La cittadinanza onoraria assegnata alla senatrice Liliana Segre e la querelle politica sviluppatasi in Consiglio comunale a seguito della mancata (per ora) cancellazione del nome di Benito Mussolini dall’albo d’onore dei cittadini onorari di Asti (atto che risale al 1924), hanno riacceso i riflettori sui nomi e sul significato delle scelte compiute nei decenni scorsi che hanno portato all’assegnazione finora di 16 cittadinanze onorarie.
Astigiani ha già trattato l’argomento (settembre e dicembre 2014, numeri 9 e 10). Ma merita attenzione andare indietro al 1978 quando, dopo oltre mezzo secolo di oblio, si tornò ad assegnare la cittadinanza onoraria, la prima dell’era repubblicana, a un personaggio politico che aveva un particolare legame con Asti: Umberto Terracini.
E non è casuale che sia diventato cittadino onorario astigiano proprio nell’ambito delle celebrazioni per il trentennale della Costituzione. La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, reca infatti in calce, accanto alle firme del Capo dello Stato Enrico De Nicola e del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, anche quella di Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, che ebbe il compito di redigere i 139 articoli e le 18 disposizioni transitorie che compongono la legge fondamentale della Repubblica italiana.


Tra i 556 “padri costituenti” c’erano anche sei eletti nell’Astigiano: Enzo Giacchero e Leopoldo Baracco per la Democrazia cristiana, Umberto Calosso e Umberto Grilli socialisti, il comunista Felice Platone e Alessandro Scotti del Partito dei contadini (vedi Astigiani n. 4, maggio 2013).
La motivazione della cittadinanza a Terracini aveva due risvolti. Il primo più generale e politico, il secondo per sottolineare i legami della sua famiglia di origine ebraica con la comunità astigiana.
Prima della cerimonia la visita al cimitero ebraico alle tombe dei genitori e dello zio maestro
Prima della cerimonia Terracini fu accompagnato nel cimitero ebraico di via
Lamarmora dove ci sono le tombe dei suoi genitori e dello zio Davide Terracini
«che fu per decenni il maestro della scuola israelitica Clava di via Ottolenghi» ricordò in quell’occasione Laurana Lajolo, assessore alla cultura della giunta comunale del tempo (Pci, Psi e Psdi) che esprimeva il sindaco Vigna.
Il 14 aprile 1978 – nel pieno del terrorismo brigatista e durante i giorni del
sequestro di Aldo Moro – nel corso della cerimonia tenutasi a Palazzo Ottolenghi per il conferimento della cittadinanza onoraria, il sindaco Gian Piero Vigna così motivò la scelta del Comune di Asti: «La decisione del Consiglio Comunale di conferire la cittadinanza onoraria a Umberto Terracini, di famiglia astese, quale presidente dell’Assemblea Repubblicana, non vuole essere soltanto il doveroso omaggio a una grande personalità del nostro tempo, che ha dimostrato nei momenti più drammatici della storia italiana
fermezza, coraggio, dignità, capacità di sacrificio; ma vuole essere altresì la
testimonianza dell’impegno non formale e non retorico del nostro Comune in difesa delle istituzioni democratiche».
L’ex sindaco Vigna ancora oggi ricorda quella giornata: «Ero emozionato. Avevo di fronte uno degli uomini che ci aveva dato la Costituzione. Erano giorni particolari di ansia e tensioni in pieno rapimento Moro. In Consiglio comunale la nomina di Terracini era stata votata all’unanimità il 16 febbraio di quell’anno su mia proposta».
Nato a Genova nel 1895 la gioventù a Torino l’incontro con Gramsci
Il senatore, nel salone alla presenza dei gonfaloni dei comuni di Genova, Torino, Alba, Domodossola tenne un appassionato discorso di accettazione
e ringraziamento e firmò il nuovo albo d’onore dei cittadini di Asti. Nelle sue
parole il richiamo ai valori della Costituzione e la necessità di difenderla dagli attacchi del terrorismo.
Terracini tornò ad Asti con la moglie anche in occasione del Palio di quell’anno vinto dal rione San Paolo.
Quella dei Terracini, uno dei cognomi più diffusi nelle comunità ebraiche del sud del Piemonte, era una famiglia di commercianti. I nonni paterni di Umberto erano venditori ambulanti di stoffa e nel giro di alcuni anni erano riusciti ad aprire a Genova, nel cuore della città vecchia, un grande negozio di tessuti.
Il padre di Umberto, Jair, non aveva voluto proseguire la strada intrapresa dal padre e dai fratelli; si era laureato in ingegneria, ma la professione non gli rese nel modo sperato per cui dopo qualche tempo era tornato a lavorare nel negozio genovese della famiglia.
Sposatosi con la torinese Adele Segre, gli erano nati a Genova tre figli, Amadio, Umberto (il 27 luglio 1895) e Margherita. La morte prematura di Jair,
nel 1899, costrinse la moglie e i figli a trasferirsi a Torino, per essere vicini
alla famiglia di Adele.
Qui Umberto trascorse l’infanzia tipica dei figli della piccola borghesia ebraica del tempo. Da ragazzino, raccontò in seguito, «gli unici svaghi erano di assistere alle funzioni di culto in Sinagoga, il venerdì sera e il sabato, e qualche visita nelle case dei compagni di scuola».
A Torino frequentò la scuola ebraica e poi il liceo Gioberti; in quegli anni fu
determinante per lui la frequentazione del cugino materno Elia Segre, singolare personaggio, socialista, anticonformista, anticlericale, espulso per indisciplina dal Collegio militare, accanito lettore di giornali quali L’Avanti!, la Critica sociale diretta da Turati o L’Asino di Guido Podrecca.
Fu lui ad avvicinare Umberto ai temi sociali e politici.
Al liceo conobbe Angelo Tasca («Un incontro decisivo per il mio avvenire» scrisse in seguito Terracini), di qualche anno più anziano, figlio di un manovale delle ferrovie, che abitava in un piccolo alloggio di piazza Carlina, nella stessa casa dove in seguito abiterà anche Antonio Gramsci, emigrato dalla Sardegna.
Tasca lo introdusse nel gruppetto dei socialisti torinesi di Gramsci e nel 1913, dopo la maturità e l’iscrizione alla facoltà di Giurisprudenza, ci fu un altro incontro decisivo per Terracini, quello con Palmiro Togliatti.
In carcere per i suoi discorsi contro la guerra
Già dal 1911 si era iscritto alla Federazione giovanile socialista di Torino, mettendosi in luce per la sua eloquenza e per la decisa presa di posizione contro la guerra di Libia, e diventandone nel 1914 segretario.
Nel 1916 tenne a Trino Vercellese un appassionato discorso contro la guerra in corso, e dovette scontare alcuni mesi di reclusione per disfattismo. Quando venne chiamato alle armi, per i suoi trascorsi politici si vide negata la nomina
a ufficiale e fu inviato prima a Bra, come soldato semplice nel 72° Reggimento Fanteria e poi, nel 1917, come autiere a Montebelluna, vicino al fronte.
A guerra finita, tornato a Torino e laureatosi nel 1919, iniziò a frequentare uno studio di avvocato come praticante e si dedicò al giornalismo: con Gramsci e Togliatti fu uno dei fondatori dell’Ordine nuovo (il primo numero uscì il 1° maggio 1919), direttore del settimanale Falce e martello e collaboratore de L’Avanti!.
Al congresso del partito socialista di Livorno del 1921 aderì al nascente Partito comunista d’Italia (fece parte del primo esecutivo, con Amedeo Bordiga, Bruno Fortichiari, Ruggiero Grieco e Luigi Repossi), ma sempre su una posizione che egli definì di “autonomia critica”. Ad esempio, eletto deputato nel 1921 e nel 1924, non approvò la secessione dell’Aventino, quando i partiti antifascisti abbandonarono i lavori parlamentari in seguito all’assassinio di Giacomo Matteotti, lasciando così di fatto via libera al fascismo.
Dopo un primo arresto come sovversivo alla fine del 1924 che lo costrinse a scontare sei mesi di carcere, venne nuovamente arrestato assieme a due compagni nel settembre 1926, a Milano, dove dirigeva L’Unità; fu processato con altri comunisti, tra cui Gramsci, davanti al Tribunale Speciale tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 1928.
Il Tribunale speciale lo condanna a 22 anni come sovversivo comunista
Terracini, che parlò nell’ultima udienza a nome di tutti gli imputati, subì la condanna più pesante: 22 anni di reclusione.
Nella motivazione della sentenza si legge: «Elemento scaltro, subdolo, ha posto la sua non comune intelligenza al servizio del comunismo rendendosi pericoloso propagandista. In carcere ha sempre cercato di esercitare il suo ascendente per mantenere
Trascorse il periodo di detenzione in varie carceri italiane, tra cui quelle di San Gimignano, Firenze, Castelfranco Emilia e Civitavecchia. Poté poi beneficiare dell’amnistia del 1937, concessa per la nascita del principe Vittorio Emanuele, ma venne mandato al confino a Ponza e successivamente, all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940, a Ventotene.
Nel 1939, si era già dichiarato contrario al patto di non aggressione stipulato tra Germania e Unione Sovietica per la spartizione della Polonia e l’occupazione dei paesi baltici, il cosiddetto patto Molotov-Ribbentrop. Fu in questa occasione che Terracini fu espulso dal partito, con il divieto imposto a
suoi compagni di esilio di rivolgergli la parola.
Dopo l’8 settembre 1943, liberato ma privato dell’appoggio del partito da cui era stato nuovamente espulso, Terracini finì in un campo profughi svizzero, da cui fuggì per rientrare clandestinamente in Italia e unirsi alle formazioni partigiane operanti nella Val d’Ossola.
Durante la breve vita della repubblica partigiana dell’Ossola ricoprì il ruolo di segretario del governo partigiano.



Nel 1947 votato presidente della Costituente al posto di Saragat
Finita la guerra e riconciliatosi col partito, Terracini fu eletto all’Assemblea Costituente, dove venne nominato vicepresidente (il presidente era Giuseppe Saragat). L’8 febbraio 1947 Saragat, in seguito alla scissione socialista di Palazzo Barberini, si dimise e Terracini, eletto con 279 favorevoli su un totale di 436 votanti, assunse la carica di presidente che mantenne fino alla fine dei lavori dell’Assemblea.
Nel suo discorso di insediamento Terracini si impegnò ad assolvere il proprio compito di «regolatore imparziale e diligente dei lavori dell’Assemblea», impegno che rispettò nel modo più completo, chiedendo all’Assemblea di
rinnovare «lo spettacolo di solidarietà spirituale e nazionale» dimostrato fino ad allora. Fu in effetti un presidente di cui tutti riconobbero l’imparzialità e la capacità di appianare i contrasti.
A conclusione dei lavori Vittorio Emanuele Orlando dichiarò: «Egli è stato veramente un gran Presidente, e, direi, un Presidente nato perfetto».
Il matrimonio nel 1948 con un’attrice originaria di Cartosio più giovane di 22 anni
Venendo alla sua vita privata, Terracini nel 1948 si sposò con Maria Laura Gayno, nata a Prato ma di famiglia originaria di Cartosio nell’Acquese, attrice di cinema e teatro, conosciuta nel mondo dello spettacolo con lo pseudonimo di Maria Laura Rocca (era il cognome della nonna materna); più giovane di lui
di ventidue anni, l’attrice compare in diversi film comici con Totò e in altri drammatici come Achtung banditi e L’oro di Roma di Carlo Lizzani.
I due, entrambi ebrei, si conobbero nel campo di internamento svizzero in cui si erano rifugiati. Terracini aveva già contratto un precedente matrimonio a Mosca, nel 1921, con la lettone Alma Lex, dalla quale aveva divorziato nel 1939. Anche Maria Laura Rocca era già stata sposata; dal matrimonio con
Giuseppe Bisazza era nato un figlio, Oreste, che fu poi adottato da Terracini e divenne uno stimato avvocato.
Dal matrimonio tra Terracini e Maria Laura, celebrato, si disse, anche per sedare lo scandalo derivante dal loro rapporto di convivenza, difficilmente
accettabile secondo la morale del tempo in quanto lei risultava ancora sposata col precedente marito, nel 1957 nacque un figlio, Massimo Luca.
Tornando alla vita politica, va ricordato che Terracini fu senatore dalla prima alla nona legislatura e per diversi anni anche presidente del gruppo parlamentare comunista. Tra le sue battaglie parlamentari più famose, figura quella contro la cosiddetta “legge truffa” del 1953, da lui definita «strumento
di eversione della nostra Costituzione».
Ma non si adeguò mai alle direttive del partito quando non le approvava: nel marzo 1956, dopo il rapporto di Kruscev sui crimini di Stalin, disse pubblicamente che non bastava accontentarsi di condannare gli “errori” del regime sovietico, come li definiva Togliatti: «Qui non si tratta di chiarire gli errori. Si tratta di disporci tutti a una sincera e severa autocritica che stabilisca, di fronte al partito e soprattutto di fronte alla nostra coscienza, fino a che punto la nostra cosiddetta disciplina sia stata invece quiescenza e omertà coi delinquenti».
Ciò tuttavia non gli impedì, nel novembre dello stesso anno, di appoggiare, in linea con le posizioni del partito, l’invasione delle truppe sovietiche in Ungheria. Fu anche due volte candidato di bandiera del Pci alla presidenza della Repubblica: nel 1962, con 200 preferenze al primo scrutinio (fu poi eletto il democristiano Antonio Segni), e nel 1964, quando la presidenza andò a Giuseppe Saragat. Sempre nel 1964, il 21 agosto, fu Terracini a pronunciare il discorso di apertura della cerimonia funebre di Togliatti.
Il 1967 segna una data importante nella vita di Umberto Terracini: lo scoppio della guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi arabi lo spinse a rivendicare la propria identità ebraica, un tema che fino a quel momento non era stato al centro dei suoi interessi; ancora una volta ciò lo portò a scontrarsi con le direttive del partito, schierato su posizioni filoarabe.
Allo stesso modo Terracini prese in quei mesi posizione contro le persecuzioni
antiebraiche in Unione Sovietica. Nel 1968 sostenne le ragioni degli insorti della primavera di Praga e si schierò contro l’invasione dei carri armati sovietici. Nel 1969, dopo l’attentato di piazza Fontana, fu tra i primi a dichiararsi convinto della matrice eversiva di destra della strage, impegnandosi per dimostrare l’innocenza di Pietro Valpreda.
Negli Anni Settanta fu contrario al compromesso storico tra Dc e Pci e alla linea di Berlinguer; durante il rapimento di Aldo Moro fu uno dei pochi del suo partito contrari alla “linea della fermezza”, firmando anche un appello pubblicato su Lotta continua per iniziare una trattativa con i brigatisti. Erano i giorni della cittadinanza ad Asti.
Terracini morì a Roma il 6 dicembre 1983, a 88 anni. È sepolto nel cimitero di Cartosio, paese originario della moglie, che gli sopravvisse sino al 1999.







































