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San Secondo è in copertina ma nel manoscritto c’è una cronaca medievale

In una della vetrine del Museo del Palio di Asti è esposto un volume, aperto sul frontespizio. Di proprietà della Biblioteca Astense, il suo titolo è composto di abbreviazioni, così consuete negli antichi manoscritti: VITA BEATISSIMI S. SECUNDI MAR.RIS / AEQUITIS ASTEN. NOBILISSIMI / EX ANTIQUIS HUIUS CIVI.TIS / SCRIPTURIS A CANONICO / IOHANE STROPPIANA DECERPTA / ANNO DNI. MDCXXVII (Vita del beatissimo S. Secondo martire, cavaliere astese nobilissimo, ricavata da antichi scritti di questa città dal canonico Giovanni Stroppiana nell’anno del Signore 1627). Sotto il titolo, un San Secondo fanciullo dipinto ad acquerello impugna nella destra la spada e con la sinistra sorregge la città di Asti. La pregevole copertina in pelle reca impressa la scritta SANCTE SECUNDI ORA PRO NOBIS. Eppure il testo non è affatto correlato alla vita di S. Secondo.

La sorprendente scoperta è avvenuta soltanto nel 1985: a un esame più ravvicinato il manoscritto, compilato in grafia di non facile lettura, resa ancor più complessa dall’inchiostro sbiadito, si è rivelato essere la trascrizione delle cronache astesi Fragmenta de gestis Astensium di Ogerio Alfieri, Memoriale di Gugliemo Ventura e Memoriale di Secondino Ventura. Testi fondamentali per la conoscenza della storia medievale della città, è la terza copia conservata ad Asti.

Non deve stupire il riutilizzo di una copertina di pregio, destinata in origine a un altro volume: anticamente era prassi comune. La datazione è stata a lungo dubbia: compilato da mani diverse, nel 1988 si è constatata la perfetta identità tra la grafia di due lettere dell’abate Filippo Malabayla (1580- 1657) e parti del manoscritto: pertanto si può affermare che esso fosse di sua proprietà, redatto per uso personale da uno o più confratelli cistercensi alla metà del Seicento.

 

O quanto meno, che sia stato da lui utilizzato e chiosato. Questa attribuzione rende il manoscritto singolarmente interessante: all’abate Malabayla si devono infatti molte inesattezze (meglio sarebbe dire falsi veri e propri) che ricorrono nella tradizionale storiografia cittadina: la presunta discendenza di San Secondo dalla famiglia romana Vezia, collegata a Vezza d’Alba, feudo di famiglia dei Malabayla; o l’appellativo, mai documentato, di Hasta Pompeja per la città nel periodo romano.

Falsificazioni che miravano a esaltare Asti nobilitandone il passato in ogni modo, anche a discapito della realtà storica. E che il testo (autentico) delle cronache medievali da lui utilizzato sia custodito da una copertina fuorviante sembra in perfetta armonia con il personaggio.

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