissata per domenica 3 maggio. L’Alla di piazza Alfieri, trasformata per l’occasione in sede espositiva, è luccicante.

La cronaca del giornale Il Cittadino è aulica: «Tutta l’ampia, bellissima facciata è rinchiusa da una stupenda cancellata bianco ed oro; un grandioso giardino con due fontane perenni di acqua limpida zampillante a varie fogge, tra lo sventolare di artistici pennoni alti, alti come immensi portavoce che cantano la gloria della festa facendone risuonare gli inni fino al cielo. Entriamo nel santuario del lavoro. La sala, il peristilio, è una meraviglia. Sono scomparsi i giganteschi pilastri per dare posto ad immensi colonnati che sostengono un soffitto tutto arabeschi, tutto fregi, tutto eleganza».

Il deputato Tommaso Villa, presidente onorario del Comitato organizzatore, il conte Leonetto Ottolenghi, presidente effettivo e il sindaco Carlo Garbiglia hanno vinto la grande scommessa di portare ad Asti i vini di tutta Italia.

 

Maggio 1891 – La visita di Re Umberto corona il successo dell’Esposizione

 

Re Umberto I

 

La macchina organizzativa si è messa in moto agli inizi del 1891 e il comitato promotore ha ottenuto da subito ampi consensi. È stata aperta una sottoscrizione pubblica: con il versamento di dieci lire si otterrà una tessera per il libero accesso all’Esposizione. Alla fine si raccoglieranno oltre 20 mila lire, grazie al contributo di liberi cittadini, Comuni del circondario, Associazioni e sodalizi. La Cassa di Risparmio destinerà al progetto un fondo iniziale di duemila lire.

L’iniziativa riscuote consensi e auguri anche da Alba. Sull’edizione dell’8 febbraio Il Cittadino segnala il positivo commento pubblicato sul Corriere delle Langhe: «Asti, città sorella ed amica nostra per affinità di tradizioni, per comunanza di interessi, si apparecchia a celebrare un grande avvenimento che non mancherà di riuscire fecondo di bene per la viticoltura e la enologia italiana. Centro cospicuo di vinicola produzione, la città di Asti è indicatissima per una grande riunione di prodotti e di produttori nella quale si espongano le ultime e più progredite manifestazioni della scienza applicata alle industrie viticole ed enologiche».

Mentre si lavora per allestire l’Alla, sotto la direzione del geometra Benzi e le mani esperte dello “stipettatio” Boano, il programma dell’Esposizione si arricchisce di contenuti e alleanze.

Con un comunicato il Comitato si rivolge alle aziende italiane, invitandole a partecipare al concorso che prevede tre sezioni: una per vini, vermouth e distillati, l’altra per macchine e attrezzi enologici e viticoli, la terza per la “didattica”. Su iniziativa del Circolo Enofilo Subalpino e della Società protettrice dell’Industria nazionale viene organizzata anche una speciale sezione riservata ai mezzi per difendere i vigneti dalla grandine cui si abbina un concorso nazionale per costruttori di reti metalliche. Sono oltre 300 le medaglie e i premi in denaro messe in palio dai sostenitori dell’Esposizione, tra i quali spiccano il Ministero dell’Agricoltura, la Camera di Commercio, la Società promotrice dell’Industria nazionale di Torino, il Comizio agrario di Asti.

Gli espositori sfioreranno quota 600, tra questi «importantissimi e rinomati stabilimenti».

Tredici i banchi collocati sotto i portici dell’Alla, tra questi Il Cittadino assegna una speciale menzione al padiglione 11: «Chi ci si fermerà cinque minuti correrà pericolo di restarvi tutta la giornata e, se tornerà a casa un po’ stordito, avrà però imparata la geografia enologica di tutte le arti d’Italia, dal vino di Sicilia a quello dei Castelli Romani, da quello della Valpollicella a quello di Caluso».

Il padiglione Astese, affidato alla gestione della Società Rambaldi presenta «tutto quanto gli accorrenti possano desiderare. Vini vecchi in bottiglie, spumanti, vermouth premiato con medaglie d’oro a parecchie esposizioni, marsala di qualità sopraffina, premiato con concorso internazionale a Londra e Liverpol, bianco di Canelli, barbera, grignolino e freisa delle migliori e più accreditate nostre cantine, il tutto a prezzi concorrenti».

Tra le ditte segnalate alla “pubblica ammirazione” spiccano le cantine astigiane Boano, Maiocco, Moriondo e Liprandi «che volontariamente si sono posti fuori concorso».

La cantina Taricco viene citata per il suo eccellente champagne, il costruttore Venanzio Borio per le meravigliose e solide macchine irroratrici. La Fiera diventa luogo di incontro e di scambio commerciale per tutto ciò che di nuovo e innovativo ruota intorno all’industria viticola ed enologica. A sottolinearlo è anche il congresso degli enologi presieduto dall’illustre ampelografo Giuseppe di Rovasenda.

Nel salone dell’Accademia Filarmonica “tutto luce e fiori”, allestito dal proprietario dell’Albergo della Salera Vincenzo Arri, si tiene la cena d’onore per un centinaio di ospiti, tra i quali numerosi giornalisti italiani e stranieri. Il sontuoso menù, presentato su litografia Doyen di Torino, cita tra i vini serviti: Capri, Grignolino, Barbera vecchio, Valpollicella, Chianti, Barolo, Champagne e tra le ditte Moriondo, Liprandi, Maiocco, Gancia.

La cronaca di domenica 17 maggio 1891 del Cittadino è eloquente: «Già nella storia cittadina è impresso a lettere d’oro l’avvenimento dell’Esposizione Vinicola: ora che si aggiunge il fatto della solenne visita del Re, l’operato dei promotori assorge in tutta la sua splendidezza. Ogni astigiano oggi si sente compreso da un sentimento di compiacenza, d’entusiasmo e di nobile orgoglio, perocché l’arrivo di Umberto tra noi mentre prova quale interessamento Egli prenda per le sorti delle nazionali industrie, dimostra come qui si sappia compiere grandi cose». Su iniziativa del deputato Tommaso Villa viene convocato il convegno delle Società Operaie che sfilano con i loro vessilli davanti al sovrano.

Il successo e la risonanza ottenuta dall’Esposizione del 1891 candida la Città di Asti a diventare sede distaccata dell’Esposizione Generale nazionale organizzata a Torino nel 1898 (cinquantenario dello Statuto Albertino) per la sezione riservata a “Viticoltura, Enologia ed industrie affini”.

1898 – Asti alleata dell’Expo di Torino

 

Un’immagine dell’Esposizione del 1891 all’Alla tratta dall’album del fotografo Vittorio Ecclesia (Collezione Pippo Sacco)

 

Asti aveva lanciato l’idea qualche anno prima. Sul Bollettino dell’Esposizione Nazionale del 15 aprile 1898 Gionata Fassio scrive infatti che la genesi del progetto «sorse dopo che il Consiglio comunale di Asti all’unanimità accettò, nel dicembre 1893, dal comm. Ottolenghi il dono del monumento del Risorgimento (L’obelisco di piazza Roma, ndr), da inaugurarsi in occasione del giubileo dello Statuto. Alcuni circoli e sodalizi cittadini pensarono allora che il modo più degno di festeggiare, dovesse essere quello di bandire un’Esposizione nazionale vinicola da tenersi in Asti in occasione dell’inaugurazione del monumento commemorativo…» (L’Esposizione nazionale del 1898, Roux Frassati, Torino). Fassio riferisce che quando «…sorse il proposito di tenere in Torino una Esposizione generale italiana nel 1898, l’idea della Esposizione enologica in Asti non fu abbandonata. Torino, generosa, non si valse del diritto del più forte: rispettò la priorità dell’iniziativa astigiana; e con nobile esempio di fratellanza si associò la sorella minore nella grande festa del lavoro nazionale, concedendo che in Asti — che non a torto fu detta la capitale enologica d’Italia — avesse luogo il primo periodo della Esposizione enologica nazionale italiana».

L’Esposizione nuovamente allestita all’Alla occuperà una superficie di cinquemila metri.

In vista dell’inaugurazione, prevista il 23 maggio, «le strade sono ingombre di scale, di ponti: dovunque si lavora febbrilmente per rifare l’intonaco e pulire le case».

All’inaugurazione intervengono il Re, il principe di Napoli, il duca d’Aosta, il duca degli Abruzzi, ministri, senatori, deputati e alti funzionari del Regno.

La cerimonia inizia davanti al monumento commemorativo del Risorgimento donato alla città dal conte Ottolenghi, progetto architettonico del Reycend e del Gerosa per la parte scultoria. A seguire l’apertura dell’Esposizione enologica, dove vengono applauditi i discorsi dello stesso Ottolenghi e del ministro Cocco-Ortu. «Un grande banchetto di 400 convitati nel locale della Palestra ginnastica chiuse quella giornata, che rimarrà memoranda negli annali delle feste astigiane», commenta il Bollettino dell’Esposizione. «Per unanime consenso di quanti qui convennero da ogni parte d’Italia, la nostra Esposizione enologica si può dichiarare riuscita completamente, al di là d’ogni speranza e desiderio, superando di gran lunga, per numero ed importanza di espositori, tutte le Esposizioni enologiche bandite prima d’ora in Italia» scrive Gionata Fassio il 30 maggio 1898. Gli espositori sono circa 1000 e altri 700 partecipano alle mostre collettive organizzate dai comuni del circondario e da altre regioni. Il concorso nazionale è diviso in quattro classi. C’è un premio per le cantine sociali e un concorso internazionale per mezzi di trasporto di uve, mosti e vini.

Le cronache segnalano «per ricchezza ed eleganza» le ditte astigiane Maiocco e Liprandi, Fratelli Solaro, Bigliani e Rabezzana e Conti Francesco. Poi i fratelli Lombardo di Trapani, Bonciano di Castel Fiorentino, Cittadini di Porto Recanati. Spiccano, tra gli altri, i padiglioni di Casale, del circondario di Asti, del “mandamento” di Montechiaro, della provincia di Novara, della Sardegna.

Sono oltre 6000 le bottiglie che arrivano al concorso nazionale, la trionfale palestra astigiana.

A presiedere la giuria è il deputato veneto Antonio Toaldi, mentre l’avvocato Armandi di Torino è delegato a raccogliere i pareri. Nella sua relazione finale datata 26 marzo 1899 non mancano le note dolenti. Si legge infatti che «la pratica razionale della preparazione dei vini da pasto sia bianchi, sia rossi, non ha ancora seguito il cammino progressivo e di perfezionamento indicato dalle norme enotecniche più accreditate anche all’estero… Poche aziende vinicole, ad imitazione della Francia, della Spagna, dell’Ungheria, del Portogallo, dirigono abilmente i loro lavori e sanno, in qualsiasi annata, propizia o non, presentare al consumatore interno ed all’esportazione considerevoli prodotti tipici, immutabili, serbevoli, costanti».

Si colgono indicazioni che anticipano il concetto di denominazione di origine. Si nota infatti come «…troppo vari siano i vini esposti con infinita quantità di nomi e di etichette discutibili, per ogni singola regione, quasiché ogni tenuta, ogni vigneto costituisca per se stesso un centro di produzione speciale, anziché concorrere, fatte le debite eccezioni, con altro prodotto dello stesso genere di vitigno, a formare quella tal qualità caratteristica e tipica da cui il vino di una località determinata prese il nome, e la località stessa rese degna di vanto».

Un appunto speciale riguarda il vermouth «una specialità piemontese la quale fieramente sostiene la concorrenza, non sempre leale, con prodotti similari stranieri». La giuria annota come molti dei vermouth presentati non fossero «il prodotto tipico dell’uva moscato di Canelli o di Strevi, ma uno pseudo vino bianco del genere del cosidetto Samos, conciato arbitrariamente, od una miscellanea di sostanze aromatiche malamente amalgamate senza un criterio razionale ed enotecnico, con esuberanza di estratti od essenze di gusto deplorevole, invano mascherate o temperate da forti aggiunzioni di zucchero e di alcool».

Ampie le riflessioni sull’industria spumantiera, già avviata a seguire due strade. «Auguriamo che si continuino con lena progressiva gli studi e gli esperimenti per conseguire anche in Italia, un posto onorevole nella industriosa fabbricazione dei Vini Spumanti, tipo Champagne, pur lasciando aperto il campo alla produzione di vini bianchi spumanti, semplici, a base di moscato e di minor costo, di più comune uso commerciale, che meritano, senza dubbio, d’essere incoraggiati e protetti per l’entità della coltivazione dei vigneti di moscato, tipo Canelli e Strevi, e per l’estensione di tal prodotto, esportato pure con successo al di là delle Alpi».

 

Oltre 1700 espositori dall’Italia e dall’estero La giuria tra vini “superbi e manchevoli”

 

Il manifesto del 1891 che annuncia l’esposizione dei vini

 

Nella relazione finale dell’Armandi vengono elogiati i «valorosi connazionali nella California, gli egregi e fortunati fondatori di una colonia Svizzero-Italiana, cui posero il nome glorioso di Asti ed i cui pregiati prodotti degustammo ad Asti e Torino» (vedi Astigiani n. 17 del settembre 2016).

Una menzione speciale va alla Regia Stazione enologica di Asti, diretta dal professor Comboni, che si aggiudica il diploma d’onore speciale dell’Esposizione per l’alto valore della ricerca scientifica. Tra gli spazi più visitati si segnala la galleria delle macchine e degli attrezzi viticoli e la serra dove viene esposta l’uva fatta precocemente maturare dal professor Silva, direttore dei vivai di Asti.

«La curiosità e meraviglia dei visitatori crebbe di giorno in giorno, così che quell’angolo della mostra è fra i più frequentati – si legge nella cronaca del 6 giugno 1898 – poiché i buoni viticultori, che accorrono a frotte, non sanno persuadersi che quella che vedono coi loro occhi sia proprio uva matura e, come San Tomaso, vogliono toccare, e palpano le foglie delle viti allevate in vaso, e piluccano e guastano i bei grappoli… Le viti guernite di grappoli maturi esposti dal valente prof. Silva sono il felice risultato di un primo tentativo di coltivazione forzata della vite fatto in una tenuta del munifico comm. Leonetto Ottolenghi presso Asti…».

Il direttore della rivista francese “Agriculture Moderne” ospite della rassegna loda «la bellissima regione fra il Tanaro ed il Belbo, tutta seminata di vigneti, che formano un quadro unico, mirabile con l’Esposizione gaia ed appariscente».

Il percorso espositivo chiude i battenti ai primi di giugno per traslocare a Torino in autunno.

Vittorio Nazari, dirigente del Ministero dell’Agricoltura scriverà: «Eccoci a dire della sede per la Sezione Viticola ed Enologica della Esposizione di Torino. È noto che Asti venne a questo designata per la ragione che, in precedenza essa aveva già indetta una Mostra Enologica. Questa ragione tutta speciale ha però servito a provare come questo genere di Mostre trovino residenza meglio appropriata nei centri non grandi, ma giustamente rinomati per i prodotti che vi debbono figurare… E a conferma di questo diremo che anche in Francia il riparto vini della Esposizione Universale del 1900 sarà tenuto non già a Parigi, ma ad Epernay». Alla vigilia della prima guerra mondiale la coltivazione della vite raggiunge nell’Astigiano la sua massima estensione. Tra il 1878-1883 e il 1911 la superficie coltivata a vite è aumentata da circa 43 mila ettari a 68 mila ettari, diventando l’area più intensamente vitata in Piemonte. Di pari passo si vanno espandendo le industrie del vino e della distillazione con il relativo indotto. I marchi astigiani Cora, Gancia, Contratto, Bosca, Contratto sono ampiamente presenti sul mercato italiano ed estero.

Curiosità dell’Esposizione: uva matura a maggio. Nel 1914 Asti guida la Lega dei Comuni Viticoli

 

Macchinetta irroratrice per gli insetti nocivi della vite, piante da frutto e vasi (da IL CITTADINO, Tipog. Paglieri e Raspi, Asti, 8 maggio 1892, n. 36)

 

Nel 1911 Torino festeggia i 50 anni dell’Unità d’Italia con un’Esposizione dal taglio decisamente internazionale. Il concorso enologico è presieduto dal francese Charton ma tra i giurati italiani spicca Federico Martinotti, direttore della Stazione enologica di Asti dal 1900 al 1924. È stato lui a depositare, nel 1895 a Torino, il primo brevetto di spumantizzazione in autoclavi (o grandi contenitori), anticipando il francese Eugenie Charmat che conquisterà suo malgrado una fama maggiore. In quegli anni Asti diventa anche la sede della Lega dei Comuni viticoli piemontesi, presieduta dal sindaco astigiano Annibale Vigna. Alla fine del 1914 la Lega chiederà al governo di intervenire per proteggere «l’onesto commercio dei produttori di vini spumanti a fermentazione naturale contro l’illecita concorrenza della gasatura artificiale», riferisce il bollettino Il Piemonte Viticolo. Ai primi di maggio del 1915 la Lega tiene un’assemblea nel municipio di Asti e anticipa le preoccupazioni per il mercato vinicolo per l’imminente entrata in guerra dell’Italia. La guerra non è ancora finita e già un altro nemico si affaccia alle porte: la fillossera. Dopo aver fatto la sua prima comparsa nel 1898 nell’Alessandrino, riappare con particolare violenza nel 1917 e si propaga tanto velocemente che nel 1923 l’intera provincia di Alessandria – che comprende anche il circondario di Asti – è dichiarata zona infetta (vedi Astigiani n. 6, dicembre 2013).

L’opera di ricostituzione dei vigneti con viti innestate su “piede americano” sarà lenta e faticosa. Per superare la crisi e rilanciare un clima di fiducia nasceranno iniziative come la Prima mostra campionaria dei Vini piemontesi promossa dalla Città di Asti dal 4 all’11 maggio 1924. Il manifesto pubblicitario, che incorona di grappoli le torri cittadine, evidenzia che si tratta di una fiera di degustazione e che per l’occasione ci saranno «ribassi ferroviari da tutte le stazioni».

Nel 1930 il Ministero dell’Agricoltura, su disposizione del Duce, stabilisce che in tutta Italia si svolgano Feste dell’Uva gestite dall’Organizzazione Nazionale Dopolavoro. Ma anche in questo caso Asti gioca d’anticipo.

Già nel 1927, su iniziativa del podestà Mancini, si svolge una Festa vendemmiale. Un corteo di oltre cento carri allegorici raffigura le attività dei paesi dell’Astigiano. Vengono montate le tribune per il pubblico. È l’anticipazione dello spettacolo straordinario che metterà in scena, quasi 50 anni più tardi (esattamente dal 1974) il Festival delle Sagre.

Le Feste dell’Uva tra il 1930 e il 1939 puntano sulla ruralità ma «finiscono progressivamente per privilegiare la promozione del regime, lasciando sullo sfondo la rappresentazione della società locale e della figura del contadino» (Giulia Fassio, Il Paesaggio culturale astigiano. La festa. Banca CrAsti/Omnia Editrice). Orfana di eventi di richiamo nazionale legati al vino, Asti torna alla ribalta nazionale il 17 dicembre 1932 quando a Palazzo civico viene firmato l’atto costitutivo del “Consorzio per la difesa dei vini tipici Moscato d’Asti e Asti Spumante”. (vedi Astigiani n. 2 dicembre 2012)

Il Consorzio dell’Asti nel 1932 e l’autotreno nazionale del vino

 

L’autotreno nazionale del vino fa sosta ad Asti nel dicembre del 1934

 

È il primo consorzio di tutela creato in Italia, dopo l’approvazione della legge del ministro Acerbo sui vini tipici (10 luglio 1930).

Il Consorzio partecipa nel 1933 alla Prima mostra nazionale dei vini tipici organizzata dalla città di Siena. Sul padiglione spicca lo stemma di San Secondo, patrono di Asti, scelto come marchio consortile su disegno di Ottavio Baussano. Le etichette di Moscato e Asti Spumante presenti a Siena sono 166, come ricorda Giusi Mainardi, nella sua Storia del Consorzio dell’Asti Docg.

Nel dicembre del 1934 fa tappa in piazza Alfieri l’“autotreno nazionale del vino”. Primo esempio di marketing itinerante promosso dai Ministeri dell’Agricoltura e delle Corporazioni, il convoglio è formato da due autotreni a rimorchio con un grande banco di degustazione dei vini tipici italiani. Il tour toccherà in tre mesi i capoluoghi di provincia e i principali centri della produzione vinicola nazionale.

L’Astigiano esce dalla seconda guerra mondiale con una capacità produttiva ridotta: nelle campagne è mancato il verderame, le fabbriche lamentano l’insufficienza di materie prime e di combustibili, la disoccupazione dilaga. Sul Cittadino del 1° dicembre si legge: «Per la salvezza dell’Italia è necessario un inderogabile e indilazionabile ritorno alla terra, unica fonte sincera di vita e di benessere. E così per il benessere della nostra economia, è al lavoro della terra e soltanto al lavoro della terra che devono essere indirizzati i disoccupati di oggi». Le parole sono di Aldo Pronzato, presidente della Camera di Commercio istituita nel 1936, un anno dopo la nascita della Provincia di Asti, scorporata da Alessandria.

È proprio la Camera di Commercio a puntare sulla promozione della vitivinicoltura con una rassegna dedicata alla produzione locale. L’iniziativa si svolge nel 1946 e nel 1947, si interrompe nel 1948 in concomitanza con la devastante alluvione del 4 settembre, e riprende nel 1949 per essere nuovamente sospesa in vista di una formula che ne amplifichi la capacità di richiamo sulle aziende e sui consumatori.

Maggio 1952 Fiera del Vino d’Italia. Arriva il presidente Einaudi. Quando fecero pagare il biglietto ad Amintore Fanfani

 

1952 – Il presidente della Repubblica Luigi Einaudi accompagnato dalla moglie visita la galleria dei vini d’Italia

 

Nel maggio del 1952, sessantuno anni dopo la prima Esposizione nazionale, Asti torna a considerarsi capitale del vino italiano.

Ai giardini pubblici viene allestita la Fiera del Vino d’Italia con 17 padiglioni, 200 cantine e 500 etichette.

L’evento è promosso dall’Ente autonomo Fiera del vino d’Italia creato dalle Camere di Commercio del Piemonte che ne hanno affidato la guida ad Asti.

Tra gli appuntamenti si segna il convegno medico nazionale su “i vini di regime nell’alimentazione dell’uomo sano e ammalato” che vedrà la partecipazione del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, originario di Dogliani dove la sua famiglia coltiva vigne di dolcetto. La direzione artistica della Fiera è affidata al giovane scenografo Eugenio Guglielminetti.

Il sottosegretario all’Agricoltura Mariano Rumor, inaugurando la Fiera il 1° maggio 1952, ricorda la legge sul credito agrario per favorire lo sviluppo del comparto ma insiste sul miglioramento qualitativo della produzione e ammonisce «quei produttori che attraverso le fatturazioni o i camuffamenti del loro prodotto, danneggiano tutta la categoria».

Nei giorni successivi anche il ministro dell’Agricoltura Amintore Fanfani visita la fiera: «Si presentò all’ingresso senza scorta – ricorda Mario Odone, allora ragioniere capo alla Camera – il giovane alla biglietteria non lo riconobbe e lo fermò: Fanfani o no, gli disse, paghi il biglietto e poi va dove vuole». L’equivoco fu presto chiarito e l’aneddoto è stato raccolto nel volumetto sui 70 anni della Camera di Commercio di Asti edito nel 2005.

Il ministro dell’Agricoltura Amintore Fanfani alla Fiera dei Vini con il presidente della Camera di Commercio Aldo Pronzato

 

Gli anni Sessanta segnano una grande trasformazione del mondo vitivinicolo. La legge istitutiva delle Denominazioni d’Origine Controllata approvata nel 1963, grazie all’impegno parlamentare del senatore monferrino Paolo Desana, indirizza la produzione verso parametri di qualità e lentamente il consumo passa dalle damigiane alla bottiglia. L’Astigiano può contare su circa 30 mila aziende viticole che producono 2 milioni di ettolitri di vino, due terzi di quanto ne produce oggi l’intero Piemonte. Lo scandalo dell’Asti Nord ha però coinvolto numerose cantine sociali e contribuito all’abbandono delle campagne nella zona a nord del capoluogo dove più forti sono i richiami delle industrie torinesi.

Il 16 aprile 1966 si insedia alla presidenza della Camera di Commercio Giovanni Borello, geometra e imprenditore nel settore dei marmi, che ha nuove idee e grande voglia di fare. Sarà per un ventennio il vero regista dello sviluppo economico astigiano e della promozione del vino, con il suo vasto indotto.

Dichiara Borello: «Dobbiamo stimolare agricoltori, cantine sociali, industriali a puntare sempre di più su una produzione di qualità; dobbiamo far conoscere l’intera gamma dei vini astigiani in Italia e all’estero; creare le condizioni perché Asti acquisti in Italia una posizione leader in campo vitivinicolo divenendo sede di manifestazioni ricorrenti aventi per tema la vite e il vino».

 

Alla Camera di Commercio arriva Borello. L’anno dopo, nel 1967, nasce la Douja d’Or

 

1968 – Il giovane viticoltore Baldovino di Costigliole taglia il nastro della Douja d’Or. Alle sue spalle Giovanni Borello e gli onorevoli Oddino Bo e Giovanni Giraudi.

 

Riprendendo il sogno di Leonetto Ottolenghi, Borello inventa la festa del vino “Douja d’Or”. Al suo fianco ci sono personaggi del mondo del vino come Piero Bava da Cocconato, l’enologo Adriano Rampone, i giovani funzionari della Camera di Commercio Beppe Scialuga, Vittorio Ravizza, Rosa Luisa Quaglia e, dal 1968, Giovanni Goria, destinato a una brillante carriera politica. La prima edizione si tiene dal 10 al 24 settembre 1967 nel piazzale e nelle sale del ristorante “La Grotta”, sulla statale per Torino in prossimità del costruendo casello autostradale Asti-Ovest.

Il logo, realizzato dall’artista svizzero André Leuba, ricorda l’antico recipiente astigiano a forma di brocca abitualmente utilizzato nelle cantine per travasare il vino. La maschera di Gianduja ne richiama il nome. Nello stesso settembre del 1967 su iniziativa dall’allora sindaco Giovanni Giraudi riprenderà anche l’antica tradizione di correre il Palio. Ma le due manifestazioni, a dispetto della vicinanza sul calendario, anche negli anni a venire faticheranno a dialogare e a costruire sinergie sul piano della promozione. L’organizzazione della Douja è affidata all’Ente per la Valorizzazione dei Vini Astigiani creato nell’estate di quello stesso anno dalla Camera di Commercio, dall’Ente provinciale per il turismo, dall’Unione Industriale, e dal Consorzio difesa vini tipici, con il sostegno di Cassa di Risparmio di Asti, Istituto bancario San Paolo e Banca Agraria Bruno.

«Vogliamo educare i consumatori a riconoscere ed apprezzare i buoni vini – afferma Borello – setacceremo ogni anno tutte le cantine dell’Astigiano alla ricerca delle migliori partite prodotte nell’anno”, annuncia Borello, lanciando la prima edizione del concorso enologico. A quella prima Douja sono esposti e in degustazione 87 vini di una trentina di produttori astigiani (vedi scheda)

 

1968. La Douja d’Or ai giardini punta sullo spettacolo. Si anticipa a maggio e si tenta la spola tra Asti e Costigliole

1968 – Enzo Jannacci sul palco della Douja d’Or all’interno dei giardini pubblici

 

Nel ’68 la Festa del Vino arriva nel cuore della città, esattamente nei giardini pubblici tra piazza Alfieri e piazza Emanuele Filiberto, da lì a poco ribattezzata Campo del Palio. Eugenio Guglielminetti e Antonio Guarene firmano l’allestimento del quartiere fieristico. Gli spazi sono disseminati di grandi botti trasformate in botteghe per la degustazione. I chioschi sono stati sistemati anche nelle principali vie d’accesso alla città, il quartiere fieristico è colorato da opere di SIlvio Ciuccetti e Ottavio Coffano.

Al taglio del nastro è chiamato un giovane viticoltore di Costigliole rappresentante del Comitato che sollecita la creazione di un Fondo di solidarietà per le aziende agricole danneggiate dalla grandine. Durante la rassegna si tengono le selezioni del concorso provinciale; ai vincitori verrà assegnato il bollino della Douja d’Or. Sul palcoscenico si apre la stagione del vino-spettacolo. Tra le suggestive cataste di bottiglie, che hanno fatto da quinta, vengono applauditi Enzo Jannacci, Carlo Campanini, Gipo Farassino, Gianni Basso, Oscar Valdambrini e Dino Piana, Daisy Lumini e Milly. Si esibiscono i ballerini della Scala, Paolo Poli, Ornella Vanoni è tra gli ospiti d’onore. Fa tappa alla Douja anche il “Tour della canzone” con I Giganti, I Brutos, Joe Sentieri e la giovane Milva.

Il 1973 è un anno di novità per la Douja d’Or che viene anticipata a fine maggio e va nel “Cantinone” di piazza Alfieri, sotto i Portici Pogliani, dove si svolge la seconda edizione della mostra nazionale. E la Festa del vino esce dalla città. Nelle storiche e restaurate cantine del castello di Costigliole, l’Evva ha allestito l’Enoteca dei grandi vini di Asti e del Monferrato con le bottiglie selezionate nelle precedenti sei edizioni del concorso.

Nel castello trova sede anche la Confraternita dei Cavalieri delle Terre d’Asti e del Monferrato.

Dal 1974 al 1992 la Douja d’Or si stabilizzerà all’Exposalone di piazza Alfieri, utilizzando insieme al “cantinone” anche i locali al piano terra, già sede del Cinema Salone Alfieri.

 

1986 – La Douja scaccia l’incubo del metanolo. 1993-1999: parte il tour nelle piazze del centro

 

Gianluigi Buffon inaugura la Douja d’Or 2005 a Palazzo del Collegio col presidente della Camera di Commercio Mario Sacco e il Vescovo Francesco Ravinale

 

Il 1986 è un anno drammatico e insieme di svolta per il mondo del vino. Lo scandalo del metanolo obbliga l’intero comparto a un salto netto verso politiche di qualità. La ventesima edizione della Douja d’Or, sotto la guida dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia, testimonia la voglia di riscossa dei produttori italiani e piemontesi in particolare. «La piovra del metanolo che ha distrutto ingiustamente il risultato di tanti anni di onesto lavoro nel campo vinicolo è stata decapitata», commenta Gancia, «occorrono ancora maggiori interventi e controlli, ma i produttori devono convincersi che solo con un prodotto di qualità sarà possibile superare il dramma di questi mesi». Le cantine premiate al concorso nazionale sono 118, tredici hanno ottenuto l’Oscar. La rassegna all’Exposalone punta i riflettori sull’immagine del vino italiano nel mondo. Con il ministro astigiano Gianni Goria e i colleghi di governo Zanone e Pandolfi intervengono grandi esperti di marketing, da Armando Testa a Giorgetto Giugiaro che è anche autore del nuovo marchio della rassegna.

Tra il 1993 e il 1998, sotto la presidenza dell’architetto Salva Garipoli, la Douja d’Or fa il tour nei principali angoli del centro storico. S’inizia da piazza Medici.

Per favorire la promozione dei vini locali la Camera allestisce “monumenti” con torchi e altre macchine di cantina e porta nei ristoranti le bacheche degli Asti D’Oro con 13 bottiglie rappresentative delle Doc. Viene bandito il concorso per Miss Bottiglia: il premio per l’eleganza va a un Moscato di Pantelleria.

L’edizione “in piazza” raddoppia i visitatori e le degustazioni rispetto all’anno precedente.

La Douja resterà in piazza Medici fino al 1995 per trasferirsi l’anno successivo in piazza Roma.

Qui la Festa del Vino si apre all’Europa con un convegno promosso dall’associazione nazionale Donne del Vino. Tra gli ospiti della rassegna si segnala anche la principessa Margaret d’Inghilterra. Nel 1997 ancora un trasloco: la Douja va in piazza Cattedrale e si sposa con la seconda edizione di AstiMusica. Sul palco tornano ad esibirsi Gianni Basso ed Enzo Jannacci. Si amplia il programma delle serate a tema e delle degustazioni; sono coinvolti i Consorzi di tutela, l’Onaf, Arcigola Slow Food.

L’edizione del 1998, torna in piazza Roma. L’anno seguente, la Douja d’Or va nel cortile della ex caserma Colli di Felizzano e raccoglie più critiche che consensi, soprattutto per la scelta di servire le degustazioni a pagamento in bicchieri di plastica.

Sotto la presidenza di Aldo Pia, la rassegna approda nei cortili dell’ottocentesco Palazzo del Collegio e arricchisce il suo percorso con richiami alla cultura e all’arte.

L’enoteca dei vini italiani sempre selezionati dall’Onav, grazie al prezioso lavoro del direttore Michele Alessandria, si allarga alla rassegna dei Vini d’Autore dedicata alla migliore produzione del Sud Piemonte, dal Barbera al Moscato. Nascono i “Piatti d’autore” che coinvolgono i principali ristoranti astigiani. Il successo è immediato: in dieci giorni, i commensali della Douja sono oltre tremila. Il Museo Lapidario ospita una mostra di vetri antichi: dai fenici al XX secolo. Musica, poesie, cioccolato e vermouth si incontrano nel chiostro del Michelerio per l’evento “La Cioccolata del Conte” dedicato a Vittorio Alfieri.

 

2000-2010. Cortile del Collegio. Nasce il Piatto d’Autore

 

Riprende nuovo slancio anche la stagione dei convegni dedicati al vino e al suo mondo. “Piemonte chiama. Toscana risponde”, ideato da Sergio Miravalle, mette a confronto produttori di fama internazionale che hanno cuore e radici nelle due regioni: da Angelo Gaja ad Albiera Antinori a Giacomo Tachis. Il premio Nobel per la medicina Gunter Blobel discute con altri esperti di cibo e stili di vita; si puntano i riflettori sulle nuove Direttive comunitarie per il vino. Si allarga lo sguardo ai mercati esteri. Nel settembre 2001 il convegno “Vite d’emigranti” porta alla Douja d’Or emigranti piemontesi e loro discendenti con radici in Francia, Cile, Argentina e California: uomini e donne che hanno portato nei paesi d’adozione l’esperienza e la tradizione della viticoltura e dell’enogastronomia subalpina. Ai loro racconti si aggiungono quelli di giovani immigrati da Albania, Macedonia e Germania che hanno trovato lavoro in Piemonte grazie alle viti e al vino. In quei giorni la Douja si ferma per lutto dopo l’attacco alle Torri gemelle di New York. Si tenta per alcuni anni una selezione di vini stranieri, tra cui Australia, Sud Africa, Portogallo, Argentina e Grecia. Vengono organizzati anche incontri con importatori da Nord Europa, Russia, Usa e Asia. Sotto la presidenza di Mario Sacco, tra il 2005 e il 2010, la Douja d’Or consolida la sua presenza al Collegio, arricchendo il programma di appuntamenti tra gastronomia e vino, economia, cultura e sport. Vengono chiamati ad inaugurare la Douja d’Or campioni come Gigi Buffon e Fabio Capello.

 

2011-2015 all’Enofila. Poi di nuovo in centro

 

Il portiere della Nazionale e della Juventus, Gianluigi Buffon, inaugura la Douja d’Or 2005 a Palazzo del Collegio.

 

Nel settembre del 2011, con il secondo mandato di Mario Sacco alla presidenza della Camera di Commercio, la Douja d’Or si trasferisce all’Enofila, l’ex vetreria. Lasciare il centro per occupare lo storico ma periferico futuro Palazzo dei Vini è una grande sfida.

Il restauro dell’ex fabbrica, nel tempo soggetto a critiche anche severe, offre quattromila metri quadri di padiglioni fieristici, saloni, una cucina e una cantina di mille metri quadri (che non verrà mai utilizzata).

Al Piatto d’autore si aggiunge il dolce dei maestri pasticcieri. Nasce la rassegna dei prodotti tipici “Asti fa goal” e quella musicale “Suoni DiVini” condotta da Massimo Cotto con ospiti di richiamo: da Francesco Baccini a Paola Turci.

Nel 2014 si sperimenta il sodalizio con “Collisioni” che porta alla Douja d’Or Max Pezzali, Arisa, Carlo Cracco, Paolo Crepet e Claudio Baglioni.

Tra il 2011 e il 2015 l’Enofila riproporrà anche una riedizione della Fiera dei Vini della Luna di Marzo, lanciata dalla Camera di Commercio molti anni prima e poi a lungo sospesa. Nell’estate del 2015 l’ente passa sotto la presidenza di Renato Goria, sarà l’ultimo anno della Douja d’Or e degli eventi all’Enofila.

La 50° edizione della Douja d’Or, nel settembre 2016, si celebra nel centro storico.

Palazzo Ottolenghi si trasforma in enoteca per ospitare i 354 vini selezionati e la rassegna dei vermouth, a Palazzo Alfieri si allestisce la “Douja del Monferrato, della Langa e del Roero”. L’edizione 2017 ha segnato l’alleanza tra la Douja d’Or e Piemonte Land of Perfection, realtà che riunisce i 10 consorzi di tutela del Piemonte, presente alla rassegna con un proprio padiglione di degustazione in piazza San Martino. Con l’edizione di quest’anno si tornano a occupare spazi in piazza Roma e in piazza San Secondo. Dal 2019 la regia della Douja d’Or non sarà più solo e totalmente astigiana. Nei prossimi mesi andrà a regime l’annunciato accorpamento tra la Camera di Commercio di Asti e quella di Alessandria. Inizierà una nuova stagione per le politiche di promozione dell’economia e del territorio. Il Comune ha lanciato il progetto “Vino e Cultura” e qualcuno vorrebbe un’enoteca regionale permanente anche ad Asti. Ma si può pensare al futuro senza valorizzare il passato?

L'AUTRICE DELL'ARTICOLO

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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