venerdì 16 Ottobre, 2026
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E veniva il tempo delle pulizie di primavera

Riti e abitudini in vista della Pasqua

La Pasqua sorrideva da lontano. Con quel suo vezzo di presentarsi dopo quaranta giorni di penitenza quaresimale e alla fine di un inverno che pareva a tutti sempre troppo lungo. Arrivava come un fuoco d’artificio che si apriva a fiore nell’anima.

Persino i vecchi respiravano di sollievo e, come a farsi perdonare la lunga presenza, sentenziavano: “Adesso che siamo arrivati a Pasqua, bisogna per forza tirare fino a Natale”. Come a dire che nella bella stagione nessuno poteva permettersi di mancare l’appuntamento con la vita. Soprattutto con il lavorarla.

Si faceva l’alsìja nei mastelli colmi di biancheria insaponata

 

Le pulizie di Pasqua erano durate i buoni quindici giorni prima, andando dall’alsìja (la biancheria insaponata messa nei mastelli sotto uno strato di cenere), ai vetri lavati, alle persiane spolverate, ai mobili svuotati di ogni contenuto per cambiare la carta alle mensole e rinfrescare i pizzi ai festoni.

Dal lavare i servizi di piatti, bicchieri, tazze, posate, soprammobili, alla verniciatura con l’olio di lino degli infissi. Dalla mano di calce alle cucine annerite di fumo, al tirar giù i lampadari, i quadri con le effigi austere degli antenati di casa, le bandiere vinte nelle gare di ballo, le stampe raffiguranti scene di opere popolari. C’è chi decideva di far rifare i materassi e tutti rinnovavano le piume dei cuscini.

Dallo scovare la polvere dagli anfratti più bui di stagnante inverno. Dal lucidare tutto il rame con la cenere bagnata di aceto, per farne luce nuova della cucina, al far fare a turno il bagno a tutti i componenti della famiglia. Dall’andare a farsi l’annuale permanente dalla parrucchiera o il taglio corto dal barbiere, al comprarsi un vestito nuovo. Questa era una cosa che non capitava in tutte le famiglie, né, dove capitava, in tutti gli anni, ma è ben vero che da sempre a Pasqua bisognava “metter su” qualcosa di nuovo per “far figura”.

Come alibi alla spesa, si diceva che portava fortuna. E che fortuna l’esserne contenti! Così il mattino di Pasqua cominciava con una sfilata sulle strade che portavano alla chiesa. Erano le donne, sonore di complimenti e ricuse vicendevoli, perché qualcosa di nuovo procuravano di averlo proprio tutte, fosse anche l’espediente di un colletto di pizzo o di un foulard o di un capo rivoltato oppure ritinto.

Il detto “Natale con i tuoi – Pasqua con chi vuoi” aveva senso solo nel poterlo dire, perché nessuno si sognava di sognare un esodo fuori paese. Al massimo, ci si radunava un po’ di più ingrossando le famiglie. Ai bambini venivano regalate uova di pura e semplice gallina, cotte sode e colorate o dipinte dalla migliore buona volontà di fantasia. Ed è tutto da vedere se la felicità di mangiare un uovo intero e personale aveva qualcosa da invidiare a quella di gustare le uova di pasticceria. Che, pure, magari piccoline e regalate da un parente fuori di casa, c’erano sempre. Il pranzo era robusto, ma con pietanze meno ripetitive che a Natale.

Anche se il capretto o l’agnello, lontani dalla sacralitàdel Presepe, erano d’obbligo, come d’obbligo era la torta di castagne che, a girare tutto il paese, non se ne trovavano due uguali.

Poi nel pomeriggio si usciva. Come rondini alla ripresa del mestiere dell’estate, erano soprattutto le donne e i bambini a fare il giro dei conoscenti che, più tardi, o, al massimo, nel giorno dopo, avrebbero restituito la visita, per continuare il cerimoniale di “assaggiare” le torte. Cosa che, per gli uomini, si traduceva in un più serio e studiato battesimo del vino novello.

Donne con i mastelli del bucato e il lavoro del materassaio
Donne con i mastelli del bucato e il lavoro del materassaio

La buona creanza del confronto tra torte di castagne

 

Era buona creanza che ogni padrona di casa autocriticasse le proprie torte e magnificasse quelle dell’ospite, chiedendo ragguagli sulla provenienza e il prezzo delle castagne secche, sugli amaretti usati e la mistura di liquori, sul fornaio che le aveva cotte e in quale ora. Perché tutto fa in una torta di castagne.

– Le mie son rimaste asciutte

.- E le mie, allora, con la crosta che sembra bruciata?

– Ho bell’e capito che non devo più usare le pesche di vigna…un altr’anno cambio: sono troppo poco acquose…

Le rondini volavano alte a chiamarsi in quel cielo che sembrava profumato di dolce e i bambini rientravano in casa da corse affannate d’aria nuova sulle gambe messe a nudo dalle prime calze corte dell’anno e, voraci, allungavano le mani verso i cubetti di torta perennemente esposti sui tavoli coperti dai tappeti dalle frange lunghe. “Basta! – intimavano le madri, schiaffeggiando le dita che, così, affondavano nella morbida pasta marrone insolentendone ogni intenzione di forma

– Lasciane domani, per il merendino…”

E Cristo Risorto riprendeva sulle spalle il suo fardello di umanità che, risvegliata dal torpore invernale, più che redenta di nuova stagione, di lì in poi l’avrebbe intrecciato con fede affannata nei lavori incessanti, tra una tridentata, una sforbiciata, una rastrellata, una zappata, una falciata… E avrebbe preso profumo di fieno, di rose, di grano, di pioggia, adattandosi ai suoi fratelli così increduli di potersi nutrire davvero come passeri e vestire come gigli del campo.

l'autrice dell'articolo

Lidia Bianco

Astigiani è un'associazione culturale aperta, senza scopo di lucro, che ha bisogno del sostegno di altri "Innamorati dell'Astigiano" per diffondere e divulgare la storia e le storie del territorio.
Tra i suoi obiettivi: la pubblicazione della rivista trimestrale Astigiani, "finalizzata alla raccolta e diffusione di informazioni e ricerche di storia e cultura astigiana dal passato remoto a quello prossimo, con uno sguardo al presente e la visione verso il futuro (dallo statuto), la raccolta di materiale per la creazione di un archivio fotografico, video e documentale collegato al progetto "Granai della memoria", la realizzazione di presentazioni pubbliche e altri eventi legati al recupero della memoria del territorio.

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