Lidia Bianco ci ha lasciati ai primi di dicembre. Aveva 78 anni. È stata tante cose: primo sindaco donna del suo paese, Castagnole Monferrato, per 23 anni; anima della valorizzazione del vino Ruché (lei che era quasi astemia); ideatrice del premio “Castagna d’or” che lei assegnava con arguzia facendo arrivare dal 1982 al 2011 alla Mercantile decine di personaggi noti e notissimi.
Amava la musica (il padre era musicista) e amava scrivere racconti e aforismi che aveva raccolto nel volume Un tunnel dall’ombelico all’anima. Divenne anche un personaggio televisivo al Maurizio Costanzo Show. Ma non si montò la testa e continuò a farla ragionare con straordinaria intelligenza, continuando a sognare. Si definì “innamorata dell’amore”. Lidia Bianco era un’amica di Astigiani.
Nonostante la malattia, aveva accettato di raccontarsi nell’intervista che abbiamo pubblicato nel Confesso che ho vissuto sul numero 24 del giugno 2018. Per la nostra rivista aveva aperto il suo tesoro di ricordi e di scritti.
Questo che pubblichiamo, per la serie Il testamento del tempo, era pronto per il numero di primavera. Lo pubblichiamo in suo omaggio e ricordo. Anche lei è stata una chioccia. Molte delle sue idee si sono schiuse e hanno dato forza al Monferrato: è un peccato non rifarle vivere in suo nome.
Ciao Lidia.
s. mir.


La chioccia (La crucc)
di Lidia Bianco
Quando il tempo si volgeva al mite nei cortili contadini c’era sempre qualche gallina che dava segni di strana irrequietezza. Passava ore a crogiolarsi in un ipotetico nido che con le zampe scavava anche nella terra ammorbidendola per sfregarvi poi il corpo di piume. Trasognata, sorda all’appetito puntuale, persa negli occhi mezzo chiusi, chiocciante con voce dolce come di lamento…
A non saperlo si sarebbe detto che soffriva di qualche malattia aviaria. Invece aveva una semplice voglia di maternità. Non era, per solito, la pollastrella nuova ancora tutta pimpante e snella, ma una di quelle galline rotonde, larghe, dalle piume folte come di caldo soffiato dal dentro. Bisognava mandarla via a forza dai nidi delle uova dove si accovacciava, matrona, beccando le altre galline che vi andavano a deporre di mestiere come si va a fare la spesa.
Le donne di casa, con l’occhio lungo degli anni, sapevano che non bisognava sprecare quelle fregole e, se avevano abbastanza uova regolarmente “gallate” (cioè fecondate dalla presenza del maschio), ne raccoglievano almeno una dozzina e preparavano un nido di soffice paglia perché l’aspirante chioccia potesse sfogarvi i suoi istinti. Quando le galline erano poche o mancava il gallo, se le facevano prestare-a-buon-rendere o le comperavano all’uopo.
E nella cernita erano attente a scartare, per esempio, quelle cerchiate che indicavano un tratto del guscio più spesso e quindi difficile da rompere per un pulcino con voglia di luce senza sapere che cosa fosse.
L’esperienza diceva che da quelle bianche sarebbero nate galline bianche, padovane e ovaiole, mentre quelle più scure avrebbero figliato galli e galline dai più svariati colori. Così ci si regolava con senso di preferenza o necessità.
Il miracolo della vita dopo 21 giorni di cova
Dall’istituzione ufficiale del nido e per ventun giorni esatti, la chioccia lo lasciava soltanto per correre a beccare velocemente i suoi pasti. Per il resto era assisa sul suo trono fragile e caldo con grande vociare di intolleranza verso chiunque osasse avvicinarsi. Solo la padrona di casa era ammessa, pur con un po’ di riluttanza, a tastare le uova per sentirne il tepore, indice del tutto bene.
Un uovo freddo significava che non era stato possibile innescare la vita e dopo un po’ di giorni, scosso all’orecchio, lo diceva anche con un suono di vuoto cialoccante. Voleva dire che era diventato un endice, un uovo marcio da buttare molto lontano per preservarsi dalla puzza inconfondibile e insopportabile, oppure da usare come testimone-invito per segnalare alle galline dove deporre le uova. Il miracolo arrivava proprio al ventunesimo giorno che le donne di casa scrupolosamente segnavano sul calendario.
Quel giorno il nido diventava una cosa molto indaffarata. E tutto avveniva senza il necessario aiuto di nessuno. Ma la curiosità era tanta, specie se c’erano bambini. Si cominciava con un ticchettìo ritmico, come fosse di piccoli orologi, mentre la chioccia si muoveva con più irrequietezza, quasi che sentisse il solletico sotto di sé.
Si alzava continuamente a guardare ed era attenta nel muovere le zampe. A produrre il ticchettìo erano i minuscoli becchi che si aprivano il varco alla vita e, a poco a poco, vi riuscivano in segni di piccole crepe che rigavano il guscio dell’uovo fino a farlo saltare. Quella feritoia significava la luce e il punto in cui accanirsi di più e più in fretta. Allora anche la chioccia dava leggere beccate d’aiuto, attenta a non ferire quel tenero fervore.
Poco alla volta, cadevano pezzi di guscio sempre più grandi e si poteva intravedere un ancora indecifrabile essere bagnato o, a volte, un suo particolare più indicativo come la testa o una zampina. Quando la figura era ben visibile anche la chioccia osava beccare con più forza il guscio fino a staccarvi grosse pareti e a buttarle fuori dal nido come un muratore che si disfi dei calcinacci ingombranti attorno a una casa nuova.
Il pulcino era lì, incredibilmente piccolo e nudo, così diverso dal batuffolo giallo che le cartoline di Pasqua e i libri di scuola proponevano a trionfo della primavera. Cominciava a cercare di mettersi dritto sulle zampe aiutandosi con le ali come fossero monconi di braccia e ricadeva varie volte sul becco, gli occhi ancora chiusi, incerti se vivere o dormire. Ma bastava l’aria calda, il tepore delle piume materne per circostanza e la bestiolina lievitava quasi d’incanto, facendosi palla soffice come un fiore di mimosa e, incredibile a se stessa, emetteva il primo pigolìo che rompeva l’aria in acuto, seguito da altri, poi altri, poi altri.
Nel giro di un giorno la chioccia era in grado di esibire tronfia il suo capolavoro, il risultato della sua costanza di tre lunghissime settimane che avevano accompagnato l’inverno alla primavera, i rami alle foglie, la terra nuda all’erba. E fioriti erano così anche i cortili di festa piccola fatta di colore e voci. Ricchezza nuova che nessuno riusciva a vedere friggere in padella nelle grandi occasioni dell’anno. Per breve o lungo che sia il suo viaggio, la vita ha diritto alla sua festa. E in un pulcino stretto fra le mani come fosse tutto un cuore caldo e palpitante, c’è sempre molta attesa e nuova promessa. Anche per le mani più rugose di primavere già autunno.










































