martedì 18 Giugno, 2024
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1994-2014

Non abbiamo dimenticato

La memoria dei giorni dell’alluvione
I grandi avvenimenti lasciano un ricordo indelebile nella memoria collettiva. Astigiani ha chiesto a decine di suoi lettori una testimonianza dell’alluvione del novembre 1994. Ne è nato un racconto vivissimo che riporta alle prime ore di quei drammatici giorni: 4, 5 e 6 novembre. Il punto di vista è quello di chi ha perso la casa o l’attività, ma c’è anche chi è scampato per poco all’acqua, recuperando di fretta poche cose. Altri si sono accorti del disastro solo ore dopo, mentre gli amministratori di allora furono in prima linea per gestire un territorio in ginocchio. Meno edificanti le vicende giudiziarie che seguirono l’alluvione: il mancato allarme, per il quale finì sotto accusa il Prefetto di allora, cadde in prescrizione. Assolti o prescritti anche i reati legati allo smaltimento dei rifiuti che l’acqua lasciò sulle strade.

Il mestiere di raccontare

 

Sono passati vent’anni. Pochissimi allora avevano i telefoni cellulari. Non c’era Internet e neppure Facebook o gli altri social media. La rete di Protezione civile era solo abbozzata. L’alluvione in Piemonte del 4-5-6 novembre 1994 fu raccontata e vissuta dai giornali, dalle radio e dalla televisione. Fu proprio la Rai e ritrovarsi in diretta sul disastro quasi per caso. Un elicottero, che doveva servire per riprese dall’alto di Linea Verde, la trasmissione della domenica mattina condotta da Federico Fazzuoli, mandò in onda le immagini della valle del Tanaro inondata, i campi allagati, le case sommerse. Venne poi la sequenza di un gommone che solca Campo del Palio trasformato in una lago melmoso. L’icona mediatica più eloquente. Furono quelle immagini a “svegliare” anche molti astigiani che non si erano resi conto di quanto era successo nelle notte. La consapevolezza del disastro crebbe di ora in ora. Da giornalisti ci ritrovammo dentro la notizia, isolati da Torino per alcune ore e poi impegnati a raccontare e tentare di spiegare. La redazione della Stampa di Asti, fu con le altre, un terminale della straordinaria solidarietà avviata a poche ore dall’alluvione da Specchio dei Tempi. In quelle settimane, in quei mesi l’impegno fu due fronti. Dare notizie, seguire le ansie, la rabbia, le giuste rivendicazioni degli alluvionati e portare l’aiuto concreto a chi aveva sofferto. La redazione accolse i tantissimi che arrivarono con il frutto di donazioni singole, anche solo di poche migliaia di lire e di collette sui posti di lavoro, tra amici, associazioni ecc. Pubblicammo per mesi gli elenchi di chi aveva donato e spesso voleva comparire solo con un semplice nome o un generico n.n. 

E dalle stesse stanze di via De Gasperi 2 partivano gli aiuti concreti verso le realtà e le persone alluvionate. La solidarietà fu vastissima: raccolsero fondi giornali, trasmissioni tv, sindacati, chiese. Specchio dei tempi superò ogni record e distribuì oltre 25 miliardi di lire. Asti e l’Astigiano ebbero più di 8 miliardi di aiuti. Furono costruite tre scuole ad Asti, Canelli e Castello d’Annone, acquistate ambulanze, mezzi anfibi, deumidificatori, distribuite migliaia di borse di studio di mezzo milione di lire agli studenti che avevano perso libri. Bastava una ricevuta, spessi firmata da mani sporche di fango, e un grazie che non è più uscito dal cuore.

 

SERGIO MIRAVALLE, giornalista.

All’epoca dell’alluvione responsabile della redazione di Asti de La Stampa

La maggior parte delle immagini delle pagine seguenti sono tratte dal volume “Per non dimenticare” edito nel dicembre 1994 dalla associazione “Giornalisti astigiani”. Fruttò 120 milioni di lire versati in solidarietà. Il lavoro redazionale fu di: Elio Archimede, Giuseppe Brunetto, Enrico Giannini, Sergio Miravalle, Paolo Monticone, Alberto Redditi, Paolo Raviola. Con le fotografie di: Bruno Accomasso, Michele Basile, Mauro Ferro, Lorenzo Monticone, Giulio Morra, Renato Olivieri, Massimo Pinca, Franco Rabino, Agostino Santangelo, Vittorio Ubertone, Agenzia Reporters Torino

Quella foto dal cavalcavia

 

Sabato, 5 novembre 1994, Jacopo, il mio primo figlio, compiva 4 anni e per domenica, a casa nostra, a Montemarzo, aspettavamo nonni parenti e amici per festeggiarlo. Non ricordo chi fu a telefonarci che sarebbe stato impossibile arrivare da noi per via dell’alluvione. Convinti fosse un’esagerazione, io e Laura siamo scesi in città a vedere e al Torrazzo, davanti a campi diventati un enorme lago abbiamo capito che era davvero una cosa seria. Ma è solo dal cavalcavia della tangenziale che abbiamo realizzato la gravità di quanto stava succedendo: corso Savona era interamente coperto da un fiume in piena, inarrestabile. Mia moglie, nata in campagna che nel fiume aveva imparato a nuotare, ha cominciato a piangere piano. Io ho scattato qualche foto come un automa, tra cui quella che sarebbe diventata quasi un’icona dell’evento e che pubblichiamo su questo numero di Astigiani in copertina. Davanti a noi un gruppetto di persone immobili e silenziose guardava questa furia di acqua travolgente che copriva tutto… 

Ricordo che mi è venuta in mente la canzone di Paolo Conte: “e che paura che ci fa quel mare scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai”, versi che restituivano esattamente il nostro stupore e la nostra impotenza . Questo nel 1994, ma questo giorno avrebbe segnato nuovamente la mia vita, il 5 novembre 2012, infatti, Laura è volata via.

 

Giulio Morra, fotografo

 

Avevo una vita in grembo

 

Manca poco a mezzanotte, piove da tanto, da troppi giorni e l’umidità te la senti incollata addosso come un seconda pelle. Sul ponte di corso Savona si è radunata gente. Veniamo assaliti da un vento fortissimo, freddo, che si accompagna a un rombo assordante che non avevo mai sentito prima. L’acqua del Tanaro è nerissima, carica di una forza furiosa, piena di rabbia. Facce attonite, occhi che cercano di interpretare quella corsa sfrenata e selvaggia, bocche silenziose. Inutile parlare: quel vento senza freni rende inutile ogni suono di parola. Il ponte viene sgomberato e torniamo a casa in silenzio: mai vista una cosa simile. La notte scorre agitata, tra mille pensieri sulla nuova vita che sta crescendo dentro di me: è un vortice di paure, di gioia, di felicità. Al mattino ci sveglia un passaparola veloce e dai toni stranamente sommessi: “Avete visto? La città è spaccata in due. È uscito il Tanaro. Andate a vedere Piazza del Palio”. Ci vestiamo in fretta e corriamo verso la grande piazza: non posso credere ai miei occhi. C’è un mare lattiginoso, marrone, che lambisce i miei piedi. In mezzo un gommone dei Vigili del Fuoco che sembra troppo piccolo per non perdersi lì in mezzo. E poi c’è una nuova luce dell’aria scura e gonfia di odori mai sentiti prima. E poi i visi e le rughe nuove dei miei parenti temporaneamente ospitati nella parte alta della città: senza parole, attoniti, paralizzati dall’incredulità, profughi di una vita che è affogata in un fango che non se ne andrà più per molto tempo. 

 

Nicoletta Fasano, ricercatrice Israt

“L’Eco del lunedì” del 7 novembre 1994

Acqua e silenzio nella notte

Ricordo la sera del 5 novembre 1994 che le macchine sulla strada alzavano tanta acqua, come non avevano mai fatto. Abitavo con i miei genitori in via Agli Orti, ad Asti, una zona vicina al Borbore, divisa da un muro alto da cui d’estate mi affacciavo per vedere il fiume semisecco e le anatre che nuotavano tranquille. Quella sera ricordo l’affannarsi di mio padre che portava al primo piano delle casse d’acqua e mia madre che spostava scarpe. Io da dodicenne non capivo perché mia madre volesse pulire casa quella sera. Andai a dormire verso le 22, spinto forse a togliermi dai piedi mentre i grandi lavoravano, e mi addormentai. Alle 2 di notte qualcosa mi svegliò. La luce del comodino non si accendeva. Scesi al piano di sotto, i miei genitori erano in cucina e attraversando il corridoio vidi le poltrone del pianterreno a metà scala, galleggiare in uno spazio scuro. L’acqua aveva violato la nostra casa. Mi affacciai al terrazzo e l’unica cosa che vidi era una distesa di acqua scura che ondeggiava. Intorno a noi il silenzio. La corrente elettrica era saltata. Mio padre comunicava con le case vicine urlando. Eravamo l’unica casa con il telefono funzionante, iniziò un via vai di telefonate dei parenti di tutti i vicini, con mia madre come centralinista. Il bollettino radio della Rai ci veniva riferito al telefono dagli zii di viale Partigiani. Il livello dell’acqua iniziò a scendere più tardi nella mattinata e verso le 13 di domenica 6 novembre 1994 un gommone di volontari ci venì a prendere e ci portò sul cavalcavia. Iniziò la nostra nuova vita da alluvionati. 

 

Andrea Torchio, assessore comune di Isola

Quasi una “deposizione”, primi soccorsi in via al Mulino

IL GIORNO IN CUI ODIAI VIVALDI

Avevo deciso che quel fine settimana di novembre sarebbe stato giusto per disimballare i molti scatoloni che, ammonticchiati e compressi, urlavano da mesi nel sottoscala. Quell’estate il trasloco nella nuova casa, la Bertolina di Castagnole Monferrato, era stato frettoloso e incompleto. Pioveva da giorni su tutto il Piemonte mentre io, da mesi, riflettevo sulla mia condizione di nuovo single in cerca di futuro. Avevamo ospiti nel nostro spazio teatrale/foresteria gli amici della Banda Osiris, guidata dall’architetto e regista Gabriele Vacis. Le loro musiche gioiose creavano un contrasto sonoro stridente in quelle ore tristi e umide. Loro stavano provando e riprovando delle variazioni su “Le Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi. In particolare eseguivano “la Primavera” con quell’inizio sfolgorante. La questione era che l’incipit veniva più e più volte ripetuto secondo la regola del teatro per cui un buon attacco è metà dell’opera. La ripetizione incideva sul mio umore già minato dalle notizie allarmanti sul Tanaro. Infatti a Ceva e ad Alba era esondato causando danni e anche lutti e di lì a poco la piena sarebbe arrivata ad Asti usufruendo della “pista veloce” assicurata dalle escavazioni. Il sabato sera passò così: tra timori e ansie, i miei pensieri e le interminabili note di Vivaldi. Il giorno dopo mi misi a lavorare scartabellando uno Steinbeck che mi ricordava Pavese e un Hemingway che mi rammentava l’asciuttezza di Fenoglio. “Sulla strada” di Kerouac, dove collocarlo. L’accompagnamento de “la Primavera” proseguiva. Passai in sala prove e seppi che un componente della Banda Osiris aveva avuto l’auto sommersa in Campo del Palio.  L’aveva lasciata lì facendosi accompagnare alla Bertolina perché non conosceva la strada. Guardammo le immagini alla televisione. La sistemazione dei  libri durò tutta la domenica con nelle orecchie il motivetto di Vivaldi sempre più ossessivo. Io intanto pensavo, con preoccupazione, che il giorno dopo avrei dovuto raggiungere Voghera per lavoro. Chissà se ce l’avrei fatta? Il lunedì, una nebbia densa copriva le colline, ma in basso, sull’autostrada un sole pallido filtrava tra le nuvole. Giungendo ad Alessandria, mi trovai di fronte un paesaggio desolato e desolante: le acque di Tanaro e Bormida si confondevano e dappertutto era una palude in movimento. Continuai le mie riflessioni sulla fatica di trasformare le relazioni in progetti e fu lì, davanti a quello squallore, che decisi di cambiare vita. L’anno dopo, in quello stesso periodo, conobbi Alba e la sposai. Per ben due volte. E non ascoltai più Vivaldi per un bel po’.

 

Luciano Nattino, autore e regista teatrale, presidente Associazione “Astigiani”

Piero Fassi nella cucina del Gener Neuv che aveva raggiunto solo nel pomeriggio di domenica

Piero, guarda che ci siamo

Ore 21 di sabato 5 novembre 1994, tante persone sull’argine che assistevano la prepotente corsa dell’acqua. Il nostro ristorante al completo di clienti. Alle 21,30 dopo essere andato a visionare il crescere del livello, telefono ai Vigili del Fuoco per sentire notizie, mi rispondono di stare tranquillo. Ho saputo dopo che a quell’ora il Tanaro aveva già fatto morti e danni da Ceva ad Alba. Il fiume in piena lo avevo già visto, negli anni, una ventina di volte, ma non era mai esondato. In quel momento incominciava a preoccupami davvero. Alle 23,30, avverto i clienti che devono lasciare il ristorante, meglio non tergiversare nel dopocena. Tutti se ne vanno in fretta, ma a un tavolo di otto tedeschi uno di loro voleva ancora una bottiglia di Barolo. Dovetti alzare la voce per convincerli, finalmente mi ascoltarono e sono usciti a controllare che quanto dicevo corrispondesse a verità. Quel commensale, un po’ alticcio, fu portato via quasi di peso dai suoi amici. Tornò poi dopo due anni e mi ordinò quella bottiglia che bevemmo poi insieme, ricordando quella notte. Mettiamo in fretta le sedie e i tappeti sui tavoli. Ci troviamo in cortile, erano le due. Dico alle figlie: “voi andate verso la città che ci sono i consuoceri che vi vengono a prelevare, io e mamma restiamo qui a casa a vedere cosa succede”. Maria Luisa e Maura mi replicano dicendomi: “Papà è una vita che siamo sempre stati insieme e anche ora staremo insieme”. Decidiamo di andare con loro abbandonando la casa. Lasciamo le luci accese, arriviamo al portone d’ingresso in cortile e tutte le luci del borgo si sono spente. Nero pesto. La pioggia sembrava venisse giù più forte dei cinque giorni precedenti. Io con una pila cammino sul lato sinistro del corso Savona per vedere le auto dei consuoceri. Mia figlia Maria Luisa è al quinto mese, in attesa di una bambina. Il papà Valter ha in braccio Giacomo di cinque anni, mezzo addormentato, avvolto in un plaid, Maura e il marito Luca abbracciati sotto a un unico ombrello con i due camerieri camminano sulla destra del corso, verso il ponte della Stazione di Asti. In quei momenti, mi è venuto alla mente che nel 1948 (avevo 10 anni) il torrente Borbore straripò. Avevo visto dal balcone di casa arrivare un’onda, un muro d’acqua alto due metri. Al seguito c’erano animali che cercavano in quel fango e nuotavano come potevano verso la salvezza. Vidi una donna aggrappata a un tronco d’albero, non ho saputo se si era salvata. Con quella previsione dell’onda in mente, ho pregato come non mai, per tutti i mille passi dal ponte Tanaro a quello della stazione. Siamo riusciti ad arrivare sul ponte sopra la ferrovia sani e salvi. Passammo la notte in casa di mio fratello Giorgio e Giselda, il resto del gruppo negli alloggi dei consuoceri. Alle sei eravamo già sui gradini dell’Intendenza di Finanza a guardare il lago di Campo del Palio e a sentire dire che alcune case e i ristoranti a Tanaro, la corrente li aveva trascinati via. Buon inizio di giornata. Alle ore 14,30 siamo riusciti ad arrivare, tra acqua e fango, nel cortile del Gener Neuv. Porte divelte, tavoli e sedie ovunque anche nei cortili vicini. Entrando, abbiamo tolto 4 sedie che galleggiando erano rimaste appese ai lampadari. Venne buio presto. Tornammo verso le 18 feriti, umiliati. Ricordo le lacrime a dirotto di mia moglie Pina (come la pioggia ). Mi rivolgo a lei per consolarla e sottovoce le dico: “Sai che qui ci vuole un bel mese di lavoro, prima che possiamo riaprire”. Lei come risposta si mette l’indice alla tempia e mi dice: “Ma ti a zii fol. Tu sei matto, non ne basteranno quattro o cinque di mesi”. Lunedi mattina, 7 novembre, ritorno al ristorante per rivedere il disastro. Non c’è nessuno. Non si sapeva come fare e da dove incominciare a fare qualcosa, quando dall’argine sento una voce (che non dimenticherò mai) che mi grida: “Piero guarda che ci siamo!”. Luigi Pavese, moglie e figli arrivati da Montemarzo con il trattore con un generatore di corrente, gambali, badili ecc., pronti ad aiutarci E questo è stato l’inizio della rinascita. Al terzo giorno, visto la forza di volontari, ho buttato lì l’idea che ci sarebbe piaciuto al 6 di dicembre riaprire il Gener Neuv. La voce ha rimbalzato nelle menti di tutti. Con l’architetto Antonio Guarene abbiamo preso in mano la conduzione del cantiere: elettricisti, falegnami, decoratori, tappezzieri, artigiani che, abbandonando i propri impegni di bottega, si sono dedicati anima e corpo al Gener Neuv, proprio nell’intento di riaprire al 6 di dicembre. Ci siamo riusciti.

 

Piero Fassi, ristorante Gener Neuv

 

Addio alla mia Mini Rossa

A pensarci bene credo di poter dire che la mia è stata un’alluvione vissuta su due diversi livelli. Da quello più alto, nello specifico la Serra di Vallarone, ho in qualche modo assistito al dramma che stava vivendo la parte più a sud della città e da quello più basso, nello specifico la mia abitazione dell’epoca, in via Comentina, ho potuto invece constatare quanto fosse drammatica la vita nei giorni successivi all’esondazione di Tanaro e Borbore. Tutto era cominciato, la sera di quel sabato, con una delle abituali e tavolta affollate cene a casa degli amici Beppe Rasero e Patrizia Masseroni, a casa loro sulla Serra di Vallarone per l’appunto. Al momento di tornare a casa, sotto una pioggia che cadeva ininterrotta da qualche giorno, ci si accorse di quanto fosse difficile la strada del ritorno. Malgrado le buone intenzioni dei miei accompagnatori, Francesco Visconti e i coniugi Paola e Giorgio Valpiola, fummo costretti a desistere per scoprire, un paio d’ore dopo la mezzanotte, che le strade per tornare ad Asti erano tutte interrotte a causa dell’acqua uscita dal Borbore. Fu l’inizio, dopo aver avvertito la redazione de La Nuova Provincia che la domenica non avrei potuto essere al mio solito posto, di un lungo quanto preoccupato soggiorno nella pur ospitale casa di Beppe e Patrizia. Preoccupato per la sorte di mamma Jucci, che fortunatamente abitava però in una zona della città non toccata dall’acqua, e di tutti gli amici e collaboratori del giornale che invece sott’acqua ci erano finiti. Finalmente fu possibile tornare a casa, dove la mia Mini rossa – quella diventata famosa tra i miei conoscenti per avere sul cruscotto, nella nascente era dei cellulari, un ironico quanto inservibile apparecchio-giocattolo, rosso anch’esso – era finita sotto metri d’acqua, dove sarebbe rimasta a lungo prima della definitiva rottamazione. Con l’aiuto di tutta la redazione, tornata a una quasi normalità quotidiana dopo la concitazione dei primi giorni post-alluvione, ripresi il lavoro e forse solo allora, a prescindere dal bagno della mia Mini, mi resi davvero conto di quanto fosse stata grave la ferita inferta dall’alluvione alla nostra città.

 

Carlo Accomasso, giornalista

 

L’uomo e la natura

Abitavo nella zona nord di Asti e nella notte dal 5 al 6 novembre ho ancora nelle orecchie le sirene della polizia e dei Vigili del Fuoco e all’alba il ronzio degli elicotteri. Solo al mattino capii. Raggiunsi corso Felice Cavallotti in macchina e di li proseguii, indossando pesanti stivali, fino nella zona di piazza Leonardo da Vinci. L’acqua mi giungeva quasi alle ginocchia. Il giorno andai a cercare alcuni parenti che abitavano nella parte alta di corso Savona: non avevo notizie e tutti in famiglia eravamo decisamente preoccupati. Raggiunsi con la macchina la zona di corso Venezia e di lì proseguii a piedi. Dove l’acqua cominciava a ritirarsi, fanghiglia, detriti, rifiuti: quanto tempo ci sarebbe voluto per riportare strade, cortili, scantinati, orti e campi nello stato di prima! Passai in mezzo a quella “tragedia” riflettendo su quanto siano inarrestabili le forze della natura se non rispettate dall’uomo.

 

Pier Luigi Maggiora, diacono

 

Siamo tornati a parlarci dai balconi

Ricordo di essermi svegliato nel cuore della notte, dopo che qualcuno aveva suonato il campanello di casa. Scesi le scale condominiali e constatai la presenza di acqua al piano terra. Mezzo addormentato, non mi resi immediatamente conto della gravità della situazione e, pensando a un semplice guasto alle fognature, tornai a dormire. Comunque, la quiete durò poco e mi ritrovai, insieme a mia moglie e mio figlio, affacciato al balcone su corso Matteotti in un frastuono di voci, di acqua che gorgogliava, di antifurti impazziti delle auto travolte dal fango. Ci si parlava tutti dalle finestre e le voci si rincorrevano, sopperendo così alla mancanza di informazioni. Il fango rendeva tutto più opaco e mi sembrò, nei giorni successivi, che le cose, le strade, le stesse persone fossero diverse, che il mio quartiere fosse tornato simile a come lo ricordavo da bambino, negli anni Sessanta. 

 

Salvatore Vitello, tecnico dell’Asp

Le auto affiorano dall’acqua di via Guttuari, ad Asti

Passiamo dal Tenda, sotto la pioggia

 

La settimana l’avevamo passata a Montecarlo e non per riposare. Era sabato, il lavoro finito e l’unica cosa che volevamo era tornare a casa. “Che strada faresti Errico? Io farei il Tenda. Va bene”. Il tergicristallo della Peugeot 205 spinge sulla doppia velocità, si vede il tratto basso del torrente Roja gonfio. Nel tratto francese quel piccolo fiume muggisce fra gli orridi, al rientro in Italia l’acqua attraversa la sede stradale spostando terra e pietrisco. Ma il Tenda è libero. Allora giù verso Limone e Cuneo, man mano che si scende la pioggia cade a carrettate senza tregua. Ecco Fossano, si taglia fuori Bra, Alba la facciamo sul raccordo, c’è poca gente in giro, ecco il ponte sul Tanaro, ecco Asti. Finalmente. “Ti porto a casa. Che tempo! Sembra di aver dietro una guerra”. Dormire, dormire e basta; dopo una tirata sotto quell’acqua è quello che ci vuole. Il mattino della domenica dopo al risveglio ero senza corrente: il caffè lo prendo al bar, penso. In strada la gente faceva capannello: “Il Tanaro, il Tanaro ha risalito via Cavour e si è fermato al negozio dell’Amplifon”. Quella mattina non ho preso caffè.

 

Luciano Rosso, grafico pubblicitario

La stazione di Asti allagata

Non era un sogno vedo la stazione invasa

Si dice che i suoni percepiti durante il sonno influenzino i sogni. La notte tra sabato e domenica 5-6 novembre 1994, stavo sognando di fare la doccia, un getto d’acqua calda e morbida, come le coperte, mi cullava, che pace e serenità. Improvvisamente nel sogno subentrano altri suoni, un vociare crescente fino a divenire un urlare, allora esco dal sogno ma il rumore dell’acqua e le urla delle persone restano. Accendo la luce! Niente da fare, buio. Ancora vittima sonnolenta dell’uscita del sabato sera, tirata fino a tardi facendo i giri sui ponti dei fiumi, cerco di alzarmi non riuscendo a capire perché la gente non dorma, è l’alba di domenica!  Corro sul balcone, che si affaccia su corso Gramsci, la stazione avrà le luci accese! Apro le finestre e il rumore dell’acqua è sempre più forte, il chiarore dell’alba mi permette di vedere… incredibile, il corso è un fiume impetuoso e macchine per strada non se ne vedono, mentre dai treni spuntano le antenne dei pantografi.  Non faccio in tempo a chiedermi che cosa stia capitando che il rumore dell’acqua aumenta e, davanti a me, arriva dai binari verso casa mia un’onda alta e impetuosa che in una frazione di secondi si abbatte sul muro della stazione facendolo cadere nel fiume e si infrange sul mio palazzo. In quei momenti, sola sul balcone, mi aggrappo alla ringhiera, smetto di respirare e mi dico “Ok, ora il palazzo crolla”. Fortunatamente non capita. Mia mamma, io e il mio gatto abbiamo lasciato la nostra casa il lunedì mattina, sono venuti a prenderci in cima al cavalcavia con un trattore, siamo rientrate dopo 8 settimane. Per molto tempo ci siamo riscaldate con stufe catalitiche e l’odore del fango, muffa e gasolio è rimasto nelle scale e nelle cantine del palazzo per anni.

 

Roberta Volpato, vicesindaco di Refrancore

Un cartellone pubblicitario piegato dall’acqua a Canelli

Mio suocero ci avvertì: qui esce il Belbo

Pioveva ormai da giorni e già al pomeriggio per Canelli alcuni vecchi saggi, tra cui mio suocero, davano quasi per certa l’uscita del Belbo. Io e mia moglie avevamo deciso di concederci una cena da due cari amici ristoratori, Walter e Roberto Ferretto del Cascinale Nuovo. Ricevetti la chiamata di mia suocera, la quale all’epoca viveva in via Alfieri, zona centralissima, la quale mi annunciò quello che tragicamente stava accadendo. Gli argini non avevano resistito. Il Belbo in piena era fuoriuscito. L’acqua inesorabile travolgeva ogni cosa. Pensai a mio figlio che proprio dai miei suoceri si trovava per passare la notte con i cugini. Mi garantirono di essere al sicuro. Le vie principali per rientrare a Canelli erano ormai bloccate, per questo per tornare a casa dovetti adottare un percorso alternativo e “scollinare” scendendo dalla frazione Sant’Antonio. La nostra abitazione e la nostra cantina, trovandosi nella parte alta di Canelli, fortunatamente non furono coinvolte. Il giorno dopo lo scenario era raccapricciante. Il fango era ovunque, così come ovunque, questo tengo a dirlo, erano i canellesi che l’un l’altro si aiutavano e si facevano forza. Ricordo viale Risorgimento, piazza Zoppa, i negozi dei nostri storici esercenti, ricordo di macchine scaraventate a centinaia di metri e alcune addirittura sugli alberi. Ricordo poi la Caserma dei Carabinieri completamente allagata e distrutta e ricordo bene come io e i miei fratelli decidemmo di dare a loro e ad altri ospitalità presso la nostra struttura di via Alba per svariato tempo dopo quell’infausto giorno. Sono passati vent’anni, ma se chiudo gli occhi mi sembra incredibilmente ieri.

 

Paolo Coppo, produttore di vino, Canelli

 

Radio Asti doc voce degli alluvionati

Una città divisa in due, un senso di irrealtà, l’odore della melma, terribile, le lacrime di chi, disperatamente, tentava di salvare o pulire piccoli frammenti di una vita. Non mi ero accorta di nulla dalla mia piccola casa di Valgera, domenica mattina, le bimbe da seguire, i compiti, i giochi, il pranzo. Telefono alla mia amica che abitava in via Tagliamento. Sempre occupato. Sorrido, immagino con chi stia parlando. Mi sintonizzo sulla “mia” radio e capisco confusamente che sta succedendo qualcosa. Lo speaker faceva strani appelli e parlava del titolare (il caro buon vecchio Ugo Dezzani) bloccato in corso Savona. Bloccato? La diretta intanto iniziava a portarmi voci di persone che dai tetti urlavano la loro disperazione, di chi cercava parenti dispersi. La parola alluvione entra prepotentemente nella mia domenica mattina. Il resto è azione, confusione, dolore, lavoro. Con le mie bambine volo in radio, al Don Bosco, che nel frattempo sta diventando centro di raccolta degli sfollati. Rimarremo lì per giorni, alternandoci con i colleghi perché a quel punto la radio era il riferimento e la voce di tanti. Arriva Giorgio Faletti a recuperare mamma Michela e improvvisa una trasmissione con noi, arriva il Gabibbo per essere accompagnato sul posto.  Arriva anche il cantante Nek per portare un aiuto concreto in denaro a chi aveva perso tutto. Lo sconforto di vedere piazza Campo del Palio attraversata in gommone, le strade senza asfalto, fango ovunque, il conforto di chi ha saputo rimboccarsi le maniche asciugando le lacrime. I volontari che ci portavano il pranzo e il senso di aggregazione che si trova in momenti così terribili. Le polemiche pretestuose, quelle sacrosante. E la pulizia minuziosa di tutto il magazzino dell’amica di via Tagliamento, scatoletta per scatoletta, in mezzo alla melma, in mezzo a quell’odore, mentre la sua macchina emergeva dall’acqua con il solo tettuccio. Quella mattina non stava parlando al telefono con il suo ragazzo. Il telefono, la luce, il gas facevano parte di un’altra vita. Quella prima dell’alluvione.

 

Betty Martinelli, giornalista

Via il fango dal mio vino in borgo Tanaro

Noi che abitiamo sui bricchi

Una serata in un agriturismo di Mongardino, raggiunto da Montaldo attraverso strade secondarie di cresta: i fondovalle con i loro torrenti e fiumi in piena sono un problema ignorato da noi che abitiamo sui bricchi. Quando, la mattina dopo, Nicoletta da Asti mi avverte che in piazza del Palio si gira con i gommoni, raggiungo Isola Villa, sempre passando per le colline. Un piccolo gruppo di persone silenziose si è radunato sulla piazza della chiesa. Dalla valle del Tanaro sottostante, nascosta ai nostri occhi da una fitta nebbia, giunge un rombo sordo e terribile che fatichiamo a collegare allo scorrere solitamente pigro e silenzioso del fiume. Nel primo pomeriggio scendo ad Asti, mi ferma una voragine che si è creata in corso Savona. In mezzo a tutta quella gente dal volto scuro mi vergogno di avere tra le mani la macchina fotografica. A Castello d’Annone trovo Paolino Stella, con gli immancabili occhiali sulla punta del naso e il berretto di traverso: l’acqua gli ha portato via tutto, ma lui si sente ferito soprattutto dalla perdita dei libri e della barbera nuova, appena svinata, uscita dalle botti rovesciate per arrossare il fango denso e puzzolente che ha invaso la cantina. Le tiriamo fuori a fatica, le carichiamo sul camion e le portiamo in collina, lontano dal fiume. Ci vorranno mesi di lavaggi e solforazioni per risanarle, per cancellare l’odore e l’onta del fango. Dieci mesi dopo torneranno al loro posto, vicino al Tanaro nuovamente pigro, pronte per la nuova vendemmia. Segno che la vita ha ripreso il suo ciclo.

 

Mario Renosio, direttore Israt

 

Sotto la pioggia a cercare i figli

Dell’alluvione ho alcune immagini vivissime e una sensazione che mi torna ogni volta che penso a quei giorni: l’odore di fango e di petrolio, nauseante e pervasivo. Il fermo immagine più vivo è però legato alla preoccupazione per i miei due figli che non erano ancora rientrati a casa. Sapevo che erano andati da qualche parte coi loro amici, ma non sapevo dove, forse andremo a vedere il Tanaro che sale, avevano detto, e io non mi ero preoccupato perché ci sarei andato anch’io e così avrei potuto tenere d’occhio la situazione. Non ero più sindaco, ma poiché le vecchie abitudini rimangono, volevo uscire per verificare di persona e raccogliere notizie dal vivo.  Arrivato in piazza del Palio vedo una mare d’acqua e subito entro in apprensione per i miei ragazzi. Dove saranno, cosa faranno. Comincio ad andare di qua e di là per vedere se incontro qualche loro amico per chiedere notizie. Fortunatamente li incontro in piazza San Secondo, prima uno e poi l’altro: erano rientrati a casa e ora erano in giro a cercare me. L’acqua continuava a salire, da piazza Statuto sono sceso in via Cavour a suonare qualche campanello di amici per avvisarli caso mai non fossero stati avvertiti. Tre di loro vennero a casa mia per passare la notte, ma dormimmo tutti assai poco. Il giorno dopo, domenica 6 novembre, potemmo renderci conto dell’entità del disastro e dei danni che avremmo dovuto affrontare come città e come singoli. In quella circostanza incontrai tanta gente affranta e stordita, ma pronta a reagire come i fatti hanno dimostrato.

 

Giorgio Galvagno, ex sindaco di Asti

 

Sono salita sul terrazzo

La mattina del 6 novembre 1994, Asti si svegliò sommersa dall’acqua. Di quei giorni io, reduce da un lutto che pochi mesi prima aveva sconvolto la mia vita e quella dei miei figli, ricordo soprattutto la mia indifferenza verso il disastro materiale. Avevo già perso una delle cose più care, non faceva molta differenza aver perso qualcosa in più. Ricordo una voce fuori dal cancello, alle 5 di mattina, che gridava “signora, si svegli, c’è l’alluvione!”. Ricordo di essere salita sul terrazzo e di aver visto la mia casa circondata da una distesa di acqua. Un cane abbaiava in lontananza, il resto era solo silenzio. Un silenzio strano, angosciante. Ricordo gli infiniti giorni passati a spalare fango, un fango putrido e puzzolente, a lavare i mobili e le pareti, cercando di salvare il possibile. La catasta di oggetti cari in un mucchio sulla strada. Il freddo in casa e ovunque, un freddo da cui era impossibile liberarsi. Soprattutto ricordo i miei figli, Amanda e Devis, che allora erano soltanto due ragazzini, sempre al mio fianco a lavorare, coperti di fango, nell’acqua, nel gelo, senza mai lamentarsi. Questo ricordo lo dedico a loro. Per ringraziarli della forza che mi hanno sempre dato.

Anna Gazzano, commerciante

 

Rischiamo la morte in auto

Un’onda alta due metri mi si para davanti agli occhi ogni volta che il cielo si fa minaccioso, ogni volta che mi capita di passare per Canelli, o che in tv scorrono le immagini dei danni portati da piogge e inondazioni. La sera del 5 novembre, io e il mio amico Massimiliano Della Valle stavamo andando da viale Risorgimento a via Alba per portare l’auto in collina, al sicuro dagli allagamenti annunciati. Mancava poco alle 21, quando un’onda improvvisa sollevò la macchina spingendola verso l’autorimessa Bogliaccino. Ci trovammo a nuotare fuori dall’auto, trascinati nell’oscurità totale. Ero convinto che saremmo morti. In balia della corrente, io riuscii ad aggrapparmi a un albero verso via Alba, ma non sapevo che sorte fosse toccata a Massimiliano. Continuavo a urlare, e le mie urla si confondevano con tutti i rumori che c’erano attorno: non credetti ai miei occhi quando vidi avvicinarsi un gommone, con un ragazzo a bordo che insieme ai volontari della Croce Rossa stava tentando di venire a salvarmi. Era Alberto Scaglione, e il gommone apparteneva al titolare del ristorante San Marco. Insieme ai suoi amici, Alberto si era lanciato in un intervento di soccorso spericolato ma che salvò la vita a un bel po’ di gente. Gli dissi subito di Max indicandogli il punto dove l’avevo perso di vista. Riuscirono a trovare anche lui, ancora aggrappato a una tettoia dell’autorimessa. Più tardi, al pronto soccorso d’emergenza che avevano allestito nell’ala dell’ospedale su via Alba, ci riabbracciammo, increduli e salvi. Certo ci prendemmo un grande spavento, ma, come racconto sempre a mio figlio Tommaso, quel che ci rimettemmo alla fine furono solo qualche vestito e un’auto: niente in confronto a chi aveva subìto danni ben più gravi.

Fabio Sanghez, Nizza Monferrato, cantiniere

La voragine che l’alluvione aveva aperto ad Asti, in corso Savona

Ero venuto a spalare solo per lei

Nel 1994 credetti di essere innamorato di una ragazza dopo averla vista una sola volta. Avevo 17 anni. La ragazza era di Canelli. Decisi di andare da lei. Sarebbe stato un bel gesto aiutarla a uscire dal fango: un eroe. “Impossibile” si diceva “i paesi sono isolati”. A 17 anni non ci si scoraggia per queste piccole cose. Scoprii alle 6 un camion di volontari per Canelli. “Vado” dissi ai miei, dubbiosi. Non avevo nessuna intenzione di spalare. Volevo solo imbucarmi per raggiungere lei. A fine giornata sarei ricomparso per il ritorno. Piano perfetto. Gli altri mi guardarono: ero vestito troppo bene per lavorare. Alle porte di Canelli, l’esercito davanti a un ponte crollato: “non si entra, passiamo solo noi. Dirigetevi su Rocchetta Tanaro, lì si può spalare”.  Non ci volevo credere. Provai a corrompere l’esercito: “questa è la pala” fu la risposta. Spalai tutto il giorno. Tolsi secchiate di fango. Era una sostanza densa, appiccicosa, puzzava, un cemento liquido con dentro di tutto. Nel paese fantasma, freddo, devastato, la gente non piangeva neanche. Si lavorava.  Odiavo tutti: volontari, esercito, abitanti, pioggia, fango, Dio, me stesso. Un tipo ci regalò del vino per ringraziarci. Fango pure dentro la bottiglia. La giornata finì. Ero sporco, arrabbiato, stanco. Nessuno mi chiamò “angelo del fango”, forse intuendo la mia vera intenzione. Eppure quel fango l’avevo spalato come gli altri. Quella ragazza non la rividi. Tanto non mi amava.

 

Vito Ferro, scrittore

 

Dopo cena il duro ritorno a Villafranca

Un tempo da lupi. Pioveva da giorni. Via Roma di Villafranca era sottosopra per il rifacimento integrale della pavimentazione con cubetti di porfido al posto dell’asfalto. Percorsi tutto il cantiere a piedi e mi accertai che l’acqua fosse ben disciplinata, non si infiltrasse nelle cantine o scorresse rovinosamente verso valle. Verificata la situazione, mantenni fede all’impegno di cenare con amici alla “Viranda” di San Marzano Oliveto che raggiungemmo in auto: i tergicristalli non riuscivano ad allontanare del tutto la pioggia che cadeva a dirotto. L’impressione era che le colline ne fossero pregne e che ci fossero alcuni smottamenti: i fossi ormai colmi versavano sulla strada. Cena godibile, gradevole la convivialità, rassicurante il tepore del locale. Dopo le 23 ci avviammo verso casa attraverso Asti, ritenendolo il percorso più sicuro. Nei pressi del ponte sul Tanaro, in corso Savona, avemmo la netta sensazione che l’acqua potesse raggiungere da un momento all’altro il piano stradale. Ci fermammo pochi istanti: giusto il tempo di gridare di scappare a uno sparuto gruppo di persone ancora lì. Quindi la stazione ferroviaria, i corsi Don Minzoni e Torino fino al casello di Asti Ovest dell’autostrada, con la parte più depressa della strada statale già lambita dall’esondazione del Borbore. Anche lì passammo per un pelo, poi in sicurezza fino a casa. Solo il giorno dopo ci rendemmo conto del disastro e del pericolo corso.

 

Giovanni Saracco, ex sindaco di Villafranca

Il “pubblico” dal mercato coperto davanti alle onde di Campo del Palio

Le notti passate al centralino dei Vigili del Fuoco

Conservo impressa nella mente l’alluvione di vent’anni fa e nel cuore, con profonda emozione e gratitudine, le persone con cui ho operato per fronteggiarne le conseguenze. Ricordo che sabato sera, rientrando a casa per cena, passai dai Vigili del Fuoco per verificare l’avanzamento di alcuni interventi che stavano effettuando sul territorio comunale a causa di piccoli smottamenti. Da diverse ore pioveva ininterrottamente e non avevo ancora un telefono cellulare: dalla posizione privilegiata della sala radio e centralino telefonico della caserma potevo ascoltare in tempo reale sia le chiamate che segnalavano problemi, sia lo svolgersi degli interventi dei Vigili del Fuoco. Il tempo trascorse velocemente: verso mezzanotte mi telefonò il sindaco Bianchino per informarmi che il livello del Tanaro era salito di parecchio e che il ponte di corso Savona era affollato di curiosi.  Per precauzione disposi la chiusura, con paratie, dei varchi di passaggio del parapetto lungo il Tanaro, all’altezza del ristorante Gener Neuv. Poco dopo la Polizia Municipale mi informò che il livello del Borbore, nei pressi del cimitero, aveva raggiunto la sommità degli argini a causa di un grosso serbatoio che, trasportato dall’acqua, si era incastrato sotto il ponte. Di lì a poco i Vigili del Fuoco furono chiamati a intervenire per un incendio scoppiato all’Autovar in corso Torino. Per seguire lo svolgersi di questi eventi decisi di rimanere al Comando dei Vigili del Fuoco e fu lì che, verso le tre, il centralino della Polizia Municipale mi informò che si era allagata la loro caserma, allora in piazza Leonardo da Vinci. Contemporaneamente sentii arrivare le telefonate dalla zona di corso Savona. Mi resi conto che l’acqua era entrata in città: era alluvione. Pregai Dio che non ci fossero vittime e, senza perdere tempo, informai la Prefettura e feci avvisare il sindaco. I primi soccorritori furono i Vigili del Fuoco, le Forze dell’Ordine e la Croce Verde cui chiesi di accogliere nella loro sede di piazza Libertà le persone soccorse. Lo spazio non bastava e anche lì i sotterranei si stavano allagando. Continuava a piovere a dirotto. Disposi che l’Asp utilizzasse i bus per il recupero degli alluvionati e che tutti gli sfollati venissero ospitati sotto i portici della Provincia, ma erano troppi. Feci così aprire le scuole e le palestre comunali. Chiesi a don Elio Scotti, direttore del Don Bosco, la pronta accoglienza nell’ex convitto, già attrezzato con posti letto. Lì furono ospitate per alcuni giorni circa ottocento persone e fu organizzato sia il punto di raccolta e coordinamento dei giovani volontari, sia il censimento degli sfollati per verificare che non ci fossero dispersi. Grazie al vicecomandante dei Vigili del Fuoco, l’architetto Franco Sasso, arrivarono elicotteri che sin dalle prime ore del giorno di domenica recuperarono le persone che si erano rifugiate sui tetti. Portarono anche acqua e latte nelle zone che non si potevano raggiungere diversamente. Il territorio alluvionato era molto esteso e densamente popolato, qualcuno probabilmente non ricevette subito aiuto. Con un messaggio radiotelevisivo il pomeriggio di quella domenica lanciammo un appello, subito accolto, affinché gli agricoltori della zona venissero in città con trattori, carri e idrovore per aiutare a rimuovere acqua, fango e masserizie. Nacque così, in modo del tutto improvvisato, un’organizzazione che si rivelò indispensabile, tenendo conto che prima di allora la Protezione Civile non era ancora strutturata come oggi. Rimasi ancora tre giorni dai Vigili del Fuoco, mettendo da parte fame e stanchezza. Alle quattro di notte si programmava un piano operativo con la struttura tecnica comunale (coordinata dall’ing. Ugo Gamba per ripristinare l’uso del ponte di corso Savona sul Tanaro e dall’ing. Filippo Di Modica per il resto) e con i volontari degli Alpini capitanati dal geom. Oscar Gastaudo. A metà mattina si programmava il coordinamento operativo con Questura, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco, ma durante la giornata venivano fuori nuovi problemi da affrontare che la macchina comunale riuscì sempre a gestire con ammirevole abnegazione di tutti i suoi dipendenti. Ricordo che gli astigiani alluvionati erano in ginocchio, ma tutti si rimboccarono ugualmente le maniche e, a denti stretti, lavorarono per rialzarsi, risultando di stimolo ed esempio. Fu anche per questo che chiesi, e ottenni poi, di intitolare ai volontari di questa alluvione una piazzetta vicino alla chiesa di Tanaro.

Angelo Tollemeto, architetto, nel 1994 assessore ai Lavori Pubblici e alla Protezione Civile del Comune di Asti

La Gazzetta d’Asti di venerdì 11 novembre 1994

Il caffè a Settime e l’angoscia in via Cavour

Che bello stare in casa, sentire il ticchettio della pioggia rabbrividendo quel tanto che basta al pensiero di quelli che devono starsene fuori. Beh, a dire il vero il ticchettio si è trasformato in scroscio fitto fitto, roba mica da poco a giudicare dal rumore. Ma lui è a casa, anzi, a casa della sua donna, a letto, gattone pigramente abbandonato accanto a lei, bella: la pelle ambrata, i tratti del corpo piacevolmente prepotenti, la seta che sa scivolare negligentemente sulla spalla, quel profumo quasi impercettibile, il chiacchierare sussurrato. Eh sì, donna bella e affascinante. Notte meravigliosa, da vivere anche venisse giù il mondo. Lui non può saperlo, ma quella notte per molti il mondo è venuto giù davvero. Anche io quella sera sono a casa a pensare e a sentire la pioggia, ma la differenza tra me e lui – ci sarà ben stato un lui in tutta Asti – è quella donna affascinante. Io sono solo a casa mia nella zona nord della città, mi addormento in compagnia di Morfeo e di fare il gattone proprio non se ne parla. La mattina parto con destinazione Settime, non mi fermo per caffè e giornale. Nessuno fa il caffè buono come quello di Secondo a Settime ed è più bello leggere La Stampa con quella tazzina davanti. Ed ecco fatta la figura del babbeo, nel bar gli avventori mi assediano: “Vieni da Asti? Che cosa è successo? Ma non sai nulla? Possibile?”. È la tv accesa a raccontarmi l’accaduto, terribile. Che cosa è per me l’alluvione di venti anni fa? È quel cadere dal pero a Settime. Sono le immagini televisive della domenica: visi attoniti di persone naufraghe a casa loro, carcasse di mucche penzolanti da un elicottero, una distesa di acqua immobile, minacciosa nel suo silenzio là dove c’erano vie e piazze piene di gente e fango, tanto fango. L’alluvione è via Cavour: il lunedì prendo il coraggio a due mani, scendo ad Asti per vedere. Emozione indescrivibile! Un taglio netto di coltello, al di qua la luce, al di là il buio. A pochi passi dal negozio aperto, quasi come se nulla fosse accaduto, ecco la vetrina colpita, un buio antro fangoso, il primo di altri buchi sporchi tutti uguali nella loro devastazione, tutti popolati da operose formichine. Non sento imprecazioni. Mi ricordo ritornare sui miei passi rinunciando all’itinerario programmato: non si curiosa nelle disgrazie altrui. Ancora oggi il mio pensiero corre a quelle formichine.

 

Guido Rosina, avvocato

 

Dal reparto Dialisi vedo il mare di fango

Sono in servizio di guardia per la Dialisi in ospedale, In piazza Alfieri mi colpisce la mancanza di traffico, non automobile.  Ma non doveva esserci il mercatino del Napoli Club? Nessuno, qualche sirena in lontananza. Raggiungo in questo silenzio  un po’ irreale via Matteo Prandone dove c’era l’ingresso del Pronto soccorso  del vecchio Ospedale. Inizio a vedere sempre più nitide ambulanze, vigili, mezzi di soccorso, volontari. “Ma che succede ? “Il Tanaro ha sfondato gli argini c’è l’alluvione , guarda è arrivato sotto i giardini pubblici”. Incredula e impaurita mi cambio e salgo al V piano dove c’erano i letti di degenza mi affaccio alla finestra:  un mare grigio come il cielo era sotto i miei occhi. Campo del Palio era un mare  che lambiva i giardini pubblici.

 

FULVIA CALIGARIS, primario Nefrologia e Dialisi

 

I compiti di scuola al chiaro della torcia

La sveglia della domenica è la telefonata di un amico radioamatore che avverte che metà della città è stata invasa dall’acqua, prima che i telefoni tacciano. La luce e il gas sono assenti e a pochi metri da noi, in corso Alba, una strada rialzata ci ha protetti da un mare di acqua e fango. I giorni seguenti sono stati la convivenza con nonna e zio sfollati, i compiti al chiaro della torcia per la luce a singhiozzo. Il gas c’era solo ad alcuni orari e i miei genitori tornavano la sera ricoperti di fango, dopo una giornata a spalare. Di quei giorni ricordo i ragazzi delle scuole superiori, i volontari, i militari e le persone alluvionate che lavoravano insieme per  svuotare cantine e ripulire tutto quello che poteva essere salvato. C’era anche un’altra Asti non alluvionata che veniva a curiosare, incredula del disastro che si era verificato.

 

Cristina Boano, consulente sicurezza sul lavoro

Vincenzo Vullo, secondo da sinistra, alla guida del gommone della Croce Verde

Quel gommone della Croce Verde sul lago di piazza del Palio

A quei tempi abitavo a Valmanera e non avevo capito subito che cosa fosse successo nella parte opposta della città. Quando mi sono reso conto del disastro accaduto, sono andato subito in Croce Verde per vedere che cosa potessi fare. Da qualche anno era già attivo un nucleo di Protezione Civile, dotato di un gommone che però era bucato. Ne abbiamo così recuperato un altro, utilizzando comunque il motore del gommone della Croce Verde. L’abbiamo messo in acqua, scendendo dalla scalinata di piazza del Palio: il nostro compito era far attraversare la piazza allagata alla gente che doveva raggiungere l’ospedale. Chi riusciva ad arrivare in corso Savona saliva sul nostro gommone per attraversare la piazza e, con le ambulanze, raggiungeva l’ospedale.  Avevamo caricato sul gommone anche alcune persone in barella.

 

Vincenzo Vullo, volontario Croce Verde Asti

La violenza dell’acqua a Canelli

Una giornata di attesa in ospedale

Quella mattina scesi in auto corso Dante per andare in ospedale, che allora era in viale alla Vittoria: ero tra i medici di turno domenicale. Venni fermato in piazza Alfieri da due vigili che avevo conosciuto in Pronto Soccorso per questioni di lavoro. Mi dissero “Dottore stia attento non si passa! È tutto allagato! Vabbè, se deve andare…” e si scansarono. Fu così che, aggirando il palazzo dell’Intendenza di Finanza, vidi piazza del Palio divenuta un immenso lago da cui spuntavano come piattaforme un paio di tetti di roulotte parcheggiate sotto la scalinata, come boe in mezzo a un mare placido. Nel cortile del vecchio ospedale era già schierata una pattuglia di colleghi: “Siamo consegnati in Pronto Soccorso per accogliere i molti feriti previsti. Ordine della direzione sanitaria!”. Poco dopo, dalla Prefettura, arrivò l’ordine di dimettere il maggior numero possibile di malati per far posto ai nuovi ricoverati. Come? In un reparto di ortopedia, con pazienti in trazione, operati per fratture varie o comunque a letto e bisognosi di cure? E poi in che modo? Le ambulanze erano tutte impegnate con la città circondata per tre quarti dalle acque e isolata da gran parte del circondario. Da responsabile del reparto decisi di soprassedere e mi recai nell’agitatissimo Pronto Soccorso. Quella volta, diversamente da tutte le altre, non arrivò nessuno, se non un signore che, percorrendo una via allagata, aveva messo un piede in un tombino scoperchiato dalla corrente. Si ascoltava la radio in attesa di notizie, come bizzarramente consigliato da qualche funzionario della Prefettura da cui avevamo cercato di ottenere qualche ragguaglio sulla sempre più complessa situazione. A rompere la monotonia di quell’isola lavorativa, allarmata e inerte, la notizia di tenerci pronti perché pareva essere crollato un caseggiato a Quarto. Altre convulse telefonate a Croce Rossa e Croce Verde, ai Vigili del Fuoco: nessuna ambulanza in movimento e nessuna casa venuta giù. Dalle finestre aperte degli ambulatori d’urgenza vedevamo intanto, davanti al chiosco di gelati dei Giardini Pubblici, i gommoni della Protezione Civile in attesa di salpare per le zone in emergenza. Verso sera chi di noi abitava nella parte alta della città fu autorizzato a tornare a casa con l’obbligo assoluto della reperibilità immediata. Gli altri si aggiustarono su qualche barella di fortuna. Finì così, almeno per il sottoscritto, quella prima giornata da “alluvionato”.

 

Renzo Caracciolo, medico ortopedico

L’incredulità di un cane davanti al fango

Fuga nella notte con gatto e cagnolino

A casa nostra, in strada Valle Tanaro a Motta di Costigliole, avevamo già vissuto sabato un giorno di paura. L’acqua era entrata al pian terreno da un fosso laterale che non riusciva più a scaricare nel Tanaro. La “zona giorno” era allagata da pochi centimetri d’acqua, ma tutto sembrava sotto controllo e con una piccola pompa eravamo riusciti a gestire la situazione che non sembrava dover peggiorare. La sera tardi, stanchi e trafelati, con mia moglie Alda e mia figlia Erica, eravamo saliti al piano superiore, nella “zona notte”, per cercare di dormire, ma io non ero tranquillo. Ero sceso così al piano inferiore per controllare il cortile ormai allagato. Nel cuore della notte l’acqua salì improvvisamente: la vidi premere contro la porta finestra, senza poter fare nulla per impedire che con violenza si riversasse in casa. Afferrai poche cose e salii al piano di sopra, mentre l’acqua stava invadendo cucina, soggiorno, salotto, lavanderia e bagno. Svegliai mia moglie e mia figlia. Increduli sentivamo i mobili e ogni altra cosa sfasciarsi con violenza, sballottati dall’acqua che iniziò a entrare e a salire al piano superiore. Riuscimmo a fuggire da un vicino di casa. Fatta una valigia, senza nemmeno capire cosa misi dentro, presi il gatto e il cagnolino e fuggimmo al buio, con l’acqua che aveva già invaso anche la strada. La mattina successiva una calma strana avvolgeva la casa e tutto intorno un paesaggio drammatico, con l’acqua fangosa che si stava ritirando molto faticosamente e lentamente. Un miagolio attirò la mia attenzione sotto la tettoia in cui l’acqua era ancora alta più di un metro: il gattino appena nato era riuscito a salvarsi, arrampicandosi sul tettuccio del dondolo davanti a casa! L’istinto di sopravvivenza lo aveva salvato così piccolo e indifeso e anche noi ci sentivamo sconvolti e indifesi, vedendo che tutta la nostra casa era stata violentata dall’acqua: tutti i nostri mobili e ogni ricordo erano ormai immersi nel fango, persi per sempre. Senza perderci d’animo, iniziammo il giorno stesso a ripulire. Solo la Protezione Civile passò per offrirci delle bottiglie di acqua. Si ripulì e si ricominciò da capo, con rinnovata buona volontà. In quella settimana, senza luce né gas, rintanati al piano superiore, cucinando su un fornellino da campeggio, io, mia moglie e mia figlia comprendemmo il significato di essere una famiglia unita. Fu dura, ma ne uscimmo. Da quel giorno (avevo 46 anni) iniziai a vedere i miei primi capelli bianchi.

 

Francesco Fassola, dirigente industriale in pensione

La violenza dell’acqua a Canelli

Un’alluvione di notizie, l’arresto di 4 sciacalli

L’alluvione per me, che abito al Fortino, è iniziata nella notte del 5 novembre quando Gabriele Vercelli, che n’è andato proprio in questi giorni, e che abitava nel Villaggio San Fedele, mi ha svegliato per dirmi che a casa sua l’acqua stava per raggiungere il primo piano, la camera da letto. Con voce concitata mi ha detto: “Tu che sei amico dei Vigili del Fuoco mandali da noi…”. Nei giorni successivi tanti amici sono andati a sgomberare fango al piano terra della casa abitata dai fratelli Gabriele e Mario Vercelli. Un amico in particolare ricordo: Giglio Arri, padre di Davide, l’attuale vice sindaco. Era alto e possente e instancabile. Per noi giornalisti furono giorni febbrili: Ansa e Corriere della Sera volevano notizie ogni giorno. Mi rattristò dare quella dell’arresto di quattro sciacalli in corso Savona.

 

Luigi Garrone, decano dei giornalisti astigiani

 

Il magazzino devastato

Nella mattinata di quella domenica mi accorsi di un silenzio diverso dal solito, rotto solamente dal ronzare pesante di elicotteri e poi dallo squillo improvviso del telefono. Mi dissero che il magazzino della 3A supermercati, di cui ero presidente da meno di un anno, probabilmente era alluvionato. Sapevo che la struttura di via Perroncito, traversa di viale Pilone, non era in una zona considerata a rischio; era inoltre sollevata più di un metro dal piano stradale e la vicina massicciata della ferrovia la proteggeva. Quindi non mi preoccupai particolarmente. Quando mi recai sul posto mi resi conto che la situazione era molto più grave di quanto immaginassi: l’acqua aveva superato il “ramblè” per lo scarico delle merci, arrivando a due metri e mezzo dal suolo. Il sottopasso del cortile aveva permesso il passaggio dell’acqua, arrivata così oltre la ferrovia. Dovetti accettare che la sede della 3A era alluvionata. Solo al lunedì, appena fu possibile, entrai nel magazzino: l’acqua mi arrivava fino alla cintola. Penso di essere stato uno dei primi a vedere quello che era davvero successo. Avevamo perso tutta l’attrezzatura, la documentazione e le merci. Ma abbiamo avuto la fortuna di essere insieme a persone che non si sono demoralizzate, subito pronte a lavorare. La Codè di Torino ci sostituì nel rifornimento ai negozi, che poterono continuare a lavorare mentre noi pensavamo a ripartire. Il danno di 3A fu di due miliardi di lire. Nel bilancio di quell’anno c’era stato un utile di pochi milioni di lire, ma non avevamo chiesto interventi economici ai soci, riuscendo a far tutto da soli. L’alluvione ci spinse a spostarci, dopo due anni, in un’area non a rischio esondazione: a Quarto abbiamo rivisto il nostro modo di lavorare e ampliato il nostro mercato ad altre zone in cui non eravamo ancora conosciuti, raggiungendo altre tre regioni. Ora la nostra attività copre Piemonte, Lombardia, Liguria e Valle d’Aosta. Allora fu un disastro, per noi come per tutti, ma se non ci fosse stata l’alluvione, paradossalmente, ora potremmo essere ancora là in via Perroncito, senza aver mai ricevuto la spinta che ci ha fatti crescere.

 

Giorgio Guasco, presidente 3A

Al lavoro nel magazzino della 3A di Asti per recuperare le merci alluvionate

Per smaltire la merce: 140 camion militari

Nei giorni precedenti voci incontrollate rimbalzavano tra la gente di Borgo Tanaro. Si temeva per gli argini. Poi arrivò l’acqua, di notte. Avevo un’azienda in corso Venezia, l’abitazione in corso Savona: avevo perso parti importanti della mia vita. Domenica, quando l’acqua iniziava a defluire, le persone vagavano in silenzio davanti alle loro abitazioni. Soltanto il giorno dopo reagimmo iniziando lo sgombero dei locali. Era un’immagine di guerra, con tutti i materiali che si accumulavano sulle strade. In azienda l’acqua aveva raggiunto i quattro metri. Senza energia elettrica, con le giornate buie di novembre, sgombravamo i locali con i mezzi messi a disposizione da conoscenti. In 15 giorni abbiamo smaltito tutto il materiale dal magazzino caricandolo su 140 camion militari. Ricordo che nell’aria la puzza del fango persisteva ancora dopo mesi. Quando arriva un simile evento e coinvolge il posto dove vivi, ti ritrovi solo con gli abiti che indossi. Tutto quello che hai accumulato – tutto quello che ha un valore affettivo, foto, libri, ricordi – viene azzerato. Ma grazie alla solidarietà di militari, alpini, fornitori, clienti, sconosciuti e alla nostra caparbietà, siamo sopravvissuti.

 

Arnaldo Olessina, ex titolare Olter Sementi

 

L’amicizia servì per ripartire

Ricordo di aver aperto le finestre, quella mattina. Ricordo di aver sentito un odore di gas e “nitta”. Avevo la fortuna di abitare nella zona alta della città e quindi mi sono arrivati solo gli odori di quel disastro. Dopo poche ore abbiamo appreso ciò che era accaduto e abbiamo fatto in modo di metterci in contatto con una famiglia amica che abitava in via Nazario Sauro. Loro ci hanno cercati disperati: avevano la casa sommersa fino al primo piano. Li abbiamo ospitati per una settimana, aiutati a spalare e ripulire, sostenendoli come hanno fatto molte famiglie astigiane con amici e parenti. Nella tristezza e nell’angoscia del fatto, il ricordo più vivo è il momento della cena, davanti a un piatto caldo, con i bambini che riuscivano a strapparci un sorriso. Sgomento e dolore ma tanto affetto e amicizia consolidata.

 

Flora Crosara, insegnante

La furia del Bormida ha travolto auto e rive anche a Bubbio

I primi soccorritori li presi per turisti

Quella mattina, come al solito, mi alzai presto: diluviava. Il mio cagnolino non amava passeggiare sotto la pioggia, così in automobile lo portai in piazza Alfieri per fargli fare un giretto sotto i portici.Di fronte all’edicola era parcheggiato un pullman da cui scesero parecchie persone. Data l’ora, le sette, pensai: “Ma che ci fanno, con questo tempo? Hanno scelto proprio un bel momento per visitare la nostra città!”. Proseguii per la mia strada, ma piazza Libertà era transennata e un via vai di Vigili del Fuoco mi proiettò in una terribile realtà, in lontananza si vedeva il mare, era l’alluvione.

 

Laura Mengozzi, insegnante in pensione

La pagina di Asti de “La Stampa”, 16 novembre 1994

 

Il furgone visto galleggiare in tv

Il giorno della piena mi trovavo in Valle d’Aosta e appresi la notizia dal telegiornale che mostrava le immagini di Campo del Palio completamente allagato. Si vedeva un furgoncino che si spostava galleggiando.  Il mio amico Marco lo riconobbe: “Quello è il mio furgone!”. Credo non l’abbia mai più lasciato parcheggiato in piazza. In quel periodo ero incaricato della direzione di Primaradio (all’epoca Radio Asti Progetto Doc) che aveva gli studi nella struttura salesiana di corso Dante, dove la Protezione Civile aveva allestito il punto operativo. È venuto da sé che l’emittente si trasformasse immediatamente nel canale di comunicazione ufficiale della Protezione Civile, ma soprattutto al servizio dei cittadini. Contestualmente, avevamo appena avviato un’iniziativa per raccogliere fondi a favore dell’Anfass con una serie di interventi di alcuni personaggi del mondo dello spettacolo, sportivo e del giornalismo. Si è quindi deciso di dirottare l’iniziativa a favore delle famiglie alluvionate (recuperando in seguito il progetto originale). Il ricordo di quei giorni è legato soprattutto al grande entusiasmo con cui tutti gli operatori e speaker dell’epoca hanno lavorato per cercare di offrire il miglior servizio informativo, coordinando le richieste di aiuto che pervenivano all’emittente da segnalare agli organi competenti per cercare di arrivare dove realmente c’era necessità. La presenza in radio era costante, giorno e notte: molti di loro una volta terminato il proprio servizio si muovevano tra le strade alluvionate per aiutare gli altri astigiani a liberarsi dal fango. Ricordo anche la partecipazione sentita e la massima disponibilità di molti personaggi (per citarne alcuni Marcello Lippi, Alberto Castagna, Enrico Ruggeri, Jo Squillo, Nek e altri) a essere intervistati per dare il proprio contributo, non solo con parole di conforto, ma in diversi casi anche con donazioni concrete.

 

Roberto Gallesio, informatico

 

PER VENTI GIORNI HO VISSUTO IN MUNICIPIO

A quel tempo ero capo di gabinetto del sindaco. Mi telefonano nelle notte tra sabato e domenica. “C’è acqua in città, siamo sotto alluvione, vieni subito”. Mi vesto pensando che forse qualcuno esagera.  Non aveva esagerato. Da quella domenica 6 novembre sono tornato a casa solo per cambiarmi, qualche doccia e poche ore di sonno. Per venti giorni praticamente abbiamo vissuto in municipio. 

 

Gianluigi Porro , dirigente Comune di Asti 

Immagini del sindaco Bianchino nei giorni dell’emergenza alluvione
Immagini del sindaco Bianchino nei giorni dell’emergenza alluvione

Decidemmo di spendere anche i soldi che non avevamo

Il mattino di sabato 5 novembre pioveva persino dentro la scuola Goltieri. Per qualche ora mi occupai di quello, ma ero preoccupato anche per quello che stava succedendo a chilometri di distanza. In quei momenti Ceva, dove viveva da sola mia madre, era già stata allagata. Non la vedevo da tempo e pensai di andare a sincerarmi delle sue condizioni, insieme ai miei due figli, che allora erano piccoli. Fu lei a dissuadermi, a dirmi di restare in città. Fu proprio sulla strada che avrei dovuto percorrere, lungo il Tanaro dopo Alba, che morì la maggior parte delle persone nell’alluvione del 1994. Così rimasi in città, e verso sera ero al comando dei vigili urbani. Arrivavano segnalazioni di continuo: in corso Alba le fogne traboccavano, c’erano ruscellamenti intorno alla Saclà e piazza Campo del Palio. Sembrava che l’acqua fosse ovunque. Intorno a mezzanotte andai con il comandate Mario Calvi sul ponte di corso Savona. C’era gente che voleva attraversare ugualmente il Tanaro, e mi resi conto di non avere carte in mano per stabilire se il ponte fosse a rischio o meno. Qualcuno passò, suggerendomi che nel dubbio potevo girarmi dall’altra parte per non vedere. Ricordo che lungo il fiume, in quelle ore, un cittadino venne a parlarmi dell’esproprio sulla sua casa nei pressi del depuratore. Il giorno dopo mi chiesi che fine avesse fatto. Al mattino mi trovai con i dirigenti del Comune Andrea De Giovanni, Maurizio Lombardi, Pierluigi Graziano: decidemmo che avremmo fatto tutti gli interventi necessari, anche se non c’era la copertura in bilancio. Dopo due giorni eravamo sotto di 40 miliardi, fortunatamente in seguito arrivarono i soldi dallo Stato. Nel primo pomeriggio di domenica sfollavamo la gente allo Scientifico e all’Agrario, scuole che avevamo requisito poche ore prima su iniziativa del mio assessore Tollemeto. Alla sera di domenica, chi era stato sfollato aveva già un luogo dove mangiare e dormire. Se oggi guardo indietro a quei giorni, credo di aver saputo prendere le decisioni giuste, nonostante avessi pochi mesi di amministrazione alle spalle. Da allora abbiamo imparato molto: dicono che abbiamo fatto un buon lavoro di arginatura, che abbiamo inventato la protezione civile. Soprattutto abbiamo capito che quello che mancava allora era una rete di comunicazione: c’era chi conosceva l’andamento dei livelli idrometrici, ma le istituzioni non si parlavano.

 

Alberto Bianchino, preside e all’epoca sindaco di Asti

Le condizioni del ponte di Rocchetta, distrutto dal Tanaro

Dalla Toscana il disastro scoperto in tv

Nel 1994 lavoravo a Biella. Il venerdì sera, attraversando il vercellese sotto una pioggia battente per rientrare ad Asti, pensavo: “Che risaie piene, se continua così usciranno”. Domenica ero in Toscana e all’ora di pranzo, nel locale in cui mi trovavo, dissero a me e ai miei compagni di viaggio: “Siete quelli di Asti? C’è stata l’alluvione, venite a vedere in tv”. Increduli e stupefatti abbiamo visto piazza Campo del Palio diventata un lago, solcata dai gommoni, corso Savona e corso Venezia irriconoscibili. Non sapevamo nulla: nella mattinata qualcuno aveva provato a telefonare a casa senza ricevere risposte, ma non ci eravamo preoccupati, lontani dal pensare a un evento del genere. Al ritorno ad Asti ricordo che al Don Bosco, vicino a casa dei miei genitori, si sentivano gli annunci che si susseguivano dagli altoparlanti. Lì erano stati ospitati gli alluvionati. Nella zona di città vicino al Tanaro si spalava fango senza sosta con lacrime e rabbia: la disperazione era tangibile. Al rientro a Biella, al lunedì, alcuni colleghi mi aspettavano: “Abbiamo raccolto degli aiuti, dove li portiamo? Biella è stata alluvionata nel 1968, non abbiamo dimenticato”. Siamo ripartiti con dieci auto cariche, direzione Asti-Don Bosco: abbiamo iniziato a distribuire.

 

Claudia Lentini, bancaria

Acqua alle porte della Trattoria del Mercato di piazza del Palio ad Asti

Manca il gas e sento gli elicotteri

 

Il sabato sera non eravamo usciti e non sapevamo ciò che stava accadendo in zona Tanaro. Quella domenica mattina nella zona nord di Asti non si vedevano gli allagamenti, ma c’era un’atmosfera strana. La caffettiera sul fornello per il consueto caffè del mattino, ma niente fuoco: il gas non era erogato e dal cielo circostante proveniva un intenso rumore di elicotteri. Si percepiva che nell’aria ci fosse qualcosa, si sentiva. Accendiamo la tv e sul teleschermo ci troviamo di fronte a Campo del Palio sommerso dall’acqua: sconvolgente. E nei giorni seguenti ad aiutare gli sfortunati con le cantine, i garage e i piani bassi sommersi dal fango.

 

Giorgio Bonello, ingegnere

Salvatore Bertazzoli con i caratteri mobili della Tipografia Vinassa di corso Matteotti, ad Asti, intrisi dal fango

Bobi salvo e la gioia infantile di Riccardo

 

Quella sera di novembre, fuori una pioggia battente, stavo guardando un vecchio film. A un certo punto l’agitazione comincia a farsi strada dentro di me: una sensazione di nervosismo innaturale che non mi preannunciava nulla di buono. Decido di andare a letto ma, verso le quattro del mattino, comincio a percepire i primi rumori: sono le saracinesche dei garages che vengono divelte, ombre e una scia nera e lucida che avanza: il fiume era arrivato fin qui, in via al Mulino. Sveglio tutti con urla e pugni sulle porte mentre il Borbore strappa e si fa strada a ondate, invadendo l’atrio e salendo dalle mie scale. Di corsa si cerca di spostare tutto il possibile verso l’alto, ma Bobi? Bobi è sotto, nel magazzino, e ormai l’acqua è arrivata quasi alla soletta. Luciano si cala nell’acqua gelata, nuota, afferra qualcosa e cattura un cencio peloso e intirizzito: Bobi è salvo. Piangiamo per la forte emozione e intanto freneticamente spostiamo abiti e oggetti. Fin dove potrà salire quell’acqua che ormai trasporta tronchi, bidoni e altri oggetti? Alla prima luce del mattino scorgiamo le sagome e sentiamo le voci dei vicini saliti sui tetti che urlano che ci sarà una seconda ondata. Intorno a noi tutto è sporco, marrone e tinta ocra. Si respira fango e nafta. Riccardo, il mio bimbo di quattro anni, si sveglia e, ignaro di tutto, si affaccia alla finestra e annuncia: “Mamma, mamma che bello è arrivato il mare!”. È il primo nostro sorriso dopo tante terribili ore.

 

Marinella Gavazza, insegnante

Immagine emblematica del fotografo Giorgio Billi. L’alluvione aveva colpito pesantemente il suo negozio di corso Savona, ad Asti

Ignari del disastro, svegliati dai passanti

 

Erano le 8 della domenica mattina. Abitavo con il mio compagno in via San Martino, all’angolo con piazza San Giuseppe, al piano terra, e la finestra della camera da letto si affacciava su via Roero. Siamo stati svegliati da due passanti che si erano fermati lì davanti: uno chiedeva all’altro le condizioni della sua casa e l’altro rispondeva di avere la cantina completamente sommersa dall’acqua. Non riuscivamo a capire: aprimmo le finestre su piazza San Giuseppe e vedemmo uno specchio d’acqua che lambiva via Lessona, dove c’era il negozio di Only Sport. Lo choc però arrivò più tardi, quando andai ad aiutare amici che abitavano alle Trincere: l’odore di fango e nafta non lo dimenticherò mai più.

 

Lucia Pellegrini, architetto

Patrizia Masseroni con Guido Biamino durante lo sgombero della farmacia “Moderna”

Quei termometri coperti di fango

 

Sul muro esterno della nostra farmacia Moderna di via Cavour c’è la lapide che ricorda il livello dell’acqua del Borbore raggiunto nell’alluvione del 1948. Mio padre Adriano se la ricordava. Per me e mia sorella Esmeralda era solo un segno curioso e un po’ nefasto sul muro. Quella mattina di domenica ho visto l’acqua torbida che sommergeva le nostre vetrine. Solo nel pomeriggio siamo riusciti a entrare. Nessuno parlava. Era tutto devastato. Su uno scaffale c’erano i termometri per misurare la febbre coperti di un fango leggero e persistente. Inservibili. Ne ho ancora un paio a casa nel cassetto delle memorie.  

 

Patrizia Masseroni, farmacista

 

L’acqua salì fino al 12° gradino

 

Quel sabato 5 novembre per prudenza avevo chiesto ai miei figli più grandi di non uscire. La serata purtroppo svoltò all’annuncio di mia cugina che sarebbe andata in città perché Borbore, “laggiù”  (verso la foce ) era uscito. Da quel momento iniziò l’invasione dell’acqua… prima che la strada sparisse, portai l’auto in zona più alta. Quell’invasione silenziosa e inarrestabile, nelle ore successive fece sparire sott’acqua una statua, la recinzione e gli scalini della scala esterna uno a uno… verso le quattro la città si spense di colpo lasciando negli occhi il livido chiarore dell’acqua e nelle orecchie il frastuono apocalittico proveniente dalla zona di corso Savona il livello continuò a salire fino a toccare il 12°scalino delle scale di casa. Solo verso le sette e trenta del mattino mi accorsi tramite un mulinello insolito che qualcosa era cambiato: seppur di pochi millimetri il livello dell’acqua stava scendendo. “Sta calando” urlai ai miei figli con voce strozzata da un pianto liberatorio e lo urlai ai pompieri che stavano portando in salvo i miei zii col gommone: un pompiere mi urlò che erano loro “che con una pompa la stavano aspirando per buttarla nel Tanaro”. Forse è lo stesso che dopo un primo viaggio da noi a portare in salvo le mie due figlie tornò per caricare mio figlio e me. E per portarmi in salvo dal gommone a terra mi fece salire sulle sue spalle con i miei 106 kg “bagnati”. Non trovai di meglio che dirgli “grazie di tutto”.

 

Carlo Raviola, ex impiegato, recinto San Rocco

 

I miei terreni non più coltivati

 

“Paltram”, così i contadini della mia infanzia definivano il sedimento lasciato dalle acque spiegandomi come le cicliche esondazioni del Tanaro avessero soprattutto un effetto migliorativo sulla consistenza dei terreni, favorendo la produttività. Era come il limo del Nilo che rendeva fertile l’Egitto: lo avevo studiato a scuola. Ma in quei giorni del novembre 1994 non fu così. L’ignobile fanghiglia lasciata dall’acqua, mista a gasolio e a ogni genere di rifiuto, non aveva nulla in comune col “paltram”. Non ho più coltivato alcuni miei terreni che avevo non lontano dal fiume. Li ho poi venduti e ne hanno cavato ghiaia.

 

Mauro Bosia, agricoltore, Montemarzo

La prima pagina de “La Nuova Provincia” di mercoledì 9 novembre 1994

Che paura dovermi calare dal balcone

 

La mattina di domenica 6 novembre mi trovavo a casa in via Guttuari 11, con papà Italico, mamma Gloria e nonna Silvia di 86 anni. Era la meno spaventata di tutti insieme a mio padre. La luce era scomparsa e si sentiva un odore acre provenire dalla strada: nella mattinata i vigili o la Protezione Civile o altro (non ricordo) erano passati con una barca e avevano avvisato di porre in salvo “le donne più giovani e i bambini”. Io, Silvia, insieme alla mia figlioccia Carlotta di 2 anni allora, e alla sua mamma Patrizia, siamo state calate dal balcone, con grande paura mia che soffro terribilmente di vertigini. Ero atterrita e in preda al panico. Credevo che il palazzo potesse scoppiare da un momento all’altro oppure che mi sarei ritrovata senza più la mia adorata famiglia. Solo in tarda serata avevo capito che tutto era “sotto controllo”, sporgendomi alla fine della mia via ancora allagata e vedendo i miei dal balcone, sani e salvi. Ho delle foto che mostrano l’acqua nel pomeriggio che sta ormai per defluire: via Guttuari all’angolo con via Comentina, il parcheggio, l’Hotel Rainero, la barca di salvataggio e noi sopra. Nelle settimane seguenti io e i miei amici avevamo spalato fango in corso Savona, aiutando famiglie che avevano subito danni più ingenti di noi mentre papà, allora giovane e forte, prestava aiuto nel nostro quartiere. Non potrò mai dimenticare gli occhi commossi di anziani e giovani che ci ringraziano per l’opera di volontariato e che ancora oggi ci ricordano.

 

Silvia Sarzanini, dipendente Provincia di Asti

 

Trascinato dalla corrente

 

Fui svegliato in piena notte dalla telefonata del capofficina che abitava con la famiglia al primo piano, all’interno della concessionaria Opel Auto 3 sulla strada tra San Marzanotto e Isola. Mi disse che l’acqua del Tanaro era arrivata al piano di sotto. Corso Savona era già stato chiuso, così come la tangenziale e il ponte di Castello di Annone. Riuscii ad attraversare il fiume a Rocchetta Tanaro con un po’ di tremarella: dovetti dare la precedenza a un tronco galleggiante che veniva da destra. Raggiunsi Mongardino e da lì scesi nella piana. Lasciata l’auto davanti alla Cantina Sociale mi trovai davanti un fiume di acqua limacciosa che scorreva sulla strada provinciale. Incautamente mi addentrai nella corrente e dopo pochi passi scivolai sull’asfalto viscido: venni trascinato a una velocità imprevista. Dopo qualche centinaio di metri riuscii ad afferrare la palina di un segnale stradale. Il telefonino che avevo in tasca non funzionava. Dopo un po’ vidi venire verso di me la luce ballonzolante dei fari di un’auto. Era un poliziotto di Vercelli, in borghese, che arrivava dalla discoteca di Vigliano per un servizio antidroga. Venendo giù da Isola aveva sottovalutato anche lui la portata dell’alluvione. La macchina galleggiò fino alla mia palina dove si fermò. Salimmo entrambi sul tetto dell’auto e alle prime luci dell’alba potemmo raggiungere l’asciutto. I danni alla Concessionaria di cui ero contitolare ammontarono a cento milioni di lire, ma la vita era salva.

 

Renzo Ronfani, ex concessionario d’auto

 

Ragazzi, archivi salvati e borotalco

Nell’estate del 1967 mi trovavo in Olanda con un compagno di autostop, olandese, che l’anno precedente era stato a Firenze a dare una mano per salvare dal fango i preziosi documenti della biblioteca nazionale. Mi diceva che noi italiani siamo capaci solo di intervenire, a disastro avvenuto, per cospargere di borotalco i fogli recuperati. Io pensai tre cose: a) ma a cosa serve il borotalco? b) i soliti pregiudizi contro gli italiani c) è stato un fatto eccezionale, che non si ripeterà. Infatti l’anno successivo ero a Incisa con tanti amici e coetanei a spalare il fango in una segheria su cui era passato il Belbo. Più che angeli, sembravamo delle statuette di fango. Nel 1994 ci risiamo: anche questa volta al coordinamento volontari mi trovo a fianco tanti ragazzi, allievi miei e di altre scuole, gli angeli del fango della nuova generazione. Tornati a scuola, molti di loro desideravano continuare in un impegno che, una volta tanto, li aveva fatti sentire utili. Gli studenti dell’Istituto d’Arte, dove insegnavo, si trovavano al pomeriggio, fuori dagli orari di lezione, ad asciugare e ripulire i documenti portati all’archivio comunale da tanti altri archivi alluvionati. E ancora, una domenica, ci ritrovammo a Santo Stefano Belbo a recuperare i libri della biblioteca del Centro Cesare Pavese. Conservo ancora il pannello, coperto di fango, che riproduce il breve testo scritto da Pavese prima della morte. Anche quei libri furono sottoposti a un paziente lavoro di ripulitura. Non so se sono stati riutilizzati, non ricordo se hanno usato il borotalco, so che quei ragazzi hanno imparato a rispettare i documenti che testimoniano il passato della loro comunità e soprattutto hanno imparato il valore della solidarietà. Ma di fronte a tante storie simili degli anni successivi, ultima l’esondazione del Bisagno a Genova, una domanda inevitabile è: è proprio necessario che ogni generazione di giovani italiani debba passare attraverso questo nuovo rito di iniziazione?

 

Grazia Bologna, insegnante in pensione

 

Per arrivare ad Asti passai da Villanova

 

La notte del 5 novembre di vent’anni fa evoca tristi ricordi. Mia madre colpita da grave malattia e ricoverata all’Ospedale di Asti, in attesa di una operazione complessa e che si rilevò inutile. Tornai a casa, quella sera, in mezzo a scrosci di inaudita violenza mentre si perdevano i riferimenti della strada vecchia di Isola in una campagna ormai completamente inondata dalla pioggia.  E tuttavia la mattina del 6 aveva smesso di piovere. Dovevo andare all’ospedale, ma i tentativi di raggiungere Asti erano respinti dagli uomini della Protezione Civile e dai Vigili del Fuoco: ponti crollati o pericolanti, frane ovunque. Un ampio giro da Villanova e finalmente Asti. Pareva la fine di un incubo; fu soltanto l’inizio, di mesi e anni di lavoro intenso all’ufficio Ricostruzione del Comune di Asti. 

 

Carlo Carena, ex impiegato comunale

 

Le mie mani sull’argine 

Tra i tanti ricordi di quella notte, compreso quello del salvataggio con il gommone di mio padre tirato fuori dal garage per andare ad aiutare le persone che sentivamo urlare, ci sono due immagini che mi tornano in mente ogni volta che ci penso. Due flash che mi lasciano sempre con la pelle d’oca. Il primo, è quello delle mie mani appoggiate al muro che fa da argine al Belbo in viale Risorgimento: l’acqua gelida che scorre a pochi centimentri dalle mie dita e io che lancio un’occhiata al fiume e poi scappo via veloce, in bici verso via Alba, pochi minuti prima della rottura degli argini avvenuta qualche centinaio di metri più a monte. Il secondo, è di qualche ora dopo l’esondazione. È sabato notte, e io mi aggiro nella parte alta di Canelli risparmiata dal fango. Arrivo in piazza d’Aosta e vengo richiamato dallo scrosciare dell’acqua. Seguo il rumore che mi porta alla fine di via XX Settembre. Di fronte, mi trovo il Belbo che scorre in una scia più larga di melma da piazza Cavour verso via Roma.

 

Davide Ferrero, Canelli, agente di commercio

Che bello c’è il mare

 

Nella notte tra il 5 e il 6 novembre del 1994 avevo da poco compiuto 4 anni. La casa in cui vivevo era divisa in due appartamenti con le scale all’esterno. Ricordo soltanto che quando fui svegliata per essere portata al piano di sopra, la mia espressione di stupore fu: “Oh che bello c’è il mare…”. Per fortuna, parlo almeno per me e la mia famiglia, abitiamo a Motta di Costigliole e la situazione da noi non fu troppo tragica. L’alluvione si portò via però il mio adorato Fido, il cane dei miei nonni a cui ero affezionatissima nonostante la tenera età.

 

Erika Porro, impiegata

 

Amicizia vuol dire la biancheria lavata

 

In via Mincio l’acqua del Tanaro era arrivata da via Ticino, una lingua d’acqua giallastra che lentamente aveva invaso la via. Era penetrata nelle cantine e nei garage, si era alzata fino ai sedili delle macchine che avevano portato sulla strada, pensando che fosse sufficiente per salvarle. Da quando eravamo stati svegliati nel cuore della notte da una ragazza che ci aveva avvertiti di togliere le auto dai garage, tutti noi del condominio avevamo atteso l’alba conversando, senza credere che il Tanaro sarebbe davvero arrivato fino a noi. C’era chi ricordava che nel ’48 era arrivata l’acqua dal Borbore, non dal Tanaro. Ci aspettavano i “giorni del fango”, ma anche i giorni in cui l’amicizia vera e lo spirito di collaborazione hanno lasciato ricordi indelebili, come le cene e i pranzi con i vicini di casa, condividendo le provviste, o l’arrivo da Gassino della mia amica Paola Ariotti con il marito Adriano Marchisio. Vollero portarsi via due grandi fagotti di biancheria e vestiario da lavare, per riportare il tutto lavato e stirato una settimana dopo.

 

Rita De Alexandris, insegnante in pensione

Via Omedè, sullo sfondo il sottopasso di via al Mulino completamente allagato

Quell’articolo dettato a lume di candela

 

Era il pomeriggio della Fiera di San Carlo, il venerdì, e gli ambulanti se n’erano andati via preoccupati per quella pioggia insistente. Nel pomeriggio, nella piana di Calamandrana, nell’alveo del Belbo le piante si spaccavano con colpi secchi come fucilate. E l’acqua cresceva. Il giorno dopo si chiuse il ponte di Calamandrana e la strada della valle San Giovanni si allagò. Se ne andò la luce e ricordo che dettai l’articolo, scritto a mano, a lume di candela. Ad Asti nessuno credeva a quel che dicevo, la parola alluvione pareva esagerata e ancora ricordo il titolo “Forti piogge”. Poi smise di funzionare anche il telefono. La notte, la pianura era un lago su cui si specchiavano poche luci. Poi il Belbo ruppe e Canelli se ne andò sott’acqua. Ognuno di noi ha impressi nella memoria flash di momenti. Per me sono i lampeggianti blu dei mezzi dell’esercito, gli stivali pieni di fango che toglievo alla sera, dopo aver girato per i paesi a portare gli assegni di Specchio dei tempi. Andavo ad Asti in redazione a prenderli e li mettevo nella tasca posteriore della cacciatora. C’erano anche venti, trenta milioni per volta. Poi il giro a Nizza, Canelli, Incisa, Castelnuovo Belbo, per portarli alle famiglie, accogliendo le loro storie di gente normale travolta da una cosa che sembrava una guerra. A Canelli ricordo lo smalto rosso sbrecciato sulle unghie di una signora che spalava e il riflesso di una vetrata liberty che si specchiava laddove non avrebbe dovuto, in una cantina allagata. Colori armoniosi in movimento sul fango. Il mondo alla rovescia. Ho pianto.  

 

Enrica Cerrato, giornalista, corrispondente de La Stampa dalla Valle Belbo 

 

Nonno e nipotino correvano verso l’onda del Belbo

 

Avevo già acquisito una certa esperienza sul comportamento del fiume Belbo con l’alluvione del 1968 che causo’ molti danni alla Riccadonna, azienda dove lavoravo. Nel 1994, sabato 5 novembre, dopo giorni di pioggia il fiume incominciava a preoccupare. In prima mattinata cominciai ad allertare gli operai incaricati di attivare l’emergenza alluvione: era una procedura prevista. Io iniziai a fare la “vedetta” fra Canelli e Santo Stefano Belbo. Nel pomeriggio mi spostai a Cossano dove verso le 16 il fiume cominciò a esondare e a rodere l’asfalto della strada. Velocemente ritornai a Canelli, decidemmo di chiudere le paratoie e attivare le idrovore. Organizzai i turni di lavoro per la notte e ritornai a casa per cambiare gli abiti ormai fradici. Pioveva fortissimo. verso le 20,30 decisi, contro il volere dei miei famigliari, di ritornare in azienda. Appena in strada, in viale Risorgimento, saltò in aria, per la spinta dell’acqua, il coperchio in ghisa di un tombino fognario. Ritornai indietro e nel contempo sentii un rumore assordante e subito un’onda gigantesca scavalcò l’argine della ferrovia proprio all’inizio del corso e l’acqua incominciò la sua corsa travolgente. Raggiunsi casa con l’acqua già alle caviglie. Luce e telefono vennero a mancare. Buio assoluto e un rumore pazzesco di acqua che invadeva strade, case, auto abbandonate ancora con i fari accesi inghiottite dal fiume. Sui balconi vicini cominciarono a comparire luci di emergenza (pile e candele). Non si capiva più nulla. Nel buio di quella notte, con l’acqua che ormai stava arrivando verso casa nostra, mia moglie intravide sulla stradina di fronte due figure che correvano nella direzione verso l’onda. Urlammo di fermarsi e di entrare nel nostro edificio. Scendemmo ad aprire la porta di ingresso e in pochi secondi la scala fu invasa dall’acqua. Era un signore che conoscevamo con il nipotino che abitavano a due isolati da casa nostra ed erano andati a spostare l’auto. Da un balcone all’altro gridando riuscimmo a informare la moglie che erano salvi. Cambiammo il bambino con vestiti di fortuna asciutti e lo mettemmo a dormire.  All’alba la città’ di Canelli era in ginocchio. Lo stabilimento fortunatamente era stato risparmiato dalla furia dell’acqua.

 

Ugo Conti, ex dirigente della Riccadonna, Canelli

 

Vedo il bar di mia sorella allagato

 

«Mauro vieni subito ad Asti… la città è allagata». Sono ancora a letto, intorpidito non riesco a focalizzare le parole di mia sorella Angela, provo a richiamarla ma non si riesce più a prendere la linea. Abito a Castagnole Monferrato e con mia moglie decido di andare. Arriviamo in piazza Alfieri, ma tutto sembra normale, la città è fradicia di pioggia ma, penso, non è successo niente, mia sorella è la solita esagerata. Seguiamo un flusso di persone che silenziose vanno verso Campo del Palio bloccandosi sulla scalinata del Mercato coperto. Quella che si presenta ai nostri occhi è un’altra Asti. Al posto della solita piazza piena di automobili c’è un lago percorso dai mezzi anfibi dei Vigili del Fuoco, si intravvedono solo i tettucci di auto parcheggiate. È un lago di fango, detriti, immondizia e macchie di gasolio fuoriuscito dalle cisterne dei condomini. A noi spettatori, increduli di tanto disastro, viene da piangere. Su un lato della piazza c’è il bar dell’altra mia sorella, Anna, completamente invaso dall’acqua. Non so niente di lei, non riesco a telefonarle. Nella sua casa vicino a via dello Scalo, oltre al bar l’acqua le ha ghermito la casa, i mobili, l’automobile… La sera riusciamo a contattarli. Stanno bene e hanno trovato rifugio dai vicini al piano superiore. Appena l’acqua si ritira e i locali sono accessibili iniziano le operazioni di pulizia. E qui ti rendi conto davvero di cosa significhi un’alluvione: nel bar di mia sorella tutto è immerso nel fango e nella nafta. C’è un odore insopportabile, non sai dove incominciare. Il giorno dopo militari, Vigili del Fuoco e tanti tanti giovani che con stivali e pale si fanno in quattro per dare una mano. Noi facciamo parte di una squadra destinata a Rocchetta Tanaro, uno dei paesi più colpiti. Siamo in tanti nelle aule della scuola elementare, spaliamo, cerchiamo di salvare qualcosa dal fango, è un lavoro immane… sembra che il fango che togli da una parte si sposti da un’altra… Però in quei giorni abbiamo sentito davvero il senso di appartenenza a una comunità che spesso appare restia e chiusa, ma che invece è capace di grandi gesti.

 

Mauro Aspromonte, bancario

Volontari della Croce Rossa al lavoro in corso Savona per un intervento di soccorso

Il fornellino a gas e quel sorriso speciale

 

La notte tra il sabato e la domenica, finito il mio turno in Pronto Soccorso, l’avevo passata preoccupato, dopo aver attraversato, la sera, il Tanaro in piena, passando sul vecchio ponte di corso Savona ancora aperto per poco. Ma non avrei mai potuto prevedere lo spettacolo incredibile che vidi la mattina, uscendo sul terrazzo della mia casa sulla collina di Mongardino: tutta la valle del Tanaro era trasformata in un lago di un colore indefinito, tra il grigio e il marrone; i campi non c’erano più, era solo tutta acqua che scorreva adesso lentamente, dopo aver perso l’impeto dell’onda di piena. Decisi di andare comunque in Ospedale, per vedere se c’era bisogno di me; brevi informazioni per telefono, ad Asti dalla valle Tanaro non si arrivava; allora decisi di fare il giro largo, presi la Val Tiglione, arrivai fino a Oviglio e riuscii per poco a prendere l’Autostrada prima che la piena arrivasse ad Alessandria, e ad arrivare ad Asti in mattinata. Cominciarono le telefonate ai pazienti che stavano peggio, ai più fragili, a quelli che stavano facendo la chemioterapia e potevano star male a casa, soprattutto quelli della parte bassa della città. Anna aveva allora 80 anni, un tumore del colon che se la stava pian piano portando via; a casa con lei, in corso Gramsci, in un alloggio al terzo piano di un vecchio palazzo quasi vuoto, c’era solo suo marito Arturo, che di anni ne aveva 85, stava su una sedia a rotelle, e faceva quello che poteva, per sua moglie che era sempre più debole; non avevano figli né nipoti, e solo qualche volta trovavano un vicino di casa che li poteva accompagnare in ospedale. Non rispondevano al telefono; non potevano farlo, perché i telefoni, come la luce e il gas, non funzionavano più; e allora chiamai i Vigili del Fuoco, e chiesi per favore che con l’anfibio andassero a vedere come stavano, e a metterli in salvo, se possibile. Li trovarono nel pomeriggio, con il buio che stava arrivando, con addosso i cappotti sui pigiami, i berretti di lana e i guanti per sopportare il freddo, seduti in cucina davanti al fornellino a gas per cercare di scaldarsi, e la bombola che stava per finire; avevano deciso di stare lì, insieme come stavano da più di cinquant’anni, ad aspettare che il destino facesse il suo giro, senza poter avvertire nessuno, sperando che qualcuno si ricordasse di loro. Quando arrivarono al Pronto Soccorso, Anna mi salutò con un sorriso speciale, come se le avessi davvero salvato la vita, quella vita che sarebbe poi durata meno di un anno, come quella di Arturo, che se ne andò subito dopo di lei, come se volesse davvero continuare a farle compagnia, dovunque lei fosse. Dopo il novembre 1994 ho capito una volta di più che i tumori possono essere come le alluvioni; ti possono prendere a tradimento, passi dei momenti terribili sperando che qualcuno arrivi ad aiutarti, ma niente è più come prima, e anche un semplice gesto di solidarietà è come se ti desse un po’ di vita in più; quella volta abbiamo capito tutti quanto potevamo essere fragili, e quanto c’era bisogno di solidarietà per poter continuare a guardare avanti.

 

Franco Testore, primario reparto Oncologia, Asl di Asti

Il settimanale di Acqui Terme “L’Ancora” di domenica 13 novembre 1994

È finita la mia infanzia

 

L’alluvione è l’evento che ha scritto la parola fine alla mia infanzia. Prendendosela tutta: giochi, libri e quaderni, vestiti, quasi tutto quello che avevo posseduto nei primi 10 anni della mia vita e che custodivamo in garage. La mattina del 6 novembre era mischiato al fango, sparso ovunque nel cortile di casa o chissà dove. Il giorno prima ero una tipica sedicenne divisa tra turbamenti e spensieratezza: la mia vita si svolgeva senza intoppi tra le mattinate a “scaldare il banco” (come diceva mia nonna Piera per criticare la mia svogliatezza nello studio) al “Galilei” di Nizza, le prime discussioni per uscire fino a tardi e la danza. Anche la sera del 5 novembre avrei voluto prendere la bici e raggiungere i miei amici al bar in piazza. La mia famiglia, genitori e nonni al completo, era riunita sulle scale per farmi desistere. Ma in una manciata di minuti, fu l’ondata di fango a farmi passare definitivamente la voglia. In sessanta secondi l’acqua ci era arrivata alle cosce: poco dopo, l’androne era completamente sommerso e l’onda di fango era arrivata a coprire, con un “velo” di un paio di centimetri, anche il pavimento di casa al primo piano. In quella notte di buio e paura, urla e puzza di nafta, un po’ della mia spensieratezza se ne andò via insieme insieme ai miei giochi. Tra le poche cose salvate, c’è un cavallo, era il cavallo di Barbie. Mio padre l’ha pulito con cura qualche giorno fa, per regalarlo a mio figlio Giulio.

 

Gaia Ferraris, corrispondente La Stampa di Canelli

Pubblichiamo questa testimonianza apparsa sul Corriere dell’Astigiano del 2 novembre 2004 siglata dal giovane cronista Lorenzo Monticone scomparso nel 2011. Un racconto di chi, poco più che ragazzo, si ritrova a vivere un’esperinza umana e professionale unica. La pagina di Asti de “La Stampa” 12 novembre 1994

Noi come reduci di guerra 

 

La notte del 5 novembre ’94 c’era molta gente sul ponte del Tanaro. Una piccola folla multiforme, composta da qualche curioso, un po’ di nottambuli, forze dell’ordine e, ovviamente, abitanti della zona incupiti dalla paura. Guardavano tutti quell’acqua marrone scendere veloce, a salti e strappi, ma non so davvero quanti di loro credessero fino in fondo che da lì a qualche ora la stessa acqua avrebbe rotto gli argini. Anche sul ponte qualcuno lo diceva: “Nel ’48 è uscito il Borbore, mica il Tanaro…”. Certo è che la mattina dopo la città si svegliò diversa e l’alluvione del ’94 divenne subito, per tutti noi, uno di quei rari “luoghi collettivi” della memoria a proposito dei quali ci si ricorda sempre esattamente dove si era e cosa si stava facendo. Per quelli che oggi hanno più o meno trent’anni l’unico evento comparabile è la vittoria di Spagna ’82, se il paragone non risulta irriverente. Una pausa nello scorrere del vivere, una sorta di vita parallela dove tutto di colpo cambiò e prese una luce diversa, mentre ognuno si reinventava un mestiere, un’idea di sé. Questo non significa certo passar sopra alle sofferenze di chi  è andato sott’acqua, o ancor più di chi in quell’evento drammatico perse la vita. Semplicemente, a cercare nella memoria, quei giorni di novembre non mi sembrano il tempo della rabbia e forse solo in parte del dolore. Vi fu smarrimento, è vero, vi fu confusione, e chi fu colpito impiegò del tempo a ripartire, a tornare a sorridere, ma a pensarci adesso viene in mente soprattutto la solidarietà delle persone, un momento forte, e difficilmente ripetibile, di unità, ben al di là della possibile retorica. Vennero dopo i giorni della rabbia e della contestazione ai politici. In quell’inizio di novembre ricordo principalmente gli astigiani occupati a lavorare, a darsi una mano, a ricevere gente di ogni età che veniva da fuori per aiutare. E tutti quelli che c’erano conservano oggi, come piccoli reduci di una guerra-lampo, ricordi e aneddoti, a partire da chi, tornando dalla discoteca, trovò il ponte sbarrato e non riuscì ad arrivare a casa fino a quelli che si sono conosciuti da volontari e adesso te li trovi sposati. In quella parentesi di fango siamo stati, davvero e per qualche giorno, una comunità, nel bene e nel male…

 

Lorenzo Monticone, giornalista

La Scheda

 

La pagina di Asti de “La Stampa” 12 novembre 1994

 

 

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