venerdì 16 Gennaio, 2026
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Rassegnati al destino tra salite e discese

Il fatalismo contadino nei modi di dire per sopportare i problemi quotidiani

Ant la calà ai va fin-a i babi, in discesa vanno anche i rospi, assimilabile all’espressione Son tucc bon a ’ndè fort ant la calà, sono tutti capaci ad andare veloci in discesa, ossia tutti riescono a fare le cose semplici, a vincere senza sforzo: infatti si usa ad esempio per ridimensionare la buona performance dell’avversario giocando a scopa, sottolineando che non ha vinto per bravura, ma perché la dea bendata gli ha riservato carte formidabili.

E restiamo a parlare di discesa per commentare un’espressione che, sopratutto in questo periodo di incertezze e difficoltà, può contribuire a rincuorarci. An t’el mund a jè tanta muntà cume tanta calà, nel mondo (e nella vita) c’è tanta salita come tanta discesa. In buona sostanza, non si può pretendere di andare sempre con il vento in poppa, ma neppure ci si deve arrendere quando si arranca, perché prima o poi la salita finirà e comincerà la discesa. Questo modo di dire è usato anche in negativo, come monito verso chi se la gode un po’ troppo, ostenta il proprio benessere, ignora i problemi degli altri: è quasi un modo per augurargli che i suoi anni di vacche grasse finiscano e comincino le difficoltà.

C’è in questo detto molto del fatalismo tipico della mentalità contadina, fatalismo che ritroviamo nell’espressione El temp el va fin che s cambìa, il tempo dura fino a quando cambia, non può piovere in eterno così come non può sempre splendere il sole. Significa anche che è inutile prendersela troppo se le cose non vanno come vorremmo: quando il destino lo deciderà, allora prenderanno la direzione giusta.

Da ragazzo provavo un certo sconcerto di fronte a questa accettazione supina degli eventi, ma crescendo ho capito che per i contadini era l’unico modo per sopportare una vita dura, passata a scrutare il cielo e a offrire i frutti del proprio lavoro al prezzo che stabilivano gli altri (e succede ancora così). Una brinata fuori stagione o una grandinata, la pioggia troppo abbondante o la siccità, un vitello che non sopravviveva o le galline che si ammalavano di causinera: questi e altri problemi bastavano a compromettere un’annata agricola e, soprattutto, la certezza di superare l’inverno senza (troppi) stenti.

E quando invece la campagna andava bene, arrivavano i commercianti e i mediatori che ti “facevano” il prezzo del vitello o delle ciliege. Le donne che andavano in città con la cesta per rimediare quattro soldi si sentivano dire che il pollo sembrava morto dallo spavento, l’uva luglienga era ancora troppo acerba, i pomodori non ben maturi, le pesche piccole come balìn da s-ciop, pallini da fucile.

Probabilmente se non fossero stati sorretti da una buona dose di fatalismo, e quindi dalla speranza che El temp el va fin che ’s cambìa, la disperazione e lo sconforto li avrebbero sopraffatti.

L’AUTORE DELL’ARTICOLO

Paolo Raviola

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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